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    Predefinito Giovanni Pierluigi da Palestrina




    Giovanni Pierluigi da Palestrina
    Conosciuto con il nome della cittadina nella quale era nato, Palestrina fu molto apprezzato e imitato dai contemporanei, come mostrano tra l’altro il successo e la diffusione delle raccolte stampate di sue composizioni sacre e la sepoltura in San Pietro, ove la lapide lo ricorda con il titolo di Musicae princeps, principe della musica.
    Durante l’epoca barocca si chiamò “stile alla Palestrina” l’insieme dei caratteri che contrassegnavano il suo contrappunto. Esso fu adottato dai contemporanei nella composizione sacra e preso a modello dai maestri delle successive generazioni; il compositore e didatta Johann Joseph Fux, nel trattato a dialogo Gradus ad Parnassum (1725) indicò l’opera palestriniana come il permanente, ideale esempio al quale dovevano rifarsi i compositori di musiche sacre per le cappelle cattoliche.
    Il culto di Palestrina crebbe durante il Romanticismo. Esso fu stimolato dalla pubblicazione della biografia che gli dedicò nel 1828 l’abate romano Giuseppe Baini, la quale conteneva peraltro leggende – come quella relativa alla nascita della messa di Papa Marcello – che furono in seguito sfatate. Fu anche alimentato da alcuni compositori romantici, che riconobbero nella sua opera la più alta perfezione congiuntamente raggiunta dal sentimento religioso e dalla polifonia vocale.


    Da R.Allorto – Nuova storia della musica - Ricordi
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Riferimento: Giovanni Pierluigi da Palestrina





    La vita

    Nato a Palestrina, sui colli laziali, nel 1524-25, a 12 anni fu accolto come putto cantore nella Cappella Liberiana. In quegli anni maestri in S.Maria Maggiore erano i fiamminghi Robin Mallapert, Robin Fevin e Firmin Lebel, che è ritenuto il suo maestro.
    Nel 1544 ritornò a Palestrina, nominato organista e maestro di canto del duomo. Si sposò ed ebbe tre figli che seguirono la professione paterna.
    Dal conclave del 1551 fu eletto papa il vescovo di Palestrina, Giovanni M. Del Monte, che assunse il titolo di Giulio III. Egli portò con se a Roma il giovane maestro predestino, lo nominò maestro della Cappella Giulia e successivamente cantore della Cappella Sistina. Palestrina trascorse a Roma tutta la restante parte della sua vita.

    Nominato papa nel 1555, Paolo IV richiamò in vigore antiche disposizioni canoniche che vietavano ai cantori ammogliati di appartenere alla cappella papale, e anche Palestrina fu licenziato. Pochi mesi dopo fu però chiamato, successore di Paolo Animuccia, nella cappella di S.Giovanni in Laterano. Di qui passò a S.Maria Maggiore (1561), e qualche anno dopo assunse l’insegnamento nel Seminario romano fondato da Pio IV dopo la conclusione del Concilio di Trento.
    A capo della Cappella Giulia ritornò nel 1571, occupando il posto reso vacante dalla morte di Giovanni Animuccia, e lo tenne fino alla morte. Mancatagli la moglie si risposò con la vedova di un ricco commerciante di pellicce e si occupò con accortezza dei suoi affari.
    Apprezzato da vari pontefici, salutato come il principale compositore sacro del secolo, morì a Roma nel 1594.


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    L’opera


    L’opera omnia di Palestrina è stata raccolta e pubblicata in due edizioni moderne:
    - la prima (in chiavi antiche) fu curata dal musicologo tedesco F.X. Haberl ed altri (33 volumi; Lipsia 1862-1907);
    - la seconda (in chiavi moderne) fu iniziata da R.Casimiri e continuata da L. Virgili, K. Jeppesen, L.Bianchi (31 volumi; Roma, dal 1939).

    L’opera di Palestrina è costituita quasi interamente da composizioni polifoniche su testo latino, destinate alle cantorie per i servizi sacri cattolici.
    Il vasto catalogo si apre con le 102 messe, in prevalenza a 4 e 5 voci, in minor numero a 6, solo quattro a 8 voci.

    Di 48 messe curò egli stesso la pubblicazione; 35 furono edite postume dal figlio Iginio. Dopo la seconda guerra mondiale il musicologo danese Knud Jeppesen fece conoscere le 10 Messe mantovane, cui i manoscritti si trovavano nel Fondo di S. Barbara. Palestrina le aveva composte su invito di Guglielmo Gonzaga, il quale lo aveva inutilmente sollecitato ad accettare il posto di maestro della cappella ducale a Mantova.

    La maggior parte delle messe palestriniane appartiene al tipo delle messe-parodia o parafrasi; altre sono basate su cactus firmi gregoriani o su tenor di varia origine; altre su canone; altre ancora su tenor libero.

