....Califfato
Kabul. La minaccia del terrorismo islamico non è confinata al Caucaso, ma si sta espandendo nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, una cintura verde di Stati indipendenti e fragili, lungo la quale i radicali dell’islam vorrebbero fondare un califfato. Il 30 luglio terroristi kamikaze hanno attaccato le ambasciate americana e israeliana in Uzbekistan: un segnale preoccupante, secondo l’American foreign policy council di Washington, che dimostra un salto di qualità nell’offensiva del terrore:
“Negli ultimi tre anni i gruppi terroristici dell’Asia centrale hanno esteso il loro raggio d’azione e intensificato l’attività lungo l’area ex sovietica”.
L’attenzione è puntata in particolare sull’Hezb ut Tahrir, un gruppo radicale islamico nato come costola dei Fratelli musulmani in Uzbekistan. L’organizzazione si sta allargando con nuovi reclutamenti in Kazakistan, Kirgizstan e Tagikistan. I leader del movimento hanno anche deciso di infiltrarsi in Russia e, secondo gli analisti di Washington, potrebbero contare su “oltre 30 cellule attive, soltanto nelle vicinanze di Mosca”. Uno dei capi in esilio è Jalaluddin Patel, che guida l’ufficio del gruppo a Londra e difende “la resistenza in Iraq e in Afghanistan”.
L’Hezb ut Tahrir era un movimento non violento, ma avrebbe ora “fondato un’ala militare che ha collegamenti con i militanti ceceni e con al Qaida” si legge nell’analisi di Washington.
I servizi occidentali monitorano da tempo il Movimento islamico uzbeco, il primo gruppo terrorista che, grazie ai legami con al Qaida e i talebani, ha lanciato l’offensiva del terrore in Asia centrale.
Nel 1999 il capo dell’ala militare del movimento, l’ex paracadutista sovietico Juma Namangani, riuscì a tenere in scacco per mesi le forze di sicurezza, trasformando in roccaforte la valle di Fergana, in Kirgizstan.
Il leader del gruppo, Tahir Yoldasev, che viveva sotto la protezione talebana in Afghanistan, aveva proclamato la valle di Fergana “l’avanguardia della guerra santa per liberare l’Asia centrale”.
L’attacco americano contro Kabul ha spazzato via i campi di al Qaida e i santuari dei gruppi collegati, come il Movimento islamico uzbeco.
Namangani è morto in battaglia a Kunduz e Yoldasev è fuggito nelle zone tribali pachistane.
Namangani aveva conosciuto al Khatab, il primo emiro della guerriglia cecena, che ha portato comandanti come Shamil Basayev sulla strada del fondamentalismo. Il movimento islamico è stato accusato di aver ordito almeno due complotti per l’eliminazione del presidente uzbeco Islam Karimov, che guida il paese con il pugno di ferro.
Un ombrello clandestino
Fonti dell’intelligence russa e kazaka confermano anche l’incremento delle attività del Tabligi Jamiat pakistano, fuori legge per il governo di Alma Ata, che recluterebbe giovani kazaki che vengono poi inviati in Pakistan, ufficialmente per studiare il “puro islam” nelle scuole che frequentarono anche i talebani.
In Tagikistan ha messo radici un altro gruppo estremista conosciuto come Bayat, responsabile di violenti assassinii: sarebbe un’emanazione del Bayat al Imam, un’organizzazione araba in contatto con Abu Musab al Zarqawi, ricercato numero uno in Iraq.
Il capo dei servizi di sicurezza tagiki, Tokon Mamytov, ha rivelato che il Movimento islamico uzbeco, i gruppi che operano nel suo paese, quelli kirghizi – oltre ai fondamentalisti uiguri, che crescono nella regione cinese dello Xinjiang – stanno unificando le forze.
L’obiettivo è creare una nuovo ombrello clandestino, il Movimento islamico dell’Asia centrale, che lotti per la creazione del califfato. Non è un caso quindi che nell’ultimo anno siano stati sventati tre attacchi terroristici a Manas, in Kirgizstan, una delle principali basi aeree americane, che dispiega duemila soldati in Asia centrale.
saluti




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