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    Predefinito Si apre la stagione....

    ....dei nuovi contratti

    Alitalia

    Roma. Giancarlo Cimoli non ha niente da perdere.
    I più coraggiosi non sono gli animosi, ma coloro che hanno una chiara visione di ciò che li attende sia nella gloria che nel pericolo, e affrontano entrambi.
    La responsabilità di un’azienda che perde da anni a bocca di barile non è sua.
    Non è nemmeno dei predecessori, che da anni di fronte alle perdite di volta in volta hanno avanzato ricette energiche, per vedersele respingere dall’azionista e dai sindacati.
    Di conseguenza, Cimoli insiste e fa bene.
    La sua proposta di passaggio a una struttura di gestione e di costo “low fare”, nelle tratte in cui Alitalia non è più al riparo di slot generosamente affidatigli in qualità di ex monopolista pubblico, ha gettato nel piatto una realtà sin qui trascurata e denegata.
    In Alitalia non si tratta solo di “spacchettare” l’azienda cedendo a terzi servizi di terra, logistica, manutenzione e gestione del personale.
    Anche per coloro che restassero nella compagnia “solo volo”, meno della metà dei dipendenti attuali, il problema non è affrontabile con i contratti attuali, in termini di maggior produttività e di disponibilità a qualche sacrificio in turni, orari, e smagrimento degli equipaggi. I
    l problema è che i contratti attuali vanno stracciati, riscritti, sostituiti con contratti diversi: quelli che appunto portano in sé le caratteristiche d’impiego compatibili con i servizi offerti da compagnie che mettono la redditività e il contenimento dei costi avanti a tutto.
    Non c’è da stupirsi, che ieri tutti i sindacati abbiano reagito duramente, respingendo l’impostazione.
    Che fa della vicenda Alitalia e di Cimoli un banco di prova persino superiore alle stesse perdite della compagnia: è il primo e sin qui unico esempio di grande impresa in difficoltà il cui manager punti i piedi e proponga qualcosa di analogo alle svolte che in queste settimane abbiamo visto realizzarsi persino nella Germania cogestionaria della Mitbestimmung, alla Daimler, alla Bosch, alla Volkswagen.

    Piuttosto, la novità è che ieri sia stata An, per bocca di Francesco Storace preoccupato delle conseguenze occupazionali su Fiumicino, a lanciare per prima un altolà a Domenico Siniscalco, diffidandolo dal tenere bordone alle richieste di Cimoli perché in tal caso verrebbe meno alla qualifica di ministro dell’Armonia.

    Mentre da noi si attende, ieri Ryanair se la rideva, osservando che i suoi dipendenti sono 2 mila in tutto, meno di quell’11 per cento di assenteisti quotidiani denunciati da Cimoli in Alitalia. Quanto agli Usa, ieri l’autorità federale aeronautica che già aveva respinto la richiesta di United Airlines di un nuovo prestito a garanzia pubblica per 1,6 miliardi di dollari, non solo ha confermato il suo no, ma ha intentato azione alla compagnia, perché il suo piano industriale era falso.
    Altri cieli.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito La Cisl ha....

    ....una idea

    Roma. Ieri le indiscrezioni sul Corriere hanno messo Savino Pezzotta sul chi va là, e in giornata ha rilasciato una raffica di dichiarazioni di diffida al governo, su Alitalia come su tutti i temi sociali della prossima Finanziaria.
    L’accorto leader della Cisl non vuole prestare il fianco alle accuse della Cgil.
    Ma in realtà le proposte che la sua organizzazione si ripropone di ufficializzare alla commissione interconfederale di studio sulle nuove forme di contrattazione sono energiche e coerenti a una vera svolta tra imprese e sindacati.
    Ridurre gli oltre 400 contratti nazionali a poche decine di macroraggruppamenti.
    Estendere la durata della parte salariale dei contratti a 4 anni, dai 2 attuali.
    Decentrare il più possibile a livello territoriale e in azienda la contrattazione di produttività.
    Una triade che si armonizzerebbe con due fenomeni sin qui denegati dalla contrattazione ereditata dagli anni d’inflazione alta.
    In primis, appunto, l’inflazione bassa, che pretende orizzonti temporali più lunghi, di intese salariali.
    In tal modo, oltretutto, all’inflazione programmata si può forse sostituire quell’inflazione obiettivo che sindacati e anche associazioni d’impresa mostrano ormai di preferire.
    Sarebbe un notevole raffreddamento delle polemiche frontali sull’impoverimento del ceto medio che da un anno hanno avvelenato l’Italia.
    Inoltre, fare spazio alla contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale, significa portare la trattativa laddove si formano davvero le diverse curve di costo – sia della vita che della produzione – visto che non viviamo in un realtà nazionalmente omogenea.
    E aprirebbe finestre ampie a intese in cui le specifiche esigenze d’impresa, a seconda degli andamenti e delle diverse produzioni, potrebbero chiedere disponibilità e offrire trattamenti differenziati.
    Una sana flessibilità, con maggiore riconoscimento per i singoli lavoratori e per le loro concrete esigenze.

