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Discussione: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

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    Predefinito Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    Ognissanti


    Pisa, Camposanto monumentale
    Immagine dal sito https://upload.wikimedia.org/

    Allo scoccare della mezzanotte tra l’ultimo di ottobre e il primo di novembre, la ruota gira verso quella che è la più attesa e forse anche temuta festa dell’ Anno Magico.
    Samhain (pron. Souin) in gaelico irlandese o Samhuin (pron. Sov’en) i gaelico scozzese, o anche semplicemente Ognissanti, è il tassello che segna la fine dell’estate, la controparte oscura di Beltane, che ci porta verso la parte buia dell’anno, definendo l’inizio stagionale della stagione fredda.
    Noto come antico capodanno celtico, oggi nasce il nuovo anno magico, così come il giorno nasce nelle prime e buie ore notturne, è bene quindi tener presente questa similitudine per celebrare al meglio questa, come le altre, feste iniziando al crepuscolo del giorno precedente.
    Una giusta precisazione è considerare il momento tra i due giorni come un attimo a sé stante, un frammento di tempo fuori dal tempo, che non è né passato né futuro.
    E questo pensiero che ci deve accompagnare durante tutta la celebrazione, ci servirà a comprendere l’importanza che Ognissanti riserva alle zone di confine.
    Come detto in precedenza questo momento è sacro quanto pericoloso, non solo si passa da un giorno all’altro o da un mese all’altro, ma si attraversa dapprima una stagione e, non meno importante, un anno!
    Ricordiamoci che ad Ognissanti la soglia tra il mondo fisico e quello spirituale e infero svanisce rendendo possibile qualsiasi tipo di attività.
    Ed è bene tener presente questo, anche perché da qui fino al Solstizio d’Inverno inizia la cosiddetta “notte dell’anno”, la parte buia e introspettiva della nostra esistenza, il velo tra i mondi è chiuso ma resta ancora molto sottile durante questo periodo, in modo da rendere ancora possibili visite e scambi tra le diverse realtà.


    Milano, Cimitero Monumentale al tramonto
    Immagine dal sito Christian Fusi Personal site [v5.0]

    Si celebra la morte, e su questo non c’è dubbio, ma non c’è niente di triste ne tanto meno alcunché di macabro.
    È un momento di gioia, da vivere con felicità e respirare a pieni polmoni.
    Le antiche tradizioni pagane ci hanno tramandato la ciclicità del momento, ogni cosa ha un inizio e una fine e dalla sua fine, altrove, nascerà qualcos’altro.
    Noci e mele sono i frutti sacri di questo periodo, in quanto rappresentano l’ultimo raccolto dell’anno, un altro atto quindi, da celebrare.
    Non a caso sono piante dagli straordinari poteri: si consiglia il ramo di nocciolo per l’utilizzo a bacchetta e la mela ricorre sin dalla preistoria come frutto legato alla Dea madre come alle sue divine figlie, non a caso ad essa sono legati molteplici poteri, molti dei quali anche discordanti tra di loro: vita e morte, amore e odio, etc.
    Grande importanza è da dare al fuoco. Secondo le antiche usanze celtiche nel momento di passaggio tra i due giorni tutti i focolai domestici venivano spenti e tutti si radunavano sulle colline attorno a grandi falò che restavano spenti fino al momento successivo al passaggio degli spriti, attimi da trascorrere al buio con il giusto timore e rispetto, dopodichè i Drudi accendevano i sacri fuochi simbolo di rinascita e purificazione e si festeggiava sino all’alba.


    Messina, lo Stretto
    Immagine dal sito G.U.F.O. - Gruppo Universitario Faunistico Ornitologico

    Al termine dei festeggiamenti ciascuno avrebbe preso una fiaccola dal sacro falò per ravvivare il proprio focolaio domestico.
    Altro uso dei fuochi di Samhain, era dedicato alla guida degli spiriti erranti nel buio che così avrebbero potuto ritrovare la via di casa.
    La tradizione è sopravvissuta sino ai giorni nostri con la commerciale, ma divertentissima, festa di Halloween, che tra zucche intagliate con all’interno una candela, dolcetti e scherzetti e travestimenti, porta con se gli strascichi più evidenti delle tradizioni pagane.
    Era infatti usanza per gli antichi mascherarsi e scambiarsi i ruoli in onore dei morti, fare scherzi clebrando il caos con il caos, offrendo dolci e frutti ai defunti per ingraziarsi i loro poteri.
    Ma non solo l’anglosassone Halloween, anche Italia, Brasile e altre nazioni portano avanti le proprie radici pagane celebrando in un modo o nell’altro il culto dei morti.
    La morte in passato non era temuta come adesso: era sempre dietro l’angolo ma era anche rispettata, come se fosse in qualche modo venerata.
    Ma non solo di morte e vita che si inseguono fino a formare una spirale, Ognissanti è anche tempo di divinazione, d'altronde è il periodo dell’anno più indicato, periodo dove passato, presente e futuro si incontrano.
    Possiamo anche rivolgere i nostri pensieri ai nostri cari defunti, i quali potranno risponderci, se lo vorranno, attraverso i sogni o attraverso altri piccoli segnali, personalmente sconsiglio di disturbare gli spiriti, anche se si vogliono delle risposte da tempo.
    Meditiamo, anche in questo periodo, preparandoci all’anno che verrà, facciamo lavori manuali, intagliamo zucche, decoriamo l’altare, la casa, e chi può il giardino, ma senza tristezza, agiamo nel modo più spensierato possibile.
    Viviamo la Natura che prosegue verso il suo sonno invernale, pronti ad accoglierla tra cinque o sei mesi, splendente e rigogliosa come sempre, e noi seguiremo il suo percorso.
    È la festa della morte ma è anche periodo di rinascita, noi stessi dobbiamo rinascere, possiamo sbarazzarci delle cose vecchie, lasciando (anche simbolicamente) un testimone del gesto sul terreno, o anche abbandonare vecchie abitudini o aspetti della nostra esistenza che non sentiamo più nostri, semplicemente scrivendoli su un pezzo di carta da ridurre in cenere.
    Ricordiamoci inoltre di lasciare del cibo agli spiriti erranti e di aiutarli nel loro ritorno a casa con la luce delle lanterne.

    Lisert
    (L'articolo è proprietà dell'autore)

    Dal sito Documento senza titolo
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 31-10-15 alle 01:09
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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  2. #2
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    31 Ottobre – Samhain



    Samhain è l'antico capodanno celtico. Fine dell'estate e inizio dell'inverno... quando la dea si addormenta e la natura sembra morire, per poi tornare alla vita la stagione successiva. Secondo alcune tradizioni, la dea non si addormenta, ma discende nella terra, lontana dalla luce, e assume l'aspetto oscuro che caratterizza l'inverno.

