....mondiale
La scorsa primavera, quando sembrava che in Iraq stesse andando tutto storto, un’epidemia di amnesia ha cominciato a
diffondersi per tutto il paese. Intrappolati nelle notizie e nei dettagli con cui venivamo bombardati ventiquattro ore al giorno,
sembrava che avessimo perso di vista il contesto sulla base del quale questi dettagli potevano essere valutati e connessi l’uno
all’altro. Piccole cose sono diventate enormi, cose importanti sono divenute invisibili e l’isteria si è fatta galoppante.
Da allora, naturalmente, e specialmente dopo il trasferimento d’autorità a un governo provvisorio iracheno avvenuto il 30 giugno, la situazione si è fatta più complessa.
Ma l’inarrestabile pressione degli eventi, e il continuo attacco sia dei dettagli sia della loro spesso tendenziosa interpretazione,
non si è affatto allentata. E’ per questo motivo che, nelle pagine che seguono, ho cercato di tenermi fuori dal battage quotidiano
e di ricomporre la storia di ciò che questa nazione ha cercato di realizzare fin dall’11 settembre 2001.
Facendo questo, ho usato diversi miei scritti già pubblicati in passato, e in particolare tre articoli apparsi su questa rivista poco più di due anni fa.
In alcuni casi, ho inserito alcuni passaggi di questi articoli in un nuovo contesto, altri passaggi sono stati rivisti e aggiornati.
Per raccontare in modo appropriato questa storia non bastava un semplice resoconto dei fatti avvenuti dall’11 settembre ad oggi. Da un lato, ho dovuto interrompere più volte la narrazione degli
eventi per discutere ed eliminare parecchi fraintendimenti, distorsioni e vere e proprie mistificazioni. Inoltre, ho dovuto
ampliare la prospettiva per sottolineare che la grande battaglia in cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti dopo l’11 settembre può essere compresa soltanto se la concepiamo come la quarta guerra mondiale.
La mia speranza è che raccontare la storia da questa prospettiva e in questo modo servirà a dimostrare che la strada sulla quale ci siamo incamminati dopo l’11 settembre è la sola sicura da seguire. Mentre procediamo su di essa, sorgono inevitabilmente
questioni sulla necessità o la giustezza di una determinata scelta; e tali questioni faranno a loro volta sorgere preoccupazioni e persino richieste di un ritiro dal campo di battaglia. Cose analoghe sono avvenute durante la seconda
guerra mondiale e ancor più durante la terza guerra mondiale (ossia la guerra fredda); e ora avvengono di nuovo, in particolare in riferimento all’Iraq.
Ma, come cercherò di dimostrare, siamo soltanto nella fasi iniziali di quella che promette di essere una guerra molto lunga, e l’Iraq è soltanto il secondo fronte che si è aperto in questa guerra: la seconda scena, per così dire, del primo atto di una commedia in cinque atti.
Nella seconda guerra mondiale, e poi anche nella terza, siamo andati avanti nonostante insofferenze, scoraggiamento e opposizioni per tutto il tempo necessario fino al giorno della vittoria, e questo è esattamente ciò che siamo chiamati a fare oggi nella quarta guerra mondiale.
Perché oggi, proprio come durante quei titanici conflitti, dobbiamo
combattere contro una forza assolutamente malvagia: l’islamismo radicale e gli Stati che appoggiano, proteggono e finanziano
il terrorismo.
Questo nuovo nemico ci ha già attaccato sul nostro stesso territorio (cosa che né i nazisti né tantomeno la Russia sovietica erano mai riusciti a fare), e minaccia di colpirci di nuovo, ma questa volta con armi infinitamente più potenti di quelle usate l’11 settembre.
Il suo obiettivo non è semplicemente quello di uccidere il maggior numero possibile di americani e di conquistare la nostra terra. Come già i nazisti e i comunisti prima di lui, vuole la distruzione di tutto ciò per cui l’America ritiene giusto combattere.
E’ proprio questo, quindi, che (per parafrasare George W. Bush e numerosi suoi predecessori, sia repubblicani che democratici) noi, non meno della “grande generazione” degli anni quaranta e della
sua erede spirituale degli anni cinquanta, abbiamo il dovere e l’onore di difendere.
Un fulmine a ciel sereno
L’attentato è avvenuto, metaforicamente ma anche letteralmente, come un fulmine a ciel sereno. Letteralmente, nel senso che gli aeroplani dirottati schiantatisi contro il World Trade Center la mattina dell’11 settembre stavano volando in un cielo di un blu così limpido da sembrare irreale. Quel giorno mi trovavo, come membro della giuria, in un’aula di giustizia a circa settecento metri da quello che è stato poi chiamato Ground Zero. Poche ore dopo lo schianto dei due aeroplani, uscimmo tutti in strada, proprio mentre la seconda torre stava crollando.
Questo tremendo spettacolo, come se non fosse già quasi impossibile da credere di per sé, fu reso ancora più incredibile dal colore terso e meraviglioso del cielo. Mi sembrava di essere stato catapultato in uno di quei vecchi film del genere catastrofico girati
in technicolor.
Ma l’attacco è stato un fulmine a ciel sereno anche in senso metaforico.
