In passivo anche i voli pieni, ora il rilancio parte da Shanghai e Rio
Il risultato per la rete intercontinentale nel 2003 è stato negativo per 84 milioni di euro. Con gli oneri attuali si registrano perdite su Boston o Lagos anche se i passeggeri riempiono il 90% dei posti
ROMA - Assediata sul mercato domestico dai concorrenti italiani che hanno ridotto la sua quota da ex monopolista del 70% a un misero 45%, aggredita su quello europeo dalle combattive compagnie low cost, Alitalia cerca il riscatto sul rilancio delle rotte intercontinentali. Shanghai, Los Angeles, Rio de Janeiro, Hong Kong sono le destinazioni esotiche che dovrebbero tornare a figurare sulla tabella degli orari di Alitalia, secondo il piano Cimoli. Ma non è un obiettivo facile da raggiungere. Al momento, secondo dati forniti dalla compagnia ai sindacati nel corso della trattativa, il 90% delle rotte di lungo raggio non produce un euro di guadagno. Oggi il vettore serve 26 destinazioni extraeuropee: 10 in America (Boston, Buenos Aires, Caracas, Chicago, Miami, New York, Newark, San Paolo, Toronto e Washington), 8 in Africa (Accra, Algeri, Casablanca, Dakar, Il Cairo, Lagos, Tripoli, Tunisi) e 8 in Asia (Damasco, Dehli, Dubai, Mumbai, Osaka, Teheran, Tel Aviv e Tokio). Tecnicamente il guadagno che la compagnia riesce ad ottenere dall'attività di volo è inferiore allo zero per nove voli su dieci. Nel 2003 tale dato è stato negativo per 84 milioni di euro, nel 2002 per 62 milioni, nel 2001 addirittura per 192 milioni di euro. E non basta: per la compagnia, secondo le stime dei tecnici, il risultato operativo complessivo (l’ebit, utile prima degli interessi e delle imposte) è destinato a «rimanere negativo anche riempiendo l’aereo oltre il 90%», un livello di load factor mai raggiunto da Alitalia da quando non è più monopolista. Sconsolata l’ammissione della compagnia: «L’apertura di nuove rotte - si legge nel documento - non ha senso con i costi attuali».
Ma come è possibile che per Alitalia volare sul lungo raggio sia così proibitivo rispetto agli altri vettori? Perché la nostra compagnia non riesce a essere competitiva? Il problema non è solo riuscire a riempire gli aerei, ma come li si riempie e quanto costa poi trasportare i passeggeri. Un caso di scuola è ormai diventato la rotta Roma-Pechino che Alitalia per ora non aprirà. Per un collegamento di questo tipo, assai costoso, paradossalmente basta che l’aereo voli pieno al 90% in classe economica ma resti pressoché vuoto in business class perché non ci sia profitto. E Alitalia soffre moltissimo di questo problema. Nel mercato intercontinentale del 2001-2002 Alitalia è riuscita a intercettare solo un 11% di clientela business contro livelli vicini al 15% degli altri vettori. Una delle prime mosse dovrà essere dunque riuscire a intercettare questo tipo di clientela che sceglie i voli anche in base alla qualità.
Dal punto di vista dei costi, Alitalia al momento soffre molto. Primo: il costo degli equipaggi. Nella discussione in corso in questi giorni sul rinnovo dei contratti del personale di volo c’è una revisione degli orari che punta a diminuire drasticamente il loro costo. Tra i provvedimenti previsti c’è lo spostamento degli equipaggi dalla base di Roma a quella di Malpensa. E poi c’è il problema della configurazione degli aeromobili: una riduzione delle loro tipologie serve a ridurre i costi di manutenzione e servizio. C’è infine chi sostiene che Malpensa sia così poco attrattivo come hub, rispetto ai concorrenti europei, che Alitalia sia costretta a abbassare i prezzi, andando a perdere o sul volo domestico di feederaggio o su quello intercontinentale. La situazione attuale, secondo il documento Alitalia, può peggiorare «a causa della continua concorrenza di compagnie che adottano il modello low cost anche sul lungo raggio, come Blu Panorama o Eurofly». Sul punto, l’amministratore delegato di Eurofly, Augusto Angioletti, precisa: «La nostra compagnia produce il 100% dei ricavi sui charter e dunque non è in competizione con i voli Alitalia di linea».
