di Pierre Virion
...qualcuno l'ha letto? O comunque sa quali tematiche affronta?
Grazie per le cortesi risposte
di Pierre Virion
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Grazie per le cortesi risposte


Breve storia dei rapporti tra Sionismo, Usa e lobby mondialiste
tratto da www.orionlibri.com
ORION numero 206
Lo Stato d'Israele fu costituito nel 1948. Lo volle e l'impose l'Onu
per iniziativa congiunta degli Americani e dei Sovietici, i quali
ultimi sostennero l'invasione israeliana assicurandole un ponte
aereo dalla Cecoslovacchia.
I soli avversari con i quali i coloni ebrei si trovarono a
combattere furono coloro che a quel tempo amministravano la
Palestina, ovvero gli Inglesi, e quelli che vi abitavano da sempre,
cioè i Palestinesi.
Forti del sostegno internazionale, gli invasori usarono le maniere
forti ricorrendo più volte ad azioni terroristiche e stragiste tra
le quali spicca il massacro di diplomatici ed alti ufficiali
britannici all'hotel King David.
Una volta affermatosi, Israele si propose e si impose come testa di
ponte dell'Occidente nel mondo arabo, nel sud mediterraneo e
nell'area del petrolio. In questa veste lo Stato ebraico ottenne il
sostegno politico, militare e soprattutto finanziario di tutto il
mondo occidentale.
Ciò divenne allo stesso tempo la salvezza e la dannazione d'Israele.
La salvezza, in quanto consentì ad uno Stato economicamente
improduttivo di assicurarsi introiti talmente cospicui da
garantirgli una floridezza ed un'acquisizione di potenza altrimenti
impensabili.
La dannazione, in quanto, da quel momento, Israele fu condannato a
dover creare instabilità intorno a sé e ad alimentare l'odio, il
terrore e l'incertezza, sentimenti che, soli, potevano garantire a
Tel Aviv il continuato e massiccio sostegno americano, occidentale e
delle Comunità ebraiche internazionali.
Con alterne vicende e senza grossi contraccolpi, tutto filò liscio
fino alla Guerra dei Sei Giorni (1967) e, sia pur con qualche
complicazione, fino alla Guerra del Kippur (1973). La diplomazia ed
i servizi segreti dello Stato Ebraico in questo periodo
contribuirono a far sprofondare nel caos il Libano, fino agli anni
Sessanta paradiso fiscale e turistico che per la sua stabilità e
floridezza infastidiva a ragion veduta Tel Aviv, nonché ad
alimentare le tensioni in Italia, in Francia e, per una via meno
diretta, in Spagna.
Tutto cambiò all'improvviso benché impercettibilmente.
Nascita della Trilateral
La decolonizzazione, tra la seconda metà degli Anni Quaranta e gli
Anni Sessanta, aveva contrassegnato l'affermazione di un nuovo
imperialismo, quello operato dalle Multinazionali, dall'FMI, da
alcune branche dell'Onu (particolarmente la Fao) e dalla Banca
Mondiale.
Questo nuovo imperialismo impose il dominio assoluto del Dollaro,
schiacciando inesorabilmente le altre valute indice, quali il Franco
e la Sterlina. Il processo di decolonizzazione calzava a pennello
per le aspirazioni di Israele che si ritrovò a rappresentare il
ruolo di sentinella dell'occidente e perciò a consolidare le sue
credenziali di credito, ma non di certo per quelle delle potenze
coloniali europee. Tutto sommato fu abbastanza vantaggioso per
l'Urss ma nemmeno la soddisfece pienamente.
Durante il decennio sessanta perciò, nacque una fronda anti-
americana che vide Francia, Inghilterra ed Urss condurre, di
concerto, la cosiddetta guerra del dollaro che consisteva nel
restituire vagonate di biglietti verdi agli Stati Uniti
pretendendone in cambio, come da indicativo, il corrispondente in
oro.
L'oligarchia americana reagì prontamente. Non soltanto rovesciando i
governi francese, inglese e sovietico (in quest'ultimo caso tramite
il putsch che permise a Breznev di sostituire Kruscev) ma compiendo
due atti rivoluzionari.
Il primo, datato del 1971, fu la decisione unilaterale di non
convertibilità del dollaro in oro (il che stette a significare che
il dollaro, in sé e di per sé diveniva l'indicatore della ricchezza
mondiale, e ciò senza alcuna giustificazione tecnica o giuridica a
sostegno).
Il secondo, pressoché contemporaneo, fu la nascita della Strategia
Trilateral, una strategia che fu messa in atto subito dopo la crisi
del petrolio, crisi, questa, immediatamente successiva alla Guerra
del Kippur, e che si consolidò allorquando il Capitalismo
occidentale nel suo insieme dovette fronteggiare la massiccia
insolvenza debitoria del Terzo Mondo verso il Fmi. In che si
concretizzò questa vera e propria rivoluzione strutturale?
Nel definitivo svincolamento dell'unità di misura finanziaria da
qualsiasi riferimento solido, il che permise l'impennata borsistica
ed il trionfo dell'economia speculativa, consentendo a molte banche
apolidi, parecchie delle quali a stretta predominanza wasp
americana, di prescindere dalla dittatura centralista del Gold
Exchange esercitata sulla piazza finanziaria londinese, fino ad
allora ancora predominante, da cinque banche di antica ed indiscussa
tradizione filosionista. Nella riduzione dell'importanza economica,
e dunque anche strategica, del petrolio. La rinnovata struttura
finanziaria individuò difatti la principale fonte di sostegno e di
speculazione nel narcotraffico e nel riciclaggio dei proventi della
droga. Nel tentativo d'imposizione di un disegno imperialista
mondiale (che, nella versione kissingeriana, potremmo definire come
mondialista imperiale) che prevede lo spegnimento dei focolai
inutili.
In un quadro così sconvolto e rivoluzionato tra i focolai inutili va
appunto annoverato quello israeliano che ha di colpo cessato di
rivestire la consueta importanza, ragion per cui da allora Israele
si sente minacciato.
Si sente in pericolo perché ha perduto l'importanza geopolitica fino
a quel momento conseguita, perché nel quadro rinnovato le banche
hanno preso a fare affari in tutt'altre zone del mondo attratte da
altre fonti e da altre logiche speculative e di conseguenza l'Alta
Finanza ha perduto molto ardore per la causa sionista, perché nello
scenario rivoluzionato gli Stati Uniti si sentono ogni giorno meno
coinvolti nel sostegno incondizionato a Tel Aviv e perché le stesse
Comunità ebraiche internazionali hanno perso gran parte
dell'interesse a compiere esborsi onerosi verso un Paese che si è
trovato di colpo a retrocedere da un ruolo chiave nello scacchiere
internazionale ad uno sicuramente meno strategico.
Tel Aviv contro Carter
A metà degli Anni Settanta Israele è passato al contrattacco. Non
che avesse molto da temere concretamente: l'abbandono di alcuni
sostegni importanti e, comunque, il ridimensionamento degli aiuti,
non lo condannavano a subire la rivincita palestinese, non
significavano altro che una riduzione delle pretese territoriali
dello Stato ebraico che, comunque, vantava sostanziali simpatie in
Usa ed in Occidente.
La riduzione inevitabile del sostegno finanziario e militare avrebbe
però messo Israele con le spalle al muro: in prospettiva non sarebbe
più potuto essere una Potenza né probabilmente un Paese ricco.
Entrambe le prospettive apparvero orrende agli Israeliani.
Nel 1976, quando Carter conquistò la Presidenza degli Usa, l'intera
amministrazione americana fu gestita da membri della Trilateral. Gli
obiettivi della Casa Bianca furono due: la pace in Medio Oriente e
la distensione con l'Urss.
Il momento emblematico di questa rivoluzione in politica estera fu
rappresentato dagli accordi di Camp David in seguito ai quali fu
intimato agli Israeliani di restituire il Sinai all'Egitto ed i
Territori Occupati alla Giordania ed alla Siria.
Israele reagì immediatamente. Strinse un'alleanza politica con gli
oppositori interni dei governi arabi laici che lo minacciavano. Ciò
si concretizzò nel sostegno di Hamas contro I'Olp, dei Fratelli
Musulmani contro il partito nasseriano (il che portò all'assassinio
del Presidente egiziano Sadat) e nella collaborazione con alcuni
governi integralisti islamici.
Gli Israeliani si spinsero fino ad armare l'Iran in chiave anti-
irachena. Il che nel 1980, nell'imminenza delle elezioni
presidenziali in Usa, permise al Mossad di ottenere da Teheran un
ritardo nel rilascio degli ostaggi americani prigionieri in Iran,
sicché Carter, indiscutibilmente indebolito dall'impasse impostagli
durante la crisi persiana, venisse sconfitto da Reagan sul filo di
lana.
In un colpo solo Israele riusciva così a frenare la strategia della
Trilateral e a stringere delle relazioni privilegiate con la nuova
amministrazione americana, soprattutto a livello di servizi segreti
e di concezione delle strategie internazionali.
Nel contempo il Mossad si era immischiato con totale impudenza in
azioni di destabilizzazione e di terrorismo o quantomeno di
manipolazione del terrore in tutta l'area mediterranea (Moro, P2,
Argo 16, Ustica, BR, Bologna: solo per citare i fatti limitati alla
sola Italia nei quali fu in qualche modo invischiato).
Tutta quest'instabilità era necessaria per garantire agli Usa
l'insostituibilità dell'affidabilità israeliana, così come il
fantasma di un nuovo antisemitismo era indispensabile a tenere coese
le Comunità ebraiche internazionali sì da ottenerne la continuità di
un sostegno politico e finanziario molto controverso.
Da allora si prese a parlare della Shoah come non si era fatto in
precedenza.
L'apogeo israeliano
L'era reaganiana segnò l'apogeo della potenza israeliana. Agli inizi
degli Anni Ottanta il Mossad, forte della relazione privilegiata di
cui godeva con la Casa Bianca, partecipò attivamente
all'ammodernamento ed al potenziamento del programma di controllo
informatico e satellitare messo in opera dalla Cia.
Vi partecipò tanto attivamente che riuscì ad immettersi nei
programmi fino a spiare la stessa Cia.
Utilizzò la straordinaria situazione in cui versava per fare piazza
pulita tutto intorno ai propri confini, invadendo il Libano, menando
colpi a tutto andare e schiacciando i profughi, direttamente o per
mezzo di milizie parallele, come avvenne a Sabra e Chatila.
E soprattutto Tel Aviv non mancò l'occasione di farsi strada nella
nuova economia mondiale, la narco-economia.
In stretta alleanza con la City, ambienti israeliani parteciparono
alla costituzione di un sistema internazionale della droga,
alternativo a quello già da tempo istituito dagli Americani.
La nuova coalizione comprendeva, insieme all'accoppiata israelo-
britannica, vari governi sudamericani, la Spagna, la mafia
colombiana e buona parte di quella italoamericana.
La coalizione godeva inoltre della partecipazione di vari gruppi
insurrezionalisti, guerriglieri e secessionisti latinoamericani ed
europei, tra i quali l'Eta.
Tutto questo non impressionò nessuno: in quell'epoca, che da noi è
passata ai posteri sotto l'ombra di Tangentopoli trionfava infatti
una sorta di trimalchionismo godereccio fondato sull'immoralità.
Gli sfidanti però passarono il segno: rompendo gli accordi
iniziarono a produrre eroina dalla Colombia (che doveva invece
limitarsi alla cocaina) e giunsero ad invadere il mercato interno
americano praticando prezzi di cinque volte inferiori a quelli in
vigore nel sistema statunitense.
Ciò metteva a rischio la stessa economia americana.
Ma, soprattutto, questo accadeva sotto un nuovo Presidente, George
Bush Sr, che a differenza di Reagan era membro della Trilateral, ne
condivideva alcuni aspetti strategici ma, principalmente, era un
petroliere ed aveva interessi economici diretti con i Paesi Arabi.
Bush attacca Israele
Bush Sr, ex direttore della Cia, rampollo di una famiglia di
petrolieri del sud, nazionalista a stretta osservanza Wasp, partì al
contrattacco.
In primo luogo, mettendo a frutto la crisi della Guerra del Golfo,
riuscì a stanziare le truppe americane sui pozzi sauditi ed in
prossimità di quelli iraniani ed iracheni, assicurando così il
controllo strategico sull'oro nero a destinazione europea nonché un
lauto finanziamento per se stesso e per il suo clan.
Forte di questo successo pretese dagli Israeliani l'evacuazione dei
Territori Occupati e la pacificazione dell'area medio orientale,
pena l'interruzione del finanziamento annuo americano.
Inoltre mosse guerra al sistema narco alternativo, colpendo Panama,
la Colombia, la mafia italoamericana, il governo Gonzalez e lo
stesso establishment thatcheriano.
Durante il suo Mandato e fino ai primi anni della Presidenza
Clinton, la Cia compì una serie di vendette sugli agenti del Mossad
che ne avevano piratato i sistemi informatici. A questa logica pare
non siano estranei l'abbattimento di un aereo di linea in Gran
Bretagna, presso Lockerbie, e più tardi, nel pieno del caso
Whitewater, l'omicidio alla Casa Bianca del più stretto
collaboratore di Hilary Clinton, stretto collaboratore di Tel Aviv.
Gli Israeliani maledicono letteralmente il Presidente Bush e non c'è
da stupirsi che abbiano messo tutto in opera per impedirne la
conferma (tramite il finanziamento al candidato di disturbo, Perot)
e che qualche mese fa si siano strenuamente mobilitati per evitare
l'elezione di suo figlio alla più potente carica del pianeta.
Bush junior
L'era Clinton è stata contrassegnata da un continuo e magistrale
lavoro di compromesso tra gli equilibri vigenti; il che ha
consentito ad un Israele indebolito rispetto all'età reaganiana ma
pur sempre forte di segnare il passo senza cedere granché.
