Quindicimila firme e un governatore che cerca di mantenere una promessa elettorale. Renato Soru, il neo presidente della Regione Sardegna, eletto tra le fila del centrosinistra, non ha potuto far finta di nulla di fronte all’obiettivo raggiunto dal comitato “Firma sa bomba”, che in pochi mesi è riuscito a raccogliere le firme necessarie alla presentazione di un referendum consultivo sulla presenza delle basi militari straniere nell’Isola. La richiesta è stata prevedibilmente bocciata dall’Ufficio regionale per i referendum: anticostituzionale. Ma i rappresentati del comitato, che hanno sostenuto la candidatura del patron di Tiscali al governatorato sardo lo scorso giugno, sembra possano contare sull’appoggio di Soru, evidentemente riconoscente del sostegno avuto in campagna elettorale. E’ così che il presidente della giunta regionale sarda pare essersi impegnato ad approfondire le motivazioni che hanno portato l’Ufficio regionale per il referendum a dichiarare l’inammissibilità della consultazione sulla presenza in Sardegna di basi militari straniere ad armamento nucleare.

A proposito dell’uso dello strumento referendario Soru si è però detto scettico: «Credo che tutti possano essere d’accordo sull’opportunità che i sardi si esprimano su una questione così importante. Ma il referendum, in questo caso, non è la strada giusta da percorrere perché l’argomento non rientra sotto la giurisdizione regionale». Il governatore non ha tutti i torti, già nel 1989, infatti, la Corte Costituzionale dichiarò inammissibili i quesiti del referendum indetto dalla Giunta Regionale sulla presenza della Base Americana a Santo Stefano. Per la Consulta erano pertinenti a interessi esclusivamente nazionali. La Regione non poté consultare i Sardi, neppure su una questione decisiva per lo sviluppo dell’isola e per la salute dei suoi abitanti. Così aveva deciso lo Stato italiano. Di fronte al completo asservimento delle formazioni politiche sarde alle decisioni prese a Roma, in pochi, tra cui alcuni esponenti sardisti e di piccoli partiti, in tutti questi anni hanno cercato di portare avanti la battaglia contro le basi straniere nell’isola, mentre alcune associazioni e qualche comitato spontaneo hanno continuato a promuovere iniziative e a denunciare il muro di gomma che circonda gli interessi militari americani in Sardegna. Certo, l’atteggiamento di Soru non è quello battagliero tipico dei movimenti sardisti e dei comitati contro la basi americane: “In amicizia chiederò loro di andarsene” ha dichiarato il governatore, troppo acuto per non sapere che a una sua “gentile richiesta” di levare le tende, gli statunitensi risponderanno con un altrettanto gentile “Non se ne parla proprio”.
Potrebbe invece smuovere le acque la richiesta, espressa sempre al governatore sardo, di desecretazione degli accordi Italia-Usa del 1972 che giustificano la presenza militare statunitense a La Maddalena.
L’installazione militare americana a Santo Stefano ha infatti una origine poco chiara, soprattutto perché la sua istituzione non è mai stata ratificata dal Parlamento italiano né controfirmata dal presidente della Repubblica, al quale spetta, secondo il dettato costituzionale, di sottoscrivere i trattati internazionali. Nulla di tutto questo è avvento nel caso della concessione dell’isolotto di Santo Stefano alle forze militari americane. Non esiste un vero e proprio trattato tra Italia e Usa, tutto risale ad un accordo-quadro stipulato nel 1954, il Bilateral Infrastructure Agreement, mai reso pubblico.

Con Scelba a capo del governo e Andreotti sottosegretario l’Italia autorizzò l’amministrazione statunitense ad “Usare e/o a far funzionare un certo numero di installazioni concordate unitamente in accordi supplementari”. A questo “impegno” seguirono sei promemoria (uno nel ’72 con Andreotti stavolta al governo) che di volta in volta hanno ampliato l’installazione americana di Santo Stefano trasformandola nella base militare attuale.

Sono cambiati gli scenari internazionali, è finita la contrapposizione fra blocchi e la guerra fredda è solo un ricordo; oggi La Maddalena è addirittura inserita in un Parco Nazionale, quello dell’arcipelago, ed è all’interno di un parco internazionale, quello delle Bocche di Bonifacio. Se per la classe politica postbellica legata a doppio filo con Washington sessant’anni fa potevano sussistere dei motivi strategici per concedere l’uso di questa parte della Sardegna alle forze armate statunitensi, oggi non dovrebbe essere più così. L’invasione dell’Iraq e l’appoggio dato dal lacché Berlusconi e dal suo governo alla campagna neocoloniale degli atlantici ci ha però dimostrato che l’Italia è, se possibile, ancor più sottomessa alla politica estera statunitense.

