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    Predefinito Gli usa paladini della democrazia? dove c'e il petrolio appoggiano i dittatori...

    il caso della guinea equatoriale

    Guinea Equatoriale, l'impero del male
    Scritto da M.Fagotto (16/12/03 - 198:02)

    Impegnati nella loro cosiddetta "battaglia per la democrazia" in Iraq, gli USA assieme ad altri stati occidentali sostengono uno dei regimi africani più brutali e sanguinari del mondo. La ragione, nel Golfo di Guinea come in Medio Oriente, è sempre l'accesso al petrolio

    La Guinea Equatoriale, da sempre al margine della politica internazionale, è da qualche anno al centro delle grandi strategie energetiche mondiali: l'esperienza di questo piccolo stato africano è l'ennesima riprova di come le nazioni occidentali adottino due pesi e due misure nei rapporti con i dittatori e di come utilizzino i concetti di democrazia e rispetto dei diritti umani solamente per legittimare i propri interessi economici.

    La storia della Guinea

    Una minuscola striscia di terra affacciata sull'omonimo golfo africano, stretta tra il Gabon e il Camerun, e un'isola al largo delle coste camerunensi, dove ha sede la capitale Malabo: ecco come si presenta la Guinea Equatoriale, colonia spagnola di 500.000 anime fino al 1968, anno in cui lo stato conquista l'indipendenza.

    Fino agli anni '80, il destino della Guinea Equatoriale non è diverso da quello di molti altri stati africani: il primo presidente del paese, Francisco Macias Nguema, nel 1970 decide di annullare la Costituzione, scioglie il Parlamento e si fa proclamare "Presidente a vita". E' l'inizio di un lungo regno di terrore per la Guinea, che vedrà un terzo della sua popolazione finire in esilio o sottoterra per essersi opposta in qualche modo al regime dittatoriale. La comunità internazionale non muove un dito per far luce sul brutale regime di Nguema anche perché il presidente, soprannominato l'Idi Amin del Golfo in onore del suo omologo ugandese, ha il buon gusto di crocifiggere gli oppositori politici lungo la strada che dall'aeroporto porta a Malabo come monito ai diplomatici stranieri in visita nel paese.

    La dittatura di Nguema si conclude sono nel 1979, quando il presidente viene rovesciato da un colpo di stato condotto da suo nipote, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che prende il potere dopo aver tolto di mezzo lo zio giustiziandolo. La fine di Nguema non significa però la fine delle sofferenze per la popolazione civile, che cade invece dalla padella nella brace. Obiang infatti fa sùbito capire di apprezzare molto i vecchi metodi di governo dello zio visto che la sua presidenza, che dura ormai da 24 anni, si è distinta come una tra le peggiori al mondo per quanto riguarda libertà politiche e rispetto dei diritti umani.

    Intanto, mentre il clan di Obiang è impegnato ad accaparrarsi tutti i posti-chiave di governo, l'economia del paese è al collasso: le grandi piantagioni di frutta del periodo coloniale sono ormai in rovina, e la popolazione sopravvive solamente grazie ad una poverissima agricoltura di sussistenza, che colloca la Guinea Equatoriale tra i paesi più sottosviluppati del mondo.

    La scoperta dell'oro nero

    Il destino della Guinea cambia però radicalmente verso la metà degli anni '90 quando alcune compagnie petrolifere straniere, in particolare la spagnola CEPSA e l'americana Triton, scoprono vasti giacimenti petroliferi al largo del'isola di Bioko. Improvvisamente il paese diventa l'oggetto delle (interessatissime) attenzioni occidentali, in particolare di alcune multinazionali del petrolio che si gettano a capofitto nell'affare guineano.

    In pochissimo tempo, un mare di dollari si riversa nel piccolo stato africano, che attualmente ha una produzione di 350.000 barili di petrolio al giorno, con riserve complessive stimate attorno a 1.1 miliardi di barili. Nei prossimi anni la Guinea Equatoriale dovrebbe superare il Congo-Brazzaville, diventando il terzo produttore africano di petrolio dietro i due "mostri sacri" Nigeria ed Angola. Niente male, per uno stato dieci volte più piccolo dell'Italia.

