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Discussione: Libertari alle urne

  1. #1
    Estremista della libertà
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    Predefinito Libertari alle urne

    Un bell'articolo sui fallimenti di GWB e le speranze di un gruppo che vorrebbe riformare i democratici dall'interno.
    Un po' troppo indulgente verso Clinton, a mio avviso, ma comunque molto condivisibile.

    Dopo che John Samples, altro autorevole analista libertarian del Cato Institute, si è visto costretto a lanciare il suo urlo di dolore per il tradimento subito, parlando di Bush come del miglior presidente Democratico della sua vita …

    VOTERANNO PER BUSH I LIBERTARIANS?

    di William Longhi


    In Texas, è vero, non ci sarà storia, tutti per Bush.
    A New York, intellettuale, nevrotica e liberal, Kerry avrà vita facile. E questa prevedibile distribuzione di voti fra i due antagonisti riguarda un notevole numero di Stati. Ma ci sono anche gli stati “battleground”, dove pochi voti decidono il risultato finale, e non si tratta necessariamente di voti centristi e moderati. Esiste una fascia dell’elettorato americano che ha particolarmente a cuore la libertà individuale in tutte le sue espressioni, e che se ne vale la pena, va pure a votare. Sono i “liberarians minded voters”, sono estremisti della libertà, anarchici amanti del capitalismo, che guardano in cagnesco qualunque forma di intrusione pubblica nella vita privata. Hanno il loro referente partitico ormai dagli anni settanta : è il Libertarian Party, e quando il candidato del Libertarian Party non li soddisfa – abbastanza spesso - tendono di solito a orientare il voto con più facilità verso il Partito Repubblicano che non nei confronti dei Democratici.
    A pesare nella scelta è senz’altro un atteggiamento più restrittivo e severo da parte del Gop in materia di spesa pubblica federale e tasse, tutto quello che negli Usa si chiama Big government: via Washington dai bilanci di famiglie e imprese sembra essere, almeno dall’avvento di Roosvelt e dei suoi (falliti) piani di rilancio dell’economia negli anni ’30, la linea guida dei conservatori statunitensi. Ma i repubblicani non sono mai stati molto coerenti con i loro proclami. E se Nixon, mentre sganciava il dollaro dall’oro, poteva tranquillamente affermare che ormai “siamo tutti keynesiani”, Reagan costruì la sua vittoria tagliando sì le tasse, ma senza proccuparsi troppo di un enorme buco che nel frattempo emergeva nel bilancio pubblico federale, nella speranza che gli offertisti avessero ragione nel profetizzare incrementi degli introiti fiscali derivanti da un’economia più performante. Avevano torto, e ci volle il New Democrat Clinton insieme ad un Congresso a maggioranza repubblicana per rimettere a posto i cocci, con le tasse di nuovo in rialzo, e tagli alle spese per la difesa. Eppure i libertarians americani, di solito, guardano con una certa simpatia l’elefantino e tendono a snobbare l’asinello. Di solito, appunto. Perché da un po’ di anni la questione è alquanto mutata, soprattutto per l’avvento di neoconservatori e paleoconservatori, che ormai stringono d’assedio il partito repubblicano, conducendolo su strade che non necessariamente convergono con quelle tracciate dalle idee libertarian. Anche perché non tutti i libertarian sono uguali, anzi, si dividono pure. Alcuni di loro sembrano volersi accasare nel Partito che un tempo era dei Kennedy, e che oggi è proprietà dei coniugi Clinton, per rivoltarlo come un guanto nel nome della costituzione americana e soprattutto del Bill of Rights, la dichiarazione dei diritti approvata nel lontanissimo dicembre del 1791 per tutelare meglio le libertà fondamentali dei singoli cittadini dai possibili soprusi dei poteri centrali federali. Conservatorismo fiscale e liberalismo sociale in un aggregato di progressismo libertario da contrapporre al conservatorismo compassionevole di Bush e soci.
    Quelli del Democratic Freedom Caucus (www.progress.org/dfc/), una specie di corrente interna al partito democratico di ispirazione libertarian, ci credono e hanno un manifesto che cerca di conciliare le sensibilità più tipicamente liberal con le proposte più classicamente libertarie, per restituire sfere di libertà agli individui e ai singoli stati. In un articolo del Washington Post dell’ottobre del 1998 “Core Beliefs Recast Party Lines”, emergeva ancor più nitidamente la presenza, anche piuttosto corposa, di libertari nel Partito Democratico.