Circa un anno dopo, nel novembre 2002, sarebbe stata nominata una commissione per svolgere un’inchiesta sui motivi per cui un simile attentato ci abbia potuti cogliere di sorpresa e per verificare se fosse stato possibile evitarlo. Poiché sono cominciate
soltanto dopo l’inizio della accesissima campagna elettorale americana, le udienze della commissione sono ben presto
degenerate in un tentativo da parte dei democratici di dimostrare che l’amministrazione Bush aveva ricuvuto sufficienti
avvertimenti ma che li aveva semplicemente ignorati.
Questo tentativo ha ricevuto un’ulteriore spinta dalla testimonianza di Richard A. Clarke, che era stato il direttore delle
operazioni antiterrorismo all’interno del Consiglio di sicurezza nazionale durante la presidenza di Clinton e poi anche di Bush,
fino alle sue dimissioni all’indomani dell’11 settembre.
Ciò che in pratica ha fatto Clarke (sia alle udienze sia nel suo libro
“Against all Enemies”) è stato dare la colpa a Bush, il quale, al momento degli attentati, era salito alla Casa Bianca soltanto
da otto mesi, ed escludere da ogni accusa Clinton, che aveva passato otto lunghi anni senza fare nulla di significativo per
rispondere alla serie di attacchi terroristici contro obiettivi americani in varie parti del mondo.
Il punto che voglio sottolineare non è che Clarke abbia esagerato o addirittura mentito. Il fatto è che l’attentato dell’11 settembre è stato effettivamente improvviso nel senso che nessuno aveva mai preso veramente sul serio una simile possibilità.
Persino Clarke ha dovuto ammettere che se anche tutte le sue raccomandazioni fossero state rispettate l’attentato non sarebbe
stato in ogni caso prevedibile.
E nel suo rapporto finale, reso noto il 22 luglio di quest’anno, la commissione, pur evidenziando non meno di dieci episodi che si possono considerare come mancate “opportunità operative”, ha concluso che queste opportunità non sarebbero comunque servite a impedire l’attacco. O almeno non nell’America di quei giorni: un’America in cui erano state messe le catene alla
Cia e all’Fbi; in cui era stato eretto un “muro di separazione” per impedire la comunicazione e la collaborazione tra le forze di polizia e gli agenti della sicurezza nazionale; in cui, infine, i politici e tutta l’opinione pubblica erano ancora incapaci e non disposti a credere che il terrorismo potesse rappresentare un’autentica minaccia.
Contraddicendo in parte sé stessa, la commissione ha detto che
“gli attentati dell’11 settembre sonto stati uno shock, ma non avrebbero dovuto essere considerati come una sorpresa”.
Forse è proprio così; ma non c’è una sola persona, all’interno
del governo o al di fuori, che non li abbia considerati una sorpresa. La commissione ha parlato anche di un “fallimento della
capacità d’immaginazione”. Ancora una volta, può essere che sia così; ma la parola “fallimento” può essere inappropriata in quanto implica che un successo fosse possibile.
Un fallimento così completo deve essere considerato inevitabile.
Per il New York Times, tuttavia, il fallimento non era affatto inevitabile. In un editoriale di prima pagina camuffato da
“resoconto”, questo giornale ha scritto che il rapporto finale della commissione indicava che “un attacco descritto come inimmaginabile era stato in realtà immaginato, varie volte”. Ma nessuna delle testimonianze citate dal Times per la sua categorica
affermazione prediceva in realtà che al Qaida avrebbe dirottato aerei di linea per farli schiantare sugli edifici di New York e Washington. Per di più, tutte queste testimonianze appartenevano agli anni Novanta.
Ciononostante, il “resoconto” del Times cercava di convincere i suoi lettori che, nell’autunno del 2000, l’Amministrazione Bush (in quel momento non ancora in carica) aveva ricevuto sicuri avvertimenti di un attacco imminente.
Per rafforzare quest’impressione, il Times ha citato un briefing
fatto a Bush un mese prima dell’11 settembre. Ma il documento in questione era piuttosto vago e, in ogni caso, era soltanto uno dei tanti briefing fatti dall’intelligence, senza alcuna speciale pretesa di credibilità rispetto ad altre informazioni che lo contraddicevano.
Così l’Amministrazione Bush, che era appena stata severamente criticata nelle udienze tenute dal Senate intelligence committee per avere invaso l’Iraq sulla base di sbagliate informazioni di intelligence, veniva ora ulteriormente criticata per non avere agito sulla base di informazioni ancora più vaghe al fine di prevenire gli
attentati dell’11 settembre.
Questa contraddizione ha suscitato un sarcastico commento di Charles Hill, ex funzionario di governo che era stato un abituale
“consumatore” di informazioni d’intelligence:
“La raccolta e l’analisi dell’intelligence è un’attività molto imprecisa. Il rifiuto di ammettere questo fatto ha prodotto la davvero ridicola contraddizione del Senate intelligence committee che critica l’Amministrazione Bush per avere agito sulla base di informazioni scadenti, nello stesso momento in cui la commissione di indagine sull’11 settembre la critica per non avere agito sulla base di informazioni dello stesso tipo”.
