02 Novembre 2009
Poupard: Caduto l’Occidente, c’è da riconquistare il mondo
«Duemila anni fa il cristianesimo prese il sopravvento perché seppe rispondere alle domande dell’uomo parlando la lingua dell’uomo. E oggi?». Il dialogo con i nuovi “pagani” secondo il cardinal Poupard
di Emanuela Bambara
Fin dalla tesi di laurea in Teologia, e poi nel corso dei numerosi alti incarichi ricoperti, come il rettorato all’Istituto cattolico di Parigi e la presidenza del Pontificio consiglio per il Dialogo con i non credenti (divenuto poi Pontificio consiglio per la Cultura e il Dialogo interreligioso), il cardinale Paul Poupard si è sempre impegnato per i “buoni rapporti” tra fede e scienza, tra Chiesa e Stato, tra religioni. In collaborazione con oltre 180 studiosi di varie discipline, nel 2007 ha curato il Dizionario delle religioni, che contiene più di 2.300 voci. Un contributo al dialogo di pace tra religioni e culture, perché – dice il porporato – fanatismo e fondamentalismo nascono dall’ignoranza dell’altro. Paolo VI e Giovanni Paolo II sono i pontefici con cui Poupard ha lavorato proprio fianco a fianco, ma questo principe della Chiesa e illustre ricercatore dell’umano figura tra i grandi saggi anche nel tempo di papa Benedetto XVI.
Eminenza, di crisi, in Occidente, dell’Occidente, si parla da oltre un secolo ormai. Eppure pare che adesso veramente una turbolenza mai vista ci stia investendo in pieno. Aveva ragione Samuel Huntington nel sostenere che i germi di questa crisi sono insiti nell’ideologia occidentale, che è «falsa, immorale e pericolosa»?
Quando parliamo di crisi dell’Occidente ci riferiamo a qualcosa di molto complesso. Innanzitutto bisogna chiarire cosa s’intende per Occidente. Coloro che solitamente usano questo termine, intendono una realtà territoriale e culturale che si autocolloca al centro del mondo. La ragione della crisi è principalmente il fallimento di questa impostazione ideologica, che rischia davvero di essere falsa e perfino immorale e pericolosa. La caduta del Muro di Berlino, la fine delle superpotenze, ha rivelato un mondo frammentato, multiculturale, che trova difficoltà a diventare transculturale, cioè a individuare paradigmi culturali ed etici comuni. E l’Occidente, pur con la sua ricca eredità storica, fatica a proporsi come modello e mito, come progetto di progresso. Fino a qualche giorno fa mi trovavo a Mumbai, in India, dove è stata creata una cattedra universitaria per il dialogo interculturale e interreligioso intitolata a me. Ebbene, in quella megalopoli, con milioni di abitanti, ci si rende conto di come il mondo non ha lo sguardo rivolto all’Occidente, non ha più l’Occidente come riferimento. È un mondo nuovo, che chiede una cultura planetaria.
Lei parla di dialogo e di cultura planetaria. Ma davvero esiste un “comun denominatore” tra le diverse culture e religioni?
Spesso sentiamo porre l’accento sulla necessità di rispettare le differenze e le specificità culturali e religiose, insistendo sul valore del pluralismo. Personalmente, ritengo che sia altrettanto importante, anzi che sia necessario valorizzare il nucleo comune tra le culture, e cioè l’humanum, l’umano, nel quale convergono il buono, il vero, il bello, e senza il quale non può aver luogo un dialogo autentico, né può esservi la società tout court. C’è una concezione comune dell’umano che trascende le espressioni culturali. C’è la coscienza comune che vi sia il bene e il male, il buono e il cattivo, anche se non vi è l’accordo su cosa sia buono e cosa cattivo.
E come si raggiunge questo accordo?
La chiave di volta è costituita dall’educazione. La coscienza di sé costituisce il fondamento della civiltà ed è la differenza che intercorre tra gli uomini e gli animali. L’humanum è questa coscienza che l’essere umano ha di sé e che è alla base della trasmissione dei valori di una civiltà attraverso l’educazione. Soltanto due o tre volte al massimo nella storia delle civiltà si è avuto un cambiamento di paradigma nell’interpretazione dell’humanum, nella concezione di ciò che caratterizza l’uomo in quanto tale. Oggi, per esempio, stiamo passando da una civiltà postfigurativa, basata sulla tradizione, sulla ripetizione degli insegnamenti e dei valori dei padri, a una prefigurativa, basata sull’innovazione, proiettata in un futuro tutto da inventare. Ciò può dar luogo a un generale slancio positivo nella cultura, se questo passaggio è ben guidato, oppure produrre disagio, confusione, disorientamento.
La cultura occidentale ha radici cristiane. La crisi dell’Occidente è dunque anche crisi del cristianesimo?