    Già ai tempi del governo D’Alema nel 1998 ci fu chi, come Massimo D’Antona, avanzò proposte di revisione dei contratti: ma vinse il no di Sergio Cofferati e siamo ancora qui a pagarne le conseguenze.
    Ieri il sottosegretario al Welfare Maurizio Sacconi ha rilanciato, facendo l’esempio del recente accordo nel settore degli artigiani, che prevede che il recupero del differenziale salariale rispetto all’inflazione programmata avvenga a livello territoriale assieme alla produttività.
    Ma il rischio per la Cisl è l’eccesso di entusiasmo, di governo e Confindustria.
    Tant’è vero che il presidente di Federmeccanica, Massimo Calearo, fedele al “fare squadra”, ha subito gettato un secchio d’acqua filo-Cgil, ricordando che la trattativa è con tutti, non solo con la Cisl. Pezzotta e i suoi sono coraggiosi.
    Imprenditori e governo, si vedrà.

    da il Foglio del 26 agosto

    saluti

  3. #3
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    Predefinito La diffidenza dei....

    …cofferatiani

    Roma. Il rilancio, al poker, non è detto che si sposi con bei punti in mano. Da parte dei giocatori più consumati, confonde gli avversari sul vantaggio comparato alle combinazioni di chiusura. Quando però si sono cambiate molte carte e chi siede al tavolo “sta sul suo”, è poco più di un bluff.
    Vale per l’intervista rilasciata ieri all’Unità da Gugliemo Epifani.
    “Un patto per salvare il paese”, il promettente titolo in prima pagina.
    Rivolto a Confindustria, come il governo non ci fosse, con l’esplicita ammissione che bisogna appunto disegnare un ponte comune, tra sindacato e imprese, per salvare queste ultime e
    redistribuire risorse ai lavoratori.
    Ma a leggerne il testo, del patto non c’è traccia.
    E’ un semplice rilancio, sia pure in grande stile, basato sulla
    finzione che con Confindustria non ci sia stato l’incontro del 14 luglio, in cui Epifani si alzò e se ne andò, rifiutando di accettare uno schema e una data per iniziare a parlare di riforma dei contratti.
    Ma nel documento di Confindustria c’erano già tutti i capitoli di cui Epifani parlava ieri,
    Mezzogiorno, formazione, federalismo e via continuando.
    Per fare un patto bisogna offrire qualcosa.
    Epifani si limita a dire “ripartiamo da zero”.
    Chiede e prende tempo, ché su LCdM si abbatterebbe altrimenti l’anatema di “mancata discontinuità” col suo odiato predecessore.

    Le reazioni ieri oscillavano tra l’evidente imbarazzo e il malcelato dispetto.
    Imbarazzata Confindustria, assai calibrata la sua nota di precisazione con cui rinviava al proprio documento, ma evitando ogni giudizio negativo nei confronti del leader della Cgil.
    Il malumore è in Cisl e Uil, alle quali risulta evidente la propensione della Cgil a far slittare i tempi, in modo che sia poi lo scontro sui contratti, dei dipendenti pubblici e soprattutto dei meccanici, a impedire di fatto qualunque avanzamento sugli assetti contrattuali.
    Pezzotta ieri l’ha detto chiaro in una riunione ai suoi, “bisogna chiarire prima le cose tra le confederazioni, se non si mette nero su bianco tra noi non si andrà da nessuna parte”.
    Nel merito, la disponibilità ribadita da Epifani a confrontarsi con Cisl e Uil sul doppio livello contrattuale non registra un solo millimetro di progresso. Per la Cisl, il recupero della produttività nei contratti deve avvenire a livello decentrato, e questo deve divenire esigibile, con esplicita disponibilità a discutere con le imprese dove recuperare le risorse per finanziare i costi normativi del contratto nazionale.
    La Cgil non è mai andata oltre l’ipotesi – per altro non formalizzata, per i contrasti interni - di “redistribuire” appunto una quota sostenuta di produttività media del settore nel salario contrattuale centrale.