Comunque, il punto che mi preme sottolineare è che nelle recriminazioni su tale questione c’era qualcosa di immorale, per
non dire di sacrilego, che ha insudiciato le udienze pubbliche della commissione e alcuni dei rapporti preliminari dello staff.
E’ stata perciò allo stesso tempo uno shock e una sorpresa che questo stesso spirito sacrilego sia stato quasi interamente esorcizzato dal rapporto finale.
Alla fine la commissione ha concluso che nessun presidente
americano poteva essere ritenuto responsabile per l’aggressione subita dagli Stati Uniti l’11 settembre 2001.
Punto e a capo. Infatti, la semplice verità è che la responsabilità tocca esclusivamente ad al Qaida, insieme ai regimi che le hanno dato appoggi e protezione.
Inoltre, se è vero che la passività e l’inazione dell’America ha aperto le porte all’11 settembre, è anche vero che né i democratici
né i repubblicani (né tantomeno i liberal o i conservatori) possono trarne qualche vantaggio ideologico. La ragione, molto semplicemente, è che le amministrazioni di entrambi i partiti hanno sempre usato praticamente gli stessi metodi per affrontare il terrorismo, a cominciare da Richard Nixon nel 1970, passando attraverso Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan (sì, pure lui), George H. W. Bush, Bill Clinton, fino a George Bush.
Una “tigre di carta”
La storia ci offre un quadro sconsolante.
Dal 1970 al 1975, durante le amministrazioni di Nixon e Ford, parecchi diplomatici americani sono stati uccisi in Sudan e in Libano e molti altri rapiti. I colpevoli erano agenti di una delle tante fazioni dell’Olp. Anche in Israele molti cittadini americani sono stati assassinati dall’Olp, sebbene, fatta eccezione per i missili sparati dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina contro la nostra ambasciata e altri edifici americani a Beirut, questi attacchi non fossero direttamente rivolti contro gli Stati Uniti. In ogni caso, non c’è stata alcuna forma di ritorsione militare da parte degli americani.
I nostri diplomatici venivano dunque già da alcuni anni impunemente uccisi dai terroristi musulmani quando, nel 1979, con
Carter alla Casa Bianca, alcuni studenti iraniani (con l’avallo dell’ayatollah Khomeini) entrarono nell’ambasciata americana di Teheran e presero 52 ostaggi americani.
Per cinque mesi, rimase a tentennare. Alla fine, facendosi coraggio, ha autorizzato un’operazione militare di salvataggio
finita nel nulla dopo una serie di clamorosi sbagli che sarebbero stati degni di figurare in un film dei fratelli Marx, se non fosse che erano più umilianti che comici.
Dopo 444 giorni, e poche ore dopo l’insediamento di Reagan alla Casa Bianca nel gennaio 1981, gli ostaggi furono finalmente
rilasciati dagli iraniani, evidentemente perché temevano che il nuovo e bellicoso presidente potesse effettivamente lanciare un vero colpo militare contro di loro.
Tuttavia, se avessero potuto prevedere come sarebbe andata durante la presidenza Reagan, non sarebbero stati così timorosi.
Nell’aprile 1983, Hezbollah (un’organizzazione terrorista islamica appoggiata dall’Iran e dalla Siria) mandò un attentatore suicida a fare esplodere il suo camion di fronte all’ambasciata americana
di Beirut. Rimasero uccisi 63 impiegati, tra i quali il direttore della Cia per il Medio Oriente, e altri 120 furono feriti.
Ma Reagan non fece nulla.
Sei mesi dopo, nell’ottobre 1983, un altro attentatore suicida appartenente a Hezbollah fece saltare in aria una caserma
americana nell’aereoporto di Beirut uccidendo nel sonno 241 marine e ferendone altri 81. Questa volta Reagan approvò
un piano di ritorsione, ma diede poi il permesso al suo segretario della difesa Caspar Weinberger di cancellarlo (perché avrebbe potuto danneggiare le nostre relazioni con il mondo arabo, verso il quale Weinberger era sempre stato teneramente sollecito). Poco tempo dopo, il presidente ritirò i soldati dal Libano.
Dopo essere fuggito dal Libano in ottobre, Reagan non fece nulla nemmeno in dicembre, quando fu bombardata l’ambasciata
americana in Kuwait. E non fece nulla neppure quando, poco dopo il ritiro degli americani da Beirut, il capo della sezione
locale della Cia, William Buckley, fu rapito e poi ucciso da Hezbollah.
Buckley era il quarto americano ad essere rapito a Beirut; tra il 1982 e il 1992 molti altri subirono la stessa sorte (anche se non tutti furono uccisi).
A quanto pare, furono proprio questi rapimenti a convincere Reagan (il quale aveva giurato che non avrebbe mai negoziato
con i terroristi) a fare un patto segreto con l’Iran che prevedeva la fornitura di armi in cambio di ostaggi.
Ma mentre gli iraniani furono pagati profumatamente con quasi
1500 missili anticarro, tutto quello che gli americani ottennero furono tre ostaggi americani (senza parlare del grave scandalo
Iran-contra).
Nel settembre 1984, sei mesi dopo l’assassinio di Buckley, un annesso dell’ambasciata americana a Beirut fu colpito da
un’altra bomba (la responsabilità fu nuovamente ricondotta a Hezbollah).