    Samhain è un momento di riflessione interiore e di trasformazione, di abbandono del vecchio e di preparazione al rinnovamento. E' un invito a fermarsi, a riflettere su ciò che si è compiuto durante l'anno e a guardare a quello che verrà: come la natura si spoglia e si addormenta, così possiamo fare noi, utilizzando questo sonno rigeneratore per prepararci ad affrontare una nuova stagione della vita.

    Samhain è il momento dell'anno in cui il Buio e la Luce si incontrano e il velo che separa questo mondo dall'altro si assottiglia, e il contatto tra i due piani della realtà si fa più intenso. Anche per questo nel passato si riteneva che la notte del 31 ottobre le anime dei defunti tornassero tra i vivi a cercare le loro dimore. Ed ecco perché anticamente si mettevano luci e lanterne fuori dalle case: per indicare il cammino agli spiriti.
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  3. #3
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    Predefinito Com'è nata la festa di Ognissanti...

    Lo spiega Eraldo Baldini: «Con l'affermarsi della nuova religione cristiana, la Chiesa cercò di cancellare le antiche feste pagane: non abolendole, ma appropriandosene, riconducendole nel proprio ambito e mantenendone la data, e in parte anche il significato. Così, per "cristianizzare" il Capodanno Celtico, la Chiesa collocò al 1° novembre la festa di Ognissanti, alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735-804), l'autorevole consigliere di Carlo Magno. Qualche decennio dopo, l'imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV (827-844), la estese a tutto il regno franco. Ma ci vollero ancora molti secoli perché il 1° novembre diventasse per tutta la Chiesa d'Occidente la festa di Ognissanti: fu infatti papa Sisto IV a renderla obbligatoria nel 1475.

    Per non snaturare le caratteristiche di "festa dei morti" dell’antico Capodanno Celtico, prendendo atto che comunque il popolo (e in larga parte anche il clero) continuava a rispettarle, la Chiesa dedicò poi il giorno successivo, 2 novembre, alla commemorazione dei defunti: fu Odilone di Cluny, nel 998, a ordinare ai Cenobi dipendenti dell’abbazia di celebrare l’ufficio dei defunti a partire dal vespro del primo di novembre, mentre il giorno seguente i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’Eucarestia pro requie omnium defunctorum. Il rito poi si diffuse a poco a poco al resto d'Europa, giungendo a Roma solo nel XIV secolo.

    Al di là dei dati storici e degli aspetti della religiosità ufficiale, quel che è certo è che nel folklore europeo, e quindi anche italiano, i primi giorni di novembre hanno conservato aspetti che riportano a un antico capodanno. Per esempio, si può registrare l’usanza delle strenne in quei giorni in varie parti d’Italia: e in quel caso i doni, vuole la tradizione, sono portati dai morti. Infatti l’aspetto più evidente in questo periodo è, come abbiamo detto, legato ad una celebrazione dei defunti.»


    Da "La festa di Halloween in Romagna e nella Padania: moda importata o tradizione millenaria?" - Eraldo Baldini
    (appendice a Romagna Celtica di Anselmo Calvetti - Longo Editore, Ravenna 2000)

  4. #4
    mai, eh...
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    Predefinito Rif: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    La festa di Samhain era legata al ciclo lunare che governa la fertilità umana e animale e vegetale (l'undicesimo novilunio o il primo novilunio a metà fra equinozio d'autunno e solstizio d'inverno), ai raccolti (o meglio al momento dell'anno quando si fanno le provviste per sopravvivere all'inverno) e al fuoco.

    Con le prime gelate veniva macellato il bestiame che si sarebbe così conservato durante l'inverno e le ossa venivano gettate nel fuoco (nel "bone-fire", da cui il moderno "bonfire", falò in inglese). Probabilmente in epoche più remote si trattava di sacrifici animali e prima ancora, non è escluso, anche umani.

    Si mettevano via le provviste per l'inverno e mentre tutto intorno la natura moriva, e si apriva il varco per il mondo dell'aldilà, si festeggiavano i morti, per i quali si accendevano lumi affinché potessero ritrovare la strada di casa.

    I fuochi domestici venivano spenti e riaccesi con le braci del grande bonfire collettivo, a segnalare l'unità e la continuità della comunità. Si raccontavano in famiglia le storie degli antenati.

    Una volta aperto il varco con l'aldilà però, si temeva che anche gli spiriti cattivi potessero tornare a far danno, per questo la necessità di travestirsi per non farsi riconoscere e per confonderli fingendo di essere uno di loro.

    Queste tradizioni celtiche sono state portate dagli irlandesi della diaspora negli Stati Uniti e sono poi tornate in Europa con la festa commerciale di Halloween.

    E' interessante il fatto delle ossa.
    In Italia del Sud ci sono dei dolcetti che si chiamano le ossa dei morti (che alcuni preparano proprio in forma delle varie ossa del corpo umano) e in generale i dolci invernali sono spesso fatti di albume montato e mandorle, sono di colore chiaro e un pò duri da masticare, come se il fatto di mangiare simbolicamente le ossa dei morti possa avere un potere speciale.
    L'osso è la parte dell'essere umano che dura di più, anche secoli e millenni, mangiarlo ha sicuramente un significato profondo. Oltre al fatto di ricordare chi non c'è più, il fatto di renderlo "parte di noi" è significativo.
    Mi piacerebbe sapere se qualcuno ha qualche considerazione da fare in proposito.

    Prima di affrontare il momento più buio dell'anno gli esseri umani confrontavano saggiamente la propria mortalità, l'idea di continuità, scongiuravano le proprie paure più nascoste tutti insieme, in forma rituale, festosa, gioiosa, ma solenne.
    E sicuramente non avevano bisogno dello psicanalista.

    "I don't make any rules, Nick, I go with the flow."

  5. #5
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    Alfredo Cattabiani

    LA FESTA DI OGNISSANTI E IL CAPODANNO CELTICO





    Il 1 novembre è lo spartiacque fra un anno agricolo e l'altro. Finita la stagione dei frutti la terra, che ha accolto i semi del frumento destinati a rinascere in primavera, entra nel periodo del letargo: «Per l'Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati» consiglia un proverbio.

    Per i cristiani si celebrano in questi giorni due feste importanti, Ognissanti e la Commemorazione dei defunti. Ma un tempo, nelle terre abitate dai Celti, che si estendevano dall'Irlanda alla Spagna, dalla Francia all'Italia settentrionale, dalla Pannonia all'Asia Minore, questo periodo di passaggio era considerato un Capodanno: lo si chiamava in Irlanda Samain (Samonos in gallico) ed era preceduto dalla notte conosciuta ancora oggi in Scozia come Nos Galan-gaeaf, notte delle calende d'inverno, durante la quale i morti entravano in comunicazione con i vivi in un generale rimescolamento cosmico, come già si è constatato in altri periodi critici dell'anno. Dell'antico Capodanno celtico sono tuttavia sopravvissuti fino a oggi proverbi e usanze: fra queste ultime la più celebre nei paesi inglesi e irlandesi è la cosiddetta notte di Halloween, fra il 31 ottobre e il 1° novembre, durante la quale i ragazzi si mascherano da scheletri e fantasmi, mimando il ritorno dei morti sulla terra, e girano di casa in casa chiedendo piccoli tributi e minacciando, se non li ottengono, di giocare qualche scherzo. Purtroppo la festa si è degradata in un gioco profano che si è esteso anche all'Europa meridionale, specie in questo nostro paese dove si recepisce ogni usanza o moda straniera senza discernimento.

