Gianni Ferracuti

Ezra Pound, il fascista



«Così vanno le cose, così devono andare;
chi è stato, è stato, e chi è stato non è;
chi c'è, c'è, e chi non c'è, non c'è»
(C.S.I., Fuochi nella notte)



Non credo che si possa realmente parlare di un «fascismo» di Ezra Pound.

Detto così, sembra quasi un paradosso o un'idea sostenuta per amor di tesi: se c'è uno tra i tanti illustri rappresentanti dell'intelligenza europea degli Anni Trenta cui non si può negare la convinta adesione al fascismo, questi è proprio Ezra Pound. Eppure non mi pare così pacifico, soprattutto perché forse non siamo d'accordo sul termine «fascismo». E già l'adesione di molti intellettuali europei al fascismo andrebbe pur spiegata, oltre che «giudicata».

Anzitutto il fascismo è una realtà storica molto complessa, composita. Non è un monolite. In secondo luogo, non bisogna confondere il giudizio politico sul fascismo con il giudizio storico. E in terzo luogo bisogna distinguere tra la realtà del fascismo e l'interpretazione o valutazione personale che poteva darne un simpatizzante: non è detto che coincidano. Se parliamo del fascismo come una realtà storica chiusa tra il 1922 e il 1945, la condanna politica delle forze fasciste attuali può benissimo convivere con un'analisi serena di quegli anni, in cui è impossibile che sia stato tutto negativo.

Io credo che, dentro ciò che allora si diede il nome di fascismo, fossero presenti correnti di pensiero molto diverse tra loro, spesso irriducibili le une alle altre, e ciascuna di esse agiva nella situazione politica data, per attuare i suoi progetti, per condizionare il movimento, la forma futura del regime, i suoi sviluppi. Credo anche che nessuna di queste correnti accettasse il fascismo in blocco, ma discriminasse in esso qualcosa che condivideva da qualcosa che non condivideva. Perciò era «nel» fascismo, e progettava un esito della situazione, uno sbocco, non necessariamente coincidente con quello che il regime ha realizzato di volta in volta, nelle sue varie fasi. Sempre mi sono chiesto che cosa unisse nel fascismo uomini così diversi come Gentile, Evola, Preziosi, Michels, e la mia risposta è che ciascuna corrente di pensiero presente «nel» fascismo interpretava il movimento rivoluzionario in atto.

Ho sottolineato delle parole che mi sembrano importanti, perché differenziano la nostra possibile presa di posizione verso il fascismo da quelle possibili a un contemporaneo suo. Era un'interpretazione: uno avrebbe potuto dare una valutazione politica consistente in questo: condivido l'obiettivo ma non accetto il metodo dittatoriale. Ed era un processo in atto, in corso; pertanto il tizio di prima avrebbe potuto concludere: bisogna stare dentro il processo (che condivido in parte) perché sia condizionato ad abbandonare l'altra parte e ad adottare certe diverse forme istituzionali che potenzialmente contiene. Noi non possiamo valutare il fascismo in questo modo, per la semplice ragione che non ne siamo contemporanei, cioè che non si tratta più di un processo in corso: il fascismo del Ventennio è finito, e non può più evolvere in una direzione o nell'altra; non può evolvere in assoluto. Si potrà porre il problema di un neofascismo, ma questa è un'altra questione, politica, di attualità, che nulla ha a che vedere col tema storico che affronto ora.

Dunque, si trattava di una realtà in corso, di un movimento. Per occhi contemporanei, la vittoria di una certa linea politica su un'altra avrebbe cambiato il volto del regime, e oggi non parleremmo di quel fascismo che l'Italia ha vissuto, ma di un altro fascismo di chissà quale forma. E c'erano interpretazioni: non tutti pensavano che il fascismo fosse o dovesse essere così com'era. In fondo, la stessa cosa è accaduta al comunismo: Marx, Stalin e Gorbacev si sono definiti «comunisti», ma sono esponenti di «comunismi» diversi e tra loro irriducibili, come ben sanno i parenti delle vittime «comuniste» di Stalin. Il problema, dunque, è mettersi d'accordo sui nomi. Nel caso del fascismo c'è una complicazione: che, a mio avviso, a differenza del comunismo, il fascismo non aveva un vero e proprio programma politico. Abbondava di intenzioni, che spesso erano belle intenzioni. Si potrà dire oggi che si trattava di pura propaganda per strappare il consenso delle masse. Sì, ma per chi ci viveva dentro, le intenzioni belle non erano meno reali di tante altre meno belle, e potevano rappresentare il programma politico di una corrente interna al regime.

