Sequestro e uccisione di Enzo Baldoni:
strategia del terrore o "strategia di comunicazione"?
di Bruno Ballardini
30 Aug 2004
Che in Iraq si stia combattendo una guerra di servizi non e' solo una sensazione: e' abbastanza evidente a tutti. Per capire meglio cosa accade, e' interessante osservare come si muova l'amministrazione americana.
L'ambasciatore insediato con il nuovo governo iracheno θ John Dimitris Negroponte, riconosciuto negli ambienti governativi come "troubleshooter", ovvero esperto nella risoluzione di questioni spinose. Ma noto anche come ex-ambasciatore in Honduras dal 1981 al 1985, dove si occupo' tra l'altro della formazione dell'unita' 316 dell'intelligence militare che, secondo i reporter Gary Cohn e Ginger Thompson del Baltimore Sun, fu responsabile del rapimento, delle torture e dell'assassinio di centinaia di persone indicate come dissidenti. Un'unita' addestrata e sostenuta dalla CIA.(1)
Dunque Negroponte e' un uomo della CIA. E' come se il governo italiano mandasse in medio oriente un ambasciatore che non e' solo un diplomatico ma e' anche un alto funzionario dei servizi ed ha gestito in precedenza i corsi di formazione e aggiornamento per unita' speciali.
Intendiamoci, non che in genere il corpo diplomatico delle ambasciate non
abbia alcuna frequentazione con i servizi segreti, anzi. E' normale routine
lo scambio di informazioni e la collaborazione in loco. Ma qui si tratta di
un "operativo" specializzato in operazioni sporche oltre che un esperto di
comunicazione strategica.(2) Cosa c'entra questo con il terrorismo islamico?
Cerchiamo di capire meglio.
Attualmente, sul teatro iracheno agiscono quattro attori: gli eserciti
occidentali coordinati dal comando americano, la resistenza irachena, i
terroristi piu' o meno "legati ad Al Qaeda" e presunti gruppi sparsi di
banditi che si dice facciano business dei rapimenti con i gruppi
terroristici. Occorre distinguere bene tra "resistenza" e "terrorismo": ad
esempio, l'esercito del Mahdi di Moqtada Al Sadr ha dialogato con l'esterno
ed ha intavolato in qualche modo delle trattative, oggi parla perfino di
disarmo, mentre il gruppo che in questi giorni ha firmato il rapimento di
Baldoni, e successivamente quello dei due giornalisti francesi, ha agito
come se non intendesse realmente trattare nulla.
Gli ultimatum sembravano fatti apposta per rendere impossibile una risposta entro i termini concordati e quindi l'esito risultava scontato fin
dall'inizio. Sembra una strategia di comunicazione che ha come unico
obiettivo quello di non comunicare nulla. Anzi, quello di comunicare solo
un'ingiustificabile e disumana ferocia: cosa che puo' rafforzare la posizione dei governi alleati in questa controversa guerra. Usiamo il termine "strategia di comunicazione", tipico del linguaggio tecnico della pubblicita' non casualmente.
La pubblicita' utilizza da sempre uno schema di comunicazione basato sul
produrre un'affermazione e nello stesso tempo impedire che il pubblico
ricevente possa formulare delle contro-argomentazioni. E' esattamente quello che hanno fatto i terroristi autori di questi ultimi video.
Un altro dettaglio che non puo' sfuggire a chi si occupa di comunicazione e' l'estrema cura nell'inserimento del trademark, il marchio della "ditta", effettuato arrangiando l'angolo della ripresa in modo tale da rispettare un "lay out" che consenta di poterlo "impaginare" correttamente, cioe'
collocarlo senza difficolta' in modo visibile e con un certo equilibrio nello
spazio visivo. Nessuno puo' intenzionalmente perdere tempo a curare questi dettagli in mezzo al deserto e alle granate: si tratta di un automatismo da professionisti della comunicazione video e fa parte di un modo di pensare occidentale, non arabo.
Questo e' un dettaglio che puo' essere stato pensato solo prima della ripresa perche' e' noto che i marchi in sovraimpressione vengano applicati sul girato solo dopo avere in mano il video, con una centralina di post produzione. Un altro punto evidente a tutti e' la brevita' dell'intervallo fra l'azione di cui e' stato vittima Baldoni e quella successiva.