    Si tratta dei cosiddetti Libertarian Democrats che guardano a sinistra, eppure odiano il big government; sono conservatori in economia, ma insofferenti nei confronti dei gruppi religiosi che cercano appoggi e sussidi dalla politica; svolgono professioni di livello elevato, ma non sopportano i moralisti e i tradizionalisti; pensano che il welfare disincentivi la responsabilità individuale, ma considerano ancor più pericoloso il corporate welfare, e cioè i sussidi e le protezioni accordate alle imprese. E sono circa il 9% del partito, non poco. Alle libertà civili ci tengono, esattamente come alle libertà economiche, per questo di fronte alla deriva ultraconservatrice del partito dell’elefantino preferiscono orientarsi verso i democratici. E l’accoppiata Kerry-Edwards sembra poterli soddisfare (anche se forse il focoso Dean piaceva di più, e non mancavano i Libertarians for Dean con il loro immancabile blog). I Libertarian Democrats resteranno dove già sono, tra i Democratici, e negli stati dove si combatterà all’ultimo voto potrebbero regalare brutte sorprese al cristiano rinato George W. Bush. Ma a dargli una sorpresa anche peggiore questa volta potrebbero essere quei libertarians del tutto indipendenti, che i candidati li valutano di volta in volta, senza pregiudizi, e con una marcata attenzione ai fatti economici. E l’esplosione di retorica della convention della settimana scorsa potrebbe impallidire di fronte ai fatti duri e puri di una gestione dell’economia americana che con i principi libertari non ha niente a che vedere. Durante l’amministrazione Bush non sono infatti mancati gli aiuti di stato,tra i sussidi all’agricoltura e il protezionismo per l’acciaio, mentre le tasse le hanno tagliate sul serio, è vero, ma ottenendo cosa? Una spinta artificiale sui consumi privati, già gonfiati da livelli di indebitamento da record per le famiglie, e soprattutto un deficit pubblico in crescita vertiginosa.
    Gli stessi istituti di ricerca statunitensi di orientamento libertarian non hanno potuto far altro che prendere nota dei risultati in materia di bilancio, e dedurne che peggio difficilmente si poteva fare, o meglio, qualcuno ha fatto di peggio, ma solo nel lontano 1966 e nel 1967: è stato Lyndon Johnson che per quei due anni fiscali detiene infatti il record degli ultimi 40 anni di incremento annuale della spesa federale discrezionale, cioè quella approvata anno per anno dal Congresso. Dopo di lui, solo Bush junior: terzo, quarto e quinto posto sono tutti per lui, con quello spendaccione di Carter ben distanziato in classifica.
    Gli anni fiscali 2002, 2003 e quest’ultimo 2004 sono stati un disastro per le spese federali, cresciute senza ritegno. Colpa della guerra in Iraq! ti diranno i repubblicani ortodossi. Nient’affatto, sottolinea Veronique de Rugy del Cato Institute nel suo paper di sei mesi fa “The Republican Spending Explosion”. L’analista libertarian fa tristemente notare, dati alla mano, che le spese discrezionali per la difesa sono certamente esplose dopo l’11 settembre (si stima un + 36 % tra il 2001 e il 2005) per una politica estera bellica comunque agli antipodi dal libertarismo isolazionista o comunque non interventista, ma le spese non legate alla difesa hanno fatto registrare incrementi di tutto rispetto. Si stima infatti un aumento in termini reali del 25% per tali spese tra il 2001 e il 2005, e cioè in coincidenza del primo mandato di George W. Bush. Queste cifre da capogiro associate poi alle mancate riforme del welfare, e quindi del Social Security, del Medicare e del Medicaid, in tremebonda attesa dei ritiri annunciati della generazione del baby-boom, e potenziate dagli sgravi fiscali indiscriminati, hanno creato alla velocità della luce un buco nel bilancio federale proprio dopo che il democratico Clinton nel 1998 aveva riportato alla luce il surplus, un termine di cui non si aveva più memoria negli Usa dalla fine degli anni sessanta. La stessa de Rugy, con malinconica rassegnazione, fa poi notare nello stesso paper come alcuni dipartimenti, la cui chiusura era stata invano annunciata già dal mitico Reagan negli anni ottanta, come quelli dell’Istruzione e dell’Energia, non solo sono rimasti in piedi, ma proprio con Bush junior, il neoconservatore Bush junior, hanno visto incrementi di spesa da favola: si stima un aumento dei costi federali per l’Istruzione dal 2001 al 2004 del 75%, mentre per l’Energia invece i repubblicani si son mostrati un po’ più “braccini”: solo il 26% in più in tre anni, quelli di Bush junior, naturalmente. Insomma, tra soldi restituiti a pioggia alle famiglie senza farsi troppi problemi, soldi indirizzati verso nuovi programmi di spesa per dimostrare di essere più compassionevoli (soprattutto con le grandi aziende), e soldi non risparmiati per colpevole inerzia sul fronte delle riforme del welfare, il buco del bilancio federale diventerà probabilmente un nuovo fardello sulle spalle dei cittadini negli anni a venire. In conclusione, libertà economica e responsabilità fiscale sono entrate un po’ in ombra nel programma di questa amministrazione, tanto che John Samples, altro autorevole analista libertarian del Cato Institute, si è visto costretto a lanciare il suo urlo di dolore per il tradimento subito, parlando di Bush come del miglior presidente Democratico della sua vita in “Progressive President”, articolo dello scorso aprile.