Allora potremmo oggi riproporre uno di questi «fascismi possibili», come nuovo ed attuale progetto politico? È un problema che non intendo affrontare qui, ma che cito perché è politicamente sensato: ho dato altrove una risposta del tutto negativa. In particolare non è possibile nel caso di Pound. Il fascismo poggia su una contraddizione teoretica strutturale.

Nel suo «volto bello», aspira a un programma che contenga il meglio di tutto quanto si era pensato in termini di alternativa al capitalismo: una sintesi. Ma si badi bene: una sintesi di movimenti attuali, che gli erano contemporanei. Evidentemente, se oggi si riproponesse quella sintesi, non si tratterebbe più di sintesi, ma di ideologia, che lascerebbe fuori molti elementi della nostra contemporaneità anticapitalista; questa esclusione non sarebbe affatto nello «spirito» del fascismo storico. D'altronde, se un neofascismo fosse inteso nel senso di fare una sintesi tra il meglio di ciò che si pensa oggi, non sarebbe -evidentemente- fascismo.

Poi, storicamente, la sintesi prende corpo come stato corporativo. Questo consiste nella trasformazione in organi dello stato di strutture che nascono ed esistono positivamente come organi della società. Il che provoca una struttura totalitaria: la corporazione, rettamente intesa, è un'istituzione della società contro lo stato; ha lo stato come controparte. Nel trasformarla in organo di stato, l'intero corpo sociale viene statizzato, e il regime assume un carattere totalitario ineliminabile dalla sua costruzione teorica. Questo esclude qualunque concezione della società come libera dallo stato, e dunque dà al totalitarismo ideologico la forma storica della dittatura. E con ciò veniamo a Pound.



Jefferson e/o Mussolini (1933) è un libro che intanto parla di tre statisti: Jefferson, Mussolini e Lenin. Lenin è sempre sullo sfondo. Inoltre, Mussolini è visto a partire da Jefferson: è il momento interpretativo del presente fascista contemporaneo di Pound. Entrambi, poi, -Jefferson e Mussolini- sono visti a partire da Confucio.

I tre statisti non sono intercambiabili, ma hanno per Pound notevoli elementi di affinità. In sintesi: governano bene. Ma, parafrasando lo stesso Pound, bisogna dire che l'accento non cade sul fatto che governino bene, bensì sul fatto che governano. In termini confuciani, per Pound il governare (ciò che è realmente il governare, nella sua differenza dal giovarsi della carica politica a scopo di lucro personale) viene definito dalla presenza di due elementi:

1. viene compiuta un'azione, o serie di azioni, a beneficio del popolo; 2. l'azione tiene conto degli elementi realmente presenti nel Paese, delle condizioni date.

Ovvero, il governare è la capacità di discernere nella realtà; è la visione adeguata del reale, sulla quale si innesta, per così dire, un valore. L'agire politico mira a realizzare un valore, ma non si perde nell'utopia. Con un'immagine confuciana: capacità di discernere tra il ramo e la radice. La cosa meno importante è ciò che chiameremmo manifesto ideologico. Data questa concezione del governare, è evidente che il manifesto ideologico e il concreto programma politico saranno diversi in Italia, in America e in Russia, perché avranno attinenza con condizioni reali diverse. Non solo condizioni sociali, ma anche concezioni della vita, sensibilità culturali.

Pound non nega la necessità del consenso come elemento chiave dell'agire politico. Semmai, credo sia propenso a pensare che il consenso si polarizza attorno a uno o più obiettivi che qualcuno deve pur pensare, affinché possano essere proposti. Inoltre ha un forte senso storico. Scrive nel 1910: «A Gerusalemme è l'alba quando la mezzanotte impende sulle colonne d'Ercole. Tutte le età sono contemporanee. In Marocco, ad esempio, siamo ancora avanti Cristo, in Russia nel medioevo e il futuro si agita nella mente dei pochi». Non è solo una definizione della nostra era come età della contemporaneità, ma anche la formulazione di una condizione per l'agire politico: evidentemente, non si può pensare lo stesso programma politico per la Russia e per il Marocco. Di conseguenza, la rivoluzione russa non è esportabile in Marocco, né viceversa sarebbe esportabile un'ipotetica rivoluzione marocchina. Su questo piano, certamente, Pound nega l'internazionalismo in voga a quei tempi, anticipando in fondo una critica che poi i comunisti del dopoguerra avrebbero accolto. Contemporaneamente, la frase citata indica un altro piano, che pure ha attinenza con la politica: quello dei pochi che sono capaci di vedere o immaginare il futuro. Ma questi pochi non possono che respirare in un'atmosfera internazionale, ovviamente: la stessa vita personale di Pound lo testimonia. Ciò che le diverse situazioni di fatto nazionali condizionano è la traduzione in atti politici del percorso da realizzare per costruire qui ed ora il futuro.