    Samain era festa grande per i Celti, così come quelle solstiziali di Capodanno lo erano per i Romani, e veniva ancora celebrata all'inizio del Medioevo. Per cristianizzarla l'episcopato franco istituì al 1° novembre la festa di Ognissanti, alla cui diffusione contribuì soprattutto Alcuino (735-804), l'autorevole consigliere di Carlo Magno. Qualche decennio dopo, l'imperatore Ludovico il Pio, su richiesta di papa Gregorio IV (827-44) ispirato a sua volta dai vescovi locali, la estese a tutto il regno franco. Ma ci vollero ancora parecchi secoli perché il 1° novembre diventasse in tutta la Chiesa d'Occidente la festa di Ognissanti: fu papa Sisto IV a renderla obbligatoria nel 1475. La tradizione di festeggiare tutti i santi, anche quelli ignoti, non è nata tuttavia in Francia. Fin dalla seconda metà del II secolo in Oriente e del III in Occidente, la Chiesa festeggiava ogni anno l'anniversario del dies natalis di ogni martire, ovvero il giorno della sua rinascita in cielo che coincideva, come si è già spiegato, con la morte. In greco màrtyr significava testimone; e il primo dei martiri, il modello, era stato il Cristo stesso, «il testimone fedele», come l'aveva chiamato nell'Apocalisse Giovanni (Apocalisse 1,5 e 2,13).


    Alfredi Cattabiani, Calendario (Saggi Mondadori, pag. 303)

  6. #6
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    Predefinito Rif: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    Ognissanti in Sicilia

    (...)

    In Sicilia la ricorrenza è ancora molto sentita e viene vissuta come un momento di legame e di contatto con i cari defunti. Il 2 novembre nell'isola infatti, è "lu íornu di li morti" o, più semplicemente "li morti", in cui la Chiesa fa solenne commemorazione dei defunti. Ogni città siciliana o addirittura paesino fa una gran festa: scuole chiuse per almeno due giorni, grandi luminarie, bancarelle stracolme di giocattoli che verranno acquistati e nascosti in casa. Si racconta infatti, che nella notte tra l'1 e il 2 novembre i morti lascino le loro sepolture e, in gruppo o anche da soli, girino per la città a rubare dolci, giocattoli, scarpe e vestiti nuovi per portarli ai loro piccoli parenti che sono stati buoni durante l'anno e che hanno pregato per loro. Li morti infatti, è soprattutto la festa dei bambini che sperando di ricevere i doni che desiderano pregano per propiziarsi i favori dei defunti recitando la seguente preghiera:

    Animi santi, animi santi,
    Io sugnu unu e vuiautri síti tanti:
    Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai
    Cosi di morti mittitimìnni assai.



    Palermo, Cimitero dei Cappuccini
    Immagine dal sito http://www.blogsicilia.eu/


    Secondo la tradizione la notte di Ognissanti i defunti sfilano in corteo seguendo quest'ordine: prima ci sono coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, poi i morti in disgrazia, i morti repentinamente e poi seguono a ruota tutti gli altri. La mattina del 2 novembre, i bimbi balzano dal letto impazienti di trovare i regali, mettono a soqquadro tutta la casa e cercano dappertutto credendo o facendo finta di credere che sono stati i defunti a tornare sulla terra per una notte a portarglieli. I doni che vengono nascosti nei posti più impensati della casa di solito sono giocattoli, vestiti e dolci tipici tradizionali, come per esempio la "frutta di martorana" o i "pupi i zuccaru". La sera di Ognissanti inoltre, i bambini appendono in un angolo della casa un paio di ciabatte ("apparanu li scarpi") in maniera tale che durante la notte le anime dei morti vi ripongano qualche dono. Le ciabatte l'indomani spariscono, sostituite dalle scarpe nuove o da scarpine di zucchero.
    A Palermo il giorno dei morti si è soliti andare a visitare le Catacombe dei Cappuccini, dove per antica usanza gli scheletri dei morti, avvolti in panni neri o addobbati con costumi d'epoca, pendono attaccati alle pareti o stanno in nicchie esposti agli occhi dei visitatori. Le catacombe custodiscono più di 8.000 scheletri e corpi mummificati con sistemi naturali, sepolti tra il 1559 e il 1880 sotto la Chiesa dei Cappuccini. Un altro appuntamento cui i siciliani non possono mancare è la tradizionale visita al cimitero per ricordare i propri cari, per portare qualche fiore ed accendere grossi ceri e lumini accanto alle lapidi, attendendo che siano completamente consumati, prima d'andare via.


    Necropoli di Pantalica
    Immagine dal sito Colori di Sicilia

    Si racconta che la notte di Ognissanti i defunti lascino i cimiteri ed entrino nelle città. Molto spesso però, anticamente i cimiteri si trovavano all'interno dei Conventi così i morti uscivano direttamente da questi ultimi. A Cianciana (Ag) ad esempio, i defunti escono dal Convento di S. Antonino dei Riformati, attraversano la piazza e arrivano al Calvario e qui, recitata una loro preghiera al Crocifisso, scendono per la via del Carmelo. E' durante questa passeggiata che lasciano i loro regali ai fanciulli buoni. A Casteltermini (Ag) il viaggio si svolge ogni sette anni e i morti lo fanno attorno al paese, lungo le vie che devono percorrere le processioni solenni. Ad Acireale (Ct) girano per la città vestiti di bianco, avvolti nel lenzuolo funebre, e calzano scarpe di seta per non far rumore ed eludere così la vigilanza dei venditori ai quali andranno a rubare i doni. A Borgetto e Partinico (Pa) camminano avvolti in un lenzuolo a piedi nudi e portano in mano una torcia resinosa accesa. Procedono a due a due recitando il rosario o le litanie. In molti comuni dell'Etnea camminano "cu lu coddu di filu", cioè con un collo di filo, sottilissimo quanto un filo. Quindi girato il paese e giunti dove devono, si trasformano in formiche per entrare nelle case dei loro congiunti, penetrano per le fessure e senza essere visti lasciano i doni. A Salaparuta (Tp) i defunti non sempre entrano nelle case, ma lasciano i regali davanti le porte o sulle finestre, dentro delle scarpe se i bambini appartengono al basso popolo, in canestrini se sono del medio ceto. Qui le campane della parrocchia suonano per tutta la notte mentre le mamme e le nonne, nelle prime ore della sera, raccontando ai nipotini ed ai figli le gesta dei morti facendoli pregare per loro mentre sono già usciti dalle sepolture. A Monte Erice (Tp) i defunti partono dalla Chiesa dei Cappuccini e procedono sino a Rocca Chiana dove si fermano per riposarsi e rifocillarsi mangiando delle vere e proprie prelibatezze. Poi, portano i doni dentro le case dei bambini che l'indomani vanno ai Cappuccini a ringraziarli per la loro generosità. Nel loro tragitto però, i bimbi evitano rigorosamente Rocca Chiana temendo che qualche morto sia rimasto ancor là a mangiare gli avanzi della lauta libagione.