    Nerozzi, l’uomo ombra e i Ds
    Il rilancio nasce dall’abile rielaborazione che Paolo Nerozzi – colui che sta emergendo sempre più come il vero leader della confederazione – ha compiuto delle difficoltà interne con cui è alle prese Epifani. Allungando i tempi della riforma contrattuale Epifani può riaccostarsi al 50 per cento della Fiom che si riconosce in Gianni Rinaldini, vicino a Nerozzi. E che aveva invece condiviso la stizza del 30 per cento “antagonista”, sulle posizioni di Gianni Cremaschi, diffidentissimo delle aperture verso Montezemolo e convinto – vieppiù dopo la vittoria a Melfi – di una Cgil “separata” quanto a piattaforma dei meccanici, per aprire una grande stagione salarialista.
    Persino un segretario confederale “sinistro” come Giampaolo Patta, a fine luglio, aveva pubblicamente ammonito Cremaschi a evitare eccessi, perché la Cgil sui meccanici deve cercare di non rompere con Cisl e Uil.
    Ma a fine luglio Epifani si è trovato anche con l’evidente imbarazzo dei molti dirigenti cofferatiani, Carlo Ghezzi, Achille Passoni, Beppe Casadio, Marigia Maulucci.
    Quando la sparuta pattuglia riformista – Agostino Megale, Antonio Panzeri – un mese fa ha riposto il tema di un riaggancio con le posizioni ds, i cofferatiani hanno iniziato a considerare con occhi più critici l’apertura eccessiva di Epifani a Montezemolo, seguita poi dall’abbandono del tavolo che accontenta gli antagonisti.
    E perché mai lasciare ai pochi riformisti la riapertura riservata dei collegamenti con i leader dei ds?
    E’ questa la vera partita aperta in Cgil.
    Il rilancio di Epifani, sotto questo profilo, dice più delle sue difficoltà, che di quelle altrui.
    LCdM non ne aprofitterrà. Ma tra poche settimane, quando le carte col governo e sui contratti saranno scoperte, la base imprenditoriale vorrà vederci chiaro.
    Difficile che l’esito possa essere l’abbraccio a Epifani, per aiutarlo a risolvere i suoi dilemmi interni.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Pezzotta muove anche....

    ….Cgil e Confindustria

    Forse Savino Pezzotta, con la sua proposta di riforma delle regole sui rinnovi dei contratti di lavoro, ci ha fornito un’alternativa al solito “autunno caldo”.
    A far ben sperare c’è anche la reazione possibilista che arriva
    dai vertici di Confindustria, dal governo e persino dalla Cgil. L’estate non è passata invano sul fronte delle relazioni industriali: a luglio ci si chiedeva quanto la Cgil ci avrebbe messo ad accettare un tavolo sulla riforma delle regole. Era bastato che Confindustria lo proponesse nel famoso documento del 14 luglio, per rompere (incrinare?) l’idillio nascente tra Guglielmo Epifani e Luca Montezemolo.
    Un mese dopo, lo stesso sindacato di sinistra discute sul “come”
    cambiare piuttosto che sul “se” farlo. E’ un’ottima notizia, la partita sulla negoziazione è potenzialmente molto più importante dei singoli rinnovi (metalmeccanici, dipendenti pubblici, autoferrotranvieri) che animeranno la fine del 2004.
    Secondo lo scenario classico a settembre ci aspettano mobilitazioni e scioperi più o meno selvaggi, e grandi battaglie sulle modifiche al contratto nazionale tra “difese dei diritti acquisiti” dei lavoratori e le necessità di modernizzazione delle imprese.
    Senza dimenticare le implicazioni politiche: i sindacati che diventano la “vera” opposizione – in due casi su tre, loro malgrado – e il governo che, dopo proclami di riforme radicali e preannunci di bilancio fuori controllo, si sfarina nel tentativo di non pagare il prezzo in termini di consensi derivante da uno scontro sociale.
    Con le regole di negoziazione attuali, quelle del 1993, tutto per lo più si risolve in un braccio di ferro sui decimali dell’inflazione da recuperare nei nuovi salari. Se così sarà, ci si può avvicinare a queste scadenze solo con lo spirito del “limitiamo i danni”, consci che non è certo da quei tavoli che può venire una scossa all’economia.