    E se dal fronte economico ci spostiamo poi su quello delle libertà civili, tra guerra in Iraq, guerra interna ai terroristi, guerra alle droghe, guerra al porno e guerra all’aborto, il pluribellicismo dei repubblicani comincia a mostrare un volto inquietante anche per il libertarian più conservatore.
    Insomma, voteranno per Bush i libertarians? Forse molti di loro cominciano a pensare che una presidenza democratica associata ad un congresso repubblicano sarebbe forse l’arma migliore per ridurre le spese federali e conservare (o riconquistare) i diritti civili. E lì dove il loro voto può fare la differenza le urne potrebbero regalare agli americani un altro “divided government” come quello che negli anni ’90, in fondo, non aveva poi così sfigurato.

    •   Alt 

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  2. #2
    la Banda Fratelli
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    La guerra in Iraq é dispendiosa a breve termine ma ripagante a lungo termine.... Inoltre Bush ha spostato la guerra al terrorismo lontano dagli Usa ed ha incrementato notevolmente la sicurezza in tutti gli stati americani. Gli analisti sanno quanto sia importante evitare attacchi terroristici dentro il paese per il bene dell'economia.... Non sono del tutto sicuro della deriva proibizionista repubblicana da te descritta. Tra gli alleati di Bush ci stanno importanti personaggi favorevoli alle libertà civili.

  3. #3
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    Originally posted by jmimmo82
    La guerra in Iraq é dispendiosa a breve termine ma ripagante a lungo termine.... Inoltre Bush ha spostato la guerra al terrorismo lontano dagli Usa ed ha incrementato notevolmente la sicurezza in tutti gli stati americani. Gli analisti sanno quanto sia importante evitare attacchi terroristici dentro il paese per il bene dell'economia.... Non sono del tutto sicuro della deriva proibizionista repubblicana da te descritta. Tra gli alleati di Bush ci stanno importanti personaggi favorevoli alle libertà civili.
    Massì, in fondo Bush è un liberale: evviva!

    P.S. quella della guerra conveniente è una solenne cazzata, ridicolizzata magistralmente da molti liberali: tra i tanti ricordiamo Bastiat ("dove non passano le merci passeranno i cannoni") e Mises ("la pace è la teoria sociale del liberalismo").

  4. #4
    la Banda Fratelli
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    Predefinito Quando l'Iraq

    sarà un paese tranquillo, democratico e filoamericano voglio proprio vedere quale liberale avrà il coraggio di rimpiangere Saddam Hussein. Riesci ad immaginare una ricostruzione affidata per lo più ad aziende americane? Il greggio venduto a poco prezzo.... Gli iracheni avranno un dittatore in meno e potranno assaporare la libertà. L'occidente avrà dei vantaggi economici e l'Iraq sarà un modello liberaldemocratico per tutto il Medioriente.

  5. #5
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    Predefinito

    Caro jmimmo...
    Fecero il deserto e lo chiamarono Iraq pacificato
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  6. #6
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    Predefinito Re: Quando l'Iraq

    Originally posted by jmimmo82
    quando l'Iraq sarà un paese tranquillo, democratico e filoamericano...
    Già, quando?