L'avvento di Bush Jr, contemporaneamente all'elezione
dell'estremista Sharon, ha invece significato la riapertura delle
ostilità. Beninteso di ostilità limitate, perlomeno nelle forme e
nella propaganda, ma comunque sostanziali. Bush Jr. non appena in
carica ha infatti preteso il ritiro dei carri israeliani da Betlemme.
Subito dopo gli attentati a Twin Towers e Pentagono, la Casa Bianca
ha rinnovato per ben due volte l'imposizione agli Israeliani di
ritirarsi dai Territori Occupati, minacciando a sorpresa
l'intervento di una forza multinazionale di pace in Palestina con il
sostegno americano. Lo Stato palestinese ed Arafat sono stati
ripetutamente riconosciuti dal presidente statunitense.
La politica internazionale americana (che nella versione di Bush è
imperialista più ancora che mondialista) si rivolge al Pacifico e
sembra orientarsi verso una sorta di esarcato a strati che prevede
l'assoluta predominanza statunitense, una partnership privilegiata
degli Inglesi e dei Paesi del Commonwealth, e la compartecipazione
subordinata di potenze tra di loro conflittuali quali la Russia, la
Cina, l'India e l'Islam moderato.
Il che, oltre al relegare il Mediterraneo e buona parte dello
scacchiere atlantico ad un ruolo subalterno, comporta anche la
revisione dei rapporti di collaborazione nell'economia mondiale di
valore strategico (armamenti, tecnologia, petrolio e droga) con
tanto di rovesciamento di complicità e di alleanze.
Contesto in cui spicca ciò che sta oggi avvenendo in Pakistan ed in
Afghanistan laddove gli interessi inglesi ed americani sembrano
riavvicinarsi, non solo geopoliticamente ma anche nell'area
dell'oppio, a danno dei partners dei Britannici, fra cui va
annoverato Israele che non risulta avere avuto rapporti tesi con i
Taleban.
Insomma, per la prima volta in assoluto, lo Stato ebraico rischia un
ridimensionamento assai brusco, sicuramente più brusco di quanto sia
disposto ad accettare.
Per non cedere Israele le prova tutte. Da un lato opera la
carneficina dei Palestinesi con l'allargamento delle zone
militarmente occupate, al fine di poter trattare con margini
migliori se e quando l'America, libera dal suo impegno ad Est, potrà
occuparsene seriamente. Sempre che sia ancora saldamente in sella il
team di Bush, il che non è detto con assoluta certezza: specie se la
campagna del terrore all'antrace dovesse alienargli definitivamente
l'opinione pubblica.
Dall'altro lo Stato ebraico rinfocola l'alleanza con alcuni settori
integralisti islamici (ma non tutti i movimenti integralisti) nella
speranza, assai fondata, che aiutino ad indebolire i partners arabi
credibili nell'area (Arafat, Mubarak) ed in quella un po' meno certa
che giungano a mettere in pericolo la permanenza militare americana
in Arabia Saudita presso i pozzi. Perché se gli Usa dovessero
togliere il disturbo dalla zona, Israele riacquisirebbe spessore
strategico per gli interessi occidentali e, dunque, potrebbe
sentirsi relativamente sicuro per il futuro.
Infine la diplomazia israeliana tenta il rovesciamento delle
alleanze. In questo quadro spicca la carta russa recentemente
provata da Tel Aviv, coincidenzialmente poco prima dell'abbattimento
del Tupolev sul cielo d'Ucraina.
Sotto la cenere il fuoco dunque è assai vivo.
Interessanti paradossi
La Globalizzazione, l'impulso mondialista, l'imperialismo rinnovato,
se da un lato omologano, quantomeno deculturando, e sembrano
destinati a trasformare tutto e tutti in una grigia melma informe,
dall'altro paiono mettere tutto in discussione, anche i privilegi
atavici di potenti che sembravano intoccabili.
Neppure la Commissione Trilateral, nata su impulso di banchieri,
faccendieri ed usurai e volta ad assicurare stabilità
all'imperialismo del crimine organizzato, è sfuggita all'inesorabile
legge dell'eterotelia.
Nel tentativo di razionalizzare e di stabilizzare lo sfruttamento
internazionale, nell'affermazione incondizionata dei pregiudizi
razzistici e culturali dell'Antico Testamento, la Commissione, in
quanto propugnatrice di un disegno assai più ambizioso di quello
sionista, è finita col ritrovarsi in attrito prolungato e ripetuto
con i falchi di Israele.
E non è l'unica conseguenza sorprendente del suo operato: tra gli
effetti collaterali dell'azione dei Superoligarchi vanno difatti
annoverati lo strangolamento dell'impero sovietico, la caduta del
Muro di Berlino, l'unificazione della Germania e la costituzione
della zona dell'Euro.
Eventi, questi, che quando non sono indiscutibilmente trionfali
mantengono quantomeno una doppia valenza ed una potenzialità
deflagrante non indifferente.
La storia non ha alcuna intenzione di giungere ad un punto di non
ritorno; al contrario genera ogni giorno nuove prospettive,
inquietanti forse, interessanti sicuramente.


Mario Spataro I primi secessionisti - Separatismo in Sicilia 1866
e 1943-46, 370 pagine - Lire 40.000 – 57 illustrazioni -
Controcorrente Edizioni, Via Carlo De Cesare, 11 80132 Napoli
Telefono 081/421349 e 081/5520024 – Fax 081/4202514
I primi secessionisti, in Italia, non furono i padani di questi
ultimi decenni, ma i siciliani del 1866 e del 1943-46. E' quanto,
con ricchezza di particolari, ci dice un libro da pochi giorni in
libreria per la Controcorrente Edizioni di Napoli.
Ne è autore Mario Spataro che, in 370 pagine di facile lettura e
accompagnate da numerose illustrazioni, ci offre uno studio sul
separatismo in Sicilia che, partendo dai moti antisavoiardi del 1866
a Palermo e dalla feroce repressione che ad essi fece seguito,
arriva alla inizialmente massiccia adesione dei siciliani al
movimento separatista del 1943-46 capeggiato da Andrea Finocchiaro
Aprile con i relativi episodi di guerriglia.
Nel descrivere i fatti del 1860-66 l'autore non manca di
accennare agli intrighi e agli inconfessabili interessi che furono
alla base dell'invasione garibaldina delle Due Sicilie (incoraggiata
dal governo di Torino senza che vi fosse stata una dichiarazione di
guerra) e alla spontanea rivolta di Palermo domata dall'ammiraglio
Riboty che bombardò la città dal mare e dalle truppe del generale
Cadorna che la occuparono militarmente ponendola in stato d'assedio.
Interessante pure l'accenno ai contrasti di tipo ideologico e
religioso che dividevano le popolazioni siciliane e le truppe
d'invasione: tradizionaliste e religiose le prime, impregnate di
ateismo massonico e carbonaro le seconde. Ricco di importanti spunti
storici e sociali è poi uno studio sulle origini e sulle cause del
fenomeno mafioso, che Spataro (e come lui altri storici) fa risalire
agli anni successivi all'invasione piemontese e attribuisce
a "scambi di favori" fra il lontano governo nazionale in cerca di
appoggi elettorali e gruppi di potere locali in cerca di appalti e
riconoscimenti.
L'esposizione dei fatti del 1943-46 si avvale di molti richiami
autobiografici e contiene una attenta descrizione dei momenti che
videro l'arrivo delle armate angloamericane nell'isola (che
all'inizio del luglio 1943 erano "nemiche" e non "liberatrici"), dei
rapporti fra le autorità militari alleate e i separatisti e, poi,
del duro scontro armato fra gli stessi separatisti e le autorità
badogliane e, successivamente, quelle del governo Parri.
Attenzione merita l'accenno ai rapporti fra i dirigenti separatisti
e alcuni esponenti della mafia e, in seguito, del banditismo isolano
che faceva capo, fra gli altri, a Salvatore Giuliano. Importante
anche l'accenno, più volte fatto da Spataro, alle differenze
comportamentali fra i guerriglieri separatisti siciliani e i
partigiani antifascisti del Centro-Nord italiano: mentre i primi
indossavano una divisa e non attaccavano l'avversario senza essersi
fatti riconoscere ("non si spara un colpo se prima non si alza la
bandiera"), i secondi preferivano (come in via Rasella a Roma)
l'attacco proditorio in abiti civili.
Il declino e il definitivo tramonto del separatismo
siciliano è visto da Spataro con una punta di nostalgia (che forse è
anche nostalgia per i perduti anni della gioventù) unita a un
realismo che lo porta ad apprezzare gli sforzi di Alcide De Gasperi
nel porre rimedio, col ricorso all'autonomia regionale, agli errori
del predecessore Ferruccio Parri.
Si tratta di pagine di un passato non molto lontano che la
nostra storiografia e i nostri programmi scolastici hanno sempre
ignorato o falsificato, inquadrando fra i "briganti" quanti si
opposero all'occupazione savoiarda della Sicilia e del meridione
della penisola e inquadrando fra i "banditi" quanti fra il 1944 e il
1946 presero le armi contro i governi di Pietro Badoglio, Ivanoe
Bonomi e Ferruccio Parri. A quest'opera di Spataro va attribuito il
merito di saper portare alla nostra attenzione il vero volto di quei
fatti, rivelandone aspetti talvolta sorprendenti.
ANTI-RISORGIMENTO
Carlo Alberto: una spada al servizio della Rivoluzione
di Asburgicus
Il lungo dominio napoleonico aveva permesso la diffusione in tutta
Europa delle idee rivoluzionarie e creato una nuova classe
dirigente. Chi si era arricchito con i beni confiscati alla Chiesa,
i funzionari dell'amministrazione e gli ufficiali del disciolto
esercito, numerosi dei quali iscritti alla massoneria, erano tutti
ostili alla Restaurazione del 1815. Molti però vi si adattarono in
fretta e rien-trarono nei ranghi. Altri invece, sebbene divisi e
discordanti, operarono nell'ombra per rovesciare i governi da poco
restaurati con l'arma della cospirazione e del terrorismo. Le sette
e le società segre-te, figlie della massoneria, si diffusero a
macchia d'olio. La più nota di esse, la Carboneria, sorta di Brigate
Rosse ante litteram, aveva sue basi o vendite in tutta Europa. Sia i
liberal-moderati, che i neogiacobini, affiliati alla setta
carbonara, erano concordi nel perseguire il rovesciamento
dell'ordine politico inaugurato dal Congresso di Vienna. Tutti
volevano un ritorno a quella conce-zione laica dello Stato che era
stata introdotta dalla rivoluzione del 1789. I moderati però la
ritene-vano conseguibile solo con l'instaurazione di monarchie
costituzionali, che garantissero i princìpi sostanziali del credo
rivoluzionario (indifferenza dello Stato verso la religione
cattolica con la pari-ficazione giuridica dei culti, istruzione
pubblica gestita dallo Stato, libertà di stampa, introduzione del
regime parlamentare dominato dalla fazione liberale, come
contrappeso all'autorità del principe ecc.). I neo-giacobini invece
preferivano la forma di governo repubblicana, che volevano integral-
mente atea, e si prefiggevano in campo sociale un programma di
stampo socialista. Uno degli elementi ideologici del programma
settario, ereditato dalla Rivoluzione del 1789, era il nazionalismo,
l'idea, cioè, che i popoli (ovvero l'elite liberal-massonica)
dovessero emanciparsi dalla tutela delle antiche dinastie legittime
per costituirsi in stati nazionali. Tale principio, tuttavia, fu più
uno specchio per le allodole, che elemento centrale del credo
settario, poiché, come vedremo, i moti carbonari più importanti
dell'età della Restaurazione presero il via proprio dalla Spagna e
dalla Francia, nazioni che da secoli avevano portato a compimento
l'unificazione nazionale. Altro elemento importante nella
strutturazione delle trame settarie fu l'internazionalismo, il
fatto, cioè, che tutti i rami del settarismo europeo fossero legati
più o meno strettamente l'uno all'altro, secondo un piano organico e
una comune regia. Così le cospirazioni, una volta venute alla luce
in un luogo, come d'incanto, nel giro di poco tempo, si propagavano
alle altre parti d'Europa.
Rivoluzioni carbonare del 1820
Il 1° gennaio del 1820 a Cadice, in Spagna, ufficiali dell'esercito
affiliati alla Carboneria si ammutinarono, chiedendo il ripristino
della Costituzione del 1812. La rivolta si estese ad altri repar-ti,
e, nel marzo, Re Ferdinando VII di Borbone (1784-1833) concedette lo
Statuto. La rivoluzione assunse ben presto un volto anticattolico:
il Nunzio pontificio venne cacciato; fu promulgato un Re-golamento
del clero modellato sulla Costituzione civile francese del 1790;
confiscati i beni ecclesia-stici; aboliti vari ordini religiosi.
L'esempio spagnolo ebbe ripercussioni anche in Francia, dove un
settario pugnalò a morte il Duca di Berry (1778-1820) nipote del Re.
Nel luglio il Regno delle due Sicilie fu investito dall'uragano
rivoluzionario. A Nola alcuni reparti militari insorsero, seguiti da
altri in Lucania e Puglia, alla cui testa si pose il generale
Guglielmo Pepe (1783-1855) un vecchio ufficiale napoleonico, ora
aderente alla Carboneria. Il 13 luglio il Re decise di concedere una
Costi-tuzione modellata su quella spagnola. A Palermo, due giorni
dopo, il 15, i settari inscenarono una sommossa, guidata da
Florestano Pepe (1778-1851) fratello di Guglielmo. Il facile
successo della cospirazione nel sud, e le notizie che provenivano
dal resto d'Europa (in agosto anche in Portogallo si rividero simili
scene) misero in fibrillazione i carbonari dell'Italia centro-
settentrionale, desidero-si di passare all'azione, prima che
l'Austria, garante dell'ordine nella penisola, intervenisse con le
sue armate. La setta puntò soprattutto sul Piemonte.
