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Discussione: Ragione e Fede

  1. #1
    strega
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    Predefinito Ragione e Fede

    Citazione Originariamente Scritto da Platone Visualizza Messaggio
    Che il sapere incontrovertibile risulti da un dono spontaneo, dalla grazia di un Dio benevolo non è a sua volta il contenuto di una fede? Questo tuo discorso ripropone in altra veste il modo in cui la chiesa si trova a concepire il rapporto tra ragione e fede, ereditandolo da S.Tommaso..tra le due vi è armonia poichè entrambe sono verità, e tra due proposizioni vere non vi può essere discordanza, - sicchè a quanto pare, giova notarlo, S.Tommaso tiene fermo il principio di non contraddizione, è ben lungi dal pensare che il suo Dio possa contraddire la sapienza umana, cioè quella aristotelica fondamentalmente, è cioè un Dio determinabile dalla conoscenza e che non fa l'impossibile..la conseguenza della conformità alle categorie concettuali elleniche si ripropone cioè con un vigore inaudito - ma, domando, per quale motivo i contenuti di fede dovrebbero essere veri? risposta dell'aquinate: perchè la fede proviene da Dio: ragione e fede sono conciliabili perchè entrambe discendono dal Padre creatore, ma non è questa a sua volta una fede? e se questa è fede come poter decretare l'alleanza tra le due sapienze, Atene e Gerusalemme? Come poter escludere che in realtà Dio abbia ingannato? Come poter escludere che in realtà non si sia verificato proprio alcun dono?
    La mia risposta, in verità, è speculare: non perché la fede proviene da Dio posso dire che è vera, ma posso dire che viene da Dio perché è vera. Intendendo con "vera" corrispondente alla mia coscienza, risposta adeguata alla consapevolezza che ho di me, che è consapevolezza di un desiderio.
    Non c'è nulla, in questo mondo, di adeguato a colmare il desiderio che la coscienza sente, tanto che Platone dovette postulare un mondo ontologicamente superiore, il mondo dell'universalità e della verità, separato e distinto ma che stesse in rapporto con il nostro. Ma è "come" questo rapporto possa verificarsi che resta, senza il rivelarsi di Dio, un punto interrogativo. Resta la tragica consapevolezza del ponte crollato, o del portone sbarrato.
    Interrogativi aperti..ai quali l'impostazione tomistica non può rispondere senza ridursi a gnosi, perchè se si ammette la dimostrabilità della concordanza tra i due saperi allora la fede non è più fede..non c'è più bisogno di credere ai suoi misteri, giacchè la conciliazione con la ragione leverebbe ogni nebbia..
    Più che di conciliazione, parlerei di resa delle armi (sempre provvisoria: nessuna fede è vera e viva se non conosce il dubbio) a conclusione di una dura battaglia. La lotta della ragione che ha fame di verità è la lotta, narrata nella Genesi, di Giacobbe che nella notte è aggredito da uno sconosciuto di cui non può vedere il volto, e che infine lo lascia azzoppato, dolorosamente conscio del proprio limite, sconfitto eppure, inopinatamente, vincitore. La ragione che infine accetta di aprire le braccia alla fede, riconoscendone la necessità, è certamente l'immagine di un abbraccio libero e appassionato ma anche di una sofferta crocifissione.
    In secondo luogo, qui si tratta di comprendere a fondo i tratti della verità: tu ritieni che la speculazione teologica abbia un ruolo secondario, al punto che mi chiedo se ai tuoi occhi non rivesta un significato puramente estetizzante e decorativo..
    Non sottovalutare l'importanza della bellezza…..è pur sempre lo splendore della verità…..

    d'altra parte è un atteggiamento perfettamente coerente fintanto che la si ritenga qualcosa che avrebbe potuto essere concessa o meno..un dono appunto..e certamente, se l'uomo è in cammino verso la verità, significa che non la possiede, sicchè il sentiero percorso starebbe nella non-verità..ma in questo modo, una volta giunti al suo portone, la possibilità di varcare la soglia ci sarebbe preclusa..questa metafora è presente nella bibbia, che ricalca fondamentalmente l'uomo di Platone che, liberandosi dalle ombre della caverna, raggiunge la luce..
    Questi modi di intendere il rapporto uomo-verità sono estremamente fuorvianti..proprio perchè pensano l'uomo in nuce estraneo ad essa, sicchè ogni relazione tra i due non potrebbe essere altro che un fraintendimento..fraintendimento anche la rivelazione divina dunque..
    Uhm…..di questo non sono convinta. Ho un'altra nozione di verità. Non cioè di verità come oggetto, che si possiede o non si possiede, e che una volta posseduta spegne la creatività del desiderio, ma come relazione, a cui si tende a partire da un senso di mancanza valorizzata e accettata. Da una disponibilità inesauribile, se vogliamo, il cui miglior paradigma è l'innamoramento. Dunque il sentiero percorso non è mezzo per raggiungere lo scopo, è già lo scopo cioè la relazione stessa..….. l'amore è vagabondo e mendicante.


    Ma l'uomo Greco pensa per la prima volta questo rapporto attribuendogli due caratteri inauditi: l'originario stare nella verità da parte dell'individuo, solamente permanendo nella quale è possibile che si realizzi la ricerca..che diventa cioè una sorta di processo di autoconsapevolezza..e anzitutto verità come incontrovertibilità, innegabilità, stabilità assoluta, non removibile da tecniche umane o divine, dalla variazione storica delle opinioni e dei costumi..
    Non esiste un originario stare nella verità, piuttosto un originario desiderio di verità. Ma una verità soltanto eidetica, una cosa del vedere, del comprendere, della theorìa, come la chiama la tradizione greca, non corrisponde pienamente al desiderio della coscienza.
    Quando la chiesa cattolica si ritrova a difendere l'ontologia greca si ritrova a salvaguardare questo tipo di sapienza, che è incontrovertibile non in quanto sia soggetta a rivelazione o in quanto voluta, in quanto cioè sia posta da altro che da se stessa ma precisamente in quanto si impone da sè medesima..verità come manifestazione dell'innegabile, di ciò che non può esser scosso, smosso.
    L'apostolo Paolo, parlando della fede, viene a dire che essa è argomentum non apparentium, cioè qualcosa che non si manifesta indipendentemente dalla decisione estrinseca che si manifesti, e proprio per questo massimamente dubitabile e controvertibile, sicchè è inevitabile che una tale forma di conoscenza non si presti al rango di quella precedente..proprio perchè non è stante, ma è sostanzialmente un rischio, come Dostoevskij e Kierkegaard sapevano molto bene..e il problema è proprio quello di non confondere i tratti di questi due termini..fede e ragione..perchè se tu mi dici che la verità incontrovertibile è qualcosa che può non apparire, qualcosa che dunque è legittima nella misura in cui sia avanzata e concessa da un Dio - e abbiamo visto che il dono stesso è sorretto dalla fede..fede la verità incontrovertibile stessa dunque -, ecco che li sta confondendo..da queste basilari considerazioni è facilmente comprensibile il punto di vista di chi, come la chiesa cattolica, giudica tutt'altro che sensato abbandonare la discussione critica servendosi di questi strumenti concettuali..
    Il punto è che la conoscenza della verità, potendo solo essere un percorso, è sempre sviluppo, maturazione dell’anima, non si tratta solo d’uno svolgimento coerente di idee. Nel concetto di sviluppo è in gioco la stessa vita personale: vivere è cambiare, e la verità non è mai soltanto teorica. Senza partire dal dato esistenziale, dal proprio irripetibile e concreto vissuto, il cristianesimo semplicemente non esiste. Verità significa di più che sapere: il Logos cristiano è verità e al contempo amore, non lo si conosce senza viverlo integralmente. La verità di cui l’uomo ha bisogno sorpassa le possibilità della ragione.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Ragione e Fede