    (...)

    Dal sito Benvenuti in Sicilia
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 31-10-15 alle 23:31
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  7. #7
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    Predefinito Re: Rif: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    Annalisa Terranova

    SAMAIN E OGNISSANTI, LA TERRA S'ADDORMENTA E ATTENDE LA RINASCITA


    L'ultimo giorno di ottobre e i primi due giorni di novembre costituiscono un momento di svolta del nostro calendario: finisce un ciclo e ne comincia un altro. La terra va in letargo in attesa di dare frutti a primavera, si consegna al gelo invernale e si chiude alla luce, che tornerà con il solstizio del 21 dicembre. Per le popolazioni celtiche questo passaggio era il vero e proprio Capodanno, il Samain, preceduto dalla notte delle Calende d'inverno in cui i morti entravano in comunicazione con i vivi. Di ciò rimane traccia nella festa di Halloween che, passata dall'Europa agli Usa, è tornata presso di noi come festa d'importazione americana pur essendo "figlia" del Vecchio Continente. Si tratta cioè di un periodo critico dell'anno, di un «rimescolamento cosmico» le cui tracce restano presenti persino nell'usanza consumistica delle mascherate macabre e delle zucche.

    Al fine di cristianizzare il Capodanno celtico l'episcopato franco - come spiega Alfredo Cattabiani nel suo Calendario - istituì al 1° di novembre la festa di Ognissanti, alla cui diffusione contribuì in modo particolare il consigliere di Carlo Magno Alcuino. Ci vollerò però alcuni secoli perché la festa si estendesse dal regno dei Franchi a tutta la Chiesa d'Occidente: papa Sisto IV rese la celebrazione di Ognissanti obbligatoria nel 1475. «Il 1° novembre - scrive ancora Cattabiani - che celebra la morte di tutti i santi come giorno della loro "nascita", della loro vittoria, dell'assunzione nella comunione divina, ha cristianizzato il capo d'anno celtico non contraddicendone lo spirito perché, se si paragonano i santi ai chicchi di grano, scesi nella stagione autunnale nella terra per rinascere come piante in primavera, si possono comprendere meglio le parole che il Cristo disse ad Andrea e Filippo: "In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna"».

    Anche la celebrazione dei defunti deriva dall'usanza celtica di portare fiori nei cimiteri proprio nello stesso periodo dell'anno. «In Irlanda - scriveva Yeats - il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi. Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell'aldilà». I Celti usavano anche accatastare teschi perché si pensava che il morto appartenesse sia a questo regno che all'altro e il teschio poteva fare profezie a beneficio dei viventi. Da qui deriva l'uso di mascherarsi da fantasmi e da scheletri nella notte di Halloween. I Romani invece dedicavano ai morti nove giorni di febbraio, durante il passaggio dall'inverno alla primavera: i Parentalia duravano dal 13 al 21 febbraio. Nelle tombe di famiglia si portavano corone di fiori, farina di farro, pane inzuppato nel vino. La necessità di cristianizzare questi riti, che sopravvivevano nelle zone rurali, indusse vescovi e monaci a collocare dopo la festa di Ognissanti l'Anniversarium omnium animarum che appare per la prima volta al 2 novembre nell'Ordo romanus del XIV secolo.

    Come si vede, le feste liturgiche cristiane prendono le mosse da precedenti riti pagani ma con nuovi connotati, rigorosamente improntati alla teologia e alla liturgia della nuova fede. «Con l'accettazione di certe feste - scrive Franco Cardini ne I giorni del sacro - la Chiesa accede all'elaborazione di un capillare sistema di sacralizzazione del quotidiano che rinsalda ulteriormente i legami fra essa, i popoli e la vita consueta e che le consente di penetrare a fondo nel tessuto culturale europeo».



    Beato Angelico, Gaudio dei Santi
    Predella della pala di Fiesole (1424-1425)
    National Gallery, Londra

    Ma chi sono i santi celebrati il 1° di novembre? Sono coloro che attraverso l'imitazione di Cristo partecipano al suo corpo mistico e hanno avuto la grazia di essere introdotti alla presenza di Dio. «Tutti stavano in piedi davanti al trono e all'Agnello - è scritto nell'Apocalisse - avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani». La palma è simbolo di resurrezione e di gloria. Il santo è canale di grazia speciale per i fedeli, soccorritore e mediatore, purché il suo culto non comprometta in dignità quello del Figlio di Dio. San Luigi sosteneva che i santi erano i migliori consiglieri del re, coloro che insomma avevano un accesso privilegiato alla corte celeste. A loro si ricorreva per ottenere favori speciali e salute, a volte con metodi bruschi, come testimoniato dall'aneddoto di un ricco notaio che si recò da Pietro di Morrone (Celestino V) perché guarisse la figlia malata e che dinanzi alla predica dell'eremita sulla necessità di condurre una buona vita si spazientì osservando: "Occupiamoci di quello per cui siamo venuti".

    Il termine sanctus nell'antichità pagana era accordato a quanti esercitavano funzioni sacerdotali, ma l'appellativo muta il suo significato a partire dal VII secolo, quando in tutto l'Occidente il titolo sanctus fu usato per indicare i personaggi i cui nomi erano iscritti nei martirologi e il cui culto era autorizzato dalla Chiesa. E proprio i martiri furono i primi santi venerati dai fedeli e dalle gerarchie. Il concetto di santità si estese poi ai grandi dottori della Chiesa, i quali sostennero duri conflitti contro eretici, scismatici e imperatori ostili al cristianesimo. Ecco dunque che dopo la loro morte vescovi come Atanasio (morto nel 373) Giovanni Crisostomo (morto nel 407) e Agostino (morto nel 430) divennero oggetto di duratura devozione. Con lo smembramento dell'Impero romano si assiste poi al fenomeno della santità locale, di cui furono beneficiari i vescovi, divenuti defensores civitatis per antonomasia. Anche i monasteri divennero luoghi in cui attecchiva il culto di monaci defunti: a questa proliferazione anarchica delle devozioni la Chiesa pose rimedio con i processi di canonizzazione: il primo dei quali viene datato all'anno 933, quando il vescovo di Augusta Ulrico fu proclamato santo da papa Giovanni XV. Il culto dei santi conobbe nei secoli XII e XIII un notevole incremento fino a diventare una delle espressioni principali della devozione popolare.