La Sardegna e i suoi 24 mila ettari di servitù militari, dei quali gran parte in uso a contingenti Nato e americani, è la dimostrazione “vivente” di questa sottomissione. Un tributo enorme quello dell’isola, sia in termini di terreno consegnato alle servitù militari e quindi sottratto agli usi civili, sia di conseguenze nefaste sulla salute della popolazione che vive in prossimità delle installazioni militari. Del caso della frazione di Quirra, adiacente all’omonimo poligono interforze, nella costa orientale della Sardegna, abbiamo parlato in passato: incidenza abnorme di casi di leucemie e patologie tumorali tra gli abitanti del piccolo villaggio. Si è parlato soprattutto di uranio impoverito ma in quell’ampio territorio dedicato alle esercitazioni militari della Nato potrebbe essere stoccato materiale di ogni genere (armi chimiche o scorie nucleari). Ovviamente qualunque ipotesi di questo genere viene regolarmente respinta dalle autorità militari nostrane.

Intanto a Quirra si continua a morire per il linfoma di Hodkin e per altre forme di tumore. E non solo lì.
Un articolo dell’Unione Sarda del 5 marzo scorso informava del provvedimento con cui la Asl 2 di Olbia intende predisporre uno studio accurato sulla popolazione de La Maddalena e sulle possibili relazioni fra l’attività militare e l’insorgere di patologie tumorali. Questo perché nell’isolotto in prossimità della base Usa di Santo Stefano ci si ammala di cancro più che nel resto della provincia. L’impennata della media di persone che nell’isola sono colpite da tumore ha così convinto l’Asl olbiese a condurre uno studio sull’incidenza di queste malattie.

Dai dati in possesso dell’Azienda sanitaria emerge che si ammalano più gli uomini delle donne e che nel periodo che va dal 1992 al 2001 sono aumentati i tumori della cute (epiteliomi e melanomi), della pleura, della vescica e del sistema linfatico.

La base militare di Santo Stefano a La Maddalena è l’unica (ufficialmente)nell’intero Mediterraneo adibita all’assistenza dei sottomarini nucleari. Attività pericolosa quanto segreta. Le autorità militari americane sono di fatto padrone assolute di santo Stefano e qualunque cosa accada nell’installazione militare rimane tra “le mura” della base. Anche gli incidenti che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza degli abitanti dell’isola di La Maddalena. Un fatto di questo genere è accaduto quasi un anno fa. Un sommergibile di 6900 tonnellate di stazza, 360 piedi di lunghezza e 33 di larghezza, l’”Hartford” si incaglia nelle vicinanze della costa gallurese. Secondo la versione americana l’incidente risalirebbe al 17 ottobre scorso, ma uno strano terremoto che il 20 ottobre ha fatto tremare le case di La Maddalena ha dato forza alle voci che collocano l’incidente proprio in quel giorno. Il bello è che queste valutazioni sono state fatte a posteriori, perché in Sardegna la notizia dell’incidente arriva dopo 15 giorni dall’accaduto. La notizia diventa di dominio pubblico solo il 10 novembre, quando rimbalzano nell’isola le notizie della stampa d’oltre oceano, circa la rimozione del commodoro di Santo Stefano, Greg Parker e del suo secondo, responsabili dell’incidente occorso al sommergibile “Hartford” nelle acque dell’Arcipelago della Maddalena, precisamente alla Secca delle Bisce.

I sardi, i maddalenini, hanno quindi saputo dell’incidente con due settimane di ritardo rispetto ai cittadini statunitensi, che già dal 28 ottobre erano invece informati dagli articoli pubblicati sul giornale “The day”.
Il Ministro dell’Ambiente, per dovere d’ufficio, chiede notizie all’amministrazione americana, che esclude danni al propulsore nucleare; la Prefettura non rileva dati anomali dalle centraline di rilevamento e tutto torna a posto. Almeno per le alte sfere statunitensi e per gli italici compagni di merende. Al contrario degli amministratori locali e non, il Wwf della Gallura e l’associazione ambientalista Corsa dell’Abcde, decidono di vederci chiaro.

Assieme al Criirad, un istituto privato di ricerche, il 17 e il 18 novembre compiono i rilevamenti nelle acque dell’Arcipelago ed il 9 dicembre in quelle dei golfi di Sant’Almazza e Ventilegne, nel sud della Corsica. Il 15 gennaio del 2004, rendono noti i risultati delle analisi. Una vera e propria bomba. Su due dei sei campioni di alghe esaminati, si riscontra una troppo elevata concentrazione di Torio 234. Un elemento della catena dell’uranio 238, nonché componente del combustibile nucleare che alimenta i sommergibili. I valori sarebbero di parecchio superiori alla media. Si scopre anche che le centraline utilizzate per il monitoraggio dell’ambiente nei pressi della base sono obsolete e che le analisi del presidio Asl non rilevano la presenza di un elemento radioattivo come il Torio 234. La presenza del torio 234, che si attesta tra i 3900 e 4700 becquerels per chilogrammo, aumenta man mano che ci si avvicina alla base di Santo Stefano.