Reagan ancora una volta non fece nulla. O piuttosto, dopo avere dato luce verde a operazioni segrete di ritorsione delegate ad
agenti dei servizi segreti libanesi, vi rinunciò non appena una di queste operazioni (diretta contro il religioso che si pensava
essere il capo di Hezbollah) fallì, uccidendo per sbaglio 80 persone.
Ci vollero solo altri due mesi prima di un nuovo attacco di Hezbollah. Nel dicembre 1984, fu dirottato un aereo di linea
kuwaitiano, e due passeggeri americani (funzionari della U.S. Agency for international development) furono uccisi. Gli iraniani,
che avevano fatto irruzione sull’aereo dopo il suo atterraggio a Teheran, promisero di processare i dirottatori, ma invece gli permisero di lasciare indisturbati il paese. A questo punto, tutto quello che seppe fare l’Amministrazione Reagan fu offrire una ricompensa di 250.000 dollari a chi fornisse informazioni utili all’individuazione e all’arresto dei dirottatori.
Ma non si fece avanti nessuno.
Il giugno seguente, i combattenti di Hezbollah dirottarono un altro aereo di linea, questa volta di bandiera americana (Twa
volo 847) e lo fecero atterrare a Beirut, dove fu costretto a rimanere per più di due settimane. Durante questi giorni, un ufficiale di marina americano che si trovava a bordo dell’aereo fu ucciso, e il suo corpo fu brutalmente gettato sulla pista. Grazie
a questo loro exploit, i dirottatori furono premiati con il rilascio di centinaia di terroristi detenuti in Israele in cambio della
liberazione dei passeggeri.
Sia gli Stati Uniti che Israele negarono di avere violato la propria politica di non negoziazione con i terroristi, ma, come nel caso dell’affare “armi in cambio di ostaggi”, e per le stesse buone ragioni, nessuno gli credette, e si ritenne scontato che Israele avesse agito su pressione da Washington. Successivamente,
quattro dirottatori furono catturati, ma soltanto uno fu processato e condannato (peraltro dalla Germania, non dagli
Stati Uniti). Lo stillicidio proseguì. Nell’ottobre 1985, un gruppo guidato dal membro dell’Olp Abu Abbas (con l’appoggio della Libia)
prese in ostaggio l’Achille Lauro, una nave da crociera italiana. Un terrorista gettò giù dalla nave un vecchio passeggero americano, Leon Klinghoffer. Quando i terroristi cercarono di fuggire con un aereo, gli Stati Uniti inviarono alcuni caccia per intercettarlo e lo costrinsero ad atterrare.
L’assassino di Klinghoffer fu poi catturato e condannato in Italia, ma le autorità italiane lasciarono libero Abu Abbas.
Washington (che evidentemente aveva esaurito il suo repertorio di ritorsioni militari) si limitò a protestare per il rilascio di Abu Abbas. Senza ottenere nulla.
Il coinvolgimento della Libia nel sequestro dell’Achille Lauro fu, comunque, l’ultima concessione dell’Amministrazione Reagan al dittatore di quel paese, Muammar Gheddafi. Nel dicembre 1985, in due attentati negli aeroporti di Roma e Vienna rimasero uccise venti persone (tra cui cinque americani); poi, nell’aprile 1986, venne fatta esplodere una bomba in una discoteca di Berlino ovest regolarmente frequentata da soldati americani. I servizi segreti americani attribuirono tutti questi attentati alla Libia: la conseguenza finale fu un attacco aereo americano, nel corso del
quale fu colpita una delle residenze di Gheddafi.
Per ritorsione, il terrorista palestinese Abu Nidal uccise tre cittadini americani che lavoravano presso l’università americana
di Beirut.
Ma Gheddafi – rimasto senza dubbio sorpreso e scosso dalla ritorsione americana – si eclissò temporaneamente come sponsor del terrorismo.
Per quanto ne sappiamo, ci vollero tre anni (fino al dicembre 1988) prima che si decidesse ad organizzare una nuova operazione: l’attentato contro il volo 103 della Pan Am, caduto sopra Lockerbie, in Scozia, nel quale persero la vita 270 persone. Dei due agenti segreti libici processati, soltanto uno è stato condannato (soltanto nel 2001), mentre l’altro è stato rilasciato. Lo stesso Gheddafi non ha dovuto subire altre punizioni dai caccia americani.
Nel gennaio 1989 divenne presidente George H. W. Bush, il quale, in riferimento all’attentato contro il volo 103 della Pan
Am, si accontentò di seguire l’approccio al terrorismo già adottato da tutti i suoi predecessori.
Durante la sua presidenza, ci sono stati parecchi attentati delle organizzazioni terroristiche islamiche contro gli americani in Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Libano. Nessuno di questi è stato
sanguinoso quanto i precedenti, e nessuno ha provocato alcuna risposta militare da parte degli Stati Uniti.
Nel gennaio 1993 è salito alla Casa Bianca Bill Clinton. Anche durante i suoi otto anni di presidenza, cittadini americani sono
stati feriti o uccisi in Israele e in altri paesi da terroristi che non si rivolgevano direttamente contro gli Stati Uniti.