Vedremo che, oltre le apparenze, questo futuro è quasi una nuova forma di socialismo. Qui c'è un altro aspetto del senso storico di Pound: Marx aveva detto l'essenziale, ma parlava -osserva- in vista di una società molto diversa da quella presente; parlava di fronte a una fase storica dell'economia, a una forma dell'economia che oggi non esiste più. Dunque, una continuità con Marx sul piano dei valori non può sposarsi con una pari continuità sul piano delle soluzioni proposte e delle formule programmatiche, proprio per il mutamento dei termini del problema che Marx affrontava. Ecco perché l'interlocutore comunista di Pound non è tanto Marx quanto Lenin, l'uomo che nell'agire politico aveva rotto la continuità con Marx, e per questo aveva vinto la scommessa rivoluzionaria. Aveva vinto nonostante l'ortodossia menscevica non l'appoggiasse.

La prima caratteristica della politica del Duce, citata nella prima frase di Jefferson e/o Mussolini è molto significativa dell'interpretazione poundiana: la «pacata battaglia contro tutto ciò che è antistorico». Non ci interessa qui se sia vero o no che Mussolini l'ha combattuta; il libro di Pound ha per sottotitolo: «Il fascismo come l'ho visto io »; ci interessa la sua interpretazione del fascismo, da cui desumiamo non l'ideologia del fascismo ma le idee politiche di Ezra Pound. Poi, ognuno valuti da sé se tali idee sono coerenti e solidali con l'interpretazione del fascismo che più gli piace.

Il secondo punto è anch'esso molto significativo e rimanda alle osservazioni precedenti: «Mussolini non ha mai chiesto a nazioni di costituzione storica diversa di adottare strutture tipiche del fascismo». Le strutture cui allude sono concretamente lo stato corporativo, inteso da Pound come «schema per l'accertamento della volontà popolare». Di fatto Pound non è fascista in quanto crede in questo schema. Che in astratto vi creda o no è cosa secondaria. Ciò che sta dicendo nel libro è più complesso, e cioè:

1) le strutture della democrazia parlamentare, precedente il fascismo, non sono realmente radicate nella storia italiana, non ne sono il prodotto, ma sono poco più di una mera importazione, un esotismo;

2) l'atto di governo di Mussolini consiste nel pensare uno schema più semplice per accertare la volontà popolare, schema meglio adeguato alle caratteristiche italiane e rispettoso del principio, del valore politico del consenso;

3) dunque, lo schema scelto è la soluzione a un problema, e come soluzione è del tutto contingente: se le condizioni storiche reali fossero state diverse, se si fosse stati in un altro paese, si sarebbe pensato un altro schema, adeguato alle variate condizioni;

4) questa capacità di trovare le soluzioni adeguate al Paese -che nella fattispecie è lo stato corporativo- è un esempio reale di buon governo;

5) così, in un altro Paese, trovando soluzioni diverse dallo stato corporativo, ma adeguate alle condizioni reali, si compirebbe ugualmente un atto di buon governo;

6) dalla capacità di compiere questi atti di buon governo deriva l'adesione.

Qui si innesta un ulteriore punto. L'azione di buon governo rivela, come si diceva, un senso storico sviluppato: non solo è adeguata alle condizioni date, ma è anche all'altezza dei tempi -che sono tempi nuovi, tempi di svolta epocale. Questa svolta, grazie al nuovo potenziale tecnologico e produttivo, rende sorpassate molte, se non tutte, le teorie politiche precedenti e spinge verso nuove idee. Questo vale soprattutto in economia.