Alitalia, i sindacati forzano: intervenga il governo
Fronte compatto, ma niente scioperi: il termine del 15 settembre va cancellato, riassetto e tagli da ridiscutere
ROMA - Chiedono un tavolo «parallelo» con il governo, propongono un rinvio del termine ultimativo del 15 settembre, vogliono ridiscutere tutto: riassetto e esuberi. Ma soprattutto giurano che non abbandoneranno mai la trattativa. Il giorno dopo l’ufficializzazione del piano Alitalia dei 5 mila esuberi, i sindacati ottengono il doppio risultato di restare uniti e scongiurare, per ora, le proteste spontanee. Non è poco in un clima di tensione. Anche il presidente della Commissione di garanzia sugli scioperi, Antonio Martone, riconosce che «da parte delle organizzazioni sindacali ci sia un atteggiamento responsabile. C’è consapevolezza che questa volta è in gioco la vita stessa dell’azienda». Oggi la compagnia tornerà a incontrare le categorie separatamente. La lunghissima riunione intersindacale, convocata ieri per preparare una controproposta, ha messo a nudo le diversità tra le sigle senza però spaccature. Cgil, Cisl e Uil si sono date l’obiettivo di sfidare l’amministratore Giancarlo Cimoli sul piano, punto per punto. Il Sult manifesta l’irrequietezza di chi deve gestire due categorie, gli assistenti di volo e i lavoratori di terra, a rischio. L’Anpac guida la categoria dei piloti verso una trattativa che vorrebbe «serena», ma l’Up continua a considerare il commissariamento un’ipotesi percorribile. Infine la Cub (confederazione unitaria di base), fuori dal tavolo, organizza uno sciopero della fame a rotazione e anima le assemblee.
Claudio Claudiani della Fit-Cisl sintetizza così la proposta unitaria dei sindacati: «Vogliamo l’avvio di una nuova fase della trattativa che discuta dell’assetto industriale, dello sviluppo e del rilancio e degli esuberi. Per questo chiediamo che il governo apra un tavolo parallelo». All’azienda, nell’incontro serale, i sindacati hanno proposto la creazione di una holding che detenga il 51% di Az Fly e di Az Service. All’esecutivo, all’azionista in particolare, è stato chiesto un impegno sul rilancio, gli ammortizzatori sociali e l’efficienza del sistema.
«Se tutti e 182 gli aeromobili di Alitalia volassero 5 minuti in più al giorno, l'offerta aumenterebbe come se la flotta avesse un aereo in più» avrebbe detto il direttore del personale, Massimo Chieli, ai sindacati, spronandoli a maggiori sacrifici. Alla richiesta di far proseguire la trattativa oltre il 15 settembre, Chieli avrebbe opposto ragioni d’urgenza. «Il governo è pronto a intervenire e a sostenere la soluzione prescelta pur di salvare Alitalia» ha detto ieri il ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi, escludendo la propria competenza circa gli interventi. Ma l’esecutivo, per ora, sta alla finestra. L’azienda invece sembra disposta a concedere lo schema della holding , ma niente di più. Difficilmente la partecipazione di Alitalia in Az Service potrà essere maggioritaria rispetto a quella di Fintecna. Se ne duole la Cgil: «Fintecna è una scatola vuota - dice Nicoletta Rocchi, segretaria confederale - in grado solamente di fare fronte ai costi sociali dell’operazione per un limitato periodo di tempo». Quanto alla Fly, «il suo destino sarà quello di essere venduta magari dopo qualche passaggio in mani non certo disinteressate».
Oggi si terrà l’assemblea di Alitalia che dovrà abbattere il capitale e modificare lo statuto conferendo pieni poteri a Cimoli.
«Macché privilegi, l’azienda mente
Pronti a fare lo sciopero della fame»
I comandanti: quante falsità sull’assenteismo e i benefit, troppi gli errori al vertice
ROMA - «Non sciopereremo subito, sarebbe come evirarsi per far dispetto alla moglie, ma l’Alitalia ricordi che i piani di risanamento decisi sulle spalle dei lavoratori in passato hanno fatto restare a terra gli aerei». E’ rovente il clima a Fiumicino dopo i tagli al personale annunciati dal piano Cimoli, e, per una volta, i sindacalisti tentano di rinviare il più a lungo possibile l’ipotesi dell’astensione. Ieri la metafora citata da Patrizio Corvi (Fit-Cisl) è riuscita a convincere persino la platea inferocita degli assistenti di volo riuniti in assemblea nella sala mensa dell’aerostazione. Meglio, hanno concordato i presenti, un’assemblea unitaria di tutto il personale. Meglio, suggerisce il Cub, aderire allo sciopero della fame in corso di fronte alla palazzina Alitalia della Magliana. Meglio, ipotizzano altri, dare vita a una fiaccolata sotto palazzo Chigi, per «stanare il governo». Meglio, aggiungono altri, acquistare una pagina di un quotidiano per contrastare le bugie che l’Alitalia fornisce ai giornali. «Come le cifre false sull’assenteismo - accusa un delegato Cgil - gonfiate conteggiando persino le assenze per maternità». Tutto fuorché danneggiare, in questo momento, l’azienda. Ma è palpabile la rabbia di hostess e steward. Accusano i manager e le strategie errate: «A partire da Malpensa - sottolinea Corvi - che ci avevano detto che avrebbe fatto concorrenza a Francoforte e Zurigo e invece non ci atterrerebbe nessuno se non ci fosse l’Alitalia obbligata a farlo». Se la prendono con la stampa: «Ci descrivono come privilegiati: belle donne e stipendi d’oro. Ma non è così - spiega Paolo, che i colleghi chiamano Tigre - la busta paga dipende dalle ore volate. In media siamo sui 2 mila euro, incluse però le diarie che spendiamo per mangiare quando siamo fuori sede. E i 40 giorni di ferie di cui tutti parlano dipendono solo dal fatto che non abbiamo riposo settimanale né festività». «Nella proposta di Cimoli dovremmo fare tratte come Roma-New York e ritorno ininterrottamente - aggiunge Mauro -. Ma alla sicurezza ci pensa mai qualcuno? Se dovesse scattare un’emergenza a fine turno, con quale lucidità la potremmo affrontare?». «A livello europeo - rivendicano - siamo tra le categorie più produttive. Anche perché il 22 maggio abbiamo concesso tutto quello che il governo ci aveva chiesto, riducendo i giorni di riposo tra un turno e l’altro. E adesso che ne è di quell’accordo?».