Sì, in un certo qual modo sì. Il nucleo della fede cristiana proviene dal Medio Oriente e si è poi trasferito a Roma attraverso la grande visione dell’apostolo Paolo, che l’ha portato al centro dell’impero. La domanda che ricorre nei mie studi e nei miei libri è proprio la seguente: come è avvenuto che duemila anni fa, quando non c’era il vuoto religioso ma piuttosto una sovrabbondanza di religioni, il cristianesimo abbia preso il sopravvento? È avvenuto perché ha saputo rispondere alle domande fondamentali della gente comune come degli intellettuali. Nessun’altra religione ha saputo offrire risposte migliori. Diceva Tertulliano che il cristianesimo è bilingue: parla le lingue degli uomini per far comprendere il linguaggio di Dio. Ecco, credo che il cristianesimo debba ritrovare oggi questa capacità: saper parlare di Dio con il linguaggio degli uomini di oggi. Un mondo di non credenti non può fare a meno di credere. Se uccide le vecchie credenze, ne inventa di nuove. Con il rischio di uccidere persone vere e concrete in nome di ideali astratti, come ebbe a dire Giovanni Paolo II. Il cristianesimo difende le persone, concrete.
A proposito di difesa delle persone. Obama con le sue promesse di cambiamento e di pace si è visto assegnare nientemeno che un Nobel per la pace (da molti ritenuto fin troppo “preventivo”). Eppure, specialmente per via delle sue posizioni sulle questioni etiche, resta un presidente problematico per i cattolici americani, che pure in gran parte lo hanno votato. Cosa ne pensa?
Come ha detto il Papa al nuovo ambasciatore americano presso la Santa Sede, l’importante è che si rispettino i valori fondamentali della vita e della dignità umane, dal concepimento alla morte naturale. Su questo si misura il valore dell’azione politica.
E questo valore fino a che punto dipende dal giudizio sulla vita privata del politico? Insomma, la morale privata è distinta dall’opera pubblica?
Per me, la politica è l’arte del bene comune. Il giudizio politico riguarda l’uomo politico, cioè in che modo questi agisce per il bene comune, per rendere possibile ciò che è necessario soltanto al bene comune e non al proprio interesse.
Quali sono, allo stato attuale, i rapporti tra il governo italiano e la Santa Sede?
Non ho il privilegio di essere italiano. E da francese, ritenendole giuste, mi limito a citare le parole pronunciate dal presidente Sarkozy al cardinale Péter Erdö, arcivescovo di Budapest: sia lo Stato che la Chiesa devono difendere la laicità, ove la laicità sia intesa in senso positivo come il riconoscimento da parte dello Stato della propria incompetenza in materia religiosa e, dunque, il rispetto e la tutela della libertà religiosa. Altra cosa è il laicismo, che pretende di espellere le religioni dal dominio pubblico. Tocca alle religioni dare un senso alla vita degli uomini e allo Stato organizzare la convivenza civile. I rapporti tra Stato e Chiesa sono ottimi se si rispetta questo principio di sana laicità.
Si è parlato di divergenze all’interno della Chiesa, di una diversa posizione tra l’episcopato e la Segreteria di Stato rispetto ad alcune questioni della vita civile e politica. Cosa c’è di vero?
Alcuni giornalisti sono convinti che il pubblico dei lettori ami i conflitti, le divisioni, e così, per conquistarne l’interesse, vedono contrapposizioni e contrasti. La verità semplice è che dove ci sono tre persone intelligenti, lì ci sono tre modi intelligenti di vedere. La diversità dei pareri nella Chiesa in merito alle questioni civili e politiche è legittima ed è una ricchezza, non un problema.
Qual è, a suo avviso, l’aspetto più saliente del pontificato di Benedetto XVI?
Direi il primato della fede, che si traduce nella virtù della speranza e si esprime nella carità. Papa Ratzinger conosce molto bene la storia della Chiesa e ha piena coscienza di questo momento storico e della necessità di riproporre in modo forte il nucleo della fede cristiana: la fede in Dio, incarnato in Gesù Cristo, nel grembo della Vergine Maria. Il compito della Chiesa è di trasmettere la Buona Novella, il progetto di salvezza.
Da più parti gli si rimprovera un eccesso di conservatorismo, di “ecclesiocentrismo”.
Chi abbia conosciuto l’uomo e il teologo Joseph Ratzinger sa che è la persona più aperta e umile che ci sia. Se credere in Gesù e difendere questa fede significa essere conservatori, allora rivendico anch’io di essere un conservatore. Vado spesso in India; gli indù mi rispettano, perché io li rispetto. Ciò non significa che siamo uguali, che crediamo nello stesso modo. Il dialogo tra religioni e culture vuol dire lo sforzo condiviso di ricerca del bene comune, al di là delle diversità di posizioni e di fede.
In alcuni paesi, specialmente in Asia e in Africa, i cristiani sono vittime di persecuzioni. Se ne parla abbastanza?
Avvenire e il francese La Croix ne parlano spesso e anche al Parlamento europeo è stata sollevata la questione. Tuttavia, porre l’accento su questo dramma dell’età contemporanea non è mai abbastanza. Il fondamentalismo nasce dalla paura e dall’ignoranza, dall’indebolimento dell’identità. Ecco perché sto facendo tradurre in quasi tutte le lingue, compreso l’arabo, il mio Dizionario delle religioni, per aiutare a capire meglio il comportamento delle altre religioni, poiché il nucleo comune è il rispetto: per Dio il creatore, per la creatura umana, per il creato.
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