    «Due - scrive André Vauchez nel suo monumentale studio La santità nel Medioevo - furono di fatto le condizioni richieste perché potesse svilupparsi la devozione per un santo: l'esistenza della vox populi e l'approvazione ecclesiastica. Qualora la prima condizione non ci fosse stata, per niente, anche la causa più degna di essere sostenuta non prendeva corpo, se non altro perché non c'erano i miracoli. D'altro canto, una devozione che per un certo tempo avesse suscitato l'entusiasmo delle moltitudini non aveva la garanzia di durare se non trovava una struttura che l'avesse fatta propria e se non metteva radici nell'ambito di una istituzione ecclesiastica, quale una confraternita, una parrocchia o un convento o un'abbazia». A partire dal XIV secolo, poi, tra le varianti dei modelli di santità fa il suo ingresso quello relativo al percorso mistico, il più inviso alle gerarchie per il rapporto privilegiato con il divino di coloro che ne erano partecipi.

    Nell'evoluzione dei modelli di santità l'Italia ha avuto un ruolo fondamentale: è proprio nell'Italia dei comuni infatti che il modello aristocratico del santo cede il passo a testimoni della fede che provengono dagli strati inferiori della nobiltà oppure dal popolo, vale a dire dalle file dei mercanti e degli artigiani. Pianura padana, Toscana, Umbria, Marche e Lazio furono dunque culla di una santità "democratica", di cui sono protagonisti uomini e donne in qualche modo capaci di trasgredire le convenzioni sociali, a cominciare dalla rottura (sul modello di Francesco d'Assisi) con la famiglia d'origine. Proprio in Italia del resto la tradizione dei santi patroni arricchisce un tessuto di tradizioni locali, di leggende, di feste che costituisce un patrimonio ricco e variegato dell'identità nazionale, sovrapponendo il lato sacro e quello profano in un intreccio di storia locale e di tendenze religiose. Un fenomeno che persiste nonostante il fatto che la Chiesa postconciliare assegni al santo solo una funzione secondaria e non necessaria alla mediazione: di qui, ad esempio, il divieto di porre l'immagine del santo sugli altari centrali delle chiese. Tuttavia la storia agiografica dei patronati cristiani è ancora ben viva nelle memorie locali, e ha determinato anche una stretta relazione tra santo protettore e santuario, spesso elevato a dignità di cattedrale e di sede episcopale. [...]

    La recente levata di scudi con cui molte città hanno reagito all'idea di sopprimere le festività legato al culto dei santi patroni dimostra che queste tradizioni sono ancora ben vive nel tessuto sociale profondo, dove il rapporto tra fedeli e figura del santo è stato interpretato nei secoli come possibilità di avvicinarsi al sacro attraverso "intermediari" fidati e privilegiati.



  8. #8
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    Predefinito Re: Rif: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    La notte del 31 ottobre del 2004 anzi la mattina del 1 novenbre, nelle primissime ore, quindi ancora nel dominio notturno, ho fatto un incidente d'auto andando da solo fuori strada. Nessuna conseguenza per la mia salute fisica, 800 euro di danni, ed una improvvisa quanto necessaria rinascita spirituale. La notte era quella e non lo sapevo.

  9. #9
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    Predefinito Re: Rif: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    Samhain: Season of Death and Renewal

    by Alexei Kondratiev
    (Copyright © 1997 Alexei Kondratiev)


    As the nights lengthen and the leaves take on their autumn colours, many of our cities prepare for a seasonal festival dominated by dark and frightening imagery. Ghosts, skeletons, hags, nocturnal creatures such as cats and bats, and grinning monster faces peer out at us from shop windows. Much of it is just commercialism, yet there is no denying that the atmosphere of the holiday still has a profound effect on the modern psyche -- as we can see from the spontaneous outrageousness of Hallowe'en parades, the creative expressions of death-related themes, and the general surge in mischief-making. All these customs, however, are a diffuse reflection of the beliefs and practices of the Celtic populations of Europe, for whom this feast was a crucial turning-point in the flow of time.

    The earliest record we have of the festival of Samhain in the Celtic world comes from the Coligny Calendar, a native Celtic lunar calendar inscribed on bronze tablets and discovered in eastern France a hundred years ago. The calendar -- dated, through epigraphic evidence, to the 1st century CE -- is written in the Latin alphabet and was found in conjunction with a Roman-style statue (identified by some writers as Apollo, by others as Mars), but the language used is Gaulish and the dating system itself bears little resemblance to Roman models, implying that it represents the survival of an indigenous tradition maintained by native clergy. A detailed discussion of the calendar lies outside the scope of this article, but for our purposes it will be enough to point out that its year consists of twelve regularly recurring months that fall naturally into two groups, one headed by the month that is labeled SAMON (for Samonios) and the other by the month GIAMON (for Giamonios), and that the names of these two months are clearly related to the terms samos "summer" and giamos "winter" (cf. Gaelic samh(radh) "summer", geamh(radh) "winter"; Welsh haf "summer", gaeaf "winter"). The date of SAMON- xvii is identified as TRINVX SAMO SINDIV, which can be readily interpreted as an abbreviation of Trinouxtion Samonii sindiu ("The three-night-period of Samonios [is] today"). This is one of the very few dates in the calendar that is given a specific name, testifying to its importance as a festival; and since Samoni- is obviously the origin of the modern name Samhain, it is reasonable to equate the Trinouxtion Samonii with the feast that is still one of the most important dates in the Celtic ritual year.

    We should note, however, that since the Coligny Calendar gives no indication of how its months relate to those of the Roman calendar, we have no conclusive evidence that would allow us to fit it into the framework of our own year, and scholars are still very much divided on the issue. The most confusing element, of course, is that Samon- refers to summer, and so would naturally lead one to think that a month with that name would head the summer half of the year; and many of the earlier interpretations of the Coligny Calendar take this for granted. In living Celtic tradition, however, the festival of Samhain, despite its name, is definitely the beginning of winter. Though such evidence doesn't necessarily exclude the possibility that Continental Druids used a completely different terminology, many scholars now accept the authority of the living tradition and place the Samonios month in October/November.

    What does the name of the festival mean, however? Here, again,we run into controversy. The traditional interpretation -- first put forward in the Mediaeval glossaries and still held to by native speakers -- is that it means "summer's end", being a combination of samh "summer" and fuin "ending, concealment". This is obviously a folk etymology, since we know that the earliest form of the word (Samoni-) had a different structure, but its importance to the living tradition should make us wary of dismissing it too lightly. Although philologists have been unable to find a plausible Indo-European explanation for a suffix -oni- meaning "end of" (the suffix, by the way, occurs in at least three of the other Coligny months), this is not conclusive in itself: there are quite a few other derivational suffixes attested in Old Celtic that resist an easy Indo-European etymology, although their meanings are uncontroversial. What should be kept in mind is that in the ritual context of the Celtic Year, Samhain is strongly identified with the "end" or "concealment" of Summer, the Light Half of the year. In the modern Gaelic languages the festival is called Samhain (Irish), Samhuinn (Scots Gaelic), and Sauin (Manx). The night on which it begins (Oíche Shamhna in Irish, Oidhche Shamhna in Scots Gaelic, Oie Houney in Manx) is the primary focus of the celebration. The Brythonic languages call the feast by a name meaning "first of Winter", borrowing the Latin term calenda which designates the first day of a month (Welsh Calan Gaeaf, Breton Kala-Goañv, Cornish Kalann Gwav), but the beliefs and practices associated with it are consistent with what we find in the Gaelic countries, and will help us discover a pan-Celtic theology of Samhain.