    Negli ultimi dieci anni la crescita economica del paese è stata impressionante: le esportazioni di petrolio sono passate da 3 milioni di dollari nel 1993 a ben 212 nel 2000, per arrivare a 725 per l'anno in corso; nel 2001 la Guinea Equatoriale ha fatto registrare la crescita economica più alta del mondo, ben il 65% in più rispetto all'anno precedente!

    Il principale beneficiario del petrolio guineano sono gli USA, che ricevono circa i 2/3 delle esportazioni del paese, il cui mercato è controllato dalle statunitensi ExxonMobil, Marathon Oil e Amerada Hess (che ha rilevato la Triton nel 1999) nonostante siano presenti anche la franco-belga TotalFinaElf e altre compagnie minori spagnole, svizzere, australiane e malesi.

    Il petrolio guineano è molto ambìto anche per gli alti profitti che il governo di Malabo garantisce: le compagnie petrolifere infatti si intascano dal 75 all'87% dei proventi petroliferi, mentre il resto va al governo guineano che riceve anche un bonus di appena 750.000 dollari per ogni nuovo giacimento scoperto. Una miseria, se paragonato alle "shares" che nei decenni precedenti si sono garantite Nigeria ed Angola, che trattengono più del 50% dei profitti tramite le loro compagnie petrolifere statali.

    Ma anche così il governo guineano riceve una fetta di utili consistente (quest'anno le entrate statali sono stimate a circa 600 milioni di dollari) che potrebbe garantire, se impiegata intelligentemente, uno sviluppo economico duraturo al paese. Senza contare i diritti per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale, concessi pochi mesi fa alla Marathon Oil e che nel 2007 permetteranno alla Guinea di esportare circa 3.4 milioni di tonnellate di gas liquido all'anno, tutte dirette verso gli USA.

    Ma è proprio quando i soldi entrano nel paese che cominciano le dolenti note: quanti di questi soldi finiscono veramente nelle tasche dei Guineani e quanti invece vengono "filtrati" dalla cricca di Obiang e inviati a conti bancari all'estero?

    Il buco nero

    Nonostante i proventi petroliferi, le condizioni di vita della popolazione non sono cambiate di una virgola: mentre secondo le statistiche il reddito medio pro capite del paese è salito a circa 4.000 dollari l'anno, il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e poco meno della metà sopravvive con meno di un dollaro al giorno! Il 57% non ha accesso all'acqua potabile, mentre in quasi tutto il paese manca l'energia elettrica. All'istruzione è destinato solo l'1.7% del PNL, una quota misera che è rimasta ai livelli precedenti il boom petrolifero. Il 7% della popolazione tra i 15 ed i 49 anni è sieropositiva, senza contare l'impatto che hanno malattie endemiche come la febbre gialla e la malaria. L'aspettativa media di vita è di soli 54 anni.

    Quali sono le ragioni di un così grande divario? Una parte delle cause va ricercata nella natura dello sfruttamento petrolifero, un'attività a forte intensità di capitale che difficilmente si integra con i settori più "bassi" dell'economia. Anzi, spesso l'industria petrolifera ha il grosso difetto di mandare in rovina gli altri settori dell'economia, rendendo quindi i paesi esportatori di petrolio sempre più dipendenti dall'oro nero per lo sviluppo. E' un problema questo che ha la stragrande maggioranza dei paesi petroliferi, e la Guinea Equatoriale non fa eccezione: in 10 anni, la quota del PIL derivante dal petrolio è salita dall'11 al 90%, mentre quella dell'agricoltura è scesa dal 60 al 9%. Cifre impressionanti, se si considera anche che l'industria petrolifera non genera molti posti di lavoro nonostante migliaia di persone abbiano lasciato negli anni passati i propri campi sperando di trovare lavoro nel settore petrolifero e andando ad ingrossare i sobborghi di Malabo.