Carlo Alberto era carbonaro?
Prima di narrare la rivoluzione piemontese del 1821, occorre dire
qualcosa sulla figura di Carlo Alberto, Principe di Carignano (1798-
1849). Carlo Alberto apparteneva ad un ramo colla-terale della Casa
di Savoia. Tuttavia, poiché sia il Re Vittorio Emanuele I, che il
fratello Carlo Feli-ce, già avanti negli anni, non avevano figli
maschi, il loro giovane nipote era destinato a salire sul trono del
Piemonte. Il Carignano aveva ricevuto un'educazione liberale, e,
quindicenne, era entrato nell'esercito bonapartista. Al momento
della Restaurazione, Carlo Alberto non nascose la sua insof-ferenza
per il clima austero e profondamente religioso che regnava alla
corte sabauda. I suoi amici più stretti erano tutti o quasi in odor
di massoneria o carbonari. La sua partecipazione attiva ai moti del
1821 sembra già una prova decisiva della sua affiliazione alla
setta. Scrive "La Civiltà Cattoli-ca": "Le tendenze anzi le
aspirazioni di Carlo Alberto al nuovo ordine di cose, cominciato e
sparso in tutta Europa dalle glorie napoleoniche, avevano una
origine antica e conosciuta. Né poteva av-venire altrimenti a chi
nella sua prima età si era cresciuto ad esempi di genitori, che
avevano salu-tato nelle piazze di Torino l'albero della libertà
repubblicana; poi si educava alla libera in Parigi e in Ginevra, e
appena quindicenne indossava la livrea dell'ufficiale napoleonico.
Le impressioni la-sciate nell'animo dalle glorie e dallo spirito di
quell'uomo, che fu Napoleone, erano di uno stampo tale che non si
cancellavano mai più, chi li avesse accolte una volta, massime in
età giovanile e con una tempra d'indole come quella che aveva
sortito il principe di Carignano. Accolto nella reggia torinese
subito dopo la Restaurazione del 1814 da Vittorio Emanuele e da
Carlo Felice, vi fu cir-condato di uomini e di esempi acconci (forse
era troppo tardi) a riformargli la mente ed il cuore, se nuove
condizioni e uomini nuovi non avessero prescelto lui siccome l'uomo
fatale, nel quale vollero s'incentrasse il destino d'una Italia
nuova e le nuove speranze. La setta carbonara, che di quel tempo
aveva sede in Torino, rivolse l'occhio e lo studio sopra il giovane
principe. Il merito di gua-dagnarlo […] si ascrisse al marchese
Roberto D'Azeglio, allora carbonaro militante…" Altri ar-gomenti
tuttavia, in tale spinosa questione, possono essere addotti, a
sostegno di questa tesi, che spiegano quindi in prospettiva anche la
sua futura attività di regnante. (1) Carlo Alberto, dopo i moti
carbonari del 1821, scrisse un Memoriale per discolparsi e dissipare
ogni ombra sulla sua condotta. Egli scrive: "Je fus accusé de
carbonarisme…". Tuttavia nella risposta non smentisce categorica-
mente l'accusa, ma semplicemente, cambiando discorso, sottolinea il
suo ardente desiderio di cac-ciare gli austriaci dall'Italia del
Nord. (2) Crétineau-Joly, il più noto e documentato studioso catto-
lico dell'Ottocento sul fenomeno settario, nell'opera L'Èglise
romaine en face de la révolution, scrive che il carbonarismo propose
i suoi progetti d'indipendenza italiana al Principe di Carignano e
che "le proposte accettate da Carlo Alberto di Carignano furono,
dopo il 1820, indirizzate a tutti i prìncipi di cui si poteva
supporre la debolezza e l'ambizione" . Lo storico francese, inoltre,
nel medesimo testo, cita una lettera di un ebreo, fondatore della
Vendita carbonara del Piemonte, noto sotto lo pseudonimo di Piccolo
Tigre, lettera datata 18 gennaio 1822: "L'Alta Vendita desidera che,
sotto un pretesto o un altro, s'introducano nelle Logge massoniche
il maggior numero di prìncipi e di ricchi possibile. I prìncipi
delle casate sovrane, ma che non hanno speranza legittima d'essere
re per grazia di Dio, vogliono esserlo per grazia della rivoluzione.
Il Duca d'Orléans è framassone, anche il Principe di Carignano lo fu
[…] adulate questi ambiziosi d'essere popolari […] Fatene dei
massoni. La loggia li condurrà al carbonarismo […] le Logge formano
a loro insaputa il nostro noviziato preparatorio […] i borghesi
vanno bene, i prìncipi ancora meglio, purché questi agnelli non si
cambino in volpi, come l'infame Carignano." Crétineau-Joly tuttavia
non scrisse tutto quel-lo che sapeva. Secondo l'anonimo estensore
de "La Civiltà Cattolica", infatti, nell'autunno del 1846, di
ritorno da Vienna carico di documenti, accingendosi, su ordine di
papa Gregorio XVI a scrivere la storia delle sette, si fermò a
Genova qualche giorno: "Carlo Alberto, che si trovava in quella
città, ebbe con lui un colloquio segretissimo; e un abboccamento
lungo e importantissimo ebbe pure con il Conte Solaro della
Margarita . In breve, il Crétineau non pubblicò quello che sa-peva,
ed ebbe la croce dei SS. Maurizio e Lazzaro: lo sappiamo di scienza
certa." (3) Giorgio Briano, nella sua biografia del marchese
carbonaro Roberto D'Azeglio, ricorda come questi, legato a Carlo
Alberto da stretta amicizia, ricevette l'ordine di guadagnarlo alla
setta. "E Azeglio - scrive il Briano, che seppe i ragguagli dalla
viva voce del marchese - non isdegnò il difficile incarico, po-
sciaché, ritiratosi fin dal 1815 dal servizio militare, non vedeva
altro modo di adoperarsi efficace-mente per una causa, che stava in
cima a tutti i suoi pensieri. Infatti seppe così bene avanzarsi
nell'animo del principe, indovinarne l'indole e i segreti
pensamenti, che ormai tra i due non era più altra distanza che del
grado." (4) Esiste un'autobiografia manoscritta del carbonaro Eleute-
rio Felice Foresti (1798-1858) nella quale l'autore scrive: "…la più
vasta, la più potente di queste società segrete cospiranti fu quella
detta dei Carbonari. A questa ebbero parte le classi più elevate
della nazione, nobili, cittadini facoltosi, uomini di lettere e
scienze e belle arti, antichi ufficiali di Napoleone, magistrati e
dei sacerdoti, e persino gli eredi di due troni italici - Alberto di
Savoia, padre dell'attuale Re del Piemonte, ed il Duca di Calabria,
figlio di Ferdinando I di Napoli."
La rivoluzione del 1821 in Piemonte
In Piemonte gli elementi moderati del patriziato subalpino volevano
coinvolgere la dinastia nella rivoluzione, a patto che concedesse
una costituzione liberale. Il piano consisteva nel convince-re il Re
Vittorio Emanuele I (1759-1824) ad accordare la Costituzione e
marciare su Milano per cacciarne gli austriaci. Nel frattempo i
settari lombardi si sarebbero sollevati e avrebbero gridato Vittorio
Emanuele Re costituzionale dell'Italia del Nord. Erano della
congiura alti ufficiali sabaudi come il Conte Santorre De Rossi di
Santarosa (1783-1825), l'Aiutante di Campo del Re, Carlo Asinari di
San Marzano (1791-1841) e lo scudiero del principe di Carignano,
Giacinto Provana di Collegno (1794-1856). Il Santarosa doveva
prendere accordi con il giovane Carignano. Carlo Alberto non
nascondeva simpatie per la fazione rivoluzionaria. Non fu quindi
difficile al Santarosa persuadere il giovane principe a aderire al
piano settario. Egli doveva a sua volta indurre il Re a concedere la
Costituzione e scatenare la guerra all'Austria. Carlo Alberto, però,
di fronte all'avversione di Vittorio Emanuele per i progetti
carbonari, s'intimorì e cominciò a tentennare, cercando di differire
l'impresa. I settari, esasperati dal comportamento del principe e
timorosi dell'Austria, che in poco tempo e senza incontrare
resistenza, stava soffocando la rivolta nel napole-tano, ruppero gli
indugi e il 10 marzo 1821 alcuni ufficiali della guarnigione di
Alessandria si ammutinarono, imitati da altri sparuti reparti in
Torino, al grido di Evviva la Costituzione e Viva Vittorio Emanuele
I Re d'Italia. Il Re rimase fermo nel suo rifiuto e abdicò in favore
del fratello Carlo Felice (1765-1831) che in quei giorni si trovava
a Modena, lasciando il Carignano come Reggente. Carlo Alberto allora
concesse la costituzione, mentre Santarosa lo scongiurava di gui-
dare l'esercito in Lombardia. Nonostante l'inopinato vantaggio, la
congiura languiva: poche erano le truppe che si erano ribellate, non
più di qualche migliaio; Torino era rimasta indifferente ai solle-
vati. Nelle province la massa del popolo non rispose affatto agli
appelli dei rivoluzionari. Anzi i Ca-rabinieri reali avevano tentato
una controrivoluzione e ad Alessandria i soldati minacciavano di fu-
cilare gli ufficiali carbonari, se non desistevano dalla
sollevazione. Il nuovo Re si dimostrò di tutt'altra tempra rispetto
al fratello. Il 16 marzo giungeva a Torino come un fulmine a ciel
sereno, un proclama di Carlo Felice, che dichiarava ribelli gli
aderenti alla rivoluzione e sconfessava l'operato del nipote. Se
Carlo Alberto non si fosse subito presentato a Novara presso le
truppe fedeli al monarca, sarebbe stato diseredato a vantaggio del
suo primogenito ancora bambino. Il Reggente, dinanzi all'ordine
perentorio, abbandonò la partita e raggiunse Novara. Il piccolo
esercito carbona-ro, guidato da Santarosa, si accinse ad entrare nel
milanese, sperando di ricongiungersi con i ribelli lombardi, ma, nei
pressi di Vercelli, l'8 aprile 1821, l'armata imperiale li
disperdeva con facilità. Finiva così in un fiasco completo la prima
rivoluzione 'italiana'.
Carlo Felice e Carlo Alberto
Il Congresso delle potenze della Santa Alleanza, che si riunì a
Verona dal settembre al di-cembre 1822, confermò il principio
d'intervento a difesa dell'ordine legittimo e, in particolare, af-
fidò alla Francia l'incarico di restaurare il Re spagnolo nel pieno
esercizio delle sue funzioni. Si trattò anche, a lungo, su
insistenza del Re di Sardegna, la questione della successione nel
Piemonte. Carlo Felice era, infatti, intenzionato a diseredare il
nipote. Alla fine tuttavia si convinse a mante-nerlo sub condicione
nell'ordine di successione. Il Congresso non determinò a quali
condizioni il Principe di Carignano avrebbe mantenuto il diritto al
trono, lasciandone l'individuazione al Re. Questi, infatti, stabilì
che Carlo Alberto, per cancellare l'onta del 1821, partecipasse alla
spedizione militare in Spagna, e giurasse solennemente dinanzi
all'Imperatore austriaco che mai, una volta sul trono, avrebbe
concesso una Costituzione. In che considerazione tenne poi Carlo
Alberto quel so-lenne giuramento, provano le vicende del '48. Vale
la pena di approfondire queste poco conosciute vicende sulla stregua
di quanto ne scrive con cognizione di causa "La Civiltà Cattolica".
L'anonimo autore del saggio dedicato alla genesi dello Statuto
Albertino del 1848, dedica numerose pagine per determinare,
appoggiandosi a documenti certi, "quali fossero le promesse o il
giuramento, che ob-bligavano Carlo Alberto a non modificare le forme
dell'antica monarchia, quali le aveva ricevute da Carlo Felice e
quali egli stesso si era impegnato di conservare intatte." Dopo la
concessione delle prime riforme liberali da parte di Carlo Albereto
nell'ottobre e novembre 1847, Cesare Balbo pose mano alle sue
Lettere politiche. Nella Lettera sesta, il noto scrittore cattolico-
liberale si rivolse al Re di Sardegna, per incoraggiarlo a concedere
la Costituzione. Balbo inviò il lavoro a Carlo Al-berto, il quale
gli fece portare, in ringraziamento dell'omaggio, la seguente
enigmatica risposta: "Quale conto abbia a fare un cristiano di un
vincolo che equivalesse ad un giuramento?" Per quel che se ne sa,
questa è la testimonianza più certa che attesta l'esistenza della
famosa promessa. "Do-po gli avvenimenti del 1821 l'idea e il
proposito di togliere al Principe di Carignano la corona -
scrive "La Civiltà Cattolica" - occupò le menti di molti, e fu
oggetto di lunga e varia controversia. Se ne occupò la corte di Re
Carlo Felice e quella di Vienna: soprattutto se ne occupò la stampa
di un partito, che si dice liberale, e dalle penne liberali se ne
fece un'arma avvelenata contro l'Austria e il Duca di Modena, e
possiamo aggiungere contro la verità storica dei fatti. […] La
rivoluzione che nel 1821 era stata debellata e vinta più che dalle
armi conservatrici del Piemonte, dai consigli e anche dalle armi
dell'Austria; la rivoluzione abbracciò subito la causa del Principe
di Carignano e se ne servì come di uno strumento potentissimo di
rappresaglia nazionale contro l'austriaca pre-potenza. E il disegno
di scoronare l'erede presuntivo di Carlo Felice fu senz'altro
attribuito all'Austria e ai consigli interessati di Francesco IV,
duca paventato ed aborrito da tutti i liberali peggio che la
versiera [strega]. Per vari anni quella diceria riempì le bocche dei
curiosi e degli in-teressati, e formò come a dire un primo strato,
che consolidatosi poi a poco a poco e rinforzato di nuove aggiunte,
doveva costituire la base incrollata di tutto l'edificio, innalzato
negli anni seguenti dagli storici moderni. Così, dalle dicerie
passata nelle opere scritte, l'idea concepita dall'Austria, di
diseredar Carlo Alberto in favore del duca o della duchessa di
Modena, divenne un dogma nella storia contemporanea."