Ma numerosi e spettacolari operazioni terroristiche dirette esplicitamente contro gli Stati Uniti sono avvenute sotto gli occhi di Clinton. Il prima, il 26 febbraio 1993, soltanto 38 giorni dopo il suo insediamento, è stata l’esplosione di una bomba nel garage
del World Trade Center a New York.
In confronto a quello che è poi avvenuto l’11 settembre 2001, questo lo si può definire un incidente minore, in cui sono rimaste
uccise “soltanto” sei persone e oltre mille ferite. I sei terroristi musulmani colpevoli dell’attentato sono stati arrestati, processati
e condannati con severe sentenze.
Ma nel seguire l’ormai tradizionale modello di considerare simili attentati come crimini comuni, o come l’opera di gruppi canaglia che agivano in proprio, l’Amministrazione Clinton ha consapevolmente ignorato esperti esterni come Steven Emerson e persino il direttore della Cia, R. James Woolsey, il quale aveva grossi sospetti che dietro i singoli colpevoli ci fosse una rete terroristica islamica con il proprio quartier generale in Sudan. Questa rete, allora niente affatto nota al pubblico, si chiamava al Qaida, e il suo leader era un saudita che in Afghanistan aveva combattuto al nostro fianco contro i sovietici, ma che poi si era rivoltato contro di noi.
Il suo nome era Osama bin Laden.
L’episodio successivo si verificò non molto dopo l’attentato al World Trade Center.
Nell’aprile 1993, vale a dire meno di due mesi dopo, gli agenti segreti iracheni (come i nostri investigatori hanno dimostrato)
cercarono di assassinare l’ex presidente George H. W. Bush, in visita in Kuwait. L’Amministrazione Clinton impiegò altri due mesi per ottenere l’approvazione dell’Onu e della “comunità internazionale” a una ritorsione contro questo proditorio assalto nei confronti degli Stati Uniti. Alla fine, un paio di missili cruise
furono lanciati su Baghdad, dove caddero nel mezzo della notte senza provocare vittime su edifici vuoti.
Negli anni immediatamente successivi, i terroristi islamici hanno compiuto numerosi attentati (in Turchia, Pakistan, Arabia
Saudita, Libano, Yemen e Israele) non direttamente rivolti contro gli Stati Uniti ma nei quali cittadini americani sono comunque
stati uccisi o rapiti.
Nel marzo 1995 un camion del consolato statunitense di Karachi, in Pakistan, è rimasto intrappolato in un’imboscata nella quale sono morti due diplomatici americani e un terzo è rimasto ferito. Nel novembre dello stesso anno, sono morti cinque americani
per l’esplosione di un’autobomba a Riyadh, in Arabia Saudita, nei pressi di un edificio in cui viveva un gruppo di consiglieri
statunitensi.
Tutto questo è stato di gran lunga sorpassato nel giugno 1996 quando un’autobomba ha fatto saltare in aria un altro edificio
in cui vivevano militari americani, le Khobar Towers a Dhahran, in Arabia Saudita. Sono stati uccisi 19 nostri soldati e altri 240 americani sono rimasti feriti.
Nel 1993, Clinton era stato così deciso nel considerare l’attentato al World Trade Center come un crimine comune che per un periodo relativamente lungo si rifiutò persino di incontrare il direttore della Cia da lui stesso nominato. Forse sapeva già che, sul terrorismo e sugli Stati che lo appoggiavano, Woolsey gli avrebbe detto cose che Clinton non avrebbe voluto sentire,
perché non aveva alcuna intenzione di imbarcarsi in qualche azione militare che queste notizie avrebbero potuto rendere
necessaria. E anche questa volta Clinton affidò l’inchiesta alla polizia; ma la persona incaricata, ossia il direttore dell’Fbi
Louis Freeh (che nutriva sospetti su un legame con l’Iran) non aveva su Clinton maggiore influenza di quella che aveva avuto
in precedenza Woolsey.
Ci furono alcuni arresti, e tutto finì nelle corti di giustizia.
Nel giugno 1998 sono state lanciate alcune granate, fortunatamente senza danni, contro l’ambasciata americana a Beirut.
Poco tempo dopo, le nostre ambasciate nelle capitali del Kenia (Nairobi) e della Tanzania (Dar es-Salaam) non furono altrettanto
fortunate. In un solo giorno (il 7 agosto 1998) contro queste due ambasciate vennero lanciate delle autobombe che hanno provocato oltre 200 morti, dodici dei quali americani. Entrambi gli attentati furono rivendicati da al Qaida.
Con quella che, a ragione o a torto, fu ampiamente interpretata, soprattutto all’estero, come una mossa per distrarre l’attenzione
dai suoi problemi legali per lo scandalo Lewinsky, Clinton fece lanciare alcuni missili cruise contro un campo d’addestramento di al Qaida in Afghanistan e contro un edificio in Sudan che ospitava una base di al Qaida.
Ma bin Laden riuscì a scamparla; per di più non si riuscì ad accertare se l’edificio bombardato in Sudan fosse davvero un laboratorio per la preparazione di armi chimiche o semplicemente una fabbrica di prodotti farmaceutici.