    Citazione Originariamente Scritto da Ginny Visualizza Messaggio
    La mia risposta, in verità, è speculare: non perché la fede proviene da Dio posso dire che è vera, ma posso dire che viene da Dio perché è vera. Intendendo con "vera" corrispondente alla mia coscienza, risposta adeguata alla consapevolezza che ho di me, che è consapevolezza di un desiderio.
    Non c'è nulla, in questo mondo, di adeguato a colmare il desiderio che la coscienza sente, tanto che Platone dovette postulare un mondo ontologicamente superiore, il mondo dell'universalità e della verità, separato e distinto ma che stesse in rapporto con il nostro. Ma è "come" questo rapporto possa verificarsi che resta, senza il rivelarsi di Dio, un punto interrogativo. Resta la tragica consapevolezza del ponte crollato, o del portone sbarrato.
    …..
    Che la tua fede scaturisca da un desiderio non è argomento pertinente per dedurne la provenienza divina: si potrebbe replicare che sia il desiderio stesso a produrre da un lato la tua fede in Dio, dall'altro la fede che tale fede in Dio provenga da Dio.
    Oppure intendi dire che il costituirsi stesso del desiderare debba rinviare di necessità ad una sfera beata, perfetta, infinita, colma, incorruttibile? E in tal caso, perchè? Cosa dovrebbe impedire a tale espediente di risultare fallimentare e illusorio?
    Si tratta infatti di capire cosa tu intenda quando affermi che la sfera del desiderio non si imbatte in un referente adeguato nel mondo fisico..certo, l'eros platonico si rivolge prima ai corpi sensibili, trascendendoli poi nella bellezza spirituale, nelle realtà ultime, eterne e intelleggibili..ma questa raffinata e suggestiva variante della fondazione metafisica del mondo delle idee, nel Simposio, è sottesa alla convinzione che il mondo sia storia, tempo, variazione, produzione e distruzione degli eventi..e Platone, come tutti i grandi maestri della metafisica Occidentale, va alla ricerca dell'Essere sempiterno..ma si tratta pur sempre di una convinzione da interrogare, per quanto sedimentata e radicata..chi lo dice che le cose siano divenienti?
    In generale le mie perplessità possono essere così riassunte: cosa dovrebbe legittimare - in senso forte, non doxasticamente - la presenza di un orizzonte pieno, satollo, immoto, volto ad appagare le nostre brame, incertezze, angoscie, la nostra coscienza di finitezza (ammettendo l'evidenza di quest'ultima)? Che fondatezza può esibire, qualora tu intenda prendere le mosse dalla funzione erotica che Platone attribuisce all'indagine filosofica, la persuasione che l'esperienza attesti una natura diveniente, effimera, precaria, caduca - giacchè è da tale premessa che si passa, in ogni forma e sfacettatura gnoseologica, epistemologica, ontologica della produzione platonica, dalla physis all'archè, dal mondo a Dio .. - ? Ti invito a riflettere su un'espressione del Timeo, che definisce il tempo come immagine mobile dell'eternità..

    Più che di conciliazione, parlerei di resa delle armi (sempre provvisoria: nessuna fede è vera e viva se non conosce il dubbio) a conclusione di una dura battaglia. La lotta della ragione che ha fame di verità è la lotta, narrata nella Genesi, di Giacobbe che nella notte è aggredito da uno sconosciuto di cui non può vedere il volto, e che infine lo lascia azzoppato, dolorosamente conscio del proprio limite, sconfitto eppure, inopinatamente, vincitore. La ragione che infine accetta di aprire le braccia alla fede, riconoscendone la necessità, è certamente l'immagine di un abbraccio libero e appassionato ma anche di una sofferta crocifissione.
    Non sottovalutare l'importanza della bellezza…..è pur sempre lo splendore della verità
    Qui però hai l'onere di indicare, fuor di metafore e parabole, i limiti della ragione, per poter asserire l'esigenza di riempire le lacune con la fede..donde sgorga la necessità di questo riempimento?
    Non sottovaluto affatto la pregnanza della bellezza..anche perchè l'affinità tra il bello, il virtuoso, l'armonia, il buono, la perfezione geometrica è tipicamente greca..kalos kai agathos non a caso..una concezione che la teologia medievale eredita dalla tradizione metafisica classica - basti vedere la disputa sui trascendentali - e non è un caso che io mi sia riferito all'estetica..che è un termine relativamente giovane, che trova fortuna solo a partire da Kant..da quando cioè il principio unitario della realtà diviene il soggetto, non è più ricercato all'esterno..in cui la morale e la produzione artistica vengono isolate da ogni riferimento di trascendenza..sicchè l'arte esprime la creatività e originalità del genio che non si attiene a regole ma innova i propri modelli..non all'artigiano che imita e riproduce l'immutabile..
    Non a torto, dunque, parlavo di gusto estetico nei tuoi confronti: inteso cioè come volizione momentanea e arbitraria, come assenza di stabilità assoluta ed essenziale..precisamente il rapporto che tu intrattieni con la teologia, considerata - correggimi se sbaglio - un ornamento decorativo piuttosto che il cuore pulsante e discriminante di tutto il discorso..

    Uhm…..di questo non sono convinta. Ho un'altra nozione di verità. Non cioè di verità come oggetto, che si possiede o non si possiede, e che una volta posseduta spegne la creatività del desiderio, ma come relazione, a cui si tende a partire da un senso di mancanza valorizzata e accettata. Da una disponibilità inesauribile, se vogliamo, il cui miglior paradigma è l'innamoramento. Dunque il sentiero percorso non è mezzo per raggiungere lo scopo, è già lo scopo cioè la relazione stessa..….. l'amore è vagabondo e mendicante.
    A scanso di equivoci nemmeno io, a meno che tu con verità come oggetto non intenda l'innegabilità di uno stato di cose, di un incontrovertibile modo d'essere del reale: in tal caso - al contrario - sarei il primo a concordare, perchè è a tale concezione che iniziano a rivolgersi i primi filosofi greci..e il motivo per cui tale atteggiamento è particolarmente carico di conseguenze è che ogni possibile ridefinizione del concetto di verità è costretto a ricadere nei termini evocati, non potendone prescindere: anche tu, dicendo che la verità è relazione, disponibilità, reciprocità, fiducia, innamoramento, relazione, stai indicando uno stato di cose stabile..lo fai anche dicendo che tale modo d'essere è instabile, giacchè la verità consisterebbe nella stabilità di tale modo d'essere instabile..
    Che poi debba essere l'amore a redimere l'uomo, salvandolo dal dolore e dalle contraddizioni, questo è un salto nel vuoto, non un evidenza..cioè daccapo una fede, non una verità assoluta, e allora si tratta di capire quale credito possa vantare concretamente al tribunale della verità: io non sono un orco, ma è chiaro che attribuire peso all'amore è fuorviante a meno che non lo si sappia giustificare in sede opportuna tale conferimento..che Gesù esprima l'agape del Padre nei confronti dell'umanità non dice nulla rispetto alla verità dell'agape, di Gesù, del Padre..e queste tre parole richiamano la generazione, il divenire, la produzione, l'agire, l'eternità, cioè l'essere, il nulla, la trasformazione come oscillazione tra l'essere e il nulla..ossia le categorie, le strutture concettuali proprie del linguaggio e della speculazione greco, a prescindere dalle quali l'intera storia della salvezza non direbbe proprio nulla..ma allora è su questa scacchiera che si determina il gioco..