Interrogandosi, poi, lo storico de "La Civiltà Cattolica", su chi
fosse all'origine di quelle dicerie e menzogne, che accusavano
falsamente l'Austria e il Duca di Modena di voler escludere il
Carignano dalla successione piemontese, rispondeva indicandone
l'origine nel-la "rivoluzione vinta" e nelle "gelosie della Francia"
che mal sopportava la supremazia imperiale in Italia e soprattutto
nel regno sabaudo.
Carlo Felice stronca la Rivoluzione del 1821
Come andarono effettivamente le cose? Nel marzo 1821, Carlo Felice,
Duca del Genovese e fratello minore del Re Vittorio Emanuele I, si
trovava a Modena. Presto gli giunsero le nuove di quel che accadeva
nel regno sardo: la rivolta militare scoppiata a Torino il 10 marzo,
consimili e-splosioni nelle altre città principali, e soprattutto ad
Alessandria, la debolezza del Re e dei ministri nel soffocarla, la
richiesta dei carbonari ribelli della Costituzione spagnola,
l'abdicazione del Re a favore di lui, la reggenza di Carlo Alberto,
la concessione dello Statuto, l'amnistia per i reati politi-ci, la
costituzione di una giunta costituzionale, la fuga del Re travolto
dagli avvenimenti. Carlo Feli-ce era giunto al trono per una via
davvero inaspettata. I suoi pensieri furono subito occupati dal pro-
gramma di stroncare la rivoluzione, prendendola di petto, e di
ridare al fratello la corona, che aveva tanto debolmente difeso.
Così il 16 marzo 1821 lancia un proclama col quale disapprova
fortemen-te la concessa Costituzione e la giunta costituzionale,
dichiara felloni e ribelli i congiurati, revoca tutti gli atti del
reggente Principe di Carignano, e invita i popoli del Piemonte a
rinsaldare la loro fedeltà attorno all'antica monarchia sabauda.
Ordina quindi al Generale De la Tour di concentrare a Novara
l'esercito e di condurlo contro i ribelli; chiede inoltre, fedele ai
princìpi della Santa Allean-za, il soccorso alle truppe imperiali di
stanza oltre il Ticino, comandate dal Generale Bubna, che oc-cupano
Alessandria e sconfiggono l'8 aprile a Vercelli i pochi insorti
comandati dal Santarosa. Nel giro di un mese la rivoluzione è stata
stroncata, così che Carlo Felice ai 16 d'aprile poteva scrivere al
fratello: "La battaglia di Vercelli [8 aprile] non è stata che una
scaramuccia, poiché i bricconi se la sono quasi subito data a gambe
levate; me ne è stata fatta una descrizione un po' ampollosa, per
render la cosa più bella … ho nominato una commissione militare per
giudicare i colpevoli; il pae-se e l'esercito saranno assolutamente
purgati, e non vi è che la fermezza che possa raddrizzare le cose e
far felice il mondo. Trentadue anni d'esperienza ce l'hanno ben
insegnato." I ribelli riusci-rono quasi tutti a fuggire, o forse
furono lasciati fuggire, appartenendo ad alcune delle famiglie più
nobili del regno subalpino, e furono condannati in contumacia.
Soltanto due subirono la pena capitale. Il nuovo Re volle però
colpire la rivoluzione nel suo principale agente, le sette segrete,
e il 5 ottobre 1821 emanò un solenne editto, ove si leggeva: "I
rivolgimenti ch'ebbero luogo nei nostri Stati, come in altre
contrade ebbero tutti una causa comune, l'introduzione cioè delle
Società Se-grete, il cui scopo è di turbare la tranquillità
pubblica, di atterrare i Governi legittimi, di provocare la
corruzione dei costumi e il disprezzo della nostra santa religione.
È per questo che noi abbiamo riconosciuta la necessità di prevenirne
le funeste conseguenze." Il 13 di quello stesso mese indi-rizzò alle
popolazioni un proclama, ove indicava le linee di governo: "La
nostra santa Religione sa-rà la sola guida infallibile delle nostre
decisioni…La giustizia sarà il nostro fine costante; la fer-mezza la
nostra regola, e, a tempo opportuno, assoceremo loro la clemenza."
Il 17 ottobre infine, sette mesi dallo scoppio della rivoluzione, Re
Carlo Felice faceva il suo ingresso a Torino. "Il Re di Sardegna -
scriveva da Vienna l'ambasciatore sardo Conte di Pralormo al
ministro degli esteri De la Tour, riassumendo un'unanime opinione -
è stato l'unico sovrano a guardare in faccia alla rivo-luzione, e a
non transigere con essa." Si trattava ora per il Re di adempiere il
compito più diffici-le. Quale atteggiamento assumere infatti verso
il suo erede, che figurava tra i principali promotori della
congiura? Carlo Felice sapeva delle inclinazioni liberali del
nipote, e non aveva fatto misteri della sua poca simpatia per le
maniere e l'indole di Carlo Alberto. Tuttavia mai si sarebbe
aspettato che un principe del sangue dimostrasse tanta
dissennatezza, da divenire il nemico principale di quel-le
prerogative regie, che un giorno era destinato a rappresentare. "Per
tanto l'impressione cagionata nell'animo di Carlo Felice da quella
notizia fu così acerba, che concepì pel Carignano il fiero pro-
posito di tenerlo lontano dal suo cospetto, di voler legittimamente
venire a chiaro della sua colpa-bilità, di privarlo della
successione alla corona. E quest'ultima risoluzione non depose
pienamente dall'animo se non dopo le prove di quattro anni…" Il
Principe Reggente Carlo Alberto non ap-pena ebbe concesso, firmato e
giurato la Costituzione nel fatidico marzo 1821, inviò a Modena
presso il nuovo Re il suo scudiero Silvano di Beauregard, non tanto
per notificare a Carlo Felice l'avvenuta concessione, quanto per
spingere il nuovo sovrano ad accettare e confermare la situazio-ne
politica. La mattina del 16 marzo il Beauregard si presentò al Re
con una lettera del Reggente. Carlo Felice lo accolse col volto
corrucciato, non disse parola, e gettò la lettera del nipote in
faccia allo scudiero. Ritornato in udienza, qualche ora dopo, il
Sovrano lo accolse più urbanamente, e gli diede l'incarico di
portare a Torino il proclama del 16 marzo, che annullava tutti gli
atti dell'Interregno. Lo scudiero, assicurando il Sovrano della
completa sottomissione e ubbidienza del Reggente, provò a convincere
il Re a scrivere qualche parola a Carlo Alberto per dimostrargli che
non era completamente caduto dal favore reale. Carlo Felice però gli
disse: "Ebbene, ditegli che se gli è ancora rimasta nelle vene una
goccia del nostro sangue reale, deve subito partire per Novara e
attendervi i miei ordini." Carlo Alberto ubbidì, abbandonò i
congiurati al loro destino, e rag-giunse l'esercito regio a Novara.
Qui lo attendeva un dispaccio del Sovrano che gli intimava di tra-
sferirsi in Toscana presso il suocero, Ferdinando III. Il Carignano
obbedì ancora una volta, e il 30 marzo si avviò verso Firenze. Prima
però, volle passare per Modena, per tentare di incontrare il Re, ma
questi non volle riceverlo. Nella capitale toscana giunse il 2
aprile 1821, dove l'attendeva una nuova umiliazione. Anche il
Granduca infatti non volle ospitarlo a Palazzo Pitti, e dovette
alloggia-re in un albergo. Carlo Felice a Modena gli aveva fatto
consegnare una lettera datata 31 marzo, ove si leggeva: "Nipote mio,
vi ho già detto per mezzo del Cavaliere de Morette che sono stato
assai contento della vostra perfetta obbedienza. Non credo di
dovervi vedere in questo momento, essendo gli eventi accaduti in
Piemonte troppo recenti e potendo dar luogo il mio incontro con voi
ad ogni tipo d'interpretazione, che non mancherebbe di nascere.
Potete esser certo che non ho agito mosso da alcuna passione, e che
non faccio che seguire il disegno che il mio onore, la sicurezza del
paese e la tranquillità dell'Europa esigono… Spero un giorno di
potervi far conoscere un cuore e dei sen-timenti che mai avete
conosciuto in me, poiché la vostra giovane età e i princìpi tutti
opposti ai miei, nei quali siete stato allevato, non vi hanno mai
permesso di comprendermi."
La risoluzione del Re di Sardegna
Carlo Felice ha quindi un "disegno". Vuole conoscere fino a che
punto Carlo Alberto si sia compromesso con la Rivoluzione. Qualora
la sua colpa sia certa, sacrificate anche le ragioni di fa-miglia,
intende diseredare il suo erede. "Terrà quindi come sequestrato in
esilio il Principe di Cari-gnano, non lo ammetterà al suo cospetto e
molto meno non gli restituirà la sua grazia sovrana, se non dopo che
le azioni di lui ne lo abbiano reso meritevole al cospetto
dell'Europa, se non quando, ammaestrato infine dalla severa lezione
e lunga, porgerà al Re, alle potenze alleate e alla nazione garanzia
solenne di non future mutazioni nelle forme dell'antica monarchia
sabauda." Carlo Feli-ce, quindi, ordinò alla sua diplomazia, e
soprattutto all'ambasciatore presso la Corte di Vienna, Conte di
Pralormo, di preparare il terreno per comunicare alle potenze
straniere la sua intenzione di diseredare l'erede presuntivo della
sua corona. Ecco come il Conte Pralormo, all'atto di partire per
Vienna, descrive in terza persona l'udienza avuta col Sovrano, ove
ricevette quella segretissima commissione: "L'udienza di congedo,
che fu anche la prima, che questo Monarca abbia accordato al Conte
di Pralormo, dopo il suo ritorno da Modena, ebbe luogo ai primi di
gennaio [1822]. Dopo qualche frase insignificante, Re Carlo Felice
disse al Conte che oltre alle istruzioni generali che aveva lui
rimesse attraverso la Segreteria, aveva anche degli ordini
particolari da dargli. Gravis-simi motivi e di coscienza, disse il
Re, la cura che devo dare alla prosperità presente e futura dei miei
sudditi, mi hanno fatto prendere la risoluzione immutabile di
escludere il Principe di Cari-gnano dalla successione alla Corona, e
di farla passare ai suoi figli secondo l'ordine di nascita. Questa
decisione, alla quale sono irrevocabilmente determinato, potrebbe
far sorgere delle incer-tezze in futuro, se non venisse sanzionata
dagli alleati, esigo di conseguenza da voi, Conte Pralor-mo, che
poco dopo il vostro arrivo a Vienna, e nel momento che vi sembrerà
più opportuno, faccia-te conoscere questa mia decisione al Gabinetto
imperiale, e vi accordiate con esso sui mezzi per as-sicurarne
l'esecuzione." Il Conte rimase allibito a queste gravissime parole.
Quindi ribatté che la decisione sovrana avrebbe trovato senz'altro
opposizione tra le altre potenze, poiché infirmava una delle leggi
fondamentali dell'antica monarchia e del sistema della
Restaurazione. Il Sovrano rispose che, a suo giudizio, nessuna delle
corti straniere aveva validi motivi per sostenere le eventuali prete-
se al trono del Carignano, e "…che non s'era deciso con leggerezza,
ma dopo mature riflessioni e per motivi di coscienza, di cui doveva
render conto solo a Dio, ma che voleva far conoscere agli Al-leati
in caso di bisogno a tempo e luogo." Poiché il Pralormo tentò ancora
di replicare, avanzan-do la grande responsabilità che avrebbe
gravato non solo sul Sovrano, ma anche sui collaboratori che
avrebbero cooperato a quello scopo, "il Re prese allora un'aria
severa, e pronunciò le seguenti parole: Quando i Re si sacrificano
per dar riposo e tranquillità ai loro sudditi, hanno il diritto
d'esigere che i sudditi, quelli soprattutto che s'onorano della loro
confidenza, si compromettano per secondarne i desideri."
L'ambasciatore dinanzi a tanta determinazione, chiese soltanto di a-
vere un ordine formale per iscritto, che Carlo Felice gli fece
subito ottenere.
L'Austria e la questione della successione sarda
Pochi giorni dopo il suo arrivo a Vienna, l'ambasciatore piemontese
comunicò al Principe di Met-ternich la risoluzione del Re di
Sardegna. Il Cancelliere imperiale giudicò gravissimo l'affare, e
vol-le conferirne subito con l'Imperatore Francesco I. Il Sovrano
austriaco rispose a Pralormo che, es-sendo il Re la fonte della
giustizia, poteva benissimo far giudicare il nipote ed applicargli
le pene previste dalla legge, qualora fosse stato giudicato
colpevole. "La misura in questione tuttavia [ossia la perdita del
diritto di successione] non sarebbe stata considerata come un
giudizio, ma come una misura eccezionale, che dovrà avere tutto il
suo effetto in un momento in cui il Re non avrà alcun mezzo per
farlo eseguire, cioè dopo la sua morte." Un provvedimento così
grave, dunque, per essere veramente efficace, necessiterebbe anche
dell'approvazione delle altre Corti europee. Prima di venire a tale
determinazione, però, le altre potenze, vista la gravità del passo,
vorranno avere la certezza dell'effettiva compromissione del
principe, sentirne l'eventuale discolpa ed esperire ogni via di
conciliazione. Metternich inoltre scrisse che "l'Imperatore per
primo crederà di commettere la più palese ingiustizia, se si agisse
altrimenti verso chicchessia, ma più particolarmente ancora nei
riguardi di un Principe che era lui legato da vincoli di sangue. Di
conseguenza, in primo luogo e senza poter pronunciarsi in alcun
merito al riguardo, impegnava il Re a far conoscere all'Imperatore
le prove autentiche dei fatti, sui quali si basava la decisione di
Sua Maestà." Co-me si vede la corte imperiale volle procedere con
grande circospezione e prudenza, nonché spingere Carlo Felice a
diseredare il nipote a vantaggio della Casa d'Austria. Vienna
inoltre ordinò al Gene-rale Bubna di conferire a voce con il
Sovrano, per significarli la medesima risposta, cosa che il mili-
tare fece nel marzo del 1822. Bubna riferì a Pralormo l'esito
dell'abboccamento col Re sardo: "Il Re s'era mostrato inflessibile
nella sua decisione, ripetendo sempre che le Potenze Alleate
avrebbero avuto più interesse di lui ad appoggiarlo, ma che quando
gli era stato chiesto di addurre dei fatti, Sua Maestà non aveva
potuto produrre altro che il suo convincimento e delle allegazioni
generali, e che aveva finito per chiedere al Generale Bubna, che il
Gabinetto viennese gli comunicasse i testi dei processi [contro i
carbonari] di Milano e Venezia, nei quali potevano trovarsi dei
fatti che a-vrebbero comprovato la sua decisione." Ma né nel 1822,
né nel 1825, l'Austria trasmetterà i verbali dei processi contro i
carbonari del Lombardo-Veneto.