Questo fiasco (come abbiamo saputo da ex membri della sua amministrazione) tolse a Clinton ogni intenzione di intraprendere
altre azioni contro bin Laden, per quanto diverse fonti abbiano rivelato che Clinton autorizzò alcune operazioni segrete di antiterrorismo e parecchie iniziative diplomatiche che hanno portato a un certo numero di arresti in paesi stranieri. Ma,
a detta di Dick Morris, il consigliere politico di Clinton in quel periodo:
“I settimanali incontri strategici svoltisi alla Casa
Bianca per tutto il 1995 e il 1996 furono caratterizzati da un numero sempre maggiore di pressanti consigli al presidente Clinton affinché prendesse iniziative concrete per combattere il terrorismo. I sondaggi davano ragione a questi consigli. Ma Clinton continuò a esitare e rinunciò ad agire, trovando sempre un pretesto per considerare più importanti altre questioni."
Dopo l’uscita di scena di Morris, molte altre cose cominciarono a fermentare dietro le quinte, ma la maggior parte continuò a restare nell’ambito delle parole o di progetti che non portavano a nulla di concreto.
In netto contrasto con la lusinghiera immagine che Richard Clarke avrebbe poi dato di Clinton, Woolsey (che, dopo un breve
periodo come direttore della Cia, rassegnò le proprie dimissioni in completa frustrazione) ha offerto un devastante resoconto
retrospettivo dell’approccio di Clinton:
“Fai qualcosa per dimostrare che non te ne infischi. Lancia un paio di missili nel deserto, fagli prendere un po’ di strizza, e arrestane qualcuno. E poi rinvia la palla”.
La palla la raccolse bin Laden il 12 ottobre 2000, quando mandò una squadra di attentatori suicidi contro la USS Cole, ancorata
per rifornimento in Yemen. I terroristi non riuscirono ad affondare la nave, ma la danneggiarono gravemente, uccidendo 17 marinai americani e ferendone altri 39.
Clarke, e qualche altro analista dei servizi
segreti, non ebbe dubbi che il colpevole
fosse al Qaida. Ma né il capo della Cia
né quello dell’Fbi ritennero che le prove
fossero decisive. Di conseguenza gli Stati
Uniti non alzarono nemmeno un dito contro
bin Laden o il regime talebano in Afghanistan,
dove in quel momento bin Laden
si nascondeva. Quanto a Clinton, era
talmente preso dal suo futile tentativo di
ottenere un accordo tra gli israeliani e i
palestinesi che tutto quello che riuscì a vedere
in questo attacco contro una nave da
guerra americana fu un tentativo “di dissuaderci
dalla nostra missione per la promozione
della pace e della sicurezza in
medioriente”. I terroristi, proclamò con
enfasi, avrebbero “completamente fallito”
in questo tentativo.
Non sembrava avere alcuna importanza
il fatto che non vi fosse la minima indicazione
che bin Laden fosse interessato ai
negoziati di Camp David tra israeliani e
palestinesi o che la stessa questione palestinese
fosse per lui più importante di altre.
In ogni caso, fu Clinton a fallire e non
bin Laden. I palestinesi, sotto la guida di
Yasser Arafat, dopo avere gettato al vento
un’offerta straordinariamente generosa
fatta dal primo ministro israeliano, Ehud
Barak, e entusiasticamente sottoscritta da
Clinton, scatenarono una nuova ondata di
terrorismo. E bin Laden avrebbe presto ottenuto
un successo clamoroso nel suo progetto
di colpire ancora gli Stati Uniti.
La semplice audacia dell’azione compiuta
da bin Laden l’11 settembre 2001 è
stata senza dubbio il frutto del suo disprezzo
per la potenza americana. Il nostro
continuo rifiuto di usare questa potenza
contro di lui e i suoi terroristi (o di
usarla con efficacia tutte le volte che ci
avevamo provato) rafforzò la sua convinzione
che gli Stati Uniti fossero una nazione
sulla via del declino, destinata ad essere
sconfitta dal risorgere di quella militanza
islamica che un tempo aveva conquistato
e convertito con la forza della propria
spada una larga fetta del mondo.
Secondo la visione di bin Laden, migliaia
e addirittura milioni di suoi seguaci
e simpatizzanti in tutto il mondo musulmano
erano pronti a morire come martiri
nel jihad, la guerra santa, contro il “Grande
Satana”, come ci aveva definiti l’ayatollah
Khomeini. Inoltre, noi occidentali,
soprattutto in America, avevamo talmente
paura di morire che ci mancava persino la
volontà di combattere per difendere il nostro
degenerato stile di vita.
Bin Laden non ha mai fatto misteri di
questo suo giudizio sugli Stati Uniti. In
un’intervista rilasciata alla Cnn nel 1997,
ha dichiarato: “Il mito della superpotenza
è stato distrutto, non solo nella mia mente
ma anche in quella di tutti i musulmani,
quando l’Unione Sovietica fu sconfitta in
Afghanistan”. Il fatto che i guerriglieri musulmani
in Afghanistan non avrebbero
quasi certamente vinto se non fossero stati
riforniti di armi dagli Stati Uniti non
sembra fare parte della lezione che bin
Laden ha tratto dalla sconfitta dell’Urrs.