Annunciando un tema molto importante per comprendere la filiazione -e al tempo stesso la discontinuità- da Marx, Pound scrive: «L'economista è alle prese con una sempre minore necessità di lavoro umano» (allusione alle capacità produttive delle macchine). La macchina è un aspetto, non certo secondario, della novità dei tempi. Potendosi fare le scarpe a macchina, anziché a mano, non è più un problema oggettivo produrre una quantità di scarpe sufficiente per l'intera popolazione: il problema della produzione, dice Pound, è risolto; e soprattutto è risolto diminuendo il lavoro umano necessario: per dare scarpe all'intera popolazione c'è bisogno di un numero di addetti inferiore a quello dei calzolai, se le scarpe fossero fatte a mano. Ciò significa che resta aperto -e si può affrontare in termini nuovi- il problema della distribuzione; in soldoni, se abbiamo le scarpe a disposizione, si tratta di darle a tutti. Ora, dire che questo problema resta aperto è il punto di continuità con Marx. Ma ragionare di questo problema dopo che si è risolto quello della produzione, significa trovarsi in una situazione storica diversa da quella di Marx, e pensare soluzioni diverse: è il punto di discontinuità con Marx.

Per Pound, la soluzione passa, in un modo o nell'altro, attraverso l'esame di un altro problema: quello finanziario. Se c'è un vero rimprovero che Pound rivolge a Marx è quello di non aver mai messo in questione la natura della moneta (personalmente non sono molto d'accordo con questa interpretazione di Marx, ma seguo il ragionamento di Pound passo per passo). E se c'è un motivo per cui Pound ha profondamente aderito al fascismo storico è perché al suo interno ha trovato una corrente che discuteva sulla moneta e sulla funzione creditizia. Distribuzione dei beni e moneta sono strettamente connessi: «La distribuzione è assicurata da piccoli biglietti di carta». L'idea, in parole molto semplici, è questa: se le scarpe ci sono, il problema non è distribuirle grazie a complessi interventi sui meccanismi della loro produzione; se ci sono, basta comprarle, e dunque il problema è intervenire sulla distribuzione della moneta.

Su questo punto Pound non è propriamente fascista; piuttosto trova nel fascismo la volontà politica di affrontare la questione. A questa volontà politica vuol dare il suo contributo personale, dato che lo ritiene un tema essenziale, e non trova altri movimenti disposti ad occuparsene. Ma le fonti di Pound non sono autori fascisti, bensì Gesell, autori medievali o dell'antica Cina.

Citazione da Mussolini, riportata da Pound: «La scienza moderna è riuscita a moltiplicare le possibilità della ricchezza; la scienza, controllata e pungolata dalla volontà dello Stato, deve risolvere l'altro problema: il problema della distribuzione della ricchezza in modo che non si verifichi più l'evento illogico, paradossale e al tempo stesso crudele, della miseria in mezzo all'abbondanza». Questo è il punto di incontro tra Pound e il fascismo, un punto di chiara matrice socialista. Tutto questo è solo nella premessa del libro.

La trattazione vera e propria si apre con la domanda su quale sia il miglior governo. E si cita una frase di Jefferson, perfettamente solidale con la migliore tradizione europea: «Il miglior governo è quello che governa meno». Dopo qualche divagazione, Pound la riprende e aggiunge una postilla acuta e di estremo interesse: «Un'interpretazione superficiale mette in risalto l'avverbio "meno" e sorvola allegramente sul verbo "governare"». Dunque, cos'è il governo? È anche una direzione della volontà. Il che, dice Pound, ci ri porta a Confucio e a Dante.

La direzione della volontà è un discernimento che sa cogliere le opportunità realmente offerte dalle situazioni concrete. Si parla di opportunità, naturalmente, non di ciò che chiamiamo opportunismo: Pound è molto attento a distinguere. Le opportunità sono colte dall'intelligenza. Ma l'intelligenza di cui qui si tratta non è una facoltà vaga: siamo in politica, e dunque l'intelligenza reale si rivela nella sua traduzione in azione. Di un politico non diciamo che è intelligente perché sa risolvere i quiz enigmistici, ma perché compie scelte in cui ha afferrato, e messo a disposizione del bene comune, un'opportunità, una possibilità favorevole consentita dalle circostanze. È un'intelligenza capace di rispondere alla domanda: che cosa si può fare nella situazione data? Fare, non: pensare.

In astratto si può cercare la risposta alla domanda in due modi: nelle idee già fatte, negli schemi mentali già posseduti, nelle idées fixes, come dice Pound, oppure producendo una risposta nuova, pensata ad hoc per quegli elementi della situazione data. Per Pound, Mussolini ha seguito questo modo: la rivoluzione fascista «non è ispirata a nessun modello preconcetto».