Perche'? Anche qui la tecnica della comunicazione pubblicitaria puo' aiutare a trovare una spiegazione: se il rapimento Baldoni aveva sollevato subito un vespaio di dubbi e di perplessita', i macellai "esperti di comunicazione" sono corsi subito ai ripari ed hanno ripetuto a distanza di pochi giorni la stessa azione, mantenendo alta la memorizzazione del "messaggio", consolidandola e fissandola bene, con la stessa logica di quando nelle pianificazioni media si aumenta la "frequenza" degli spot.
In questo senso il rapimento dei francesi, cosi' vicino a quello di Baldoni
serviva a prolungare e consolidare l'effetto parzialmente ottenuto col primo assassinio. A questo punto torniamo ai quattro attori di questo scenario e proviamo a immaginare chi possa trarre vantaggio da questi gesti criminali.
Non certo la resistenza o i banditi che agiscono nella zona, sicuramente i
presunti terroristi, si'. Diciamo presunti perche' troppe volte le strategie
di Al Qaeda e dei gruppi ad essa legati hanno "rotto il ghiaccio" per le
azioni americane. E sempre piu' spesso hanno favorito le scelte strategiche degli Stati Uniti.
E' ragionevole pensare che l'America abbia bisogno di consolidare la
credibilita' di questa guerra e usi tutti i mezzi per creare consenso e
motivazione, non solo quelli militari ma anche quelli mediatici. Non
dimentichiamo che all'epoca del rapimento Moro, la CIA utilizzo' degli
infiltrati per estremizzare l'azione delle Brigate Rosse portandola alle piu'
drammatiche conseguenze, fermando cosi' non solo chi stava materialmente portando il Partito Comunista al governo (Moro), ma "macchiando" anche di infamia tutta la sinistra in genere nell'intento di sottrarle consenso.
Cio' che accadde in tanti altri episodi della strategia internazionale del
terrore. Strategia che puo' definirsi a tutti gli effetti "di comunicazione".
Oggi occorre convincere, non tanto i governi alleati quanto l'incerta
opinione pubblica nei rispettivi paesi, che e' necessario restare in Iraq
perche' altrimenti prevarra' un terrorismo sanguinario che affonda le sue radici nella resistenza. Per questo, occorre eliminare anche la resistenza e impedire che questa possa far arrivare al mondo le sue ragioni politiche. In quanto alleati, i nostri servizi non possono certamente opporsi alle azioni dei servizi americani, talvolta ne sono al massimo testimoni impotenti. Ma esiste anche la "copertura" interna fra unita' operative dello stesso servizio. In questi casi, tale copertura esiste a maggior ragione verso l'esterno e verso le forze alleate.
Questo spiegherebbe il comportamento della Farnesina e dei servizi italiani
che all'inizio della vicenda Baldoni si sono chiusi in un imbarazzato
riserbo e successivamente hanno fatto a gara nell'elaborare versioni
lacunose e contraddittorie, dimostrando solo di non sapere niente.
Se le cose sono andate in questo modo, Enzo Baldoni e' morto da
pubblicitario, protagonista suo malgrado del piu' orribile e perverso spot
mai mandato in onda.
Bruno Ballardini
redazione@reporterassociati.org
Note:
(1) Gary Cohn e Ginger Thompson, Former envoy to Honduras says he did what
he could, The Baltimore Sun, 15 dicembre 1995.
(2) John D. Negroponte e' nato a Londra nel 1939, figlio di un armatore
greco-americano. Si e' laureato a Yale, poi e' stato diplomatico di carriera
dal 1960 al 1997, prestando servizio in otto paesi in Asia, Europa e America Latina. Ha ricoperto inoltre incarichi nel Dipartimento di Stato e alla Casa Bianca. Ormai in pensione, e' stato richiamato in servizio da Colin Powell nel 2001. Fino a quel momento era vice presidente esecutivo per la Global Markets del gruppo McGraw-Hill, gruppo editoriale specializzato in pubblicita' e marketing.
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John Negroponte Ambassador to Iraq and former Honduran Death Squad Enabler. Bush's appointment of John Negroponte as US ambassador to Iraq reveals the strategic direction for Bush administration policy in Iraq.