Il Congresso di Verona (settembre-dicembre 1822)
Si profilarono così due posizioni: quella del Re sardo, desideroso
di veder confermata dalle Potenze della Santa Alleanza la decisione
irrevocabile di diseredare Carlo Alberto a vantaggio del suo figlio
primogenito; e Quella della corte austriaca, che preferiva che il
principe piemontese fosse sottoposto ad un regolare processo, che ne
dimostrasse inoppugnabilmente la reità di lesa maestà, e solo in
seguito, come extrema ratio, si procedesse alla diseredazione del
Carignano, di cui, per esse-re veramente efficace, dovevano farsene
garanti le corti europee. Tutto, comunque, era rimandato al prossimo
Congresso di Verona, che doveva aprirsi nel settembre 1822. La Corte
di Vienna decise, prima d'incontrarsi a Verona, di mettere al
corrente del grave affare i Sovrani alleati e i loro princi-pali
Ministri. Metternich compilò un Memoriale, che consegnò nella
capitale asburgica agli alleati, dove si erano riuniti, in procinto
di partire per la città scaligera. Nel Memoriale, oltre a dare
contez-za dei passi diplomatici che erano intercorsi tra Torino e
Vienna, s'esponeva anche il punto di vista dell'Imperatore. Il
Pralormo, richiesto dal Metternich di aggiungervi qualche
osservazione, ebbe modo di leggere il Memoriale ancora nella
minuta: "Il ministro Imperiale - scrive - esamina con una onorevole
imparzialità i motivi che avevano potuto indurre il Re a concepire
un tal progetto, le conseguenze che ne potevano risultare per
l'Europa, e conclude che la misura alla quale il Re sar-do voleva
procedere, non poteva essere ammessa, e che le Corti alleate
dovevano impegnarsi per favorire una franca conciliazione tra il Re
Carlo Felice e l'Erede presuntivo della Corona." Il Congresso di
Verona si aprì il 12 settembre. Carlo Felice vi giunse il 30
ottobre, ma della questione che gli stava tanto a cuore non s'iniziò
a discutere che ai primi di dicembre. La linea al riguardo era già
stata decisa da Vienna. Occorreva favorire la riconciliazione fra
zio e nipote. La determinazione del Sovrano piemontese di diseredare
Carlo Alberto era quindi stata rigettata. Metternich tuttavia volle
appagare almeno in parte le esigenze del Re di Sardegna. Per questo
nel Memoriale di Vienna scriveva: "Noi crediamo nello stesso tempo
che facendo questo sacrificio al principio della legitti-mità [ossia
non ostacolando la salita al trono di un pessimo principe pur di
tener salda la legge fon-damentale di successione] i Sovrani alleati
dovrebbero cogliere quest'occasione per mettere delle condizioni al
perdono del Re, che offrissero a S. M. Sarda, ai suoi popoli ed ai
suoi augusti alleati, garanzie della condotta del Principe di
Carignano per l'avvenire e che mettessero nello stesso tem-po questo
principe nell'impossibilità di diventare una seconda volta il
giocattolo dei faziosi e d'essere trascinato da essi a rovesciare le
leggi fondamentali dello Stato." L'idea del Cancellie-re imperiale
fu accolta all'unanimità, ed anche Carlo Felice dovette accettarla.
Si trattava tuttavia ancora di determinare in concreto le condizioni
per il perdono reale. A questo pensò lo stesso Carlo Felice, che le
espose personalmente ai sovrani alleati in dicembre. L'ambasciatore
piemontese Pralormo ha conservato copia di questo breve Memoriale,
che dettava a Carlo Alberto le condizioni per rientrare nelle grazie
sovrane. Eccone il testo: "Verona 10 dicembre 1822. Osservazioni
confi-denziali e segrete del Conte di Pralormo sul progetto di
riconciliazione ideato dal Re Carlo Felice relativamente al Principe
di Carignano, e proposto da Lui ai Sovrani alleati riuniti a Verona.
Que-sto progetto consiste in due punti separati e distinti: (1)
Inviare il Principe di Carignano alla cam-pagna di Spagna agli
ordini del Duca d'Angouléme per comprometterlo, secondo le parole di
Car-lo Felice, agli occhi dei liberali. (2) Fargli fare un
giuramento solenne e per iscritto, dopo il suo ritorno dalla Spagna,
dove s'impegna a non innovare nulla nelle basi e leggi fondamentali
della Monarchia…" Il Conte si diceva soddisfatto del primo punto, ma
giudicava insufficiente ed inu-tile il secondo. Anche altri
convenuti al Congresso veronese tentarono di cassare la seconda
condi-zione. Il Re Sabaudo però tenne fermo, ed alla fine, essendo
stata da lui accolta, in linea di massi-ma, la tesi della
riconciliazione, seppur condizionata, fu lasciato alla sua prudenza
di determinarne le modalità d'attuazione. In questo modo il
Congresso si scioglieva avendo in parte risolto ed in parte lasciata
pendente la grave vertenza tra il Sovrano piemontese ed il suo
nipote ed erede.
Il giuramento di Carlo Alberto (1824)
Carlo Alberto venne a sapere ben presto, dal suo esilio toscano,
della spedizione decisa a Verona contro la rivoluzione spagnola. Fin
dall'inizio del 1823 inviò lettere al Re per chiedere il permesso di
poter associarsi all'impresa bellica guidata dalla Francia. Carlo
Felice però non diede subito il consenso. Inducendolo a chiedere più
volte pubblicamente l'autorizzazione a partecipare alla guerra
contro i liberali di Spagna, intendeva, infatti, compromettere il
proclamatore della Costi-tuzione del 1821 con la causa della
reazione ed ergere tra lui e la rivoluzione un muro invalicabile.
Voleva inoltre che Carlo Alberto, ammaestrato dalla dura lezione che
gli era stata impartita, nutrisse verso i princìpi rivoluzionari
quello stesso aborrimento che era così naturale nel Re Sardo. Il
Sovra-no piemontese sperava insomma in una sincera conversione del
cuore del nipote ed erede. I processi istruiti contro i ribelli del
1821 intanto dimostrarono, almeno giuridicamente, che il Carignano
non era addentro nella congiura. Questo attenuò in parte il sospetto
del Re verso Carlo Alberto. Final-mente, dopo due anni d'esilio,
giunse all'esule il permesso di aggregarsi all'esercito francese che
invadeva la Spagna (aprile 1823). Carlo Alberto era desideroso di
dimostrare il suo valore in faccia all'Europa che teneva gli occhi
puntati su di lui. In Spagna, il giovane sabaudo si comportò da
eroe, ricevendo gli elogi universali. La prima condizione escogitata
dal Sovrano piemontese per far rien-trare il nipote nelle sue
grazie, era stata assolta. Ora le potenze, Francia (presso la cui
Corte Carlo Alberto soggiornava dopo la fine della guerra) ed
Austria soprattutto, la prima per ingraziarsi il fu-turo sovrano di
Sardegna, la seconda per sottrarlo all'influenza francese,
sollecitavano Carlo Felice, perché finalmente, dopo più di due anni,
volesse ricevere il Carignano al suo cospetto. La morte improvvisa
del fratello del Re, Vittorio Emanuele a Moncalieri il 10 gennaio
1824, ritardò l'arrivo di Carlo Alberto, che poté rivedere Torino
solo l'8 febbraio del 1824. Il Re aveva ordinato al nipote di
entrare in città di notte, perché il suo arrivo desse il meno
possibile nell'occhio. Ancora una salu-tare umiliazione! Ora si
trattava per Carlo Felice di eseguire la seconda parte del progetto:
far giura-re solennemente il nipote a non mutare in nulla l'antica
costituzione della monarchia subalpina. Il Pralormo, interrogato
dall'Imperatore Francesco I ai primi di novembre del 1824, su quali
fossero le intenzioni del Re Sardo sulla questione del giuramento di
Carlo Alberto, gli rispose: "Sire […] il Re mio Padrone non ha
mutato avviso riguardo al Principe. Le sue intenzioni a suo riguardo
sono an-cora quelle che ha annunciato a Verona. Si ripromette di
richiamarlo presso di sé, ma prima vuol fargli sottoscrivere un
atto, per il quale il Principe si obbliga a conservare intatte le
basi fonda-mentali e le forme organiche della monarchia, tal quali
le troverà al momento del suo avvento al trono. L'alta e completa
confidenza, che il Re ha posto in Vostra Maestà, mi fa certo che non
pensa di comunicargli quest'atto finché non ne sarà definita la
stesura." Il pomeriggio del 9 febbraio Carlo Felice ricevette in
udienza, dopo quasi tre anni, il giovane nipote. Secondo la
testimonianza del cavaliere di Beauregard, che attendeva con altri
tre gentiluomini in anticamera, il colloquio fu lungo e tempestoso.
L'incontro di Genova (1825)
Ma quando fu sottoscritto il famoso giuramento? Ancora il ben
informato Pralormo scrive: "Al momento del ritorno del Principe di
Carignano dalla sua campagna di Spagna, il conte di Pra-lormo fu
incaricato dal Re Carlo Felice di comunicare all'Imperatore
Francesco, che il Principe di Carignano aveva prestato solenne
giuramento di non innovare in nulla le leggi e le basi fondamen-tali
della Monarchia. Il Re aggiungeva che al primo incontro, avrebbe
data comunicazione del giu-ramento all'Imperatore. L'incontro ebbe
luogo a Genova nel 1825." Riassumendo. Dopo il ri-torno di Carlo
Alberto dall'impresa spagnola, egli giurò solennemente con un atto
formale e per iscritto, che mai avrebbe mutato l'antico assetto
istituzionale della monarchia subalpina. Carlo Feli-ce volle
inoltre, per dare ulteriore ufficialità all'impegno del Carignano e
chiudere, per così dire, la vertenza con lui, che s'incontrasse con
l'Imperatore austriaco. Il che avvenne appunto nel 1825 a Genova.
Che i sospetti del Sovrano piemontese verso l'erede non fossero del
tutto scomparsi, lo dimostra il fatto che, ancora nel 1825, egli
faceva richiesta, per mezzo del suo ambasciatore a Vien-na, Conte
Pralormo, di copia dei verbali del processo Confalonieri. Voleva
probabilmente sincerarsi definitivamente della colpevolezza o meno
di Carlo Alberto nei fatti del Ventuno. L'Austria ancora una volta
ricusò di trasmetterli. Nella primavera del 1825, comunque, Carlo
Felice fece testa-mento (10 marzo) e su consiglio del suo
confessore, Padre Grassi, riconobbe anche in quel docu-mento, che
raccoglieva le sue ultime volontà, il Carignano come erede e
successore. Poi, il 13 apri-le, si trasferì con la famiglia a Genova
in attesa di Francesco I. Il 24 maggio giunsero anche Carlo Alberto
e la consorte. Il Principe di Metternich ha lasciato una descrizione
dell'episodio: "Dopo l'alzata di scudi che si fece in Piemonte per
opera dei rivoluzionari del 1820-21, il Re Carlo Felice aveva
fermato il proposito di privare della successione alla corona il
Principe di Carignano, che si era fatto innanzi quale gonfaloniere
della rivoluzione; e di trasferire i diritti di successione nel fi-
gliolo di lui. Il Re voleva, mancando un'ordinazione prammatica,
determinare la successione eredi-taria, e metterne l'adempimento
sotto la sanzione e la malleveria dell'Imperatore Francesco. Ma
l'Imperatore disapprovò cosiffatto divisamento. Egli era di parere -
ed io consentiva con lui - che determinazioni di quella fatta
portano sempre in seguito, di loro natura, inevitabili scompigli
della pubblica quiete. Quando l'Imperatore Francesco nel 1825
visitava il Regno lombardo-veneto, que-sto negozio trattatasi
tuttavia per lettere. Il Re Carlo Felice offerivasi a fare di
persona una visita in Milano all'Imperatore. Il quale colse allora
il destro per influire sulla decisione del Re riguardo a quella
questione non ancora terminata. Significò che il loro abboccamento
sarebbe una cosa in-tesa, qualora il Re si fosse deciso a non
toccare all'ordine stabilito nella successione al trono. Nel qual
caso l'Imperatore preferiva, come luogo del loro ritrovo non Milano,
ma la città di Genova. […] Il Re [Carlo Felice] mi espresse il
dispiacere ch'egli provava in questa faccenda, mentre mi parlò
così: 'Ho ceduto alla volontà dell'Imperatore, sia per il rispetto
che gli porto, sia per l'omaggio che rendo ai sentimenti che lo
animano, e cioè l'ordine appoggiato sui princìpi e l'esperienza. Ciò
però contro cui non so difendermi, è la convinzione che sarà
l'Austria in partico-lare a dover lamentarsi di un uomo le cui idee
sono interamente pervertite!' In quanto a ciò io gli feci intendere
che l'Imperatore non si muoveva in questo negozio come spinto da
qualche sentimen-to di fiducia nel Principe di Carignano; ch'egli
aveva dinanzi agli occhi, nel trattar la questione della successione
al trono, solamente la cosa in sé e non la persona dell'erede
presuntivo; che in-somma di due mali sceglieva il più piccolo." Dopo
aver accennato all'arrivo a Genova di Carlo Alberto, Metternich
continua: "Dopo un'udienza da Sua Maestà [l'Imperatore] che durò più
d'un ora, il Principe si recò da me, e s'intrattenne meco per tre
ore. Era già notte avanzata, in modo che dovetti soprassedere fino
all'indomani per presentarmi a Sua Maestà. L'Imperatore mi rivolse
subito queste parole: 'Su dunque, quale impressione ha lasciato in
voi il Principe di Carignano!' Io pregai l'Imperatore perché gli
piacesse di non cambiare la serie cronologica delle cose, importan-
domi assai di conoscere l'impressione che il Principe aveva fatto a
Sua Maestà nel lungo tratteni-mento avuto con lui. 'Quanto a me,
rispose l'Imperatore, nessuna favorevole impressione mi ha fat-to il
principe, e ve la posso esprimere in poche parole: il Principe è un
parolaio e siffatta gente non m'ispira mai confidenza!' 'Nelle
parole di Vostra Maestà, soggiunsi io, è espressa a pennello
l'impressione che ne ho riportato anch'io nelle tre ore di
conversazione che ho avuto con lui.' 'Con tutto ciò, proseguì
l'Imperatore, non s'ha a fare altro in questo negozio all'infuori di
quello che si è fatto.' E quella stessa mattina l'Imperatore
condusse il Principe dal Re. Carlo Alberto s'inginocchiò dinanzi al
Re e con lagrime ne implorò il perdono. 'È all'Imperatore - prese a
dire Carlo Felice - e non alla vostra nascita, né a me, cui voi
siete debitore. Non dimenticatelo mai, non date mai occasione al
vostro protettore di pentirsi della sua generosità.' Il Principe
protestò alta-mente la sua ferma risoluzione."
