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Roma. C’è un paese in Europa che non è poi così antiamericano, che non odia poi più di tanto il presidente George W. Bush, che non vede l’europeismo come un’alternativa conflittuale all’atlantismo.
Questo paese è l’Italia, seconda nelle sue simpatie soltanto alla Gran Bretagna.
I quotidiani dei giorni scorsi hanno enfatizzato i risultati di due sondaggi sulle opinioni pubbliche che mostrano un mondo che sostiene in gran parte il candidato democratico John Kerry (Globescan) e un’Europa concorde con gli Stati Uniti nei valori di base, ma non sempre allineata nei modi con cui difenderli (“Transatlantic trends 2004” del German Marshall Fund e della Compagnia di San Paolo).
Ma, analizzando i dati, si scopre che l’Italia, nel contesto europeo, è un paese diverso. “Il filoamericanismo italiano è un dato costante, che si è consolidato con l’11 settembre – spiega Pierangelo Isernia, curatore scientifico del “Transatlantic Trends 2004” – ci aspettavamo un crollo di questo orientamento in quanto, stando a quel che si dice, l’antiamericanismo in Italia sembra dilagante: il declino c’è stato, ma non è paragonabile al crollo che ha investito altri paesi europei”.
La leadership americana era “desiderabile” al 63 per cento l’anno scorso e ora al 41, ma in Germania si è passati dal 68 al 37, “il che dimostra – dice Isernia – il cambiamento di rotta della politica tedesca che, prima dell’avvento di Bush, era proamericana, ma si è poi avvicinata alle posizioni della Francia”.
L’Italia che emerge da questo studio è europeista, vuole cioè creare una superpotenza europea, ma allo stesso tempo atlantista, cioè non vede la crescita europea in alternativa a quella americana.
“Secondo gli italiani – dice Isernia – più forte è l’europeismo più forte è l’atlantismo. I francesi invece vogliono una potenza europea in contrasto con la potenza americana”.

Berlusconi ha contribuito a formare il trend
Guardando i dati di Globescan si scopre che la maggior parte degli italiani (58 per cento) voterebbe per Kerry, ma il 14 per cento vorrebbe riconfermato Bush, quando soltanto il 10 per cento dei tedeschi e il 5 per cento dei francesi desidera la stessa riconferma.
Alla domanda se la politica estera di Bush abbia inasprito le relazioni verso gli Stati Uniti, il 66 per cento degli italiani ha risposto “sì”, ma in Francia la percentuale è dell’81 per cento, in Germania raggiunge l’83.
Secondo Renato Mannheimer, sociologo ed esperto di indagini demoscopiche, l’opinione pubblica si forma non in modo diretto, ma grazie a “facilitatori” che permettono di comprendere e interpretare i fatti:
“I facilitatori più influenti sono i partiti e quindi nell’Italia di oggi il centrodestra e il centrosinistra”.
In particolare, “la politica estera –spiega Mannheimer – è tra gli esempi più significativi di ‘opinione delegata’”, è uno degli ambiti in cui ciò che pensa il partito di riferimento ha più influenza su quello che poi il cittadino assume come valido.
In Italia, “la politica del primo ministro Berlusconi, più filoamericana di altri governi di centrodestra, ha contribuito a formare la tendenza dell’opinione pubblica a essere diversa rispetto a quella di altri paesi europei”.
Anche perché “il centrosinistra, spesso frammentato, non ha contribuito a formare un’alternativa valida a quanto proposto da Berlusconi”.
L’Eurobarometro della Commissione europea, l’anno scorso, aveva rilevato che il 59 per cento degli europei considerava Israele la principale minaccia per la pace del mondo.
Ma l’Italia (che poneva al primo posto l’Afghanistan) considerava Israele pericoloso per il 48 per cento, contro il 65 per cento della Germania e il 55 della Francia.
L’Italia poneva al 43 per cento la minaccia degli Stati Uniti alla pace, contro una media europea del 53 per cento.
In entrambi i casi l’Italia appariva come il paese meno propenso, in Europa, a definire Israele e Stati Uniti come minacce.

ogni tanto una buona notizia per tirar su il morale

saluti