    The Coligny Calendar's division of the year into two halves associated with summer and winter is still very strongly reflected in Celtic folk practice, where the yearly cycle consists of a dark half beginning on Samhain (November 1st), mirrored by a light half beginning on Bealtaine (May 1st). The rituals surrounding Samhain and Bealtaine are closely related to each other and make it clear that the two festivals are linked, but also that they deal with opposite energies within the unfolding of the year. What is explicit and active in one is implicit and dormant in the other, and vice versa. This is often expressed as the notion that what disappears in our world at once becomes present in the Otherworld, and it has even been suggested, on this basis, that Samhain's "summery" name was originally intended to designate the beginning of an Otherworld summer! Whether this is plausible or not, it remains certain that while Samhain began one kind of yearly cycle, Bealtaine began another, and both could be construed as a kind of "New Year". In ancient Ireland the High King inaugurated the year on Samhain for his household (and, symbolically, for all the people of Ireland) with the famous ritual of Tara, but in nearby Uisneach, the sacred centre held by the druids in complementary opposition to Tara, it was on Bealtaine that the main ritual cycle was begun. In both cases sacred fires were extinguished and re-lit, though this happened at sunset on Samhain and at dawn on Bealtaine. Bealtaine was a time of opening and expansion, Samhain a time of gathering-in and shutting, and for herd-owners like the Celts this was expressed with particular vividness by the release of cattle into upland pastures on Bealtaine and their return to the safety of the byres on Samhain.

    Which of these two dates, then, should we think of primarily as the "Celtic New Year"? Although both deal with the beginning of a cycle, Samhain begins it in darkness, and there is no doubt about the pre-eminence of darkness in Celtic tradition. In De Bello Gallico Julius Caesar notes that the Celts began their daily cycle with sunset (spatia omnis temporis non numero dierum, sed noctium finiunt; dies natales et mensum et annorum initia sic obseruant, ut noctem dies subsequatur -- "they define all amounts of time not by the number of days, but by the number of nights; they celebrate birthdays and the beginnings of months and years in such a way that the day is made to follow the night"), and this is confirmed by later Celtic practice. Darkness comes before light, because life appears in the darkness of the womb, all things have their beginning in the fertile chaos that is hidden from the rational mind. Thus the year begins with its dark half, holding the bright half in gestation as the seeds lie in apparent death underground, although the forces of growth are already at work in Otherworldly invisibility. The moment of death -- the passing into the concealing darkness -- is itself the first step in the renewal of life.

    This association of death with fertility provided the theological background for a great number of end-of-harvest festivals celebrated by many cultures across Eurasia. Like Samhain, these festivals (which, for example, included the rituals of the Dyedy ("Ancestors") in the Slavic countries and the Vetrarkvöld festival in Scandinavia) linked the successful resumption of the agricultural cycle (after a period of apparent winter "death") to the propitiation of the human community's dead. The dead have passed away from the social concerns of this world to the primordial chaos of the Otherworld where all fertility has its roots, but they are still bound to the living by ties of kinship. It was hoped that, by strengthening these ties precisely when the natural cycle seemed to be passing through its own moment of death, the community of the living would be better able to profit from the energies of increase that lead out of death back to life. Dead kin were the Tribe's allies in the Otherworld, making it certain that the creative forces deep within the Land were being directed to serve the needs of the human community. They were, in Celtic terms, a "humanising" factor within the Fomorian realm.

    Whatever the specific elements had been that determined the proper date of the end-of-harvest honouring of the dead in various places, by the ninth and tenth centuries the unifying influence of the Church had led to concentrating the rituals on November 1st and November 2nd. The first date was All Hallows, when the most spiritually powerful of the Christian community's dead (the Saints) were invoked to strengthen the living community, in a way quite consistent with pre-Christian thought. The second date, All Souls, was added on (first as a Benedictine practice, beginning ca. 988) as an extension of this concept, enlarging it to include the dead of families and local communities. Under the mantle of the specifically Christian observances, however, older patterns of ancestor veneration were preserved.

    Most traditional Celtic communities maintain a year-round link of some sort with their departed, making them a part of all significant occurrences in the family, such as births, weddings and funerals. In areas of the Irish Gaeltacht it is still not unusual for a household to have a seomra thiar ("western room"), a section of the house (often just a nook or alcove) dedicated to the dead of the family. Objects that bring individual dead relatives to mind (old photographs, pipes, jewelry, etc) are placed on a shelf or mantlepiece, and as one contemplates them one faces the setting sun and the vastness of the Atlantic, the direction the dead follow in their journey to the Otherworld. The rituals of Samhain, however, involved a more intense bonding with the dead, using the institution which, in Celtic tradition, was used to cement social links in a sacred and durable manner: the communal feast. Sharing food in a solemn context ("in the sight of gods and mortals") placed common and mutual responsibilities on all participants. Inviting the dead to such a feast encouraged the living to remember and honour their ancestors, while the dead in return were encouraged to have an interest in the welfare of their living kin.

    On Samhain, the moment of the year's death, this world and the Otherworld become equivalent to each other, classificatory boundaries are removed from all categories, no barriers exist between the dead and the living, so both can authentically come together in one place to share a ritual feast. Individual Celtic communities have preserved a wealth of different customs related to the way this feast was actually celebrated: one can still discern some distorted elements of them in modern urban practices, such as Hallowe'en parties and trick-or-treating. Most of the customs, however, fall into two broad patterns. According to the first, a certain amount of food was set aside for the exclusive consumption of the dead. The dead were believed to be present as invisible entities; doors and windows were left unlocked to facilitate their coming into the house. In some cases, a specific type of food (usually cakes of some kind) was made solely for the dead; in others, a portion of the same food that the living would eat was set aside for them. The most classic example of this pattern (which is also found in Ireland and Scotland) is the boued an Anaon ("food of the hosts of the dead") custom in Brittany. The Anaon (the word appears to be the same as Annwn, the Welsh Otherworld; it is certainly a pre-Christian term) are the massed hosts of ancestral spirits, usually portrayed as hungry for sustenance from the world of the living. A large amount of food was set aside for their sole use, and had to remain untouched by any living hand for the full duration of the ritual period. Eating the food of the dead (even if one was desperately hungry) was considered to be a dreadful sacrilege: it condemned one to becoming a hungry ghost after death, barred from sharing the Samhain feast along with the rest of the Anaon. It was, in effect, a particularly horrible form of excommunication.