    Conservatorismo da combattere
    Ma questa volta c’è la possibilità che le cose vadano diversamente: i sindacati, prima tra di loro e poi con Confindustria, affronteranno in parallelo la riforma dell’intero sistema di contrattazione. In questo modo il probabile effetto immediato sarebbe un autunno molto più “fresco” e più alte probabilità di successo delle singole trattative. Ma sarebbe solo un effetto collaterale perché il tavolo sul nuovo modello contrattuale non deve semplicemente disgiungere le questioni politiche generali dalle trattative di settore, ma deve avere l’ambizione di rivoluzionare il sistema delle relazioni industriali.
    La vera forza della proposta di Pezzotta sta nei contenuti: decentrare a livello aziendale, allungare a 3-4 anni, anziché gli attuali 2, la revisione economica dei contratti nazionali, nonché semplificare dagli odierni 400 accordi a pochi macromodelli di settore, tre propositi che disegnano un regime molto più avanzato dell’attuale.
    In particolare, si prova a dare più spazio ai livelli periferici di contrattazione, affidando agli accordi aziendali e territoriali il compito di incentivare e premiare gli aumenti di produttività e di rendere il trattamento dei lavoratori più rispondente al contesto locale e aziendale in cui vivono.
    Un passo avanti enorme rispetto alle posizioni del passato, che ora Uil e Cgil non devono sprecare. La Cgil, in particolare, è chiamata a un chiarimento interno, e forse per la prima volta lo scontro tra l’anima riformista e quella radicale sarà su una questione sindacale, su una proposta di altri rappresentanti dei lavoratori, senza più l’alibi della lotta a un governo che fa l’interesse dei padroni.
    Confindustria, poi, dopo i ripetuti appelli, trova finalmente un interlocutore che dimostra concretamente in che modo si possa “fare squadra”, cioè concordando le innovazioni.
    Tra gli imprenditori ci sono diffidenze, specie sulla questione dei contratti territoriali, ma il conservatorismo è una piaga da combattere non solo in casa sindacale.
    Infine, il governo ha un’alternativa all’idea che le riforme si possano fare solo “imponendole” (anche se poi non ha mai avuto la forza di essere thatcheriano fino in fondo), e deve fare tutto ciò che è in suo potere per favorire l’accordo, anche per recuperare una certa inerzia di fronte ai grandi sforzi che i Montezemolo e i Pezzotta stanno facendo all’interno dei propri mondi.
    Ma c’è poco tempo: tra un mese si ritorna ai blocchi, ai disagi, alle polemiche, a un logoro gioco delle parti. Sbrigatevi.