Grazie a questo è diversa dalla rivoluzione russa. Il che non vuol dire negare valore a quanto ha compiuto Lenin. Semplicemente, si tiene conto della differenza di circostanze: «Lenin non aveva il Vaticano nel suo giardino. Conosceva la Russia e si occupò di quella Russia che aveva davanti». E ancora: «Lenin ebbe fortuna e affrontò una serie di ostacoli. Non aveva di fronte gli ostacoli italiani, ed è perfettamente inutile ricercare il peso specifico delle imprese di un uomo nella falsa supposizione che egli stesse risolvendo un problema diverso da quello di cui si stava, o si sta, realmente occupando».

Dunque, è determinante la considerazione dei problemi reali affrontati da ogni statista, per rendere tra loro irriducibilmente diverse le soluzioni che hanno elaborato. Ma c'è anche una differenza di livello storico, inclusa nel concetto di contemporaneità. Pur rispondendo ciascuna a specifiche problematiche, la rivoluzione fascista e quella russa si collocano su due diversi livelli storici, su due diverse fasi economiche. Così, Pound scrive: «La rivoluzione russa coincide con la fine del ciclo marxiano; voglio dire che l'economia marxiana fu concepita quando il lavoro era necessario, quando una grande quantità di lavoro era ancora necessaria, e i valori di Marx sono fondati sul lavoro. La nuova economia basa il valore sull'eredità culturale, che è lavoro più il complesso delle invenzioni che rendono possibile ottenere quei risultati, prima ottenibili esclusivamente con il lavoro, e di farlo con una quantità di lavoro che tende gradatamente a diminuire». Considerando il complesso delle rivoluzioni storiche, Pound nota che nessuna di loro è partita dallo stesso punto, né sono arrivate a risultati identici. Da qui l'impossibilità di esportare una rivoluzione, nonché l'impossibilità di uno schema ideologico astratto di portata universale. Ad esempio, rispetto al comunismo Pound nota che il confine tra pubblico e privato non è fisso, ma varia da una società all'altra, e non vi è ragione per cui questo non dovrebbe avvenire.

Ora, nell'ottica del buon governo, il problema politico è sempre attenzione alle esigenze reali, soprattutto alle esigenze nuove. «Non solo le frontiere devono essere protette, ma in un'era meccanica anche l'uomo, voi, io e gli altri, ha bisogno di aiuto contro i Kreugers e gli Hatrys» (suppongo si tratti di insigni capitalisti del tempo, e non credo che meritino ulteriori indagini). Questo pone al governo problemi nuovi e conduce a un modo nuovo di pensare lo stato come strumento per affrontarli: lo stato rivendica una supervisione.

Pound definisce l'idea statale attraverso due caratteristiche: l'impersonalità, cioè l'attenzione alle cose da fare anziché a considerazioni limitate e personali -la mancanza di personalismi- e gli scopi da ottenere:

« Questa mattina (11 febbraio) ho tentato di stabilire una "legge" o equazione che descriva il nuovo impulso politico, enunci gli scopi illuminati delle diverse, specifiche, intelligenti direttive e iniziative del presente.

«I. Quando esiste il necessario si devono trovare i mezzi per distribuirlo a chi ne ha bisogno (Specifico: "anche a coloro che intendono semplicemente usarlo e consumarlo, con tutta l'importanza di questa coppia di verbi").

«II. È dovere della nazione, prima di preoccuparsi del resto del mondo, provvedere affinché i propri membri abbiano la loro parte. (Questo corrisponde all'idea confuciana che il bene del mondo lo si raggiunge dando innanzi tutto un buon governo al proprio paese [NDR: non ha nulla a che vedere con quelli che cacciano gli immigrati dallo stato, problema che all'immigrato Pound non poteva neppure venire in mente]).

«III. Quando la produzione potenziale (produzione possibile) di un bene qualsiasi è sufficiente a soddisfare i bisogni di tutti, è dovere del governo provvedere affinché sia produzione che distribuzione vengano assicurate».

Per Pound questa è l'idea statale: una cosa che distingue accuratamente dallo statalismo. Attribuisce al fascismo la volontà di tener fuori lo stato da tutti gli ambiti in cui la vita sociale può funzionare autonomamente: «Se, in qualsiasi circostanza, un individuo o un'industria sono in grado e vogliono occuparsi dei propri affari, lo Stato fascista vuole che quell'industria e quell'individuo lo facciano, ed è solo in caso di pura idiozia, incapacità, semplice avidità e volontà di impedire agli altri di godere di ciò che per sé è superfluo, che lo Stato interviene per proteggere la gente disorganizzata».