Così, in un’intervista rilasciata un’anno
prima, aveva sminuito gli Stati Uniti rispetto
all’Unione Sovietica: “Il soldato russo
è più coraggioso e tenace del soldato
americano”; di conseguenza, “la nostra
battaglia contro gli Stati Uniti appare più
facile di quella che abbiamo dovuto combattere
in Afghanistan”.
Facendosi ancora più esplicito, bin Laden
bollò gli americani come codardi.
Reagan non se l’era forse data a gambe dal
Libano dopo l’attentato conto la caserma
dei marine nel 1983? E Clinton non aveva
forse fatto la stessa cosa dieci anni dopo,
non appena alcuni ranger americani erano
rimasti uccisi in Somalia, dove erano
stati mandati per partecipare ad un’operazione un’operazione
di “peacekeeping”? Bin Laden
non si attribuì la responsabilità di questi
assassinii, ma, secondo un rapporto del Dipartimento
di Stato, al Qaida aveva addestrato
i terroristi che avevano teso l’imboscata
agli americani (la storia di quanto
avvenuto in Somalia fu raccontata dal film
di Mark Bowden, “Black Hawk Down”,
che, a quanto si dice, divenne uno dei film
preferiti di Saddam Hussein).
In una terza intervista rilasciata nel
1998, bin Laden ha offerto una spiegazione
riassuntiva: “Dopo avere lasciato l’Afghanistan,
i combattenti musulmani si recarono
in Somalia e si prepararono ad una lunga
battaglia, pensando che gli americani
fossero come i russi. Rimasero sorpresi
dal morale basso dei soldati americani e
si resero finalmente conto che il soldato
americano era una tigre di carta e che dopo
un paio di colpi fuggiva in ritirata”.
Calcoli errati
Bin Laden non è stato il primo nemico
di un regime democratico ad essere incoraggiato
da simili impressioni. Negli anni
trenta, Adolf Hitler fu convinto dell’incapacità
degli inglesi di riarmarsi per difendersi
dalla nuova minaccia, così come dalla
loro politica di appeasement nei suoi
confronti, che l’Inghilterra fosse sulla via
del declino e non sarebbe mai scesa in
guerra, nemmeno se avesse continuato ad
invadere un paese dopo l’altro.
Lo stesso vale per Joseph Stalin all’indomani
della seconda guerra mondiale.
Incoraggiato dalla rapida smobilitazione
degli Stati Uniti (cosa che ai suoi occhi significava
che non eravamo preparati e disposti
ad opporci alle sue iniziative con la
forza militare), Stalin violò la promessa
che aveva fatto a Yalta quando aveva accettato
di organizzare libere elezioni nei
paesi dell’Europa orientale occupati dalla
Russia alla fine della guerra. Al contrario,
consolidò il suo dominio su questi paesi, e
si rivolse minacciosamente verso la Grecia
e la Turchia.
Dopo la morte di Stalin, i suoi successori
ripeterono lo stesso gioco tutte le volte
che percepivano un indebolimento della
determinazione americana. In certi casi si
trattò di manovre intese a stabilire un
equilibrio di potenza militare favorevole
all’Urss. In altri, si trattò di utilizzare come
strumento i partiti comunisti locali o
altri canali. Ma grazie al declino della potenza
americana dopo il ritiro dal Vietnam
(un declino riflesso dal diffondersi, alla fine
degli anni Settanta, di tendenze isolazioniste
e pacifiste, ed espresso in termini
concreti da una riduzione delle spese militari),
Leonid Breznev non ebbe alcun timore
nell’inviare le sue truppe in Afghanistan
nel 1979.
Fu lo stesso declino della potenza americana,
così stranamente incarnato da
Jimmy Carter, che, meno di due mesi prima
dell’invasione sovietica dell’Afghanistan,
aveva incoraggiato l’ayatollah Khomeini
a prendere in ostaggio cittadini
americani. Senza dubbio, molti negarono
che l’audace azione di Khomeini avesse
alcunché a che fare con la sua convinzione
che, con Carter, gli Stati Uniti fossero
diventati impotenti. Ma questa tesi non poteva
essere sostenuta di fronte al contrasto
tra il comportamento mantenuto dal regime
khomeinista in occasione dell’attacco
alla nostra ambasciata di Teheran e l’aiuto
invece offerto ai sovietici quando un
gruppo di manifestanti iraniani cercò di
fare irruzione nell’ambasciata sovietica
subito dopo l’invasione dell’Afghanistan.
I fondamentalisti islamici al potere in
Iran odiavano il comunismo e l’Unione Sovietica
con la stessa forza con cui odiavano
gli Stati Uniti, in particolare dopo l’invasione
di un paese musulmano. Di conseguenza,
il diverso atteggiamento mantenuto
da Khomeini non può essere spiegato
da fattori ideologici o politici. La spiegazione
sta nella paura delle ritorsioni sovietiche;
quanto agli Stati Uniti, ci si aspettava
invece che, avendo perso la loro determinazione,
avrebbero fatto qualsiasi
cosa pur di evitare l’uso della forza.