  7. #7
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    Predefinito Re: Libertari alle urne

    Originally posted by ARI6
    Un bell'articolo sui fallimenti di GWB e le speranze di un gruppo che vorrebbe riformare i democratici dall'interno.
    Un po' troppo indulgente verso Clinton, a mio avviso, ma comunque molto condivisibile.

    Nell'articolo di Longhi condivido l'osservazione che gli anni Novanta "clintoniani" sono stati anni buoni per il libertarismo: il comunismo era da poco crollato, e per una decina d'anni (almeno fino alla prima manifestazione di Seattle dei no-global) gli anticapitalisti erano stati zitti e buoni a leccarsi le ferite. La globalizzazione, simboleggiata dalla nascita e dalla diffusione di internet, era avanzata.

    Gli anni duemila sono nati invece all'insegna dell'attentato dell'11 settembre, in uno scenario di guerra che purtroppo ha bloccato la globalizzazione dei mercati e ha fatto aumentare enormemente lo statalismo "di guerra" in quasi tutti i paesi.

    Quello che non mi convince del tutto nell'articolo è l'idea, che in passato spesso i libertari hanno sostenuto, secondo cui la sinistra sarebbe a favore delle "libertà civili". Questa mi pare più retorica che realtà. In verità la sinistra, in America come da noi, usa spesso le strutture coercitive dello Stato per (a partire dalla scuola pubblica) per imporre a tutti una propria ideologia laicista, libertina e controculturale. Di contro, spesso la destra conservatrice, lungi dal voler imporre una qualche morale a chicchessia, agisce da posizioni difensive, limitandosi ad arginare questa azione.

    Saluti

  8. #8
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    Predefinito Re: Re: Libertari alle urne

    Originally posted by Paleo
    Nell'articolo di Longhi condivido l'osservazione che gli anni Novanta "clintoniani" sono stati anni buoni per il libertarismo: il comunismo era da poco crollato, e per una decina d'anni (almeno fino alla prima manifestazione di Seattle dei no-global) gli anticapitalisti erano stati zitti e buoni a leccarsi le ferite. La globalizzazione, simboleggiata dalla nascita e dalla diffusione di internet, era avanzata.

    Gli anni duemila sono nati invece all'insegna dell'attentato dell'11 settembre, in uno scenario di guerra che purtroppo ha bloccato la globalizzazione dei mercati e ha fatto aumentare enormemente lo statalismo "di guerra" in quasi tutti i paesi.

    Quello che non mi convince del tutto nell'articolo è l'idea, che in passato spesso i libertari hanno sostenuto, secondo cui la sinistra sarebbe a favore delle "libertà civili". Questa mi pare più retorica che realtà. In verità la sinistra, in America come da noi, usa spesso le strutture coercitive dello Stato per (a partire dalla scuola pubblica) per imporre a tutti una propria ideologia laicista, libertina e controculturale. Di contro, spesso la destra conservatrice, lungi dal voler imporre una qualche morale a chicchessia, agisce da posizioni difensive, limitandosi ad arginare questa azione.

    Saluti
    Concordo pienamente, ma penso che la diffusione delle idee libertarie negli anni novanta non sia dipeso tanto dal periodo di prosperità e grandi speranze, quanto dal fallimento della terza via in tutte le sue realizzazioni. Il risalto che i sostenitori del mercato "senza se e senza ma" hanno avuto in quegli anni è stato anche ottenuto grazie allo sponsor di politicanti spregiudicati che una volta tornati al governo si sono dimenticati di chi aveva contribuito a riportarceli.
    Basti pensare a uno come Tremonti, che ai tempi ulivisti scrisse un libro intitolato "lo stato criminogeno" salvo poi rilanciare, da ministro, il colbertismo e bollando chi gli si opponeva (i liberali) con l'etichetta di fanatici "mercatisti". Aggiungiamo che pur essendo passato a posizioni del genere Tremonti è stato silurato perchè troppo poco interventista. Mi piacerebbe sapere con che coraggio questa gente tornerà a cavalcare una cultura, quella liberale e libertaria, che non gli appartiene e non gli interessa. Eppure so che lo faranno, appena saranno mandati a casa.
    Comunque non mi interessa granchè: in fin dei conti, strumentalizzati o no, i libertari nei '90 sono entrati senza timori reverenziali nel dibattito politico, lo hanno fatto contando sulla forza e la coerenza del sistema che propongono, e questo alla fine è ciò che ci interessa.