    Ma al sottosviluppo del paese contribuisce in gran parte anche la cricca di potere che fa capo al presidente Obiang, che in questi anni ha stornato centinaia di milioni di dollari dal bilancio statale per alimentare i propri conti bancari all'estero. Un'inchiesta del Los Angeles Times dell'anno scorso ha appurato che il presidente guineano possiede un conto alla Riggs Bank di Washington DC, in cui sarebbero presenti dai 300 ai 500 milioni di dollari!

    A questa operazione di "filtro" contribuiscono sia le banche estere, che nonostante le raccomandazioni della Federal Reserve statunitense non operano controlli severi sulla provenienza di questi fondi, sia le compagnie petrolifere, che spesso (come nel caso guineano) versano le "royalties" derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti direttamente nei conti esteri. Sebbene non vi sia una legislazione che impedisce esplicitamente il trasferimento di questi fondi all'estero, questa pratica è stata più volte criticata dalle grandi istituzioni finanziarie mondiali come il Fondo Monetario Internazionale, proprio perché impedisce di monitorare l'iter che questi soldi seguono.

    A ciò si aggiunge il fatto che in Guinea i proventi derivanti dal petrolio sono trattati come fossero un segreto di stato: non solo non si hanno dati affidabili che quantifichino con precisione gli introiti che lo stato riceve dalle multinazionali petrolifere, ma anche i contratti di sfruttamento sono tenuti segreti per evitare scomodi controlli sia a livello interno che internazionale.

    Il risultato è che, in queste condizioni, il Ministero del Tesoro ed il fisco sono impossibilitati ad operare, visto che una buona parte di questi fondi prende il volo senza essere dichiarata. Per fare un esempio, nel 1998 il FMI ha stimato gli introiti statali derivanti dal petrolio pari a 130 milioni di dollari, mentre il governo guineano ne ha dichiarati solamente 34! proprio a causa dell'impossibilità di ricevere dati affidabili da parte del governo locale il FMI ha lasciato sei anni fa la Guinea, rinunciando a organizzare qualsiasi programma di ristrutturazione finanziaria vista la disponibilità pressoché nulla a fornire informazioni sull'attività petrolifera da parte delle autorità.

    I diritti umani

    Ma le grandi multinazionali petrolifere e gli stati occidentali che le appoggiano sono ancora più colpevoli per il silenzio che continuano a mantenere sulle continue violazioni dei diritti umani che il regime di Obiang perpetra nei confronti dell'opposizione politica e dell'etnia Bubi.

    Obiang ha governato come capo assoluto della Guinea Equatoriale fino al 1992, quando per salvare le apparenze ha deciso di permettere la nascita di partiti politici che si affiancassero al suo Partito Democratico della Guinea Equatoriale (PDGE). In questi undici anni sono stati legalizzati dodici partiti d'opposizione, mentre altri attendono invano ormai da anni di essere messi in regola. Ma che la nascita di questi partiti non significasse affatto democratizzazione del paese lo si è capito immediatamente.

    I membri delle varie formazioni politiche sono stati infatti da sùbito oggetto delle attenzioni "particolari" delle forze di sicurezza: dai tentativi di corruzione perché entrassero nelle file del PDGE agli arresti periodici, la maggior parte dei quali scattati in periodi pre-elettorali; dai presunti complotti contro il presidente che servivano a giustificare le maxi-retate che spazzavano via interi partiti ai processi condotti, chissà perché, davanti a corti marziali anche quando le accuse mosse agli imputati non avevano niente a che vedere con la sicurezza dello stato.

    Ma i metodi coercitivi utilizzati da polizia ed esercito non si fermano qui: molti leader politici dell'opposizione non possono uscire dal proprio villaggio, altri possono operare solo nella capitale Malabo e nella seconda città del paese, Bata, ma non possono spingersi nelle campagne. Alcuni oppositori sono stati arrestati assieme ad altri parenti e costretti ad entrare nel PDGE per salvare i propri cari da rappresaglie. Vi sono stati anche casi di mogli che sono state incarcerate e stuprate per essere andate a far visita ai propri mariti in prigione.