Questo è ciò che ha rilevato il fisico nucleare Bruno Chareyron, responsabile del Criirad, dall’analisi delle alghe marine al largo della base statunitense di Santo Stefano. «Le misurazioni che abbiamo fatto – ha dichiarato in un’intervista a un giornale francese il titolare dell’istituto di ricerche privato - mostrano che nei campioni di alghe prelevati nei pressi della base la concentrazione di torio è sette volte più elevata rispetto a quella riscontrata nei campioni provenienti dalla costa di Bonifacio». Questo non dimostra che nelle acque del nord Sardegna sia avvenuto un incidente nucleare, infatti dall’analisi degli isotopi artificiali, cioè quelli che avrebbero potuto ricondurre a un incidente di questo tipo, è emerso che i risultati ai quali è arrivata la Criirad concordano con quelli della Asl di Sassari. Ma questo non significa che i maddalenini sono al sicuro. Difatti la rilevazione di concentrazioni eccessive di Torio 234 (non effettuata dalla Asl sassarese) è reale: in due dei cinque campioni analizzati dalla Criirad, i livelli di contaminazione da parte di alcuni elementi della catena dell’uranio 238 (il Torio, appunto) sono anormalmente alti. Le ipotesi per spiegare questa anomalia possono essere solo tre. La prima è che si tratti di una presenza di uranio naturale in quantità notevoli: un grosso giacimento di uranio alla Maddalena.

La seconda è che si tratti di scorie derivanti dalla combustione nucleare. La terza è che si tratti di tracce dell’impiego di armi che utilizzano munizionamento all’uranio impoverito. Il sindaco di La Maddalena, l’esponente di Alleanza Nazionale Rosanna Giudice, ha ricondotto tutto ad una strumentalizzazione politica attribuendo le rilevazioni anomale al granito. Il primo cittadino ha però mancato di informarsi sul tipo di roccia su cui ha provato a fare lo scaricabarile: il granito è uno degli elementi meno radioattivi del pianeta terra. Ancora qualche giorno fa la Giudice, intervistata dal quotidiano l’Unione Sarda riguardo alla richiesta, fatta da Renato Soru al governo nazionale, di desecretare gli accordi alla base dell’installazione Usa di Santo Stefano, ha ribadito il suo apprezzamento per la presenza americana sull’isola. Ha ridotto la base americana (1400 soldati più duemila civili che formano una comunità chiusa assolutamente non integrata col resto della popolazione maddalenina) ad un “semplice approdo” e ha tirato fuori la solita balla del ritorno economico che la base garantisce all’isola: “Domandate ai commercianti e a chi affitta case…”. Oltre a non conoscere le caratteristiche fisiche del granito, il sindaco di La Maddalena sembra non sapere che la base di Santo Stefano è dotata di spacci e negozi, cinema, studi medici, scuola e quant’altro la possa rendere totalmente indipendente dal comune che la ospita. Senza contare che la bellezza dell’isola basterebbe a sostenere una economia basata sul turismo, oggi in parte limitato dall’invadenza della zona militare.

Purtroppo, nonostante le mobilitazioni popolari contro l’installazione militare, la Marina statunitense ha deciso di recente di trasformare il cosiddetto “punto di attracco” a Santo Stefano, in una vera e propria Base navale. Ancora più articolata e complessa e forse maggiormente pericolosa. Gli americani intendono costruire cinquantaduemila metri cubi di edifici per un investimento pari a circa 40.000.0000 di dollari.

Il Comitato Misto Paritetico per le servitù militari in Sardegna ha espresso parere contrario, come pure il rappresentante del ministero dell’Economia e Finanze. Il Consiglio Regionale ha approvato, il 5 dicembre 2002, il dispositivo della mozione sardista che diceva “no” all’ampliamento di Santo Stefano.

Ai tentennamenti del governatore forzista Mauro Pili era seguita la ferma opposizione del suo successore Italo Masala. Ora Renato Soru sembra intenzionato ,“in amicizia”, a far sgomberare Santo Stefano dagli invadenti inquilini a stelle e strisce. Purtroppo, la manifesta arroganza statunitense e i risvolti politici che potrebbe avere un’azione troppo incisiva nei confronti della presenza atlantica nell’isola, ci fanno dubitare dell’efficacia dei metodi “amichevoli” annunciati dal nuovo governatore della Sardegna.

Alessia Lai
Fonte:www.rinascita.info
3.09.04