Nelle intenzioni di Cimoli il 40% di steward e hostess dovrebbe lasciare il posto di lavoro entro due anni. In numerosa compagnia. «Cinquemila dipendenti sono stati dichiarati in esubero - spiega Paolo Maras, segretario nazionale Sult - e nulla è stato detto dei lavoratori con contratto stagionale che si aggiungeranno a questi». «E nessuno per giunta ci ha detto che fine faranno questi dipendenti considerati in esubero. Il nostro contratto non prevede cassa integrazione. Con quali ammortizzatori sociali potremmo accompagnare questi lavoratori alla pensione?». «Non è vero che siamo in esubero e scarsamente produttivi» protesta Antonio Amoroso,Cub-trasporti. E lo dimostra con le cifre: «Il numero di dipendenti per aeromobile Alitalia è di 120 per ogni aereo, contro i 244 della Lufthansa e i 178 della British». «Non è vero neanche - aggiunge - che il problema Alitalia è il costo del lavoro. Visto che comparando i dati di bilancio del 2003 emerge che il rapporto costo del lavoro-fatturato Alitalia era 23% del 23% contro il 26% della Klm e il 27% di Air France. E anche in questi sei mesi di crisi, secondo i dati pubblicati sulla stampa, Alitalia è al 31%, contro il 30% di Lufthansa e il 29 di British. Due punti di percentuale in più del costo del lavoro in ogni caso non giustificano 5000 licenziamenti». Ma allora qual è il problema»? «Il governo - secondo i sindacati - deve sciogliere il nodo se vuole ridimensionare la compagnia o puntare al suo ridimensionamento. Per cui solo una ricapitalizzazione dell’investitore pubblico può rilanciare la compagnia». E’ un intervento che l’Europa non può vietare, secondo Amoroso: «La De Palacio - dice - la smetta di intervenire con un’ingerenza indebita richiedendo licenziamenti e privatizzazioni. L’articolo 222 del trattato della comunità europea vieta alla commissione europea di imporre la scelta se deve essere pubblica o privata un’azienda degli stati membri».
L’IPOTESI
«Modello amianto» per il personale in esubero
Spunta una «soluzione amianto» per assorbire con il minor sacrificio possibile i 5 mila esuberi che Alitalia ha annunciato nel suo piano industriale. Secondo fonti sindacali, l’ufficio legale della compagnia starebbe studiando con attenzione la possibilità di utilizzare i benefici di legge in
favore dei lavoratori esposti all’amianto. Al momento non è stata presa alcuna decisione, ma sul tavolo dei legali ci sarebbe da alcuni giorni un rapporto del ministero della Sanità che esamina «rischi da amianto per il personale dell’aviazione Civile anche ai fini delle procedure per il riconoscimento dei benefici previdenziali». Secondo i sindacati, considerata la legge vigente in Italia e alcune direttive europee in materia di tutela dei lavoratori esposti all’amianto, nonché la produzione giurisprudenziale, sarebbe possibile far ricadere almeno un migliaio di addetti del personale navigante sotto l’ombrello previdenziale, che prevede una rivalutazione dei trattamenti con un coefficiente di 1,5.




Rispondi Citando
), inclusi succhi ecc..., è sono un po' poco dotato di snack (ma penso che in Italia ci sarebbe qualcuno che uscirebbe con le borse della spesa
)