    Tutti questi metodi democratici non hanno tardato a produrre il loro effetto: al giorno d'oggi ben undici dei dodici partiti regolarizzati si sono allineati al PDGE, il solo partito che resta all'opposizione è la Convergenza Per la Democrazia Sociale (CDPS), mentre la Forza Democratica Repubblicana (FDR) è fuorilegge e oggetto di ripetute intimidazioni da parte della polizia. Va da sé che, in queste condizioni, Obiang e il proprio partito hanno stravinto tutte le elezioni (presidenziali, parlamentari e municipali) organizzate in questi anni, anche perché quasi sempre i partiti di opposizione hanno rinunciato a presentarsi per la mancanza di garanzie democratiche.

    Per completare il quadro, il governo guineano non permette la nascita di ONG che operino nel campo dei diritti umani, ha soppresso l'associazione nazionale dei giornalisti e controlla sia la televisione che la radio. La carta stampata ha un po' più di libertà, può criticare per esempio l'amministrazione pubblica per la sua inefficienza ma non sono permessi attacchi al presidente o alle forze di sicurezza. Una semi-libertà questa che comunque non modifica il quadro d'insieme, anche perché in Guinea non viene stampato neanche un quotidiano e le uniche pubblicazioni che escono, peraltro molto irregolarmente, sono periodiche o mensili.

    Bisogna poi ricordare le persecuzioni contro la popolazione di etnia Bubi, che assieme all'etnia Fang (a cui appartiene il presidente) rappresenta la maggioranza della popolazione. Specie dopo un tentativo colpo di stato scoperto nel 1998, la popolazione Bubi ha dovuto subire le periodiche repressioni organizzate dalle autorità: arresti di massa, esecuzioni sommarie, torture e pessime condizioni carcerarie hanno provocato la morte di buona parte degli arrestati, spesso senza che le famiglie dei detenuti ricevessero alcuna notizia dal carcere.

    Vista l'inefficienza del potere giudiziario, totalmente in mano al presidente che nomina i giudici della Corte Suprema, accade spesso che alcuni prigionieri rimangano in carcere per anni senza vedersi formalizzare contro alcuna accusa e senza subire processi. Quando invece finiscono in tribunale, spesso sono stati costretti a firmare confessioni assolutamente false estorte loro con la tortura, pratica in cui la polizia locale sembra essere molto esperta: il repertorio prevede, oltre ai classici pestaggi, l'urinare addosso ai detenuti e il versare loro addosso dell'olio per poi cospargerli di formiche tropicali.

    Spesso sono le stesse condizioni delle carceri a far crollare gli oppositori del regime: ai detenuti spesso non viene dato da mangiare per giorni, viene negata ai prigionieri qualsiasi assistenza medica, mentre non c'è alcuna separazione tra uomini, donne e bambini, con ovvie conseguenze soprattutto per quanto riguarda le carcerate ed i minorenni.

    Il problema è che, per finire in galera, non serve organizzare colpi di stato o attenati al presidente: basta anche solo essere trovati in possesso di articoli di giornale "compromettenti", specie se provenienti dalla stampa estera: qualche anno fa due uomini sono stati incarcerati perché trovati in possesso di una fotocopia di un articolo del quotidiano spagnolo "El Mundo", in cui si diceva che il presidente Obiang era in precarie condizioni di salute!

    Il ruolo dell'Occidente

    Le atrocità commesse dal regime guineano non possono però competere con il petrolio locale, che fa gola a molti stati e per il quale la comunità internazionale è disposta a chiudere entrambi gli occhi sulle malefatte di Obiang.

    Questo discorso è valido in particolar modo per gli USA, che ormai da anni stanno seguendo una politica di distaccamento dal Medio Oriente (eccezion fatta per la recente campagna irachena) a favore dell'Africa occidentale, principalmente per due ragioni: l'instabilità politica cronica del Medio Oriente e le altissime percentuali di guadagno che offrono gli stati africani, percentuali che rendono convenienti gli investimenti nonostante i maggiori costi operativi dati dal fatto che buona parte del petrolio africano è offshore, cioè al largo delle coste.

