
Originariamente Scritto da
Voyager
Ho la sensazione che tu abbia tratto conclusioni eccessivamente tranchant dal mio intervento. Le ragioni più che fondate della filosofia sono rilevabili semplicemente nell’esigenza che l’uomo avverte di dare risposte sensate ai molteplici quesiti che aleggiano sulla propria esistenza, e in questo campo ritengo che la filosofia abbia qualcosa da dire, anche se non credo sarà mai un qualcosa di definitivo, purché (si tratta di una congiunzione che introduce una proposizione condizionale, ovvero se sussiste la condizione enunciata dalla proposizione che segue la congiunzione ‘purché’, le risposte fornite dalla filosofia possono mantenersi all’interno dell’orizzonte di senso) sappia evitare l’autoreferenzialità che disdegna il confronto costante con la fattualità e la realtà. Diversamente, se questa condizione non venisse rispettata, ossia se il filosofare dovesse ridursi a mero esercizio speculativo e concettuale che tiene ferma solo la coerenza interna del proprio dire (il feticcio cui alludevo nel precedente post), si tradurrebbe in filosofema che più che parlare del mondo e della realtà, straparlerebbe solo di sé, eleggendo gli enunciati che sorreggono e fondano il discorso filosofico a mezzo e fine della speculazione stessa. Il filosofare arioso su tematiche che attengono alla vita e alla morte, all’esistenza in genere, seppure possa rappresentare uno stimolante esercizio mentale, sovente alla lunga risulta stucchevole auto rappresentazione.
Nondimeno, sebbene io ritenga il linguaggio sostanzialmente inadeguato a cogliere il Logos, sono dell’opinione che rappresenti uno strumento imprescindibile e irrinunciabile – forse perché unico – per sviluppare un sensato discorso intorno ai quesiti fondamentali dell’esistenza; mi aspetto sempre una qualche originalità che introduca a nuovi orizzonti da scandagliare, sebbene non credo possa mai dire la parola definitiva in ordine alla verità, poiché questa è scivolosa e sfuggente come lo è la coda di una cometa. Credo che le parole (e il discorso filosofico fa appello alla parola, al phonema) siano un veicolo che trasporti frazioni di verità. Cioè mai esse possono com-prendere l’intero, tutto ciò che si pensa e, soprattutto, non sono adeguate a comunicare le emozioni. Sono come un nucleo la cui superficie esterna è composta di materiale poroso che lascia filtrare vapori di emozioni, bagliori di sentimenti, riflessi di verità, ma mai sono in condizione di esprimere compiutamente il tutto. Non già per carenze espositive, o per volontà di chi esprime le proprie sensazioni, piuttosto, più semplicemente, per proprie inadeguatezze congenite. Ritengo, pertanto, che la verità, qualora ve ne fosse una oggettiva, quella Vera, non sia mai compiutamente comunicabile, addirittura non sia mai conseguibile dall’uomo, perché questi si connette ad essa attraverso sensi mendaci, che la falsificano, che la modulano sulla scorta delle proprie aspettative e desiderata. Il tutto avviene in una condizione di inconsapevolezza. La mente alla fin fine è fuorviante, così come lo sono le parole, e ancor più le diverse interpretazioni da queste rese necessarie. Ma d’altra parte non ci si può affidare che ad esse, perché è proprio vero che il mondo è così come noi ce lo ricreiamo, pur conservando un nucleo di verità intangibile (probabile… un sasso avrà una sua forma, una sua consistenza, un suo colore e calore), questa - la verità - non è nelle nostre disponibilità di fruizione. Cosa ci rimane se escludiamo la parola (ricca ormai di un’aura di verosimiglianza che attornia il nucleo della verità… posto che ve ne sia uno), se escludiamo il simbolismo e le estasi mistiche? Null’altro che la dimensione umana, depurata da troppe certezze e ri-immersa nel suo naturale brodo primordiale, che è poi ciò che ha consentito all’uomo l’evoluzione, anche spirituale, che è fonte di meravigliosa ispirazione per poeti, teologi, filosofi, studiosi etcc…. Cioè il dubbio. Perché meravigliarsi tanto? Perché voler per forza di cose dibattersi contro questa situazione? La parola, pur essendo un potentissimo mezzo di comunicazione a cui l’uomo mai potrà rinunciare, rappresenta sempre un limite.
Il Logos è un prisma multicolore e ciascuno di noi se ne costruisce uno proprio, ciascuno di noi, per non veleggiare fra onde impetuose, è costretto a divenire partigiano, oppure a rifiutarlo in toto, oppure a cercare una nuova via, un nuovo percorso solipsistico che lo conduca la dove in origine si è proposto di approdare, e l’approdo non è più tale, essendo bensì la partenza stessa, l’incipit pregiudiziale, cioè prefissato in origine: chi vuol fondersi con il Tutto cosmico, si fonderà con il tutto cosmico; chi cercherà il Dio Padre antropoformizzato, troverà il Dio Padre … e così via…. Basta guardarsi intorno… chi, come me, diffida delle troppe certezze, resterà, giustappunto, in una condizione di sospensione…. Il mondo e la verità sono come noi ce li aspettiamo, sono entrambi come noi li abbiamo creati in premessa rispetto alla ricerca… chi confida nel dubbio, e lo eleva a motore e perno dell’evoluzione, esalterà questa condizione; chi, invece, vorrà trovare un paradiso, quello troverà…