    Enrico Cisnetto su il Foglio

    saluti

  5. #5
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    Predefinito

    Al direttore - Bisognerebbe rileggere la relazione della Commissione Giugni (dicembre 1997) sul modello contrattuale italiano.
    Ne trarrebbe giovamento il dibattito di questi giorni, in cui manca un’idea di riforma delle relazioni industriali, basata su una seria analisi critica dell’esperienza di concertazione avviata con il Protocollo Ciampi.
    Gino Giugni, e con lui Marco Biagi, Massimo D’Antona e altri autorevoli giuslavoristi già sette anni fa indicavano con chiarezza la necessità di modificare la politica dei redditi, per metterla al passo con il processo di integrazione europea e, soprattutto, per affrontare prioritariamente il problema dell’occupazione.
    Perché il risultato più evidente della concertazione, aggravatosi nell’arco di tutto il decennio passato, è stato un consolidamento della posizione degli insiders (in particolare, dipendenti stabili e a tempo pieno) e una penalizzazione di quella degli outsiders (in particolare, giovani precari e inoccupati).
    Cambiare la politica dei redditi, quindi, significa rimettere in discussione un modello distributivo che ha accentuato le disuguaglianze sociali e ostacolato la crescita.
    Su questo punto le proposte della Commissione Giugni, riprese in parte da Savino Pezzotta, sono meritevoli di grande attenzione. C’è in primo luogo un aspetto che riguarda proprio l’ambito di applicazione della contrattazione collettiva. L’affermarsi della necessità di regolare i “lavori” e non più unicamente il “lavoro”, implica un ripensamento delle forme di rappresentanza delle parti sociali, e offre al contratto nazionale una nuova funzione regolatrice indirizzata verso le categorie dei lavoratori cosiddetti parasubordinati.
    La Commissione Giugni segnala, a questo proposito, l’opportunità che si ricerchino soluzioni, nel contratto nazionale di lavoro, in grado di favorire l’emersione delle fasce di lavoro dipendente oggi confuse con il lavoro autonomo e, per altro verso, capaci di riconoscere le innegabili originalità delle nuove forme di lavoro, specialmente nei settori ad alta innovazione tecnologica. Si tratta, in altri termini, di definire quel nuovo Statuto dei lavori che tanto stava a cuore a Marco Biagi.
    L’avvicinamento della contrattazione alle esigenze delle realtà locali, la sua possibile efficacia nell’emersione del lavoro nero e nell’evitare fenomeni distorsivi della concorrenza sono possibili solo se si assume con convinzione il fatto che una struttura produttiva segnata dalla microimpresa ha bisogno di strumenti nuovi, più flessibili, meno soffocati dalla contrattazione centralizzata.
    In questo quadro, il contratto collettivo nazionale resta una sede determinante del sistema di negoziazione e, tuttavia, non può che essere ridimensionato quantitativamente e qualitativamente. Rimane il suo ruolo regolatore sui minimi normativi, ma è ineluttabile un deciso spostamento verso l’azienda e il territorio delle competenze sulla distribuzione della produttività.
    La Commissione Giugni si spinge fino a prevedere le cosiddette
    “clausole di uscita”, come accade in Germania, che consentono di derogare a livello aziendale o territoriale alla disciplina negoziata a livello nazionale.
    Un elemento di debolezza del sistema attuale risiede nel meccanismo che regola il rapporto tra inflazione programmata e inflazione effettiva.
    L’ipotesi avanzata dalla Cisl di una durata quadriennale del contratto in materia retributiva ha la sua origine proprio nel documento Giugni.
    Ci sono, però, delle controindicazioni. Esse sono legate a una maggiore difficoltà nella redistribuzione della produttività, in assenza di una diffusa contrattazione decentrata e di un meccanismo automatico di salvaguardia ove si manifestino scostamenti rilevanti tra inflazione programmata (o attesa) e inflazione reale. Il nodo principale resta, in definitiva, sempre lo stesso: una maggiore specializzazione, normativa e retributiva, del contratto decentrato; la possibilità che sia praticata una contrattazione di livello territoriale, in alternativa alla contrattazione nazionale; una struttura retributiva più articolata che renda il contratto nazionale di lavoro più rispondente a situazioni specifiche di settore o di territorio.
    Non è ancora chiaro come sindacati e Confindustria intendano affrontare questa che è la vera cruna dell’ago della riforma del sistema contrattuale.
    Una cosa è certa: non si può continuare a invocare un “patto per salvare l’Italia” o un “patto tra i produttori” senza spiegare in che modo i “produttori” intendono contribuire a generare maggiore ricchezza e a ridistribuirla più equamente e senza svecchiare una cultura sociale del compromesso e della mediazione corporativa che costituisce uno dei tratti più rilevanti dell’anomalia italiana.

    Michele Magno scrive a il Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito Qualche idea per ridare.....

    ....le ali ad Alitalia

    Questa volta l'Alitalia si gioca davvero il suo destino.
    I dati forniti da Giancarlo Cimoli sulla lenta e progressiva riduzione delle quote di mercato e sul disavanzo accumulato nei primi 6 mesi 2004 dalla compagnia di bandiera sono lì a dimostrarlo.
    Davanti a un scenario che vede la riduzione dell'11% dei passeggeri negli ultimi 6 mesi Cimoli e i suoi hanno fatto quanto di loro competenza presentando un piano industriale che accanto alla riduzione dei costi prevede, finalmente, anche una strategia d'espansione con 16 nuove rotte e acquisizioni di nuovi aerei. L'esatto contrario di quanto fatto in questi anni quando, per ridurre i costi, si privilegiavano vendita e soppressione di rotte senza agire sui costi unitari sopportati dall'azienda per i contratti col personale viaggiante e di terra.
    Oggi Cimoli capovolge il ragionamento e propone una strategia d'espansione preceduta dalla riduzione dei costi unitari visto che, ad esempio, di media un pilota Alitalia lavora 477 ore l'anno mentre quelli della Lufthansa 592 e quelli della British 631.
    Ma il peso maggiore non è quello del personale di volo ma è quello di terra il rapporto tra i quali, peraltro, è troppo sbilanciato a favore di quest'ultimo.
    La palla, ora, passa a sindacato e governo.
    Il sindacato deve tutelare la competitività dell'azienda facendosi carico di una concorrenza spietata non tanto delle compagnie
    "low cost" quanto delle altre compagnie di bandiera.
    Anzi sarebbe utile che gli enti proposti al controllo del trasporto aereo studiassero a fondo la struttura dei prezzi "low cost": quasi certamente troverebbero che i risparmi avvengono anzitutto a spese della sicurezza, cioé sui costi della manutenzione e sul carico di lavoro dei piloti.
    È vero che ci sono "range" entro cui tutti devono mantenersi sul piano della sicurezza, anzitutto per la manutenzione, ma sarebbe anche ora che chi è preposto al controllo sul trasporto aereo informasse periodicamente i passeggeri su quali compagnie sono al limite minimo dei "range" previsti e quali ai i limiti alti.
    La concorrenza impone un'informazione non ingannevole, basata cioè solo sui prezzi e la nostra Enav ha iniziato, su questo terreno, un'opera meritoria.