Carlo Alberto Re di Sardegna (1831)
Il 27 aprile 1831 moriva Carlo Felice. Il Principe di Carignano,
allora trentatreenne, saliva su quel trono che una follia giovanile
aveva rischiato di fargli perdere. I fantasmi di un ambiguo passato
parvero però materializzarsi, quando il giovane sovrano ricevette
una missiva dal capo della nuova carboneria, il terrorista Giuseppe
Mazzini: "Gli Italiani - così scriveva il pugnalatore geno-vese -
vogliono la libertà, indipendenza ed unione […] traggi, come Dio dal
caos, un mondo da questi elementi dispersi, riunisci le membra
sparte e pronuncia: È mia tutta e felice […] Sire, voi la nutriste
cotesta idea […] voi vi faceste cospiratore per essa. E badate a non
arrossirne." Carlo Alberto non poté allora agire che in maniera
diametralmente opposta alle speranze dei rivoluzionari. Gli occhi di
tutte le Corti europee erano rivolte su di lui, osservandone ogni
minima mossa. I tenta-tivi mazziniani del 1833 e del 1834 furono
quindi stroncati con pronta severità. L'azione decisa a recidere le
trame della piovra mazziniana, indicarono con chiarezza, almeno
all'esterno, che il gio-vane re aveva ormai dimenticato i suoi
antichi trascorsi. "Così egli poté per quindici anni dissimu-lare
l'antica animosità contro l'Austria, che covava nel 'lago del cuore'
da tempo antico e solo a quando a quando per qualche repentina
circostanza le diede esàlo in alcuna fiammata passegge-ra." La
politica estera del Regno subalpino di quegli anni, infatti, seguiva
le linee di una schietta adesione ai programmi della Santa Alleanza.
Così, Carlo Alberto, sostenne, con armi, denaro ed il peso della sua
diplomazia, il partito di Don Miguel in Portogallo e i Carlisti in
Spagna, esponenti entrambi del legittimo monarchico. Alcuni segnali,
comunque, retrospettivamente individuati con finezza da Solaro della
Margarita, per molti anni ministro di Carlo Alberto, segnalano come
il So-vrano piemontese non avesse dismesso del tutto l'idea di una
guerra all'Austria: "Intanto, come quegli che aspettava l'alzata sul
cielo italico della 'fatidica stella', la cui sorgente doveva per
lui precorrere di poco i sinistri bagliori del tramonto, rivolse
tutte le sue cure alla formazione di un potente esercito. Ché se le
fosche opere del ministro per la guerra [Villamarina] non risposero
o se riuscirono inferiori all'aspettazione e non contentarono i
periti dell'arte, non fu colpa sua. […] Con pari studio riattò e
accrebbe la marina per guisa che verso il 1846 le forze di terra e
di mare comparivano in un quadro veramente formidabile per il
piccolo ma armigero Stato, ch'era il regno Sardo." A poco a poco,
Carlo Alberto, che era abilissimo nel dissimulare e tener nascosti i
suoi veri intendimenti, nel momento in cui il suo trono sembrava
saldissimo all'interno e rispettato all'estero, cominciò a
circondarsi di uomini della fazione liberale: il marchese
Villamarina, il conte Gallina, che partecipò ai moti del 1821, il
conte Ilarione Petitti e il conte Federico Promis: "Tale scelta -
continua Solaro de La Margarita - mi fornì una prova che Carlo
Alberto non inclinava a da-re la direzione degli affari a persone
che professassero opinioni veramente monarchiche" . Come se non
bastasse, ben presto il Re Sardo iniziò, per mezzo di alcuni intimi
amici, come il Con-te Castagnetto, il Cavaliere Canna ed altri, a
mantenere una fitta corrispondenza e strette relazioni con i
maggiori fautori del liberalismo piemontese ed italiano. Così in
Torino, continui erano i con-tatti con Cesare Balbo, esponente di
spicco, si può dire, della fazione rivoluzionaria in Piemonte: "In
lui mettevano capo - scrive "La Civiltà Cattolica" - tanto le
informazioni esterne, come quelle che venivano da palazzo. Ed egli
dal 1843 in giù fu il senno moderatore delle opinioni e
dell'andamento della rivoluzione, di cui poté frenare le onde sparse
e furenti, e raccoglierle in un alveo dove scorressero meno
precipitose."
Carlo Alberto e la religione
Il Carignano era sinceramente religioso, frequentava i sacramenti
con pietà cristiana, legge-va e commentava la Bibbia, traendone
salutari ammaestramenti, assisteva volentieri alle pubbliche
funzioni. Tuttavia le sue convinzioni politiche prevalevano quasi
sempre sulle idee religiose. La re-ligione, infatti, non gli era
stata insegnata fin da piccolo, e quando, durante l'adolescenza,
ebbe mo-do di approfondire le sue conoscenze dottrinali, non
ricevette un insegnamento teologicamente ac-curato. Questa lacuna
rese il suo cattolicesimo qualcosa di esteriore, senza convinzioni
salde. A questo vizio d'origine della sua formazione religiosa, sono
da addebitarsi le controversie in materia con la gerarchia
cattolica, e soprattutto con l'Arcivescovo di Torino, Mons.
Fransoni. Così nella questione di competenza giurisdizionale per la
revisione ecclesiastica del 1835, per i cimiteri e per la forza
obbligatoria delle sentenze ecclesiastiche nel 1836, per la
soppressione delle decime al cle-ro sardo nel 1840, per l'immunità
ecclesiastica nel 1841, nell'introdurre nel regno le famigerate
scuole di metodo, cui fece chiamare a primo istitutore il liberale
abate Ferrante Aporti, Carlo Alber-to sostenne sempre le tesi
liberali, non temendo di scontrarsi col Fransoni. Anzi in
quest'ultimo ci-mento, poiché il presule torinese aveva vietato al
clero di frequentare quelle scuole, fondate in Lombardia ad opera di
vecchi aderenti del Carbonarismo, il Sovrano andò su tutte le furie,
e da quel momento i rapporti fra la massima autorità ecclesiastica e
il Re Sardo si ruppero definitivamente.
La 'cospirazione' italiana e Carlo Alberto
Il Re Sardo era stato quasi travolto dalla corrente rivoluzionaria
nel Ventuno. Negli anni successivi alla salita al trono sembrava
essersene definitivamente emancipato. Ora però, attorno al 1846, i
continui fallimenti della massimalismo repubblicano di Mazzini,
riportarono all'ordine del giorno della rivoluzione la necessità di
esperire ancora la via moderata, monarchico-costituzionale, quella
via che era fallita inopinatamente nel 1821 per il tradimento di
Carlo Alberto e per la ferma avversione di Carlo Felice. Ma ora i
tempi sembravano maturi. "La Carboneria, che con varii nomi ebbe
tramato la cospirazione 'italiana' del 1821, aveva ceduto le spoglie
e i suoi disegni alla 'Gio-vine Italia'. E questa dopo le gesta dei
Ruffini e dei Ramorino in spada e toga vide presto diradate le sue
file, e verso il 1838 si era ridotta al verde, e per giunta, dopo il
1844, il fatto dei fratelli Ban-diera l'aveva screditata e mandata
in fondo. Tuttavia si contavano ancora diversi ruderi manipoli di
società segrete, gloriosi veterani del Ventuno e del Trentatré, i
quali dopo varie fortune si trova-vano più tardi riuniti a Bruxelles
in comitato segreto, di cui ebbe la direzione il marchese Arconati.
E quando questi trapiantò altrove i padiglioni, gli sottentrò nella
direzione a Bruxelles l'italiano apostata Gaggia, e morto costui per
apoplessia fulminante, ne fu 'condottiero' l'abate Gioberti. La
società aveva nome di 'Veri Italiani'. In Piemonte e in Toscana si
trovavano varii affiliati alla Gio-vine Italia; in Lombardia i
vecchi congiurati del trenta e del trentaquattro avevano fondato la
so-cietà dell'Unione (Club dei Lions) e nelle Romane le sette
formicolavano […]. Erano forze disperse senza unità d'intesa, senza
disciplina di mosse, senza speranza di riuscita, senza uno scopo
deter-minato. In Torino si pensò di organizzare quelle forze sparse
e rivolgerle a quell'unità di scopo, ch'era stato comune a tutte le
sette: nazionalità libera indipendente. A superare le difficoltà
della riuscita tutti vedevano tornar vane oramai le rivoluzioni
armate e le secrete congiure. E in quella vece, per l'effettuazione
del nuovo procedimento, giudicarono prima di tutto necessaria la
scelta di un capo, di un potente, di un principe italiano con
esercito e con altri mezzi. La scelta di questo principe, tra tutti
quelli che allora tenevano regno in Italia, cadde a occhi chiusi, si
può dire, di tut-ti, sul Re di Sardegna. Si trattava poi di dare
esecuzione al vasto, quanto ingegnosissimo divisa-mento:
affratellare i popoli e congiungerli in unità di aspirazione
naturale, di unire e affiatare i ca-pi delle sette per dirigere a
quello scopo le grandi leve delle masse e la terribile potenza della
pub-blica opinione. Per ciò si decisero e in verità furono per molti
anni spesi incredibili sforzi, d'industria e di denari, in viaggi,
pubblicazioni e congressi imprima; e quindi si usarono le dimo-
strazioni popolari, il giornalismo, la guardia civica, la cacciata
dei Gesuiti, lo Statuto, la guerra! Vi fu dunque una
cospirazione 'segreta', la quale si agitò nel centro di un'altra
cospirazione 'aper-ta', nazionale e solenne, di cui la prima diresse
le mosse a una a una, ne maneggiò in secreto tutte le fila che si
muovevano all'esterno e ne regolò le varie fasi per lo spazio di un
decennio sino al 1848."
Rivoluzione 'culturale' in Piemonte (1841-1848)
I primi mezzi di propaganda dell'idea rivoluzionaria furono le
associazioni scientifiche. La prima apparve nel 1841 col nome,
apparentemente inoffensivo, di Club de la socièté du Whist. L'anno
dopo, 1842, ne nacque una seconda, l'Associazione agraria.
D'entrambi fu fondatore o e-sponente di rilievo, Camillo Benso di
Cavour. Il Re sapeva bene il vero scopo di quei consessi.