    The other pattern of Samhain custom, on the contrary, encourages the recycling of the offered food into the community, thus strengthening social bonds. The most classic example of this second pattern is the Welsh cennad y meirw ("embassy of the dead") custom, although similar customs are found elsewhere in the Celtic and ex-Celtic world. Here, while the wealthier members of the community put together lavish Samhain feasts for their households, the poor take on the collective identity of the community's dead, and go from door to door to receive offerings in the name of the ancestors. At each house they are given a portion of the food that has been set aside for the dead. Originally the cenhadon would have been masked to abolish their mundane social roles and allow them to represent the dead more convincingly. To refuse food to the cenhadon for any reason at all was an act of impiety and would invite retaliation in the form of destruction of property -- retaliation that would go unpunished because of the holy nature of the ritual period. We can here see one of the origins of the "trick" aspect of our modern Hallowe'en customs, although nowadays it has largely lost its moral dimension.

    A communal feast, of course, involves more than just food. The dead would not only have to be fed, they would have to be entertained. Games and pastimes associated with Samhain feasting vary a great deal from community to community, but they have certain themes in common. While the younger people engage in the ritualised games, the elders will be gossiping, reviewing all the notable events of the past year for the benefit of the dead, who will then be encouraged to continue to take an interest in the affairs of the living. The games themselves, in many cases, seem to have specific links with the mythology of death and the afterlife. Many of them involve apples -- in part, of course, because they are one of the last crops to be brought in and are thus easily available, but also as a reflection of the role apples play in beliefs about death: in Irish tradition the Otherworld place where the dead gather at a feast is called Eamhain Abhlach ("paradise of apples"), and its Welsh equivalent is Afallon. Some of the Scottish games in this context make use of parallel ordeals by water and fire, the two main elements out of which the world is made. The water ordeal is the familiar bobbing for apples, while the fire ordeal involves trying to take a bite out of an apple attached to a hanging stick which also bears a lit candle. This seems to be a reference to myths about the ordeals faced by the dead on their journey to the Otherworld -- a body of beliefs we unfortunately know only through fragments, although the basic concept of the journey and the ordeals is well established. Sharing the experiences of the dead was yet another way of affirming the solidarity between the dead and the living, and of aligning the powers of renewal in the Otherworld with this world's needs.

    While the dead were brought closer to the living by the formal sharing of food, other offerings had to be made to the Land-spirits to reward them for their cooperation during the Harvest period, and to replenish their creative energy as they prepared to enter into a new cycle. With Samhain, the period of "truce" that had begun on Lúnasa was officially ended, and the fruits of the soil (especially wild crops) could no longer be harvested with impunity. Well within living memory, children in Celtic communities were warned not to eat the late berries that might still be ripening on roadside bushes, because "the fairies" or "the devil" had made them dangerous to consume. Having enabled the human community to survive by making the crops grow and by standing aside to let the Harvest take place, the powers of the Fomorian realm were now entitled to a gift of life-renewing blood; and Samhain was the season when the cattle that would not be kept through the winter were slaughtered. In historical times the date of the slaughter has specifically been Martinmas (November 11), certainly in part because the name of the saint suggested the Gaelic word mart ("cattle marked for slaughter"). As late as the 1830's, when Amhlaoibh Ó Súilleabháin discussed some of these customs in his famous diary, the occasion was understood as a ritual "shedding of blood", and other sources show that during the same period blood sacrifices could even still be held indoors, to protect a house from malignant "fairy" influences by sprinkling an offering of blood at each corner.

    Renewing social links with the dead and feeding the Land-spirits were both ritual means of ensuring a safe future. While Samhain (and the phenomenon of death which it celebrated) was obviously the end of a cycle, it was more importantly the start of a new one. Because all true novelty springs from the chaotic freedom and vitality of the Otherworld, a new cycle could be inaugurated only by dissolving all of the structures of the old one -- just as the moment of death dissolves our identity in this world, allowing the fresh energies of the Otherworld to impel us towards new life. This meant that, as happens in the feasts of renewal of many different cultures, certain types of social disorder were actively encouraged during the period of the festival, because they promoted the renewing influence of the Otherworld at the point in the yearly cycle where it would be most beneficial. Customs originating entirely in the world of cultural values -- such as those relating to social rank or gender-appropriate behaviour -- were the most likely to be violated. Disrespect could be shown to elders or to members of the upper classes. Cross-dressing was one of the most widespread and popular ways of expressing the dissolution of social categories, and in parts of Wales groups of young men in female garb were referred to as gwrachod ("hags" or "witches") as they wandered through the countryside on Calan Gaeaf, indulging in all kinds of mischief.

    But the disorder, of course, was only the prelude to the return of order in a strengthened form. The structures that had been dissolved had to be re-created in order to channel the new energy from the Otherworld in the desired directions. While local communities would have had their own diverse methods of accomplishing this ritually (often through the extinguishing and re-kindling of household fires), more elaborate ceremonies were conducted by religious specialists at the sacred centres of a territory, in the name of the entire population. In pre-Christian Ireland the ritual of Tara, focusing on the High King in his role as linchpin of the social order, was the means for re-creating the world on Samhain. The Middle Irish text entitled Suidigud Tellaig Temra (The Settling of the Household of Tara) describes the essentials of the ritual and relates some of the mythology that explains its symbolism (albeit with a somewhat Christianised background), while Geoffrey Keating, the seventeenth-century encyclopaedist of traditional Irish lore, provides us with additional explanations of some of the elements. Since the Land itself, as a ritual entity, was conceived of as a square, so was Tara, for the purposes of this ceremony, seen as a four-sided space. Each of the directions was associated with one of the three functional classes of society (and with the divinity who was seen as the ruler of that function), the South being devoted specifically to the power of the Land and to the goddess who gave energy to the exercise of the social functions. The High King occupied the centre of the ritual area, while around him, strictly ordered by social rank, were representatives of the four provinces. Thus, when the New Year actually dawned, the magical heart of Ireland would contain a model of the entire social order of the country in miniature, engaged in the solemn feasting whereby all social links were strengthened, and all parts of the country would then benefit from the influence of this ritual. The actual inception of the new cycle was signaled by the lighting of a fire, not at Tara but at Tlachtga, which symbolically represented the southern province of Munster within the High King's central realm. This was the place where Tlachtga, the daughter of the mythological Druid Mug Ruith, died after being raped by the "sons of Simon Magus" (who wanted to gain the knowledge and talents she had inherited from her father) and after giving birth to three sons from three different fathers. This myth is obviously garbled in its modern version, yet one can still discern in it the figure of the Land-goddess and her three "functional" consorts. The association of the festival with the pre-eminently "female" southern quarter may explain why in some Welsh and Scottish communities it is specified by custom that Samhain ritual (preparation of the ceremonial food, etc.) must be overseen by nine women (in contrast to the nine men who preside over Bealtaine).