    Tagli corretti e concorrenza sleale
    I sindacati, dunque, è bene che sappiano che questa forse è l'ultima occasione per rilanciare una compagnia con consolidate tradizioni di sicurezza nel trasporto.
    Esuberi ci sono, ma nulla vieta di seguire la via intrapresa 15 anni fa dalle Ferrovie che trasferirono nei posti vacanti della pubblica amministrazione ben 7mila ferrovieri.
    Dato che in esubero è il personale di terra, l'operazione si potrebbe fare in tutta semplicità, viste le varie competenze.
    La mobilità nei comparti delle pubbliche amministrazioni è un elemento di modernità stupidamente abbandonato negli ultimi anni che è giusto ripristinare ora.
    Anche il governo, però, deve fare la sua parte garantendo sino in fondo i doveri che gli derivano dall'essere azionista di maggioranza predisponendosi a un aumento di capitale per finanziare il novo piano industriale.
    Nessuna norma europea lo impedisce: le regole della concorrenza sono neutrali rispetto alla natura della proprietà mentre nessun piano di sviluppo può essere finanziato solo da un nuovo indebitamento come il prestito ponte di 400 milioni di euro.
    Quanti si stracciano le vesti perché si porti al fallimento l'Alitalia non sanno cosa dicono.
    Il giorno in cui scomparisse la nostra compagnia di bandiera, le sue rotte verrebbero acquisite solo in piccola parte dalle nostre compagnie private minori e il nostro mercato verrebbe di nuovo occupato dalle maggiori compagnie straniere.
    D'altronde privarci oggi della nostra compagnia di bandiera ci precluderebbe in via definitiva il poter partecipare, nei prossimi anni, alla costituzione di un grande gruppo europeo di trasporto aereo confluendo, ad esempio, con Air France e Klm, entrambe pubbliche.
    Chi vuole contrastare la crescente colonizzazione del Paese deve avere questi obiettivi per dare all'Italia il ruolo che le compete nel riassetto del capitalismo europeo, nei servizi come nell'industria manifatturiera.
    Troppi buoi sono già scappati ma molti ancora potrebbero scappare, relegando l'Italia al ruolo di Paese di soli consumatori e produttori in conto terzi.
    Se ne ricordino per tempo governo e sindacati.

    Geronimo su Libero

    saluti

  7. #7
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    Predefinito Le morbide tute....

    ….blu (tedesche)