Soprattutto la seconda ebbe notevole successo. Scrive il
Predari: "Renderli [i coltivatori] elementi di edificazione sociale
era il suo scopo morale. Avviare i popoli a grandi imprese,
promovendo l'unione delle forze…, affratellare le province e le
città nei congressi, educare i cittadini alla pub-blicità e alla
discussione era il suo scopo politico." L'Associazione agraria
raggiunse i quattromi-la iscritti, tra i quali figurava il figlio
primogenito del Re, Vittorio Emanuele; ebbe una sua bibliote-ca, e
pubblicò riviste. Infine il Sovrano ne fece un'istituzione regia,
ponendovi alla presidenza un suo uomo, il marchese Cesare Alfieri di
Sostegno, vecchio cospiratore del Ventuno. "In essa si fece
esperimento anticipato del gioco parlamentare e vi si poterono
scorgere i primi embrioni del par-lamentarismo con le sue libertà
discordi, con la fecondità delle ire di partiti, con l'altalena o
l'alza e cala vicendevole di Gracchi e di Marcelli." La rivoluzione
culturale continuò con la pubblica-zione dell'Enciclopedia popolare,
ideata appunto, come dice senza ambagi, il Predari, che ne fu di-
rettore, per servire "di validissimo e non sospetto strumento di
propaganda politica." N'era pre-sidente Cesare Balbo, il capofila
dei cattolici-liberali piemontesi. Nacque in seguito, con medesimo
intento, l'Antologia Italiana, che voleva essere la ripresa ideale
dell'Antologia del massone toscano Vieusseux. Scopo era tener vivo
nel Piemonte il "fuoco patrio, che dovea ravvivarsi a poco a poco in
tutte le altre province d'Italia." A queste pubbliche istituzioni,
che godevano tutte il favore di Carlo Alberto, si affiancarono, tra
il 1843 e il 1846, varie pubblicazioni di opere, destinate "a span-
dere nel ceto colto di tutta la penisola le nuove aspirazioni e
renderle quanto più fosse possibile popolari." Dapprima venne alla
luce il Primato morale e civile degli Italiani dell'abate già maz-
ziniano, Vincenzo Gioberti (1801-1852): "Non era in fondo se non un
gigantesco sofisma, che di-ceva all'Italia ciò che si potrebbe dire
del pari alla Turchia, alla Macedonia e alla stessa Beozia. Ma era
tratteggiato con rara foga d'entusiasmo e con grandissima facondia,
piena, anzi furente di amore pel patrio risorgimento e respirante
concordia tra popoli e principi, tra religione e patriotti-smo." Ad
essa venne dietro le Speranze d'Italia di Cesare Balbo (1789-1853),
e i romanzi stori-ci di Massimo D'Azeglio. La popolarità di queste
opere di autori piemontesi diffuse in tutta la peni-sola le dottrine
nuove, e ve ne accrebbero i partigiani. Meno popolare, forse, ma più
schietto nella sostanza, fu il saggio Des Chemins de fer en Italie,
che Camillo Cavour pubblicò nel maggio 1846 sulla rivista
francese "Revue mensuelle". Il piemontese vi esponeva "non tanto il
bene fisico del pa-ese, risultante a pro del commercio dalle nuove
linee ferrate, abbreviatrici delle distanze, quanto il bene 'morale'
di tutta l'Italia, ch'egli già intravede ed esige senz'ambagi di
frase giobertiane e senza velo di reticenze." A partire dalla
seconda metà del 1846 il lavorio propagandistico si infit-tì, e
molte altre opere vennero alla luce, come le Lettere politiche del
Balbo, e il commento che ne fece Giuseppe Montanelli. A Parigi si
stampava l'Ausonio, un giornaletto democratico, cui collabo-rava la
settaria principessa Cristina di Belgioioso. E ancora videro la luce
in quel torno di tempo i Pensieri sull'Italia di un Anonimo
lombardo, che era Luigi Torelli; La question italienne del Ca-nuti;
Della nazionalità italiana di Giacomo Durando, Della sovranità
temporale dei Papi del Ga-leotti, ecc. "In tutti l'idea dominante
era la riscossa dell'Italia per l'indipendenza nazionale. In nessuno
sostenevasi la distruzione del potere temporale. Ma questo era voto
giurato nelle Vendite carbonaresche, e studiosamente dissimulato,
per non spaventare la coscienza del popolo. I maggio-renti solo ne
erano informati a pieno." Tuttavia, come ammetteva candidamente
l'Archivio triennale delle cose d'Italia: "Per Durando codesta era
niente più che una manovra strategica […] Il guelfismo di Gioberti,
Balbo e Azeglio non ingannava nessuno, tanto era grossolana quella
fin-zione."
Trame nell'ombra
Alla propaganda si affiancò ben presto un'intensa opera cospirativa
per ordire le fila della rivoluzione italiana. A
quest'importantissimo compito si dedicò Massimo D'Azeglio. D'Azeglio
apparteneva ad un'antica famiglia piemontese. Suo padre Cesare era
stato un importante esponente della controrivoluzione nel regno
subalpino, il fratello Taparelli D'Azeglio era entrato nella Com-
pagnia di Gesù. Massimo, al contrario, si era dato per tempo alla
Carboneria, per entrare poi nelle file mazziniane ed approdare
infine al partito monarchico-costituzionale. A partire dal 1845,
sfrut-tando la sua vasta conoscenza del mondo settario italiano, il
piemontese cominciò a tessere le fila della cospirazione, che doveva
portare Carlo Alberto ad essere il primo monarca costituzionale
d'Italia. Durante l'estate di quell'anno, girovagando, sotto le
mentite spoglie di pittore, per le Mar-che e la Romagna, riuscì a
convincere la maggior parte dei caporioni delle sette, che Carlo
Alberto, il voltagabbana del Ventuno, era ora affidabile e deciso a
compiere l'impresa. In settembre D'Azeglio era in Toscana, dove
molti aderirono al progetto monarchico-costituzionale. Tornato a
Torino, D'Azeglio volle incontrare il Re, per metterlo a parte della
sua attività. Carlo Alberto non si dimostrò affatto meravigliato, né
diede segni di riluttanza, quando D'Azeglio gli narrò il buon esito
delle sue mene negli Stati del Papa ed in Toscana. Anzi il Sovrano
subalpino gli disse: "Faccia sa-pere a quei Signori che stiano in
quiete… siano certi che presentandosi l'occasione, la mia vita, la
vita dei miei figli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito,
tutto sarà speso per la causa italiana." D'Azeglio, ricevuto
quest'incoraggiamento, volle incontrare i settari piemontesi. Si
abboccò col Cornero, capo dei mazziniani torinesi, per convincerlo
che "non v'era altro modo che spingere colle vie legali re e governi
alle riforme, alle costituzioni, all'acquisto della nazionalità. Ci
espose i molti colloqui avuti col re, i continui discorsi di questo,
spiranti amor d'Italia ed odio mortale all'austriaco." Il Cornero,
conquistato alla causa di Carlo Alberto, parte a sua volta per la
Toscana e lo Stato della Chiesa. Poi è a Milano, dove, nonostante il
lavorio settario fosse più difficile, per la continua vigilanza
della polizia imperiale, gli riuscì di riannodare i legami con i
vecchi esuli del Ventuno, che vivevano tra Milano e Brescia.
Carlo Alberto getta la maschera
Secondo Solaro de La Margarita, già verso il 1845, l'andamento delle
cose "cominciava a divenire imponente." Il lavorio sotterraneo
emergeva con sempre maggior spavalderia, ed ogni oc-casione era
buona per diffondere il credo rivoluzionario. Anche i Congressi
scientifici, che ogni an-no, dal 1839, si riunivano in varie città
d'Italia, servivano alla bisogna. In quello riunitosi a Genova nel
settembre del 1847, il numero dei convegnisti fu eccezionale.
Accanto a Gesuiti e Somaschi, se-devano 'scienziati' della tempra di
un Girolamo Bonaparte, Principe di Canino, i quali tutti gettaro-no
una 'scientifica' sfida all'Austria in nome di Pio IX e Carlo
Alberto. Anche il Re sabaudo, soli-tamente così guardingo e
misterioso, non faceva ora più mistero del suo pensiero. Nella sua
corri-spondenza pubblica e privata, l'antico odio anti-austriaco
ricominciò a serpeggiare. A seguito di un piccolo incidente di
confine sul Ticino, scriveva, che, se l'Austria non cessava dalle
prepotenze, a-vrebbe sollevato Piemonte e Lombardia con le campane a
martello, per "marciare avanti alla testa del suo esercito, qualora
la necessità lo richiedesse." Nel saluto dato alla riunione dei
Comizi a-grari a Casale nel settembre 1847, risuonarono queste
scoperte parole: "Aggiungete solamente che se Dio ci farà la grazia
di poter intraprendere una guerra d'indipendenza, e sia io solo a
comanda-re l'esercito, sono risoluto a fare per la causa guelfa, ciò
che Schamil compie contro l'immenso impero russo!" Schamil (1797-
18871) era un capo islamico del Daghestan, che si era ribellato ai
russi, proclamando la guerra santa contro gli infedeli.
Carlo Alberto e Pio IX
I temerari pronunciamenti del Sovrano piemontese degli anni 1846-47
avevano una spiega-zione. Un avvenimento aveva spinto il Re a
manifestare sempre più chiaramente i suoi intimi inten-dimenti: la
salita al soglio di Pietro di Pio IX. Clemente Solaro de La
Margarita, come presago di quel che poteva accadere, scriveva: "Guai
se per poco Carlo Alberto trova incoraggiamento in un nuovo Papa
alle sue idee, non sarà più in mio potere trattenerlo, e non mi
sbagliai." Sarebbe lun-go ripercorrere la china che, a poco a poco,
cedimento dopo cedimento, condusse il nuovo pontefice a carezzare la
rivoluzione, fino alla concessione della costituzione. Carlo Alberto
osservava e se-guiva con grandissima attenzione quel che succedeva a
Roma. Sentiva gli elogi con cui artatamente i settari innalzavano al
cielo Pio IX, quasi che il progetto di rinnovamento indicato da
Gioberti - un Papa alla guida del Risorgimento - si stesse per
realizzare. Soltanto la religione ancora e i saggi consigli de La
Margarita impedivano, infatti, al Re sabaudo di tentare l'avventura
militare contro l'Austria, potenza cattolica e amica. Quando vide,
però, che il Pontefice stesso si poneva o sembra-va porsi alla guida
del movimento d'indipendenza nazionale, gli scrupoli di Carlo
Alberto disparve-ro come neve al sole. I settari, da un lato,
avevano buon gioco a convincere il Re Sardo, che anche il Papa
voleva estromettere l'Austria dall'Italia, e secondare il moto
nazionale; dall'altro, diffondeva-no ad arte in tutta Europa,
un'immagine del Pontefice solo in parte corrispondente alla realtà.
Era una congiura del sorriso, quella insomma che spingeva quasi
insensibilmente il recalcitrante Pio IX, e il più convinto
Carignano, lungo i sentieri fioriti della rivoluzione nazionale e
della guerra all'Austria. "È indubitato - scrive lo Sclopis - che il
rapido avviamento alle forme costituzionali, manifestatosi nei
governi italiani fra il fine del 1847 ed il principio del 1848, è
dovuto all'impulso venuto dal Vaticano, e comunicato a tutto il
clero; e lo scrittore di queste pagine udì il Re Carlo Alberto
ripetere anzitutto di là il motivo della pronta concessione dello
statuto ai suoi popoli." Nell'agosto del 1847 un nuovo caso sembrò
confermare Carlo Alberto nel proprio disegno. L'Impero, che teneva
guarnigione in Ferrara, città pontificia, decise d'occupare tutta la
città, come ad avvertire il Pontefice a non andare oltre nella sua
politica di conciliazione con la fazione liberale. La Santa Sede
protestò vivacemente per quella che sembrava una flagrante
violazione dei trattati. I rivoluzionari diedero fiato alle trombe
per ingigantire l'incidente e rendere così possibile un'alleanza tra
gli Stati della penisola, e soprattutto, tra il Papa e il Re del
Piemonte, contro l'Austria. "Il Re Carlo Alberto, che ogni occasione
spiava di cogliere in fallo l'Austria, ne godé in-sieme e ne
fremette: soprattutto perché il Cardinal Ferretti [Segretario di
Stato di Pio IX], più ricco di spirito ecclesiastico che di
accorgimento diplomatico, nel fervore del suo zelo, si era rivolto
al marchese Pareto, ministro di Sardegna in Roma, affermandogli
Carlo Alberto essere il solo alleato del Santo Padre, il quale aveva
ricusate le offerte della Francia, perché unicamente di lui si
fidava. Informatone, il Re ne fu in giubilo. Tosto fece risapere al
Papa che egli era pronto a' suoi servigi ed alla sua difesa; in
acconcio di mandare navi a guardia delle coste di Romagna, e
beatissimo di riceverlo ospite nel suo Regno, quando, accesasi una
guerra, Sua Santità non si credesse a suffi-cienza libera e sicura
nella sua Sede." Tuttavia sul finire dell'anno, la vertenza tra
Santa Sede e l'Austria, fu ricomposta con soddisfazione d'entrambi.
Il Sommo Pontefice volle così far intendere a tutti e soprattutto al
Piemonte, che egli metteva ogni cura per mantenere la pace e
renderla anzi sempre più stabile, e che non era affatto animato da
sentimenti guerreschi. Il Re di Sardegna, tutta-via, si dolse della
pace ritrovata tra Papa e Imperatore. Vedeva, infatti, allontanarsi
una ghiotta oc-casione per scatenare, sotto il pretesto della difesa
della Santa Fede e della cattolica religione, quella guerra per il
possesso della Lombardia e la corona d'Italia, che ormai era la meta
suprema del suo regno. Così disse, infatti, confidenzialmente al
barone Bettino Ricasoli, venuto apposta da Firenze per conferire con
lui sul risorgimento d'Italia, il 1° dicembre 1847: "Lei sa come
resistei all'Austria, quando fu occupata Ferrara: io era pronto a
muovermi in soccorso del Pontefice. Poi il Pontefice non si mostrò
più risoluto. Ma io ero fermo; io solo, con la mia armata,
senz'altri aiuti, avrei invaso la Lombardia. Che bella occasione era
quella!"
