Quello che spaventa di più è il labirinto impersonale, l’ingranaggio burocratico, le porte chiuse, i divieti, l’omertà, i “no, senza l’autorizzazione non si può”, che hanno protetto, che stanno proteggendo, gli esecutori materiali della morte di Stefano Cucchi, arrestato in buona salute dai carabinieri il 15 ottobre e restituito cadavere ai genitori, già disteso sulla tavola delle autopsie dell’obitorio di Roma, il 22 ottobre all’alba.

Quei labirinti, quegli ingranaggi sono stati maneggiati anche loro da persone in carne e ossa. E hanno agito sovrapponendosi all’agonia di Stefano Cucchi, impedendo che i familiari, o almeno un avvocato, riuscissero a vederlo, a parlargli, per sei notti e sette giorni di seguito, mentre il suo corpo smetteva progressivamente di reagire ai traumi e al dolore.

Non uno di quegli ingranaggi si è inceppato. Non una smagliatura - tra i carabinieri, le guardie penitenziarie, i medici, la magistratura di sorveglianza - ha permesso di allentare quell’assedio di indifferenza e ignavia. Che ha dilapidato il tempo utile a salvarlo e certamente la pietà. Proprio come si è visto in quell’altro reperto di nostra impassibile modernità che è il video dell’esecuzione al rione Sanità di Napoli. Lì un paio di donne che andavano di fretta hanno scavalcato il cadavere steso sul marciapiede. Qui lo ha fatto un intero pezzo di Stato che aveva preso in consegna il corpo (e la vita) di Stefano Cucchi per poi lasciarlo agonizzare nell’inchiostro.
(Vignetta di Bandanax)



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