    La stagione dei rinnovi contrattuali è in corso anche in Germania, ma in un modo che non si era mai visto, in particolare nel settore metalmeccanico, quello ove il sindacato, come in Italia, è più agguerrito e fa da avanguardia all’intero movimento.
    La Siemens, per il contratto della sua divisione di telefonia cellulare ha aperto il negoziato chiedendo alla controparte l’aumento dell’orario di lavoro da 35 a 40 ore.
    E a salario mensile invariato.
    Ciò comporta una riduzione effettiva della busta paga, perché buona parte degli straordinari in eccesso alle 35 ore, pagati a parte, in questo modo, diventano lavoro ordinario.
    La Daimler Chrysler frattanto ha già ottenuto, per il settore Mercedes, un aumento di ore di lavoro, a retribuzione invariata.
    E la Volkswagen si prepara a seguirne l’esempio, per settembre, proponendo, assieme all’aumento dell’orario, con salario invariato, anche degli aumenti connessi a incrementi di produttività.
    La sfida maggiore però ha luogo adesso, per la Opel, che è controllata dalla General Motors ed è estranea al sistema di concertazione corporativa tedesco, meglio conosciuto come modello renano.
    GM però fa sapere che la Opel, alla quale fanno capo anche le marche Saab e Vauxhall, a differenza della Mercedes è da anni in perdita (290 milioni euro nel 2004 secondo le prime stime). Secondo GM ciò dipende dal fatto che un’ora di lavoro costa 27 euro pari a 33 dollari nelle sue fabbriche tedesche contro i 23 dollari in quelle Usa e che se non verrà accettato l’orario di 40 ore, anziché 35, che ridurrebbe la paga oraria a circa 28 dollari sarà inevitabile il trasferimento della produzione nei paesi dell’Est.
    L’Opel produce anche componenti che servono alla Fiat e questa, a sua volta, ne fabbrica per le vetture della Opel, in base agli attuali accordi di collaborazione fra il Lingotto e GM.
    Il sindacato tedesco sta recependo con mugugni, ma con segnali di rassegnazione, al di fuori della consueta concertazione, il messaggio “lavorare di più, lavorare tutti”, perché vuole difendere la propria industria metalmeccanica dalla perdita di competitività.
    Si tratta di capire se anche ora esso è un modello per il nostro sindacato.

    saluti

  8. #8
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    Predefinito Alitalia e i....

    ....creditori

    La trattativa che l’Alitalia sta svolgendo con il proprio personale ha
    qualche cosa di surreale. Infatti c’è solo una settimana di tempo per la discussione sulle misure che l’amministratore delegato Giancarlo Cimoli ha proposto ai sindacati, con particolare riguardo a una maggiore efficienza nell’utilizzo dei piloti, alla riduzione degli assistenti di volo su ogni aereo e ai corposi tagli di personale.
    L’otto settembre, infatti, si riunisce l’assemblea dei soci, che deve prendere atto delle perdite nel primo semestre di 333 milioni cui vanno aggiunte quelle ulteriori di luglio e agosto.
    Ciò comporta una riduzione del capitale sociale a 933 milioni, con una disponibilità di soli 72 milioni: che basta solo per il carburante e le paghe di settembre.
    Il prestito di 400 milioni di euro che Alitalia ha ottenuto, dunque, s’è volatilizzato.
    Lo Stato ha la facoltà di garantire un altro prestito ponte di 400 milioni, che consentirebbe alla società di andare avanti sino alla primavera, ma in situazione di dissesto palese.
    Ciò in quanto il fatturato nei primi otto mesi è calato di oltre il 10 per cento mentre il costo del personale è aumentato del 5 per cento.
    E il deficit, già pesante nel 2003, si è ampliato nel 2004.
    E ciò non per effetto di una riduzione dei traffici sulle rotte europee e intercontinentali, ma del migliore andamento delle principali compagnie europee, sue concorrenti.
    Per concedere ad Alitalia l’aspirina che le consenta di sopravvivere sino alla fine dell’inverno, il governo ha bisogno della ristrutturazione, diversamente questo nuovo aiuto, già criticabile, diventerebbe illegittimo.
    E poichè ciascun governo ha da difendere una compagnia di bandiera, a Bruxelles non consentiranno deroghe.
    Anche ammesso che ora Cimoli riesca a varare un efficace piano e che il consiglio di Alitalia possa rinviare la dichiarazione di fallimento (perché il governo darà 400 milioni, per non lasciare a terra gli aerei) tuttavia non è credibile che a marzo la compagnia riesca a pareggiare i costi e i ricavi e a pagare gli interessi sui prestiti ricevuti.
    Dunque, nella migliore ipotesi, essa potrà sopravvivere solo se i creditori le concederanno una rateizzazione più favorevole dei debiti.