    Gli USA importano già il 15% del loro fabbisogno petrolifero dall'Africa occidentale, percentuale destinata a salire al 20% nei prossimi anni. In questa ottica va visto il riavvicinamento dell'amministrazione Bush alla Guinea Equatoriale, dopo che durante la presidenza Clinton l'ambasciata statunitense era stata addirittura chiusa per protesta contro le continue violazioni dei diritti umani compiute dal regime di Obiang.

    Nell'ottobre scorso, molto discretamente, gli USA hanno riaperto la propria ambasciata a Malabo, mentre Bush si è impegnato per togliere la Guinea Equatoriale da una lista di 14 paesi che, secondo una legge approvata dal Congresso nel 2000, non potevano ricevere aiuti ed investimenti americani per mancanza di democrazia e di rispetto dei diritti umani.

    Il nuovo idillio tra i due stati è stato sancito da una visita negli States compiuta lo scorso anno da Obiang e dalla creazione del "Corporate Council on Africa", un organismo che riunisce le varie compagnie petrolifere operanti nel continente. Il "Council" sta tentando di risollevare l'immagine internazionale del paese, visto che in un profilo pubblicato due anni fa sottolinea come la Guinea stia facendo passi da gigante verso la democrazia, anche grazie all'operato del presidente Obiang.

    Quest'azione di "lobbing" da parte delle compagnie petrolifere per rendere presentabile nel salotto buono il loro nuovo socio in affari è arrivata al culmine l'anno scorso, quando il Consiglio di Sicurezza ha deciso di richiamare il proprio rappresentante speciale per i diritti umani in Guinea, nonostante i rapporti allarmanti provenienti dal paese africano. Determinante, in questo caso, è stato il voto della Cina, che guarda caso sta allacciando rapporti commerciali con Malabo.

    Ma non sono solo gli USA e la Cina a dover recitare il "mea culpa": anche la Spagna, ex-dominatore coloniale nel paese e che negli anni passati ha più volte condannato il regime di Obiang ha deciso di cambiare politica, inviando nelle scorse settimane due rappresentanti del governo di Aznar in visita in Guinea Equatoriale. Il tutto in spregio ai rapporti sui diritti umani violati, provenienti (si badi bene) non solo da associazioni come Amnesty International, ma anche dalla CIA. Basta leggere i rapporti annuali sul paese pubblicati dal Dipartimento di Stato americano per vedere come addirittura dentro la stessa amministrazione americana c'è chi denuncia le ingiustizie del regime guineano.

    Ma d'altronde il silenzio sui crimini di Obiang fa comodo a tutti: alle grandi multinazionali petrolifere, che potranno continuare a fare ottimi affari nel Golfo africano; ai politici occidentali, che anche grazie al sostegno dei giganti dell'oro nero sono nella stanza dei bottoni; e ad Obiang stesso, che per una strana legge del contrappasso tra qualche anno finirà per apparire come lo statista che ha portato il progresso e la democrazia nel paese. Poco importa se la storia di questo minuscolo paese sarà riscritta sulla pelle di 500.000 disgraziati.

    Matteo Fagotto
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  2. #2
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    Ma io mi chiedo.... mi sapete dire qual'e' la Democrazia che va contro i propi interessi?
    Francia e Inghilterra bombardarono il Canale di Suez quando l' Egitto lo Nazionalizzo' dato che daneggiava i loro interessi.
    Le rende questo forse meno Democratiche? No.

    La Democrazia e' una forma di governo, non una mazzata sui propi coglioni.

  3. #3
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    In Origine Postato da Amati75
    Ma io mi chiedo.... mi sapete dire qual'e' la Democrazia che va contro i propi interessi?
    Francia e Inghilterra bombardarono il Canale di Suez quando l' Egitto lo Nazionalizzo' dato che daneggiava i loro interessi.
    Le rende questo forse meno Democratiche? No.