In questo senso si tratta di un governare che, attraverso l'idea statale o la supervisione dello stato, tende a realizzare l'obiettivo di governare meno. Non è lo stato assente (quando fa comodo) del liberismo economico, né il principio di sussidiarietà cattolico -che in via di principio ha tutto l'aspetto di un intervento tecnico, non politico, dello stato per supplire un'impossibilità operativa della società-, ma è una concezione politica dello stato stesso; quindi una concezione politica che assoggetta le istituzioni reali dello stato, rifiutando la finzione di considerarlo neutrale. In via di principio, lo assoggetta a beneficio della gente, e cercando di farne meno uso possibile.

Quando ho cercato di cogliere l'essenziale del rapporto tra Pound e il fascismo, mi sono reso conto con sorpresa che Pound ne ha una visione completamente deideologizzata: tutto ciò che è la dottrina, la teoria, il manifesto politico del fascismo, non gli interessa minimamente. Come non gli interessa nel caso di Lenin o di Jefferson. Tutto è subordinato alla categoria del buon governo: se questo c'è, «il resto è "organizzazione" politica, burocrazia, inutile perdita di tempo. Jefferson, Mussolini e Lenin ne erano, ne sono, tutti insofferenti». E ancora: «Un buon governo è quello che opera tenendo conto di tutto ciò che di meglio è pensato e conosciuto. E il miglior governo è quello che traduce il più rapidamente possibile il miglior pensiero in azione» (miei corsivi). Più che una ideologia, questo presuppone una ricchezza culturale, un fermento di idee e il confronto vivace tra molte ideologie. Per assurdo, se la situazione richiedesse oggettivamente la trasformazione totale delle strutture dello stato, per Pound il miglior fascismo sarebbe quello che, con la massima rapidità e intelligenza, smantellerebbe le strutture vecchie, sia pure quelle inventate dal fascismo stesso.

Questo atteggiamento è paradossale solo in apparenza. Per Pound la politica non è la matrice della cultura, ma è vero il contrario: la cultura è l'ambito che produce autonomamente le idee di cui il politico deve tener conto; ed è tanto più politico quanto più ne tiene conto: il politico come tale è chi traduce le idee in azione e le azioni in benefici per tutti. Dentro una cornice etica.

Questo caratterizza il politico a tal punto che Pound rifiuta l'idea della volontà di potenza, intesa come lotta per il potere fine a se stesso. E lo fa con parole non certo tenere: «La "volontà di potenza" (ammirata ed esaltata dalla generazione precedente la mia) fu introdotta nel gergo letterario da uno squilibrato isterico tedesco-polacco. Nulla di più volgare, nel peggior senso della parola, è mai stato proposto a degli intellettuali perdigiorno. Il potere è necessario in alcuni casi, ma né Lenin né Mussolini si sono mai dimostrati uomini assetati di potere. L'uomo superiore è mosso da una passione diversa, dal desiderio di ordine». Ma anche in questo caso bisogna specificare che c'è modo e modo di disporre le cose, chiamando «ordine» la propria disposizione preferita. Per Pound si tratta di un confuciano mettere ordine nelle proprie idee, saper distinguere tra il ramo e la radice.

Questa concezione del buon governo si inserisce in un quadro democratico. Il problema sta nel mettersi d'accordo su cosa sia la democrazia reale cui fa riferimento Pound, magari ottenuta con un certo «decisionismo», e che contrappone a una democrazia formale, continuamente tradita, svuotata. Come Pound non si preoccupa del manifesto teorico di riferimento del partito politico, così non si preoccupa dell'assetto istituzionale, almeno in prima istanza. Per Pound si ha democrazia quando di fatto il governo agisce correttamente a beneficio del popolo, di tutto il popolo, accertandone la volontà attraverso un qualunque metodo efficace. Dato questo punto essenziale, sulle forme istituzionali si può parlare: «Il problema della democrazia è di sapere se il suo conseguente sistema, il suo de jure, possa essere fatto funzionare da uomini di buona volontà; se le questioni reali, che non siano semplici pretesti, possano essere affrontate dai corpi legislativi (Camera e Senato) e se una parte sufficientemente attiva della popolazione possa ancora venir persuasa a unirsi e costringere i delegati da lei eletti ad agire correttamente e anche in modo moderatamente intelligente».