    Non esiste un originario stare nella verità, piuttosto un originario desiderio di verità. Ma una verità soltanto eidetica, una cosa del vedere, del comprendere, della theorìa, come la chiama la tradizione greca, non corrisponde pienamente al desiderio della coscienza.
    Ma questa tua decisione perentoria è già uno straordinario stare nella verità, la verità che afferma che non si sta nella verità! Se il rapporto con lo spettacolo della verità non è originario non può essere seminato e percorso alcun sentiero come vedi. Ripeto l'invito a non prendere sottogamba l'apporto del pensiero greco, non per questioni di puro interesse storico, filologico, esegetico, esistenziale..ma perchè è la dimensione che apre lo spazio in cui viene a giocarsi ogni gioco dell'Occidente..il cristianesimo è uno di questi giochi..ed è la forma del gioco a determinare il senso dei contenuti che in esso si avvicendano..
    Cosa intendi dire con 'soltanto' eidetica? Mi pare che tu abbia il vizio di ridurre questo evento al puro diletto concettualistico di qualche figuro benestante, di origine nobiliare o arricchitosi con il commercio..mentre è corretto l'opposto..e cioè si deve sondare l'angoscia e la tragicità originaria dell'uomo per capire la nascita della filosofia..l'angoscia stimola la conoscenza della verità perchè la conoscenza rende la natura prevedibile, garantendo al mortale potenza e salvezza..il pensiero filosofico eredita cioè le istanze e le prerogative più profonde della tradizione mitica..e la theorìa filosofica corrisponde all'immagine suprema che il mythos rivela ai mortali per consolarli, elevarli al di sopra dei pericoli della vita..
    Durante la festa arcaica, la poiesis era anticamente strumento di produzione dell'immagine divina..cioè l'orizzonte di senso in cui l'esistenza dell'uomo del clan e della tribù riceveva un ruolo determinato..attorno al significato unitario dell'ordinamento esposto attraverso l'immagine venivano a configurarsi e articolarsi le attività dell'arte, della caccia, della raccolta, dei riti..la vita comunitaria ne era vincolata..
    L'epistéme filosofica eredita e perfeziona la funzione del messaggio religioso..il cui scopo è eminentemente pratico..giacchè è attraverso la verace visione del cosmo che si intende guidare e organizzare la società e dominare il mondo..sfuggendo ai dolori, all'impotenza, alla parzialità, all'alienazione in cui si è confinati stando in balia degli eventi..la stessa da cui scaturisce quel bisogno di relazionalità di cui tu parli..


    Il punto è che la conoscenza della verità, potendo solo essere un percorso, è sempre sviluppo, maturazione dell’anima, non si tratta solo d’uno svolgimento coerente di idee. Nel concetto di sviluppo è in gioco la stessa vita personale: vivere è cambiare, e la verità non è mai soltanto teorica. Senza partire dal dato esistenziale, dal proprio irripetibile e concreto vissuto, il cristianesimo semplicemente non esiste. Verità significa di più che sapere: il Logos cristiano è verità e al contempo amore, non lo si conosce senza viverlo integralmente. La verità di cui l’uomo ha bisogno sorpassa le possibilità della ragione.
    Certo che la conoscenza è sviluppo, ma non vi sarebbe alcuno sviluppo senza relazione tra conoscenza e conosciuto, uomo e verità..se i due termini fossero isolati allora alcun passo sarebbe possibile per conciliarli, discuterne, pensarli..d'altra parte non ritengo che la verità sia teorica..la verità è quanto di più concreto vi sia..non a caso Aristotele dice che il principium firmissimum è principio di conoscenza ma anche ontologico..parlare della filosofia e del suo rapportarsi alla verità in termini puramente intellettualistici è un errore grossolano - .basterebbe anche solo richiamare la polemica del pensiero classico contro Parmenide per capire cosa intendo..
    Ciò che scrivi in seguito risulta, come ho già avuto modo di dire, problematico: il cristianesimo non esiste senza la prassi, l'esperienza, il vissuto, ma cosa siano prassi, esistenza, vissuto, lo decifra il logos greco, cioè la theorìa stessa: l'agire di Gesù è passaggio dall'atto a potenza? e non ci stiamo qui esprimendo secondo la terminologia aristotelica? E che cosa può ancora dire il cristianesimo decontestualizzato da queste strutture? Poi: se il logos giovanneo è ragione e amore e se l'amore sorpassa la ragione stiamo nella fede, cioè in una forma di non conoscenza - e allora si tratta di capire che legittimità abbia di imporsi sovrastando o anche solo oltrepassando la ragione: possiamo girarla come vogliamo la frittata ma la verità è spietata, non basta appassionarsi di un messaggio affascinante e crederci con trasporto, anima e cuore: va giustificato in sede critica, altrimenti rimane qualcosa di negabile, dubitabile, controvertibile..
    Come ho già detto altrove, la carità di Gesù non dice nulla della verità della carità: Platone, grandissimo, diceva appunto che nessuna virtù è tale se non è vera virtù..
    Ultima modifica di Platone; 21-10-09 alle 02:02
    Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Ragione e Fede

