da L'Avvenire - mercoledì 01/09/04
La Repubblica sociale tentò di recuperare le istanze rivoluzionarie dei primi anni e mise in dubbio la proprietà privata. Un saggio indaga le politiche sociali dell'ultimo Mussolini, quasi "di sinistra".
"Voi operai siete i produttori ed è in questa vostra rivendicata qualità che voi rivendicate il diritto di trattare da pari con gli industriali, voi assurgerete a funzioni essenziali della vita moderna!"
Parola di Benito Mussolini, che nel 1919 arringa gli entusiasti lavoratori della Dalmine. Siamo all'alba del fascismo, ma paroli simili riecheggeranno ancora vent'anni dopo, durante la Repubblica sociale italiana, che mette tra i principali obiettivi del governo la "socializzazione delle imprese", tornando alla "vera" dottrina fascista che durante il ventennio era stata sacrificata al compromesso con le forse reazionarie.
Quello dei "fascisti rossi" è un capitolo tutto da approfondire, e un contributo determinate ci viene da un libro appena pubblicato dalle Edizione di Ar (www.libreriaar.it), Il Comunismo gerarchico (pag.196, euro 20,00) di Sonia Michelacci. Esattamente come il "socialismo nazionale" e la "rivoluzione conservatrice", l'ossimoro del titolo riconduce immediatamente ai fascismi europei, un fenomeno politico frettolosamente relegato a destra, ma che fin dalla nascita si colloca spesso, se non a sinistra, almeno oltre la destra e la sinistra, che Mussolini stesso considera due antiquate categorie ottocentesche non più in grado di interpretare correttamente la mutata realtà del Novecento.
Del resto, sarebbe arduo definire di destra la politica previdenziale, assistenziale e sociale del regime fascista. Se nella fase successiva alla presa del potere si verifica l'alleanza con la destra monarchica e borghese, il giudizio estremamente positivo sulla proprietà privata non potrà essere lo stesso della fase "socializzatrice" della Rsi, che è il capitolo meno conosciuto di quei seicento giorni. Con la Rsi - scirve la Michelacci - il fascismo arrivava a concepire l'uomo sotto una luce ben diversa: non più come individuo, bensì come personalità in cui si doveva estrinsecare la "coscienza di popolo". Ecco allora che - nel progetto di costituzione elaborato dal professor Biggini - la Repubblica sociale italiana prevede l'espropriazione da parte dello stato di beni e proprietà privati nel caso in cui "il proprietario abbandoni o trascuri l'esercizio del diritto in modo dannoso per l'economia nazionale". Del resto, nei cosidetti "Diciotto punti di Verona", che sono il manifesto programmitico del fascismo reupubblicano, si parla di "diritto alla proprietà" e non "della proprietà", quasi un gioco di parole che nasconde però un profondo mutamento dello stato giuridico della proprietà, come acutamente colse anche il poeta Ezra Pound che inserì proprio questo riferimento al diritto "alla, non della proprietà" nei Cantos.
Se la socializzazione tentata dalla Rsi fu solo un progetto velleitario di un regime ormai tramontato oppure potesse realmente diventare la prima base di un solido progetto politico non lo sapremo mai, anche perchè le scelte dei fascisti dopo Mussolini portarono il neofascismo in tutt'altra direzione.
Sul bilancio complessivo di quell'esperienza pesa, curiosamente, la reazione rapida e decisa degli antifascisti: uno dei primi atti del Clnai dopo il 25 aprile 1945 fu la secca abrogazione dei decreti legislativi sulla socializzazione "con i quali il sedicente governo repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici al servizio dell'invasore"
articolo di Luca Gallesi




Rispondi Citando