    ....e, naturalmente, è tutta colpa di Berlusconi e della sua banda di bananas.

    saluti

  9. #9
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    Predefinito

    Per gli oltre cinque milioni di dipendenti che aspettano il rinnovo del contratto di lavoro, la questione salariale è giustamente la parte più rilevante della trattativa. Ma non dovrebbe essere così per chi – sindacati, imprenditori e governo – quei contratti è chiamato a riscrivere. Concentrarsi sulla “variabile salario” significa confondere gli effetti con le cause. Anche trovando il miglior accordo possibile sul punto, il declino competitivo continuerebbe a erodere i profitti delle imprese lasciando loro sempre meno da ridistribuire sotto forma di salari.
    Semplice e inconfutabile.
    Ma siccome l’analisi economica è una cosa e la realtà politico-sindacale un’altra, non si può negare che esista una spinta a “monetizzare” nata dalla percezione diffusa, ben oltre i dati ufficiali, che il potere d’acquisto si sia ridotto eccessivamente e
    che la moderazione salariale, rispettata dai sindacati nell’ultimo decennio, sia ora troppo penalizzante.
    Dall’altro lato, c’è la necessità del governo (sia in quanto datore di lavoro sia come responsabile della stabilità economica generale) di ritrovare un rigore mai posseduto in questa legislatura.
    Infine le imprese, vista l’epidemia di crisi, dissesti finanziari e risultati deludenti, danno per scontato che tutti, a cominciare dai lavoratori, siano chiamati a stringere la cinghia.
    Non è nemmeno importante dimostrare chi abbia ragione, perché comunque la distanza tra gli obiettivi delle parti trasformerà la questione degli aumenti nel nodo su cui tutte le vertenze s’incaglieranno, con il ben conosciuto seguito di scioperi, tensioni sociali e ulteriore stagnazione dell’attività economica.

    Non basta agganciare salari e produttività
    Così, mentre ci si accapiglierà su come ridistribuire le fette della torta, questa continuerà inevitabilmente a restringersi.
    Salvo che si capisca che non conviene a nessuno fare una battaglia campale sugli aumenti, e che la trattativa deve invece puntare a una rivoluzione copernicana del mercato del lavoro e alla rifondazione dell’intero capitalismo nostrano.
    Un primo passo sarebbe quello di agganciare i salari alla produttività: tutti si dicono disposti a farlo, ma il nostro sistema continua a premiare l’età e, ben che vada, l’esperienza.
    Fino a dieci anni fa la produttività continuava a crescere tanto da tenere comunque sotto controllo i costi, ma la tendenza si è invertita da tempo: secondo l’Fmi tra il 1995 e il 2001, nell’area euro la produttività annua è passata dal 2,2 all’1,5 per cento. Quasi metà di questa contrazione è frutto della frenata italiana, dove questo indicatore è passato dal 2,4 (dunque sopra la media) allo 0,8 per cento (metà della stessa).
    Una ricerca dell’Istat non ha ottenuto risultati molto diversi: tra il 1999 e il 2003 il calo è stato dello 0,8 per cento.
    Sostituire la produttività all’inflazione come variabile determinante dei salari sarebbe di per sé un incentivo per favorire le performance aziendali, ma sarebbe oggettivamente per i lavoratori un brutto affare.
    Nell’economia della conoscenza in cui viviamo, la produttività dipende dai livelli di formazione e istruzione e dall’impiego delle tecnologie informatiche, tutti campi in cui siamo clamorosamente indietro. A questo si aggiunge che la composizione del nostro tessuto industriale, troppo spostata sui comparti tradizionali, ormai permette solo aumenti minimi di produttività.
    Quindi, anche accordarsi su un meccanismo che non mandi i costi fuori controllo rispetto allo sviluppo prodotto non darebbe grosse prospettive di crescita.
    I lavoratori sarebbero più esposti all’andamento dell’azienda e gli imprenditori non otterrebbero dal solo controllo dei costi un vantaggio competitivo sufficiente ad affrontare la concorrenza dei paesi emergenti.
    Pensare di combatterli solo su questo campo significa firmare la propria condanna.
    Proprio per questo l’accordo tra le forze produttive non deve avere solo carattere difensivo, ma al cambio di paradigma chiesto ai lavoratori dovrebbe affiancarsi un programma d’investimenti che sposti il baricentro del nostro sistema verso comparti tecnologicamente più avanzati, portandosi dietro i lavoratori con i necessari progetti di riqualificazione e formazione.
    Un’evoluzione ambiziosa per la quale non basta la volontà delle parti, ma serve l’intervento decisivo del governo sia dal punto di vista delle riforme normative che da quello delle risorse a sostegno.
    Difficile, certo, ma sicuramente è un obiettivo per cui vale la pena perdere ore di lavoro e aprire lunghe trattative.
    Molto più che la determinazione di quanti decimi di punto aumenteranno le buste paga.
    Enrico Cisnetto su il Foglio del 3 settembre

    saluti

 

 

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