    Citazione Originariamente Scritto da Ginny Visualizza Messaggio
    La mia risposta, in verità, è speculare: non perché la fede proviene da Dio posso dire che è vera, ma posso dire che viene da Dio perché è vera. Intendendo con "vera" corrispondente alla mia coscienza, risposta adeguata alla consapevolezza che ho di me, che è consapevolezza di un desiderio.
    Non so se ho ben compreso quel che hai scritto, mi pare però d’intravedere qualche elemento che non collima troppo con la nozione di verità comunemente intesa dal cristianesimo. Una verità è tale perché universale, cioè valida e vera per tutti. Ma se la Verità risponde ai richiami e alle necessità della coscienza individuale (scrivi mia coscienza), non può sottrarsi al ben fondato sospetto che sia una verità di coscienza individuale, e che non sia quest’ultima a piegarsi – parli di resa – fino a confluire all’interno del cono di luce proiettato dalla verità; sia bensì questa, la verità, a plasmarsi sulla scorta del desiderio e della coscienza individuali. In tale evenienza, la tua verità di coscienza starebbe allo stesso livello di veridicità di una qualsiasi altra verità di coscienza di segno o di contenuto opposto. Se la mia verità di coscienza – così affermi, la verità è tale se conviene alla consapevolezza del mio desiderare e alla mia coscienza – reca in sé il contenuto ‘x’, la verità altrui potrebbe comportare un contenuto affatto differente, e il relativo avrebbe infine imperio sull’assoluto. La verità di coscienza, ovvero quel contenuto che collima perfettamente con i dettami etici del mio intimo, implica due conseguenze, le quali, entrambe, tendono a ricusare la possibilità di una verità esogena all’individuo cui aderire e conformarsi; negano, di fatto, la possibilità di una verità universale. Come prima e immediata conseguenza si ha che la coscienza istituisce e forgia la verità, poiché è quest’ultima ad adeguarsi ai dettami della prima, che di fatto la istituirebbe; come seconda conseguenza si avrebbe la replica delle cause della caduta narrata in Genesi, quando l’uomo pretese di de-cidere per sé quel che è bene e quel che è male, eleggendo la propria coscienza a legislatore che promulga norme etiche, transeunti e mutevoli, che si sostituiscono a quelle divine, immutabili e immarcescibili. Istituire la verità sulla base delle istanze della coscienza significa, in soldoni, creare nel proprio intimo un Dio soggettivo che non esprime più un Logos universale, ma che risponde esclusivamente a se stesso e alla coscienza che lo edifica e ospita. La coscienza, pur vincolando in un rapporto che si esplica intimamente e che non attinge all’esterno per definire i propri limiti, è anche cifra della libertà pretesa dall’uomo, poiché è espressione di una intima decisione. Va da sé che la libertà individuale, seppur delimitata dai limiti che la coscienza intimamente erige e definisce, prevarrebbe sulla verità e questa sarebbe subordinata alla prima, che di fatto la precederebbe nel suo costituirsi nell’animo umano, e l’adesione ad una verità – peraltro non più esogena all’individuo – si tradurrebbe in un atto di volizione. Ma tutto ciò non è in aperto contrasto con quanto professato dalla Chiesa?
    «No so che farci! Attendo con pazienza che Andrea inserisca la sua dimostrazione circa l'impostura di Vittorio Messori

    Grazie

  4. #4
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    Predefinito Rif: Ragione e Fede

    Non sono assolutamente uno specialista e non voglio esserlo: le mie praterie galoppano per altri lidi ….io non sono un metafisico

    Ora ogni professione di fede è certa ed è certa nella vita di chi la canta e cerca -nonostante il peccato( o forse grazie al peccato- ma questa è altra storia) di viverla e realizzarla per la propria e altrui santificazione ,per la propria e altrui salvezza ,per la propria e altrui divinizzazione- proprio perchè assolutamente debole, assolutamente faziosa ,assolutamente canto di un soggetto personale(singolo e/o congregazionale che sia) , che ha deciso di vivere - nonostante il peccato o grazie al peccato?- l'esperienza dell'abbandono, della fiducia nella realizzazione delle promesse annunciate e predicate ed infatti continua ad invocare(in quella particolare forma di collera contro Dio che è la preghiera)
    L'esclusivismo teoretico demonstrato e non cantato( quindi direi scientifico..asettivo..da tavolo operatorio..da gelido microscopio..presuntuoso e pretestuoso...io sono un esclusivista ma so di non esserlo ..io danzo l'esclusivismo mica lo dimostro..anzi chi lo dimostra è figlio del principe di questo mondo) mi sembra una pericolosa tentazione, seducente ,lussuriosa, la tentazione adulterina per una stra-figa nel caso dei maschietti ..di un bonazzo in servizio permanente effettivo per le femminucce
    Mi sembra quindi un'ennesima fregatura da pensiero forte ,estremamente razionale, concreto e positivo, lucido che par che dica Ragazzi il gioco è finito, la vacanza pure, basta ,suvvia finitela con questa fissa e con questa fissazione. suvvia un pò di decenza metafisica

    ..Io sono indecente...e quindi cristiano...e quindi ortodosso(e per di più prete)...
    vado verso i 60 cinico disincantato perfido e quindi cristiano ed ovviamente ortodosso a Palermo sperare nell'unità dei cristiani e sconfiggere l'ecumenismo
    Cercamo d'esse preti, io solo questo ve chiedo: d'esse preti, che nun ce perdemo niente".

  5. #5
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    Predefinito Rif: Ragione e Fede

    Citazione Originariamente Scritto da Giovannipresbitero Visualizza Messaggio
    Non sono assolutamente uno specialista e non voglio esserlo: le mie praterie galoppano per altri lidi ….io non sono un metafisico

    Ora ogni professione di fede è certa ed è certa nella vita di chi la canta e cerca -nonostante il peccato( o forse grazie al peccato- ma questa è altra storia) di viverla e realizzarla per la propria e altrui santificazione ,per la propria e altrui salvezza ,per la propria e altrui divinizzazione- proprio perchè assolutamente debole, assolutamente faziosa ,assolutamente canto di un soggetto personale(singolo e/o congregazionale che sia) , che ha deciso di vivere - nonostante il peccato o grazie al peccato?- l'esperienza dell'abbandono, della fiducia nella realizzazione delle promesse annunciate e predicate ed infatti continua ad invocare(in quella particolare forma di collera contro Dio che è la preghiera)
    L'esclusivismo teoretico demonstrato e non cantato( quindi direi scientifico..asettivo..da tavolo operatorio..da gelido microscopio..presuntuoso e pretestuoso...io sono un esclusivista ma so di non esserlo ..io danzo l'esclusivismo mica lo dimostro..anzi chi lo dimostra è figlio del principe di questo mondo) mi sembra una pericolosa tentazione, seducente ,lussuriosa, la tentazione adulterina per una stra-figa nel caso dei maschietti ..di un bonazzo in servizio permanente effettivo per le femminucce
    Mi sembra quindi un'ennesima fregatura da pensiero forte ,estremamente razionale, concreto e positivo, lucido che par che dica Ragazzi il gioco è finito, la vacanza pure, basta ,suvvia finitela con questa fissa e con questa fissazione. suvvia un pò di decenza metafisica