Lo stesso vale per Saddam Hussein. Nel
1990, durante la presidenza di George Bush
padre, Saddam Hussein invase il
Kuwait in quello che fu ampiamente, e
giustamente, considerato il primo passo di
un piano per assumere il controllo dei
pozzi petroliferi medio-orientali. Il presidente
americano, incoraggiato da Margaret
Thatcher, allora primo ministro dell’Inghilterra,
dichiarò che l’invasione non
sarebbe stata tollerata e mise insieme una
coalizione che inviò una forza imponente
nella regione. Già questo soltanto avrebbe
potuto impaurire Saddam e convincerlo a
ritirarsi dal Kuwait, se non fosse stato per
l’ondata di isteria che si abbattè sugli Stati
Uniti, dove si prediceva che, se fossimo
entrati in guerra contro l’Iraq, sarebbero
tornate in patria decine di migliaia di
“sacchi neri” con i corpi dei soldati americani.
Non senza ragione, Saddam concluse
che, se avesse tenuto duro, gli americani
avrebbero ceduto.
Il fatto che Saddam avesse fatto male i
suoi calcoli e che l’America fosse passata
dalle minacce ai fatti non impressionò
particolarmente Osama bin Laden. Dopo
tutto, temendo le numerose perdite che avremmo subito se, dopo la liberazione
del Kuwait, ci fossimo diretti su Baghdad,
avevamo permesso a Saddam di restare al
potere. Per bin Laden, questa non era altro
che un’ulteriore prova della debolezza
che avevamo già dimostrato con l’inefficace
politica sul terrorismo seguita da una
lunga serie di presidenti americani. Non
stupisce che fosse convinto di poter colpirci
sul nostro territorio, e scamparla.
Tuttavia, proprio come Saddam aveva
fatto male i suoi calcoli nel 1990 (e come
avrebbe di nuovo fatto nel 2002), bin Laden
non capì affatto come avrebbero reagito
gli americani se fossero stati colpiti
sul loro stesso territorio. Con ogni probabilità,
si aspettava un crollo nella disperazione
e nella demoralizzazione; invece, ciò
che ha ottenuto è stato uno scoppio di rabbia
e una rinascita di sentimento patriottico
come gli americani più giovani li avevano
visti soltanto al cinema e di cui non
avevano mai avuto esperienza personale.
In questo senso, bin Laden ha fatto per
questo paese esattamente ciò che Khomeini
aveva fatto prima di lui. Prendendo
in ostaggio cittadini americani, e scampandola
senza subire alcune ritorsioni
Khomeini aveva inflitto una grande umiliazione
agli Stati Uniti. Ma, allo stesso
tempo, aveva rivelato quanto fosse stupida
la visione del mondo che aveva Jimmy
Carter. La stupidità non stava nel fatto che
Carter si era reso conto che, perlomeno da
dopo il Vietnam in poi, la potenza militare,
economica, politica e morale dell’America
aveva continuato a decadere. Stava
invece nelle conclusione che Carter ne
trasse. Anziché proporre politiche intese
a fermare il declino, sostenne che la causa
risiedesse nel gioco di forze storiche
che non potevano in alcun modo essere né
fermate né rallentate. A suo giudizio, invece
di lamentarci e agitarci in un vano
tentativo di riprendere il nostro posto al
sole, dovevamo per prima cosa riconoscere,
accettare e subire questo inesorabile
sviluppo storico, e poi reagire “con misurato
equilibrio”.
In un sol colpo, l’ayatollah Khomeini
mandò all’aria l’illusoria filosofia di Carter,
facendola apparire assurda agli occhi
di moltissimi americani, compresi quelli
che prima l’avevano condivisa. Parallelamente,
nuovo coraggio fu infuso in coloro
che, rifiutando l’idea che il declino americano
fosse inevitabile, avevano sostenuto
che la ragione stesse nelle politiche sbagliate
e che la tendenza potesse essere invertita
ritornando a quelle politiche più
efficaci grazie alla quali eravamo diventati
una superpotenza.
Tutta la vicenda divenne quindi una
delle forze che spingevano una già risoluta
determinazione a ricostruire la potenza
americana, e il risultato finale fu l’elezione
di Ronald Reagan, che aveva impostato
la sua campagna elettorale proprio su
questo tema. E malgrado tutti i difetti del
suo modo di affrontare il terrorismo, Reagan
mantenne la sua promessa e ricostruì
la potenza americana. E’ stato proprio
questo a determinare la vittoria in quella
guerra fredda che si combatteva fin dal
1947, quando il presidente americano
Harry Truman aveva deciso di resistere
contro ogni ulteriore avanzata dell’impero
sovietico.
Ben pochi contemporanei di Truman si
sarebbero mai sognati che questo prodotto
della macchina politica di Kansas City,
il quale aveva passato la sua vita occupandosi
di tasse e di ferrovie, si sarebbe
opposto con tale decisione e successo contro
la minaccia dell’imperialismo sovietico.
Nello stesso modo, cinquantaquattro anni dopo di lui, un altro politico con una reputazione piuttosto bassa e fino ad allora
mai interessato alla politica estera si
sarebbe trovato di fronte ad una sfida probabilmente molto più difficile di quella che dovette affrontare Truman; e anche lui
ha stupito i suoi contemporanei per la determinazione con la quale ha reagito.
Norman Podhoretz
(1. continua)
© Commentary - Il Foglio (traduzione di Aldo Piccato
saluti




Rispondi Citando