Non si tratta di una critica al principio di sovranità popolare, ma alla reale efficacia della democrazia parlamentare borghese come strumento per realizzare questa sovranità. È una critica alle forme della rappresentanza, perché queste in realtà, secondo Pound, non rappresentano. Così, se all'inizio ha parlato di corporativismo come schema per accertare la volontà popolare, ora -a continuazione della citazione precedente- aggiunge: «Maledite pure i bolscevichi quanto volete, ma i progetti russi sono serviti da stimolo sia all'Italia che all'America. Il nostro sistema democratico è per la prima volta in lotta contro quei sistemi che professano una maggior cura del benessere nazionale» (mio corsivo).

Per Pound, che qui rivela la sua chiave di lettura del fascismo, le idee guida di Jefferson e dei migliori Padri dell'America stanno funzionando in Italia. E scrive ancora: «Questo non comporta necessariamente un'importazione di particolari, di istituzioni più adatte all'Italia e alla Russia che al deserto dell'Arizona o alle caratteristiche delle fattorie di Boston. Ma significa in definitiva un orientamento della volontà». Orientamento della volontà a un effettivo bene comune della nazione: ecco l'essenza etica della politica per Ezra Pound; una volontà che ha chiaro il suo scopo, ma opera nei limiti delle condizioni date, tenendo presente tutto ciò che di valido viene pensato. Questo è l'atteggiamento che, secondo Pound, accomuna Mussolini, Lenin e Jefferson.

Con una battuta che non va troppo lontano dal vero, si potrebbe dire: non è che Pound sia fascista; piuttosto, Pound interpreta Mussolini come... poundiano. Naturalmente bisogna tener presente l'aberrazione ottica inerente alla contemporaneità: Pound parla di una rivoluzione in corso, nella quale i giochi non sono tutti fatti; il fascismo sta sostituendo il de jure esistente con un diritto nuovo, che non è definito nei particolari; anzi, la sua definizione è l'oggetto di un'aspra battaglia politica all'interno del movimento. Sarebbe errato interpretare ciò che si diceva a proposito della democrazia di fatto, nel senso che Pound manchi di rispetto per le procedure prefissate. Al contrario, egli nota che il fascismo, come rivoluzione o messa in discussione dei termini giuridici e istituzionali precedenti, non ha ancora elaborato procedure nuove. Però deve elaborarle. È interessante l'annotazione di Pound che Mussolini è alla testa di un movimento che ha organizzato il potere, mentre Roosevelt è a capo di una nazione in cui il potere era già organizzato da prima. Tenendo presente questo, solo apparentemente Roosevelt sarebbe più democratico di Mussolini: quest'ultimo, infatti, andrebbe giudicato in base alle sue realizzazioni pratiche, che creano il de jure dello stato fascista, mentre attribuire tutti i poteri a Roosevelt, che ha già un de jure valido, equivarrebbe a un colpo di stato. Insomma, la legittimazione del fascismo dipende da ciò che fa e dal punto a cui arriva, trattandosi di un movimento. Lo stesso dicasi per la rivoluzione di Lenin.

In ogni caso, nota Pound, il potere non è qualcosa che si conferisce. «Concedete autorità a uno sciocco e cadrete immediatamente nel caos... Similmente, l'ampiezza del potere che è possibile delegare è limitata da leggi tanto precise quanto quelle che regolano l'intensità della corrente che si può mandare attraverso il filo elettrico di spessore e consistenza determinati». C'è sempre un problema istituzionale; le istituzioni non sono finzioni, ed anzi è l'averle considerate tali che ha screditato la democrazia parlamentare. Ma ci sono istituzioni create e che vale la pena di salvare, e istituzioni che si stanno creando. Nel primo caso l'istituzione dà la legittimità e garantisce i cittadini in quanto è uno strumento al servizio del governare: «Un capo non sostenuto da un'organizzazione legale è più dipendente dalla volontà generale del suo partito di un funzionario eletto, che abbia delle istituzioni a cui ricorrere». Nel secondo caso il governare si legittima da sé (se ci riesce) nella misura in cui viene riconosciuto di fatto come un buon governo. Per Pound, è questo il caso dell'autorità di Mussolini, derivante semplicemente dal consenso generale per le cose che fa e dalla convinzione che sia nel giusto.