    ..Io sono indecente...e quindi cristiano...e quindi ortodosso(e per di più prete)...
    Ricordo una conferenza a Venezia..era il 2004.. si trattava di un incontro/confronto tra Severino e Panikkar che verteva proprio su questo tema..Panikkar esortava il suo interlocutore ad aprirsi all'ipotesi che il logos non avesse 'presa' sulla realtà..che le nostre costruzioni mentali, i nostri metaracconti non esprimessero altro che una tecnica linguistica strumentale, artificiale, seppur laboriosa, per dare una rappresentazione, un ordine stabile a una natura intimamente indecifrabile..indisposta a lasciarsi codificare dai nostri schemi..che,come una rete gettata sul mare, non sarebbe in grado di intrappolarla..
    Si potrebbe far notare a Panikkar che, assecondando il suo gioco, si finirebbe solamente per gettare una rete più ampia, la rete che afferma l'inconsistenza di ogni rete..ritrovandosi dunque a giocare secondo quelle regole dell'avversario che da cui pur si intendeva prescindere..
    La polemica di Kierkegaard nei confronti della metafisica idealistica è una riproposizione esemplare di tutto ciò..all'origine della caduta, il peccato..che ha contaminato anche le ragioni intellettuali che pur crediamo di poter esercitare in modo rigoroso..precludendo ogni discorso razionale..e qui si dovrebbe interrompere Kierkegaard e fargli notare di stare ad esprimere già quella conoscenza che pur si era impegnato a escludere dall'orizzonte dell'esistenza..
    L'aspetto veramente deludente dell'intera questione è che le critiche che la cultura contemporanea muove da più direzioni al teoreticismo e al sapere fondazionistico hanno un sapore vagamente estetico, volontaristico..cioè esprimono più un gusto personale che un effettivo motivo speculativo..quasi a dire che non piace o non interessa un discorso per poter di conseguenza accantonarlo, esimendosi dal criticarlo..quasi che la verità muti a seconda della decisione del singolo..e questa miseria - perchè di miseria si tratta - è poi l'essenza comune a tanti intellettuali, uno su tutti Vattimo..
    Sembra ci si sia dimenticati che la filosofia nasce certo non per 'seduzione' o 'sfizio' o 'arbitrio'..per difendere tale sfizio c'è chi è stato condannato a morte dalla legge della propria città, agli albori della storia della metafisica..e che arbitrio, sfizio, seduzione, ossia la persuasione, la fascinazione, il convincimento siano (piuttosto!) precisamente gli atteggiamenti che ha combattuto fin dalla propria nascita..a Vattimo e ai vattimiani converrebbe una buona rilettura dei motivi storici che l'hanno guidata..sul versante teoretico di credibilità non ne hanno..stante l'arbitraria e non giustificata adesione al paradigma heideggeriano, che appoggiano senza avere la forza di discutere - nè, evidentemente, la capacità di farlo -:se il disfarsi del sapere incontrovertibile rimane una fede troppo pigra per scendere alle ragioni del suo rifiuto - dunque alla legittimità del rifiuto, alla sua credibilità - allora non c'è bisogno di commentare oltre per appellarla: non si tratta cioè di contrapporre un sapere forte a uno debole, perchè la negazione di un sapere forte non può che rivestire un ruolo forte a sua volta..altrimenti è solo un'assenza di significato, l'inesistente..e il pensiero debole deve imparare a uscire da questo impasse se non vuole risultare totalmente insignificante..

    ps: caro Presbitero, la sua ammissione di incompetenza è in contraddizione con le sue considerazioni rispetto alla non convenienza di un sapere epistèmico, forte, non discutibile..si tratta di decidersi se si sta per l'incompetenza o per il discutere..ma discutere senza competenza non è possibile..
    Ultima modifica di Platone; 27-10-09 alle 23:42
    Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

  6. #6
    da ortodosso per Paolo VI
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    Predefinito Rif: Ragione e Fede

    ....a me sta benissimo essere un assoluto non senso...anzi potrei perfino confessare a me stesso che la stessa mia professione di fede mi rende "stavolta starei per dire ontologicamente" un non senso e ancor di più tale mi rende e mi restituisce alla verità interiore di me stesso l'esercizio del ministero sacerdotale

    e proprio la giusta durezza ( era inevitabile...direi doverosa..) di Platone mi ha fatto cercare tra i miei file un mio articolo di assoluto non senso presbiterale (ripeto non sono uno specialista..ma solo un prete di città..e di una città ahimè violata...)


    un file di un articolo mio del 2004


    Il coro ha iniziato il canto del Kerubikòn

    "noi che misticamente ora siamo icone e alla vivifica Triade l'inno trisagio cantiamo,deponiamo ogni affanno dela vita per accogliere il Re dell'universo invisibilmente scortato dalle angeliche schiere.Alliluia,alliluia,alliluia"

    Ed io davanti al Trono del Signore Sovrano e Filantropo recito l'antica preghiera segreta presbiterale:ancora una volta e per me stesso,per le mie contraddizioni,per i miei peccati,ma anche-nell'incredibile mistero triadico della misericordia della e nella Chiesa-per la lotta interiore di tutti,per la quotidiana battaglia tra il buco nero e la veste nuziale,tra la forza di gravità di ogni nostra pesantezza e il convito e il banchetto esente da ogni contaminazione,da ogni interesse,da ogni preoccupazione,da ogni ansia,angoscia,impegno per quanto nobile e propositivo.

    Tutto,ma proprio tutto,è immondizia di fronte al re della gloria che sta entrando in Sion la santa .

    Tutto,ma proprio tutto,tutto il nostro tutto,viene inchiodato alla sua ambiguità,al suo codice genetico di idolatria possibile e costantemente realizzata- la storicità come dramma,come luogo di pesantezza,di parzialità,di ambigua oscurità

    Non confidate nei principi,nei figli degli uomini,che non posseggono salvezza ( salmo 145 seconda antifona dei Tipici della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo/di San Basilio-uso del tipikòn delle Chiese di tradizione slava)

    Il Padre Cosmàs,igumeno del nostro monastero calabrese di San Giovanni Theristis,....ogni anno il mio mese di Agosto per il mio riposo del corpo e del cuore e per il mio servizio in monastero
    Io gli parlo e gli presento i miei drammi,le mie cadute,i miei dubbi e da buon occidentale figlio della discorsività e del ruminar della dialettica mi aspetto proprio questo ed invece no,ma proprio no

    Nessuna concessione ad ogni possibile demone,ad ogni possibile tentazione di autoreferenzialità.Solo e semplicemente Coraggio,Non avere paura e poi
    scoprire che di notte si alza e si reca in Chiesa e prega e prega portandomi sulle sue spalle e con la sua intercessione e accende per me una candela

    Confessate dunque i falli gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri onde siate guariti;molto può la supplicazione del giusto fatta con insistenza (lettera di Giacomo apostolo,capitolo 5 versetto 11)


    Taccia ogni carne mortale e se ne stia con timore e tremore.Non pensi in se stessa ad alcunchè di mondano
    Il Re dei re e il Signore dei Signori si avanza per essere immolato e dato in cibo ai fedeli........(inno cherubico del sabato santo,il grande sabato)


    E allorquando misuro me stesso davanti al Signore e perfino tremo,so che è anche questo è idolatria.So che sono chiamato a non essere più problema per me stesso.Io non sono il centro del mondo-Siamo chiamati ad essere un'assenza

    Superbia e disperazione sono sorelle gemelle monozigoti


    Resta solo l'esperienza del pubblicano,la compunzione,il pentimento,la coscienza della propria assoluta inadeguatezza-Non posso proporre nulla.Non ho un curriculum vitae da depositare in Direzione Amministrativa affinchè venga monetizzato in punti e in graduatoria.Non posso assumere impegni ed alternative.Non ho più capacità negoziale-Nessuna concertazione è possibile-Ed ecco la forza del salmo 50


    Venga la Grazia e passi questo mondo(Didachè-insegnamento degli Apostoli X,6 p 329)

    E mentre il diacono incensa tengo stretta tra le mani la mia corda di preghiera e apro lo spazio all'invocazione
    La preghiera del cuore,grano per grano della corda di preghiera,l'invocazione del Nome

    Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore


    Ed è ancora lotta:lo squarcio di luce è teofania,ma il vecchio Adamo è sempre vigile,questo strano cadavere che cammina e l'avversario stavolta usa il fascino della sapienza,la seduttiva seduzione mai sfiorita e sempre consapevole delle sue armi: la gnosis ,l'orgoglio della gnosis emergono improvvisamente e mi tenta,si mi tenta,mi tenta durante l'invocazione,cerca di castrarla,di deprivarla,di leggerla
    Mi squaderna l'eleganza e l'infinita sapienza dei miei studi sulla Teologia del Nome,i suoi rimandi,le sue nobili intuizioni,il suo Sitz im Leben,il suo valore

    Ma è distrazione.è tentazione,è inserimento di un modesto,triviale altro di fronte all'Altro
    Sì la storicità come tentazione,come autogiustificazione, senso di legittimità per una specifica opera meritoria,un voler comunicare(ed è bestemmia) al Signore Risorto che ho capito tutto,che conosco alla perfezione i codici di comunicazione con lui,che li sto usando con intelligente discernimento,un volergli dire(sotto le sembianze nobili di un presento dialogo tra pari) che mi sento bene

    Si la tentazione durante la preghiera e durante la preghiera del cuore!!!