    What of the role of the gods in this crucial turning-point of the ritual year? Since virtually all our knowledge of detailed ritual practices among the Celts comes from Christianised communities, references to divinities who were actually worshipped are, as one would expect, rare and indirect. However, some of the stories preserved in both folklore and mediaeval literature seem relevant to the theology of this feast. Images such as that of the hero Diarmait killed by a boar after his romance with Fionn Mac Cumhail's wife Gráinne; or that of wild Myrddin emerging from the forest with a herd of stags to kill his wife's lover by piercing him with a pair of antlers; or that of Gwyn ap Nudd ("White son of Mistmaker") fighting with Gwythyr ap Greidawl ("Wrathful son of Hot") every Calan Mai (Bealtaine) "until the day of Judgment" for the hand of their common love, Creiddylad; and the notion of the Fianna living off the wilderness from Bealtaine to Samhain and indoors from Samhain to Bealtaine all suggest a myth of certain divinities changing their status in relation to the Land-goddess in response to the change of seasons along the Samhain-Bealtaine axis. The common denominator of these motifs seems to be the figure of the antlered god now conventionally referred to as "Cernunnos", whose mythology has definite links to the stories of the Fianna and whose attributes symbolise seasonal change as well as the interface between nature and culture. Antlers are a seasonal phenomenon: they drop off in winter and begin to reappear as velvet at winter's end, returning to full glory in the spring. In Scots Gaelic terminology, the month immediately preceding Samhain is called an Damhar (damh-ghar, "stag-rut"), because it is when stags clash with each other during the mating season, shortly before losing their antlers, as the antlered god must undoubtedly lose his (which is why some "Cernunnos" statues -- like the one from St. Germain -- apparently had holes for removable antlers). Our sense of the seasonal importance of this event in Celtic ritual symbolism is reinforced by the custom in southwestern Brittany of baking appropriately shaped cakes called kornigoù ("little horns") to celebrate the coming of winter. From the many versions of the myth one can deduce that the antlered god is separated from his goddess-consort (who takes another lover) during the light half of the year, when he must live as a renunciate in the wilderness and wear his horns; but that with the coming of the dark season his rival is eliminated and he can return to his consort's embrace in the Otherworld -- abandoning, by the same token, the "horns" of his cuckoldry. It is unlikely to be a coincidence that the bonnag Samhna -- the Samhain cake prepared specifically for the ritual-- made by the women who preside over the Samhain feast in parts of Gaelic Scotland is named after a cuckold in the community. And we find echoes of the same motif (as we often do) at the other end of the Indo-European world, in the ritual calendar of India, where on Divali (Dipâvali), the Feast of Lights, which is usually celebrated very close to Samhain, Lakshmi, the goddess of abundance and well-being, leaves her usual consort Vishnu (who falls asleep at this time) to return temporarily to her first husband, Kubera, the fat god of material riches.

    The Land-goddess, too, changes her appearance at this time: the fertile part of her retreats to the Otherworld where she can join with her consort in beginning the creative work of the new yearly cycle (in their summer, which is our winter, as it were), but in our world only her "Fomorian" aspect remains, making the land barren and hostile to human comfort. In the Scottish Highlands this is the season of the Cailleach Bheura, the monstrous hag who wanders in the hills bringing bad weather, while in Wales we hear of the Hwch Ddu Gwta ("tailless black sow") who lurks menacingly in the darkness. Yet these are all aspects of the same being, the multiform Provider on whom we all depend, who must, like all things, replenish herself through alternating periods of action and repose, and who touches -- as we all must -- darkness and death to find the source of true renewal.

    SELECTED BIBLIOGRAPHY
    Céitinn, Seathrún (Geoffrey Keating), (ed. by Padraig de Brún) Foras Feasa ar Éirinn. Dublin, 1982.
    Danaher, Kevin, The Year in Ireland. Cork, 1972.
    MacNeill, Eoin, On the Notation and Chronology of the Calendar of Coligny, Ériu 10 (1926).
    McNeill, F. Marian, The Silver Branch. Glasgow, 1953-66.
    Owen, Trefor M., Welsh Folk Customs. Cardiff, 1959.
    Rees, Alwyn & Brinley, Celtic Heritage: Ancient Tradition in Ireland and Wales. New York. 1961.
    Sébillot, P. Y., Le Folklore de la Bretagne. Paris, 1968.
    Suidigud Tellaig Temra (R.I. Best, ed. and trans.), Ériu 4 (1910).

    Samhain: Season of Death and Renewal
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 01-11-12 alle 19:42
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  10. #10
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    Predefinito Re: Rif: Magia e suggestioni nella notte di Ognissanti

    Paese che vai Tradizione che trovi.

    Ponte Ognissanti 2012 India: Diwali, la Festa delle luci

    Arriva una delle più importanti feste induiste: se vi trovate in India non potete perdervi le celebrazioni che simboleggiano la vittoria del bene sul male, la cosiddetta "festa delle luci", in scena dal 5 al 9 novembre.

    Il bene che sconfigge il male si festeggia tradizionalmente negli ultimi giorni di luna nera, che quest'anno cascano nei giorni fra il 5 e il 9 novembre. Ci troviamo in India per la festa di Diwali, chiamata anche Dipavali o Deepawali, celebrazione fra le più importanti nell'universo induista.

    È la "Festa delle luci" e si vi trovate in India non potete certamente trascurarla: si usa accendere candele e lampade tradizionali, chiamate diya, oltre che accompagnare le serate con spettacoli pirotecnici. Deriva dall'antica festa della fertilità, dedicata al fuoco, dove si svolgevano processioni verso i campi durante la raccolta.

    Il primo giorno è dedicato alle dee Lakshmi e Parvati. Il secondo alla riconciliazione fra Siva e Parvati. Il terzo (di luna piena) ricorda la vittoria di Visnu sul demone Bali ed è dedicato a Lakshmi o Kali. Il quarto giorno corrisponde alla vera festa del Dipavali e ovunque si espongono lampade di terracotta a ricordo dell'incoronazione di Rama dopo l'esilio. Il quinto giorno, chiamato Yama-dvitiya, è dedicato a Yama, la divinità che presiede la Morte.

    Dato che ogni lampada o luce è accesa in onore della venuta di Laksmi sulla terra, si crea uno spettacolo unico al mondo. Approfittatene per visitare il Rajasthan e poi scendere verso la psichedelica Goa.

    Ponte Ognissanti 2012 India: Diwali, la Festa delle luci - Viaggi low cost
    Ultima modifica di GNU-GPL; 05-11-12 alle 17:09
    "La vera guida dei popoli sono le sue tradizioni. Senza tradizioni, vale a dire senza anima nazionale, non è possibile nessuna civiltà". Gustave Le Bon, Psicologia delle Folle [PDF GRATUITO]

 

 
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