A questo punto, avendo quasi completamente delineato il suo schema di idee, Pound torna a citare Confucio, fornendo una sintesi di principi attinenti al tema:

«La dottrina di Confucio afferma: È possibile creare ordine intorno a noi solo dopo averlo creato in se stessi e aver compreso i motivi delle proprie azioni. È possibile migliorare i governi stranieri solo dopo aver migliorato quello del proprio paese. Che il guadagno privato non significa prosperità, ma che il tesoro di una nazione è la sua onestà. Che la tesaurizzazione non è prosperità e che si debbono impiegare le proprie risorse...».

Questi principi confuciani definiscono la cornice morale e politica entro cui Pound colloca il fascismo, rischiandone l'interpretazione. Lo vede come una rivoluzione continua, in atto qui e ora, nel suo aspetto sociale: «Mentre scrivo (febbraio 1933) il governo fascista ha preceduto gli altri in Europa e in America, raccomandando che quando le industrie hanno bisogno di meno addetti dovrebbero ridurre il numero delle ore giornaliere di lavoro per tutte le categorie, o solo per alcune in particolare, piuttosto che ridurre il numero delle persone occupate. E invece di richiedere straordinari a persone già sul registro paga, dovrebbero assumere nuovi dipendenti» (invece, mentre scrivo io -luglio 1998- questo è un grande tema di discussione tra le forze di sinistra in Europa).

Come si vede, Pound non si chiude dentro il fascismo ma, a torto o a ragione, interpreta il fascismo come momento di una direzione della volontà definita dall'ansia per la giustizia sociale, in chiave anticapitalista. Uno dei principali punti di contatto col fascismo si verifica nel campo dell'economia, e anche qui si deve dire che Pound trova certi orientamenti consonanti con le idee che aveva maturato in una ricerca del tutto autonoma, principalmente attraverso fonti classiche e americane.

È molto interessante, ai nostri fini, capire non tanto le singole soluzioni economiche ai problemi sociali proposte da Pound, quanto il modo in cui interpreta l'economia in quanto tale. Bisogna dimenticare certe cadute di stile nella polemica, dovute all'eccezionalità del momento storico, e cercare di cogliere ciò che veramente è essenziale.Perciò lascio da parte le soluzioni tecniche proposte da Pound e cerco di capire cos'è che vogliono risolvere, non il fatto che -secondo i teorici capitalisti- non lo risolvono. Ciò che vogliono risolvere è il problema sociale.

Il carattere sociale della moneta (e la collettivizzazione dei profitti del sistema monetario) ne fa lo strumento per eccellenza per risolvere il problema di distribuire a tutti ciò che viene prodotto. La scienza economica non è una costruzione astratta, ma è un'attività che si struttura e si determina in base a uno scopo ben preciso: il benessere della gente tutta. Possono essere pensate altre forme di economia, che mirano ad altri scopi, ad esempio al benessere privato; ma tali forme non possono essere ammesse: questo è il punto politico del pensiero economico di Pound, senza il quale ogni giudizio viene falsato. Pound non sposa certe proposte tecniche per la passione di farlo, ma perché gli sembrano adeguate allo scopo che assegna all'economia; ed è chiaro che questo scopo è un dato permanente, mentre la proposta tecnica è legata ai tempi, alle contingenze, e anche all'abilità del tecnico. L'essenziale dell'economia secondo Pound sta dunque nella directio voluntatis, cioè nell'obiettivo che si vuole ottenere con l'economia. In altri termini, l'intera economia ridotta a strumento di una volontà politica che cerca il benessere collettivo. Pound condivide totalmente la diagnosi di Marx, ma le oppone una nuova prognosi: la socializzazione o collettivizzazione del sistema monetario, nel quadro di una concezione del governare che si può dire pragmatica, senza però dimenticare la sua profonda e ineliminabile natura etica e sociale.



Nota



Jefferson e/o Mussolini, è stato citato dall'edizione italiana pubblicata da Il Falco, Milano 1981.Altri testi utili di Pound: L'ABC dell'economia e altri scritti, tr. it. Boringhieri, Torino 1994; Carta da visita, Scheiwiller, Milano 1974; Confucio, versione e commento di E. P., tr. it. Scheiwiller, Milano 1960; Guida alla cultura, tr. it. Sansoni, Firenze 1986; Lavoro ed usura, Scheiwiller, Milano 1972; Orientamenti, Vibo Valentia 1978; Opere scelte, a cura di M. De Rachewiltz, Mondadori, Milano 1970; Patria mia, tr. it. Centro Internazionale del Libro, Firenze 1958; Saggi letterari, a cura di T. S. Eliot, tr. it. Garzanti, Milano 1973.

da:
http://www.ilbolerodiravel.org/ferra/pound.htm