    Dimentico che il pubblicano staa sempre a capo chino e molto distante dal luogo alto e dimentico ancor che al figliol prodigo,al momento del ritorno a casa,non fu consentito dal Padre misericordioso la relazione sugli eventi e neppure gli fu consentito di aprir bocca


    -Ditemi Padre Dorofeo,in che cosa consiste la preghiera pura?

    -E' una preghiera senza pensieri vani;è quando il pensiero è raccolto,quando l'attenzione non vaga e il cuore veglia,cioè quando è preso da spavento e da tenerezza.Ma se pregando con le labbra,i tuoi pensieri vagano lontano,questo non è una preghiera.(Sergio Bolsakov -Incontri con la preghiera del cuore-Ancora Milano 1981 pagina 15)


    La lotta prosegue Abbi di noi misericordia Signore,abbi di noi misericordia mancando di ogni discolpa questa supplica a te Sovrano noi peccatori porgiamo,abbi di noi misericordia(ufficio della protesis Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo/San Basilio -preghiere di preparazione del sacerdote)


    Siamo chamati a diventare un'assenza e nella preghiera del cuore,l'invocazione ininterrotta del Nome di Gesù rende il luogo Luogo e il tempo Tempo


    Pregare senza interruzione è strappare il tempo alla dannazione per collocarlo nella luce indefettibile.....eliminare mediante il ricordo di Dio,l'elemento terrestre del cuore,affinchè a poco a poco il male si consumi al ricordo del bene e l'anima torni perfettamente al suo splendore naturale e glorioso.Se non preghiamo senza interruzione,il nostro tempo diventa un tempo decaduto che si annuncia,si avvicina,arriva e non è più....Pregare è al contrario trasfigurare il tempo....Non abbiamo altra risorsa all'infuori dell'epiclesi del Nome di Gesù per vincere i nemici incorporei e visibili malevoli, maestri nell'arte di fare il male(Andre Borrely-Chi si avvicina a me s'avvicina al fuoco-Ancora Milano -1978-passim pagina 181 e 180)


    E alla fine tra i morsi della lotta,i colpi di coda del mentitore,le consolazioni dell'intercessione tra noi tutti popolo di Dio in cammino nella distinzione dei carismi e ministeri e nell'unità dell'edificazione comune,grappoli e tralci dell'unico vigneto,la certezza incredibile e assolutamente in-sensata della Filantropia,la compagnia concreta dell'icona della Madre di Dio,del mio Santo,e dei santi tutti ,la mia corda di preghiera forse strapazzata e strapazzata,mi si apre davanti la sconfinata prateria dell'epiclesi,il lasciar fare al Santo Spirito



    Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore


    Riuscirò a dichiararmi inutile ed inessenziale?


    Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore


    PS Spero caro Platone di avere chiarito a me stesso in primis il senso dell'assoluta mia incompetenza..essa nasce dalla gioia della mia fragilità esistenziale ...
    Ultima modifica di Giovannipresbitero; 28-10-09 alle 00:05
    vado verso i 60 cinico disincantato perfido e quindi cristiano ed ovviamente ortodosso a Palermo sperare nell'unità dei cristiani e sconfiggere l'ecumenismo
    Cercamo d'esse preti, io solo questo ve chiedo: d'esse preti, che nun ce perdemo niente".

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Platone Visualizza Messaggio
    Ricordo una conferenza a Venezia..

    [...]
    E’ corretto e ha una sua intima fondata ragione sostenere e rivendicare il diritto della filosofia di sviluppare un discorso teoretico su qualsivoglia argomento che coinvolge e riguardi gli aspetti essenziali dell’esistenza, purché il tutto non si traduca in meri filosofemi che denunciano, nel loro intrecciarsi, esclusivamente l’abnormità del filosofismo (per quanto coerente e incontraddittorio) rispetto al filosofare stesso e soprattutto rispetto alla realtà. Quando un insegnamento diviene eccessivamente concettuale, sovente tralascia o pian piano dilegua il confronto con il mondo, trasformandosi in un esercizio mentale, di logica. Il rischio che si corre in queste evenienze è quello di edificare veri e propri meticci cui strenuamente aggrapparsi, che nulla dicono e raccontano del merito dell’argomento intorno al quale pretendono d’essersi costituiti. La filosofia è un mezzo, non può divenire un fine, e quando dimentica la realtà si erge a unico paradigma con cui non più l’essere nella sua interezza dialoga, è bensì la mente a proporsi come suo unico interlocutore.
    «No so che farci! Attendo con pazienza che Andrea inserisca la sua dimostrazione circa l'impostura di Vittorio Messori

    Grazie

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Voyager Visualizza Messaggio
    E’ corretto e ha una sua intima fondata ragione sostenere e rivendicare il diritto della filosofia di sviluppare un discorso teoretico su qualsivoglia argomento che coinvolge e riguardi gli aspetti essenziali dell’esistenza, purché il tutto non si traduca in meri filosofemi che denunciano, nel loro intrecciarsi, esclusivamente l’abnormità del filosofismo (per quanto coerente e incontraddittorio) rispetto al filosofare stesso e soprattutto rispetto alla realtà. Quando un insegnamento diviene eccessivamente concettuale, sovente tralascia o pian piano dilegua il confronto con il mondo, trasformandosi in un esercizio mentale, di logica. Il rischio che si corre in queste evenienze è quello di edificare veri e propri meticci cui strenuamente aggrapparsi, che nulla dicono e raccontano del merito dell’argomento intorno al quale pretendono d’essersi costituiti. La filosofia è un mezzo, non può divenire un fine, e quando dimentica la realtà si erge a unico paradigma con cui non più l’essere nella sua interezza dialoga, è bensì la mente a proporsi come suo unico interlocutore.
    Hai metabolizzato una concezione vagamente strumentale del 'sapere', niente affatto pacifica e assodata..che sebbene sia stata valorizzata da grandi protagonisti di notevole levatura del pensiero filosofico ciò non significa perciò stesso che sia indiscutibile, si tratta piuttosto di indagare i motivi fondamentali che spingono ad avanzarla: dici precisamente che tali edifici concettuali nulla possono dire sulla concretezza della realtà, sull'esistenza..la realtà sarebbe come l'acqua del mare che sfugge alla rete di cui parlavo..ma questo, come dicevo, è argomento tutt'altro che evidente e che se avanzato a prescindere da un'argomentazione adeguata è una fede in equilibrio con l'opposta..percui mi chiedo se tu abbia la pretesa di giustificare questa tesi, che come ogni tesi vale il poco che può valere, in attesa di un fondamento..
    Ovviamente quest'idea in base alla quale il logos è un mezzo inadeguato a cogliere la limpidezza e la trasparenza del reale stona con il tuo incipit, in base al quale il discorso filosofico avrebbe delle ragioni fondate..se ha ragioni fondate non può per definizione non averle..altrimenti non parliamo di ragione ma di una fede, che come ogni fede è priva di fondamento alcuno..
    Ultima modifica di Platone; 28-10-09 alle 22:26
    Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