    Le più note sono quelle intitolate Missa brevis, Iste Confessor, Aeterna Christi munera, Dies sanctificatus (a 4 voci); Salve Regina, Vestiva i colli (5 voci); Papae Marcelli (a 6 voci). Composta intorno al 1562, nel periodo in cui venivano promulgate dal Concilio di Trento le disposizioni per la musica sacra, e pubblicata cinque anni dopo, la messa al papa Marcello II è molto nota, almeno come titolo. E’ falsa la notizia riferita dal Baini che l’ascolto di questa messa abbia evitato alle composizioni polifoniche sacre il previsto (o prevedibile) ostracismo del consesso tridentino: E’ vero, invece, che in essa è attuato, con superiore eccellenza, l’impegno di intelligibilità del testo invocato dalla commissione cardinalizia preposta alla riforma della musica sacra.

    Le messe sono ritenute il momento più alto della produzione palestriniana; in esse si esprimono compiutamente il senso della costruzione ampia, l’abilità contrappuntistica, la duttilità espressiva. Di solito nel Kyrie, nell’Agnus Dei e più ancora nel Sanctus prevale la scrittura contrappuntistica mentre nel Gloria e nel Credo sono accentuati gli andamenti omoritmici, i quali consentono una sillabazione che favorisce la percezione del testo.


    Vicino alle messe una posizione di rilievo occupano i mottetti.

    Palestrina compose 307 mottetti a 4, 5, 6, 7, 8 voci. I più noti sono Super flumina Babylonis, Pueri haebreorum (a 4 voci), i 29 mottetti su testi tratti dal Cantico dei cantici (a 5 voci), lo Stabat Mater (a 8 voci).

    Destinati all’esecuzione in tutte le ricorrenze dell’anno liturgico, pur nella stretta osservanza dello stile polifonico a cappella, i mottetti di Palestrina sottolineano la varietà di atteggiamenti espressivi evocati dai testi. Le voci entrano in successione, secondo il procedimento imitativo che sarà poi ripreso sia dal madrigale sia da forme strumentali (ricercare, canzona, fuga).

    Il catalogo della produzione sacra di Palestrina si completa con altre composizioni:

    75 inni a 4 voci; 35 Magnificat a 4-8 voci, negli 8 modi ecclesiastici; 68 offertori a 5 voci, litanie a 4-8 voci; lamentazioni a 4-6 voci. Il testo di queste ultime è tratto dalle Lamentazioni del profeta Geremia; esse erano cantate durante gli Uffici delle Tenebre il giovedì, venerdì e sabato della Settimana Santa.

    Palestrina scrisse anche su testi italiani: 94 madrigali a 3-6 voci e 30 Madrigali spirituali a 5 voci. Tra i primi si citano Alle rive del Tebro e I vaghi fior a 4 voci e Vestiva i colli a 5 voci; tra i secondi la canzone del Tetrarca Vergine bella, a 5 voci.


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    La personalità

    La musica di Palestrina incarnò per i contemporanei il sentimento religioso della Controriforma romana, ma per i posteri costituì uno degli ideali più puri ed armoniosi – se non il più puro ed armonioso – del canto sacro cattolico. Questa convinzione trovò eco in una frase del musicologo tedesco Peter Wagner, il quale affermò che le composizioni sacre di Palestrina vivono “fuori del tempo e dello spazio, e sono una rivelazione puramente spirituale che propone alle coscienze l’immagine dell’essenza intima della religione”.
    Palestrina non ha mai impeti dolorosi, come il Lasso, o visioni estatiche, come il Victoria. Il suo stile è sobrio, composto, sereno, ma mai uniforme: la varietà degli atteggiamenti, ora commosso e lirico, ora grandioso ed epico, non spezza la coerenza e l’unità dello stile.
    Uno dei pregi maggiori rivelati dalle creazioni palestriniane è la semplicità dei mezzi impiegati, a cominciare dalle melodie che si combinano nel tessuto polifonico.
    Esse rivelano una naturale contabilità, si legano alla struttura delle frasi del testo e rispettano gli accenti grammaticali di queste. Le melodie palestriniane si sviluppano nell’ambito massimo di una nona, con morbidi movimenti ascendenti-discendenti che di rado superano i salti di terza, mentre prevalgono i procedimenti per gradi congiunti e a note ribattute. Queste caratteristiche, unite al rigido rifiuto di ogni cromatismo, rendono evidente l’accostamento al canto gregoriano che è una importante fonte ispiratrice della coralità palestriniana. (Questo aiuta a capire perché papa Gregorio XIII – lo stesso che aveva riformato il calendario – gli avesse affidato la revisione del Graduale romano, che gli non poté completare e che altri continuò fino alla pubblicazione della cosiddetta “edizione medicea” nel 1608.)
    La semplicità dei mezzi impiegati si manifesta anche se si esaminano le creazioni palestriniane sotto l’aspetto armonico. Esse si rivelano semplici successioni di triadi, variate da note di passaggio e da ritardi preparati e indotti dal movimento delle parti.
    Il discorso polifonico, infine, è fluido per merito di una magistrale condotta contrappuntistica delle parti e di combinazioni tra le voci continuamente variate.




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    Missa Brevis - Gloria

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    Missa Brevis - Credo

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