  9. #9
    Araldo
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    Libertarian Democrats
    Bah... il nome mi fa un po' schifo... come poteva fare un po' schifo il contraddittorio termine "anarco capitalismo".
    Il "programmino" in teoria è già più promettente:
    ...eppure odiano il big government; sono conservatori in economia, ma insofferenti nei confronti dei gruppi religiosi che cercano appoggi e sussidi dalla politica; svolgono professioni di livello elevato, ma non sopportano i moralisti e i tradizionalisti; pensano che il welfare disincentivi la responsabilità individuale, ma considerano ancor più pericoloso il corporate welfare, e cioè i sussidi e le protezioni accordate alle imprese.
    In realtà mi puzza sempre delle solite cordate lobbistiche elettorali americane... l'uno e l'altro candidato prendono accordi di clientela con un'associazione Yddish... un'associazione portoricana... un'associazione libertaria... un'altra di ex-combattenti, un'altra di industriali del Middle west... e così via... ma è tutto un gioco di immagine per accaparrarsi più voti possibili.

    Diffido dell'entrata in politica dei libertari... se non in casi eccezionali e con una comune strategia ben determinata.

  10. #10
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    Io, invece, credo fortemente nell'entrata in politica dei libertari. Anzi di piu',vivendo negli USA, mi rendo sempre piu' conto di come il Partito Libertario sia l'ultima fiammella di speranza e di liberta' per gli USA , per l' "America", di tornare se stessa. I repubblicratici o...democani(Il processo di fusione delle due ali dello stesso partito e', negli ultimi anni ,completato.) NON hanno piu' nulla da offrire, la fiammella di libertarieta' all'interno dei repubblicani si e' estinta 20 anni fa'. Il concetto di democratici-libertari poi e' un ridicolo obbrobbrio simile a quello di..."comunisti-libertari"! Mi piacerebbe ,invece,consigliarvi i vari siti e blogs libertari sulla recente .." telenovela" all'interno del partito libertario sul candidato presidenziale. Avevano una grandissima possibilita' (Anzi,avevamo ,tutti.). Quella di un candidato, Aaron Russo,di grande carisma , produttore musicale e cinematografico di PRIMISSIMO piano, e di grande carisma e cuore e sinceramente libertario, ex candidato repubblicano(stava stravincendo ed ha mollato per problemi di salute e..."disaccordi" con l'establishment repubblicano.) come governatore del Nevada ( Ma NON come conservatore lui e' un sincero libertario) Produttore di...Oscar, Grammy awards e Tony awards vari(Vi risparmio la lista) ex -marito di Bette Midler e "quello che ha portato i "Led zeppelin " negli USA" etc. etc. Era UNA GIGANTESCA POSSIBILITA'! Quella di battere la mafia ed il controllo demo-cano repubblicratico sui media e di attirare l'attenzione sui principi fondamentali libertari che hanno fondato l'America, ma 1) Lui non e' certo un professore (Ma NON e'stupido ed ha grande comunicativita',e grandissime abilita' mediatiche connessioni ed amicizie.)2) antipatie ,invidie e paure(la sensazione era quella che lui stesse prendendo in mano il partito in blocco.) hanno fatto vincere per un pelo Badnarik, un intelligentissimo, integro e completissimo costituzionalista libertario ,che ,prova, a suo modo, ad essere aggressivo ma 1)Niente carisma 2) 0 copertura dei media 3) niente soldi. Questo aggiunto alla solfa che " non bisogna sprecare il voto e bisogna battere quell'altro"(quando, cio' che la gente non capisce e'..in meta' degli stati il loro voto,numericamente, non conta ASSOLUTAMENTE nulla e...votando il "minore dei due mali" ..ottieni sempre un male...solfa a cui ho creduto anche io nel passato.) Risultato :0.3% , e nessuno sa' perche' l'inflazione galoppa e gli americani vivono tutti come schiavi indebitati fino al collo per tutta la vita e perche' hanno perso la loro liberta' e diritti personali. Una grande occasione buttata al vento. Sara' per la prossima volta.Ma era troppo importante per buttarla via. Ciao.
    Aaron Russo for president!!!!( Alla prossima.)
    '

 

 
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