  9. #9
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    Hai metabolizzato una concezione vagamente strumentale del 'sapere', niente affatto pacifica e assodata..che sebbene sia stata valorizzata da grandi protagonisti di notevole levatura del pensiero filosofico ciò non significa perciò stesso che sia indiscutibile, si tratta piuttosto di indagare i motivi fondamentali che spingono ad avanzarla: dici precisamente che tali edifici concettuali nulla possono dire sulla concretezza della realtà, sull'esistenza..la realtà sarebbe come l'acqua del mare che sfugge alla rete di cui parlavo..ma questo, come dicevo, è argomento tutt'altro che evidente e che se avanzato a prescindere da un'argomentazione adeguata è una fede in equilibrio con l'opposta..percui mi chiedo se tu abbia la pretesa di giustificare questa tesi, che come ogni tesi vale il poco che può valere, in attesa di un fondamento..
    Ovviamente quest'idea in base alla quale il logos è un mezzo inadeguato a cogliere la limpidezza e la trasparenza del reale stona con il tuo incipit, in base al quale il discorso filosofico avrebbe delle ragioni fondate..se ha ragioni fondate non può per definizione non averle..altrimenti non parliamo di ragione ma di una fede, che come ogni fede è priva di fondamento alcuno..
    Ho la sensazione che tu abbia tratto conclusioni eccessivamente tranchant dal mio intervento. Le ragioni più che fondate della filosofia sono rilevabili semplicemente nell’esigenza che l’uomo avverte di dare risposte sensate ai molteplici quesiti che aleggiano sulla propria esistenza, e in questo campo ritengo che la filosofia abbia qualcosa da dire, anche se non credo sarà mai un qualcosa di definitivo, purché (si tratta di una congiunzione che introduce una proposizione condizionale, ovvero se sussiste la condizione enunciata dalla proposizione che segue la congiunzione ‘purché’, le risposte fornite dalla filosofia possono mantenersi all’interno dell’orizzonte di senso) sappia evitare l’autoreferenzialità che disdegna il confronto costante con la fattualità e la realtà. Diversamente, se questa condizione non venisse rispettata, ossia se il filosofare dovesse ridursi a mero esercizio speculativo e concettuale che tiene ferma solo la coerenza interna del proprio dire (il feticcio cui alludevo nel precedente post), si tradurrebbe in filosofema che più che parlare del mondo e della realtà, straparlerebbe solo di sé, eleggendo gli enunciati che sorreggono e fondano il discorso filosofico a mezzo e fine della speculazione stessa. Il filosofare arioso su tematiche che attengono alla vita e alla morte, all’esistenza in genere, seppure possa rappresentare uno stimolante esercizio mentale, sovente alla lunga risulta stucchevole auto rappresentazione.

    Nondimeno, sebbene io ritenga il linguaggio sostanzialmente inadeguato a cogliere il Logos, sono dell’opinione che rappresenti uno strumento imprescindibile e irrinunciabile – forse perché unico – per sviluppare un sensato discorso intorno ai quesiti fondamentali dell’esistenza; mi aspetto sempre una qualche originalità che introduca a nuovi orizzonti da scandagliare, sebbene non credo possa mai dire la parola definitiva in ordine alla verità, poiché questa è scivolosa e sfuggente come lo è la coda di una cometa. Credo che le parole (e il discorso filosofico fa appello alla parola, al phonema) siano un veicolo che trasporti frazioni di verità. Cioè mai esse possono com-prendere l’intero, tutto ciò che si pensa e, soprattutto, non sono adeguate a comunicare le emozioni. Sono come un nucleo la cui superficie esterna è composta di materiale poroso che lascia filtrare vapori di emozioni, bagliori di sentimenti, riflessi di verità, ma mai sono in condizione di esprimere compiutamente il tutto. Non già per carenze espositive, o per volontà di chi esprime le proprie sensazioni, piuttosto, più semplicemente, per proprie inadeguatezze congenite. Ritengo, pertanto, che la verità, qualora ve ne fosse una oggettiva, quella Vera, non sia mai compiutamente comunicabile, addirittura non sia mai conseguibile dall’uomo, perché questi si connette ad essa attraverso sensi mendaci, che la falsificano, che la modulano sulla scorta delle proprie aspettative e desiderata. Il tutto avviene in una condizione di inconsapevolezza. La mente alla fin fine è fuorviante, così come lo sono le parole, e ancor più le diverse interpretazioni da queste rese necessarie. Ma d’altra parte non ci si può affidare che ad esse, perché è proprio vero che il mondo è così come noi ce lo ricreiamo, pur conservando un nucleo di verità intangibile (probabile… un sasso avrà una sua forma, una sua consistenza, un suo colore e calore), questa - la verità - non è nelle nostre disponibilità di fruizione. Cosa ci rimane se escludiamo la parola (ricca ormai di un’aura di verosimiglianza che attornia il nucleo della verità… posto che ve ne sia uno), se escludiamo il simbolismo e le estasi mistiche? Null’altro che la dimensione umana, depurata da troppe certezze e ri-immersa nel suo naturale brodo primordiale, che è poi ciò che ha consentito all’uomo l’evoluzione, anche spirituale, che è fonte di meravigliosa ispirazione per poeti, teologi, filosofi, studiosi etcc…. Cioè il dubbio. Perché meravigliarsi tanto? Perché voler per forza di cose dibattersi contro questa situazione? La parola, pur essendo un potentissimo mezzo di comunicazione a cui l’uomo mai potrà rinunciare, rappresenta sempre un limite.

    Il Logos è un prisma multicolore e ciascuno di noi se ne costruisce uno proprio, ciascuno di noi, per non veleggiare fra onde impetuose, è costretto a divenire partigiano, oppure a rifiutarlo in toto, oppure a cercare una nuova via, un nuovo percorso solipsistico che lo conduca la dove in origine si è proposto di approdare, e l’approdo non è più tale, essendo bensì la partenza stessa, l’incipit pregiudiziale, cioè prefissato in origine: chi vuol fondersi con il Tutto cosmico, si fonderà con il tutto cosmico; chi cercherà il Dio Padre antropoformizzato, troverà il Dio Padre … e così via…. Basta guardarsi intorno… chi, come me, diffida delle troppe certezze, resterà, giustappunto, in una condizione di sospensione…. Il mondo e la verità sono come noi ce li aspettiamo, sono entrambi come noi li abbiamo creati in premessa rispetto alla ricerca… chi confida nel dubbio, e lo eleva a motore e perno dell’evoluzione, esalterà questa condizione; chi, invece, vorrà trovare un paradiso, quello troverà…
    «No so che farci! Attendo con pazienza che Andrea inserisca la sua dimostrazione circa l'impostura di Vittorio Messori