    La Democrazia e' una forma di governo, non una mazzata sui propi coglioni.
    vallo a fare gli abitanti della guinea questo discorso..con lo stesso discorso allora secondo te gli europei avrebbero fatto bene ad appoggiare saddam hussein ieri o l'iran oggi..embè l'hai detto tu no...è normale che gli usa appoggiano la dittatura della guinea così come gli europei appoggiano l'iran..d'altronde qual'e la democrazia che va contro i propri interessi? e poi almeno la francia e l'inghilterra non avevano l'ipocrisia di dire che facevano le guerre per portare la "liberta e la democrazia in nome di Dio" come dice Bush
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  4. #4
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    In Origine Postato da Amati75
    Ma io mi chiedo.... mi sapete dire qual'e' la Democrazia che va contro i propi interessi?
    Francia e Inghilterra bombardarono il Canale di Suez quando l' Egitto lo Nazionalizzo' dato che daneggiava i loro interessi.
    Le rende questo forse meno Democratiche? No.

    La Democrazia e' una forma di governo, non una mazzata sui propi coglioni.
    Sì, ma allora non andate a raccontare che gli USA per es. sono intervenuti in Iraq per portarvi la democrazia...

  5. #5
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    In Origine Postato da Amati75
    Ma io mi chiedo.... mi sapete dire qual'e' la Democrazia che va contro i propi interessi?
    Francia e Inghilterra bombardarono il Canale di Suez quando l' Egitto lo Nazionalizzo' dato che daneggiava i loro interessi.
    Le rende questo forse meno Democratiche? No.

    La Democrazia e' una forma di governo, non una mazzata sui propi coglioni.
    I paesi democratici, se credono alla loro forma di governo, dovrebbero impegnarsi affinche' democrazie e liberta' possano nascere ( il che e' diverso da imporre) in quante piu' nazioni possibile. I politici democratici non dovrebbero parlare di liberta' e deomcrazia a casa propria e poi chiudere un occhio o tutti e due quando il dittatorello di turno fa comodo ai propri interessi ( o peggio agli interessi di una delle lobby che ne finanzia la campagna elettorale).

  6. #6
    Neutrino NO-TUNNEL
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    In Origine Postato da beppe2
    Sì, ma allora non andate a raccontare che gli USA per es. sono intervenuti in Iraq per portarvi la democrazia...
    e non solo..se passa questo discorso allora qualunque potenza può difendere le dittature per fare i propri interessi...allora che non vadano più a prendersela con la francia xche non voleva fare la guerra a Saddam...l'ha detto Amati che questo è legittimo..o no?
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  7. #7
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    In Origine Postato da Amati75
    Ma io mi chiedo.... mi sapete dire qual'e' la Democrazia che va contro i propi interessi?
    Francia e Inghilterra bombardarono il Canale di Suez quando l' Egitto lo Nazionalizzo' dato che daneggiava i loro interessi.
    Le rende questo forse meno Democratiche? No.

    La risposta democratica sarebbe si! La democrazia non ha clausole "salvo che non convenga a me" e soprattuto poi vengono a spaccare il mondo come è successo con Saddam!

    Se non vuoi gli imperi del male sarebbe meglio non coltivarli!

  8. #8
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    non e`necessario andare in guinea basta la storia dell`iraq di saddam hussein fino all`altro ieri. oppure la storia di bin laden e l`afghanistan amici degli USA

  9. #9
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    In Origine Postato da beppe2
    Sì, ma allora non andate a raccontare che gli USA per es. sono intervenuti in Iraq per portarvi la democrazia...

    Non democrazia, per loro è la DemocraCIA ........... tutto ciò che è funzionale agli interessi USA è lecito a PRESCINDERE........... ancora non lo sapevi? E' solo un problema di pronuncia, hanno la z "moscia".
    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

  10. #10
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    In Origine Postato da ossoduro
    Non democrazia, per loro è la DemocraCIA ........... tutto ciò che è funzionale agli interessi USA è lecito a PRESCINDERE........... ancora non lo sapevi?
    Non sono nato ieri

 

 
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