    Grazie

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    Ho la sensazione che tu abbia tratto conclusioni eccessivamente tranchant dal mio intervento. Le ragioni più che fondate della filosofia sono rilevabili semplicemente nell’esigenza che l’uomo avverte di dare risposte sensate ai molteplici quesiti che aleggiano sulla propria esistenza, e in questo campo ritengo che la filosofia abbia qualcosa da dire, anche se non credo sarà mai un qualcosa di definitivo, purché (si tratta di una congiunzione che introduce una proposizione condizionale, ovvero se sussiste la condizione enunciata dalla proposizione che segue la congiunzione ‘purché’, le risposte fornite dalla filosofia possono mantenersi all’interno dell’orizzonte di senso) sappia evitare l’autoreferenzialità che disdegna il confronto costante con la fattualità e la realtà. Diversamente, se questa condizione non venisse rispettata, ossia se il filosofare dovesse ridursi a mero esercizio speculativo e concettuale che tiene ferma solo la coerenza interna del proprio dire (il feticcio cui alludevo nel precedente post), si tradurrebbe in filosofema che più che parlare del mondo e della realtà, straparlerebbe solo di sé, eleggendo gli enunciati che sorreggono e fondano il discorso filosofico a mezzo e fine della speculazione stessa. Il filosofare arioso su tematiche che attengono alla vita e alla morte, all’esistenza in genere, seppure possa rappresentare uno stimolante esercizio mentale, sovente alla lunga risulta stucchevole auto rappresentazione.

    Nondimeno, sebbene io ritenga il linguaggio sostanzialmente inadeguato a cogliere il Logos, sono dell’opinione che rappresenti uno strumento imprescindibile e irrinunciabile – forse perché unico – per sviluppare un sensato discorso intorno ai quesiti fondamentali dell’esistenza; mi aspetto sempre una qualche originalità che introduca a nuovi orizzonti da scandagliare, sebbene non credo possa mai dire la parola definitiva in ordine alla verità, poiché questa è scivolosa e sfuggente come lo è la coda di una cometa. Credo che le parole (e il discorso filosofico fa appello alla parola, al phonema) siano un veicolo che trasporti frazioni di verità. Cioè mai esse possono com-prendere l’intero, tutto ciò che si pensa e, soprattutto, non sono adeguate a comunicare le emozioni. Sono come un nucleo la cui superficie esterna è composta di materiale poroso che lascia filtrare vapori di emozioni, bagliori di sentimenti, riflessi di verità, ma mai sono in condizione di esprimere compiutamente il tutto. Non già per carenze espositive, o per volontà di chi esprime le proprie sensazioni, piuttosto, più semplicemente, per proprie inadeguatezze congenite. Ritengo, pertanto, che la verità, qualora ve ne fosse una oggettiva, quella Vera, non sia mai compiutamente comunicabile, addirittura non sia mai conseguibile dall’uomo, perché questi si connette ad essa attraverso sensi mendaci, che la falsificano, che la modulano sulla scorta delle proprie aspettative e desiderata. Il tutto avviene in una condizione di inconsapevolezza. La mente alla fin fine è fuorviante, così come lo sono le parole, e ancor più le diverse interpretazioni da queste rese necessarie. Ma d’altra parte non ci si può affidare che ad esse, perché è proprio vero che il mondo è così come noi ce lo ricreiamo, pur conservando un nucleo di verità intangibile (probabile… un sasso avrà una sua forma, una sua consistenza, un suo colore e calore), questa - la verità - non è nelle nostre disponibilità di fruizione. Cosa ci rimane se escludiamo la parola (ricca ormai di un’aura di verosimiglianza che attornia il nucleo della verità… posto che ve ne sia uno), se escludiamo il simbolismo e le estasi mistiche? Null’altro che la dimensione umana, depurata da troppe certezze e ri-immersa nel suo naturale brodo primordiale, che è poi ciò che ha consentito all’uomo l’evoluzione, anche spirituale, che è fonte di meravigliosa ispirazione per poeti, teologi, filosofi, studiosi etcc…. Cioè il dubbio. Perché meravigliarsi tanto? Perché voler per forza di cose dibattersi contro questa situazione? La parola, pur essendo un potentissimo mezzo di comunicazione a cui l’uomo mai potrà rinunciare, rappresenta sempre un limite.

    Il Logos è un prisma multicolore e ciascuno di noi se ne costruisce uno proprio, ciascuno di noi, per non veleggiare fra onde impetuose, è costretto a divenire partigiano, oppure a rifiutarlo in toto, oppure a cercare una nuova via, un nuovo percorso solipsistico che lo conduca la dove in origine si è proposto di approdare, e l’approdo non è più tale, essendo bensì la partenza stessa, l’incipit pregiudiziale, cioè prefissato in origine: chi vuol fondersi con il Tutto cosmico, si fonderà con il tutto cosmico; chi cercherà il Dio Padre antropoformizzato, troverà il Dio Padre … e così via…. Basta guardarsi intorno… chi, come me, diffida delle troppe certezze, resterà, giustappunto, in una condizione di sospensione…. Il mondo e la verità sono come noi ce li aspettiamo, sono entrambi come noi li abbiamo creati in premessa rispetto alla ricerca… chi confida nel dubbio, e lo eleva a motore e perno dell’evoluzione, esalterà questa condizione; chi, invece, vorrà trovare un paradiso, quello troverà…
    Avrò anche tirato conclusioni affrettate - francamente, leggendo questo tuo intervento, sono poco propenso a crederlo, perchè se scrivi che la filosofia ha qualcosa da dire, ma il dire è senza fondamento, viene meno il fondamento del dire..se invece l'unica ragione del discorso consiste nell'inesauribile fame di conoscenza e salvezza insita nell'uomo tanto basta per legittimare qualsiasi altra forma di rimedio, dalla poesia all'arte, dalla religione alla scienza..ma ciò non dice nulla sulla nobiltà del rimedio.. - ma pare che tu abbia altrettanto scartato le mie osservazioni: diverse considerazioni che ho evidenziato sono accompagnate da una prudente presa di posizione 'personale', cioè che non pretende di valere 'assolutamente'..non a caso prendi le mosse con un 'ritengo' o un 'se', un 'credo'..e il gran passo sta proprio qui, perchè se la filosofia ha qualcosa da dire, e intende dirlo benedicendolo incontrovertibilmente, mostrando le ragioni sacrosante di questa benedizione, non le si può controbattere opinando l'opposto..ma si devono indicare le ragioni che ci spingono a sostenerlo..altrimenti la tua fede che la dialettica filosofica sia un faro deformante puntato all'orizzonte si espone al quesito che più volte ho riproposto - inutilmente? - nel mio post precedente: che verità hanno le tue parole? quale credibilità? quale stabilità? Per quale motivo i sensi dovrebbero sviare il logos dal percorso?
    Quando insisto sulla tua concezione strumentale del sapere, come apertura alienata alla verità, intendo dire che tale atteggiamento ha le sue ben motivate argomentazioni in alcune fasi della storia della filosofia..e argomentare non significa credere, ma esporsi al dibattito..sperimentando la possibilità di essere smentiti..e dunque sarebbe bene valutare cosa abbia spinto in quella direzione per giudicare la legittimità del sentiero percorso, mettendola eventualmente - come è accaduto, in effetti - in questione..
    Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.

 

 
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