Carlo Alberto caccia Clemente Solaro de La Margarita (9 ottobre 1847)
I settari piemontesi, scorgendo ormai in pieno sole i pensieri
intimi del Re, coglievano ogni occasione per invogliarlo al bivio
senza ritorno. Il 2 maggio 1846, se ne ebbe una prima avvisaglia,
quando Carlo Alberto si lasciò convincere a pubblicare una sorta di
ultimatum contro l'Austria, per la questione dei sali. Subito i
settari, guidati da Massimo D'Azeglio, organizzarono un'imponente
manifestazione d'appoggio al Re e in favore della guerra. Solaro de
La Margarita, tuttavia, ministro degli Esteri, riuscì a convincere
il Sovrano a desistere da quei toni bellicosi, e la crisi rientrò
dopo poco. La salita al trono di Pio IX, tuttavia, diede maggior
peso ancora all'influenza dei liberali. "A furia di evviva, di
canti, di glorie, di accompagnamenti festosi, di coccarde e di
sbandierate, capi-tanate e dirette da quel futuro liberatore degli
ebrei, che vedremo essere stato Roberto D'Azeglio, la pubblica
cospirazione ottenne una prima vittoria trionfale nel giorno nove di
ottobre 1847, nel qual giorno Carlo Alberto licenziò i due ministri
della guerra e degli affari esteri, il Villamarina e il La
Margarita: il primo per figura di accompagnamento, il secondo per
vero principio politico." Lo Sclopis commenta: "Ciò accadde non per
cause particolari, ma come conseguenza di un nuovo indirizzo
politico per il governo." Andandosene, il Solaro, che, fedele ai
suoi solidi principi, aveva servito Carlo Alberto, per più di un
decennio, gli lanciava un monito profetico: "La corona d'Italia non
sarà in simili circostanze, che una corona mal acquistata, che
presto o tardi sfuggirà dalle ma-ni di chi la presa per tutt'altra
volontà che quella di Dio."
Carlo Alberto e le prime riforme liberali
Dopo la caduta del La Margarita, bastarono quattro mesi ai settari
per trionfare pienamente. Il Re, tuttavia, dovette rendersi conto
del gran passo che aveva compiuto, dimissionando il Ministro degli
Esteri. I rivoluzionari si accorsero di questo suo recalcitrare e
modificarono un poco la loro strategia. Massimo D'Azeglio, che ne
era il regista, scriveva il 22 ottobre 1847 a Domenico Panta-
leoni: "Balbo e tutti ed anch'io vediamo un solo rimedio da tentare.
Egli è molto sensibile alla lode e più al biasimo. S'è abbastanza
cantato inni per lui. È tempo di parlare con misura e dignità, ma
con severità inesorabile. Ho passato la stessa parola in Francia,
Inghilterra e Firenze. La passo a te, e la passerò a Bologna. È
importante e urgente, se non vogliamo imbrogli … parlare d'influenza
perduta … dell'opinione pubblica in Italia volta contro di lui e,
questo è difficile trovar la frase, ma bisogna farlo sentire, del
disprezzo in cui cade … Insomma o scuoterlo con severe lezioni o
andar incontro a disturbi, Dio sa con che conseguenze." In quei
giorni uscì anonima una feroce satira in titolata Re Tentenna:
Un re, che andava fin dalla balia, pazzo pel gioco dell'altalena…
Carlo Alberto rimase avvilito e irato per quell'attacco. Tuttavia la
satira ottenne l'effetto desiderato. Smosse il sovrano dalla sua
apatia, e lo lanciò lungo la folle china della rivoluzione. Dal 29
ottobre al 27 novembre fu concessa tutta una serie di riforme
amministrative e civili: un magistrato di cas-sazione, l'abolizione
di certe giurisdizioni speciali, trasferimento dal militare al
civile delle funzioni di polizia; libertà di stampa, con censura
preventiva da parte di commissioni provinciali. Queste concessioni
erano accompagnate dal solito 'spontaneo' entusiasmo popolare.
S'illuminano le vie della Capitale "con illuminazione spontanea,
combinata prima" dice D'Azeglio, tra il serio e il faceto; si
cantavano solenni Te Deum; s'indicono processioni con fiori e
bandiere; si tallonano il so-vrano ovunque vada con simili festose
accoglienze. Carlo Alberto, però, pur sempre geloso delle sovrane
prerogative, pensava di bilanciarle con le pretese liberali, senza
cedere nella sostanza i suoi diritti regali. I settari non tardarono
a cogliere l'intimo accorgimento del Sovrano e si diedero da fa-re
per eludere il pericolo. A questo fine adoperarono quell'arma che il
Re con tanta leggerezza ave-va loro posto in mano: la libertà di
stampa. Nacquero in un battibaleno vari giornali liberali, che
annoveravano tra i direttori e i collaboratori, il fior fiore dei
rivoluzionari piemontesi: L'Opinione era diretta da Giacomo Durando
e Giovanni Lanza; La Concordia da Lorenzo Valerio; Il Risorgi-mento
aveva per direttore il Cavour, e vi collaboravano Cesare Balbo,
Roberto D'Azeglio, il Santa-rosa, Angelo Brofferio, invece,
dirigeva, Le Letture di famiglia. Il giornalismo liberale, quindi,
po-teva quasi senza ostacoli, influenzare il Sovrano e i ministri, e
surriscaldare l'atmosfera, spingendo l'opinione pubblica a richieste
sempre più esose. In questo clima, sul finire di quell'anno, a
Genova le cose presero un andamento più vorticoso. I mazziniani, che
vi erano numerosi, sia tra il popolo, che tra il ceto aristocratico,
volevano più audaci riforme, per il nuovo anno: amnistia, guardia
civica e diminuzione del presso del sale. Poiché non furono
esauditi, si cercò un capro espiatorio, e fu pre-sto trovato: i
Gesuiti! Era loro la colpa se la monarchia non si decideva a venire
davvero incontro ai bisogni del popolo. Così i seguaci di Mazzini
organizzarono all'inizio del 1848 un'imponente manifestazione contro
i Gesuiti genovesi. Volevano incendiare la casa della Compagnia di
Gesù e il Palazzo Tursi, che faceva da collegio. Il governatore
della città, conte Palliacciu della Planaria, che aveva ricevuto
ordine d'essere conciliante con i dimostranti, ottenne, tramite i
buoni uffici della So-cietà de' moderatori, di tramutare la
manifestazione di protesta in una pubblica sottoscrizione, che
chiedeva la cacciata dei Gesuiti e l'istituzione della guardia
civica. Il 7 gennaio una deputazione partì per Torino. Il Re
tuttavia non la volle ricevere e consigliò ai deputati di tornarsene
a casa. L'arrivo dei deputati genovesi, però, mise in fibrillazione
i liberali della capitale. Quella sera stessa si riunirono. Volevano
che l'iniziativa non cadesse nel vuoto. Fu Cavour che pronunciò la
fatidica parola: si doveva chiedere la Costituzione.
Carlo Alberto si fa Re costituzionale (febbraio-marzo 1848)
Quel consesso d'aristocratici, giornalisti, borghesi, studiosi,
riuniti in assemblea, sapeva molto di Costituente. Carlo Alberto,
stretto tra la pubblica soddisfazione per i cedimenti, e le rispet-
tose minacce dei settari per le sue impuntature, credeva forse
ancora di riuscire a guidare gli eventi. Coll'anno nuovo gli eventi
precipitarono. Le trame settarie si fecero più fitte e il momento
dell'azione si avvicinava a gran giornate. Gioberti ottenne che
Mazzini e i suoi non intralciassero con avventate iniziative il
corso fatale degli eventi. Massimo D'Azeglio riprese la girandola di
pe-regrinazioni da un capo all'altro dell'Italia
Centrosettentrionale. Nel Regno di Napoli tutto era pron-to. Il 12
gennaio si ebbe la prima scintilla che diede fuoco alle polveri con
l'insurrezione di Paler-mo. A gran voce i settari meridionali
chiedevano, anzi esigevano, una Costituzione. Il Re di Sarde-gna,
però, non del tutto consapevole su quale polveriera era seduto,
credeva ancora di poter control-lare la situazione. Il due gennaio
1848, scrivendo al Granduca di Toscana, suo cognato, diceva di
volere "una forma di governo, nella quale il popolo abbia tutta
quella libertà ch'è possibile colla conservazione delle basi della
monarchia." Il 20 di quello stesso mese ribadiva la stessa idea al
marchese Roberto D'Azeglio, che ricorda: "E insistendo su tali idee,
eretto della persona, e fissan-do lo sguardo sul suo interlocutore:
Marchese D'Azeglio - disse il Re - voglio come voi la libertà
dell'Italia, ed è per questo, ricordatevelo bene, che io non
concederò mai una costituzione al mio popolo." Mai parole, forse,
furono smentite tanto radicalmente e in così breve tempo. Il 1° feb-
braio, dodici giorni dopo quel colloquio, giunse a Torino la notizia
che a Napoli il 29 gennaio Re Ferdinando aveva concesso la
Costituzione. Oramai la piazza manovrata dai liberali, invocava a
gran voce anche per il regno subalpino la panacea costituzionale.
Quella sera le piazze e le strade adiacenti la sede dell'ambasciata
napoletana risuonarono degli schiamazzi di chi acclamava la Co-
stituzione. Il giorno dopo, 2 febbraio, l'inviato britannico, Sir
Abercombry, ebbe un abboccamento col ministro degli Esteri, San
Marzano, consigliandolo sulla necessità di dare uno Statuto: "Il tem-
poreggiare comprometterebbe l'autorità del re e la repressione
condurrebbe probabilmente ad un conflitto fra il governo ed il
popolo." Quel medesimo giorno i ministri di Carlo Alberto si riuniro-
no in conferenza per considerare i consigli inglesi, e decisero
all'unanimità che, stante la situazione in ebollizione, era meglio
convincere il Re a concedere uno Statuto. Il 3 febbraio comunicarono
al Re il loro parere. Tutti ribadirono, seppure con qualche
distinguo l'opportunità della Costituzione. Si decise che Carlo
Alberto ne avrebbe discusso assieme ai ministri nella seduta del 7
febbraio 1848. Intanto, i rivoluzionari, i vari Cavour, D'Azeglio,
Santarosa, ecc. erano informati di tutto quello che accadeva, dai
loro amici a corte. Per questo, fu indetto una riunione del
Consiglio comu-nale di Torino per il 5 febbraio, ma anziché trattare
della petizione per ottenere la Guardia Civica, come era stato
convenuto, i consiglieri discussero la richiesta della Costituzione.
La proposta fu ap-provata con più di due terzi dei voti. Fu
stabilita una Commissione che presentasse al Re, in perfetto
tempismo, per il giorno 7 la richiesta della Costituzione.
La giornata del 7 febbraio 1848
Il giorno 7 febbraio 1848 si riunì nella reggia la solenne
conferenza, che avrebbe dovuto decisero la concessione o meno della
Costituzione. Vi presero parte tutti i Ministri e altri dieci im-
portanti personaggi politici, tra i quali spiccava il vecchio Conte
De La Tour, e il Conte di Pralor-mo, già ambasciatore piemontese a
Vienna. Mancava il Conte de La Margarita. Dopo un breve in-tervento
introduttivo del Sovrano, alle nove del mattino, furono sentiti i
pareri dei convenuti. Il De La Tour, disse che a Torino la
situazione poteva anche essere mantenuta sotto controllo, ma non co-
sì a Genova. Si lamentò che la libertà di stampa stava disgregando
le basi della monarchia. Il mar-chese Raggi fu ancor più esplicito
nello stigmatizzare l'azione profonda dei settari.
Sottolineò "l'obbedienza del popolo a ordini che partono da
un'autorità sconosciuta, sia a Torino come a Ge-nova. Si osserva di
conseguenza che ci si dovrà liberare del giogo del governo occulto."
Anche il Cavaliere di Collegno era del medesimo avviso, riconoscendo
le mene di un governo 'occulto', tut-tavia crede che ormai "non si
può impedire l'inizio di un nuovo ordine di concessioni." Parlò al-
lora il Conte di Pralormo, che era a conoscenza del solenne
giuramento del re. Secondo l'ambasciatore la maggioranza dei sudditi
sabaudi erano attaccati all'antico ordine di cose. Quella
maggioranza tuttavia era tranquilla e inerte, di fronte all'attività
di una piccola e agguerrita mino-ranza. Acconsentiva infine alla
Costituzione, non per convinzione, quanto come male minore, vista
l'impossibilità di scongiurare una rivoluzione: "Dichiara di
consentire all'introduzione del sistema costituzionale, non come
rimedio che creda efficace, ma come il solo mezzo che resta nella
condi-zione disperata in cui si trova il paese." Solo il Marchese
Alfieri, ministro della pubblica istru-zione, e cospiratore del
Ventuno e cognato di Roberto D'Azeglio, giustificò dinanzi al Re
l'opportunità politica di concedere uno Statuto: "La democrazia è un
elemento potente dei nostri giorni, presso di noi la democrazia, che
ha dei gravi interessi e che si sviluppa di giorno in giorno, ha
bisogno di manifestarsi." La riunione era ancora in corso, quando,
alle quattro e mezza, giun-se, come da copione, la delegazione
comunale per chiedere la Costituzione. Carlo Alberto rimase molto
sorpreso da quella mossa che non si aspettava. Tuttavia,
dissimulando il suo sconcerto, accol-se benevolmente i delegati,
solo chiedendo che sciogliessero l'assembramento che schiamazzava
sotto le sue finestre. Allora la conferenza si sciolse, per riunirsi
alle nove. Si continuò a discutere sugli articoli della novella
Costituzione fino a notte alta.
La giornata dell'8 febbraio 1848
I settari (Cavour, Brofferio, Durando, Santarosa) intanto, che
attendevano con sempre mag-gior impazienza la nuova tanto attesa,
riunitisi la mattina dell'8 febbraio, deliberarono di attuare
un'ulteriore pressione sulla debole corte. Stabilirono di avvisare i
ministri dei pericoli a cui il paese sarebbe andato incontro "con
mezzane concessioni e tiepidi provvedimenti". Giunse proprio allora
a Torino un dispaccio del Governatore di Genova che dichiarava che
non esservi più altro rimedio, per tener buona la piazza, che
dichiarando lo stato d'assedio o la Costituzione. Questa comunica-
zione fu decisiva. La paura di una sollevazione ebbe il suo effetto.
Verso mezzogiorno il Ministro Guardasigilli annunciava in via
ufficiosa, che tra poco Sua Maestà avrebbe fatto una concessione che
avrebbe reso contento il popolo. Alle quattro circa del pomeriggio
dell'8 febbraio 1848, un re-gio decreto annunciava a Torino e alle
province subalpine che Carlo Alberto aveva deciso di conce-dere uno
Statuto. Qualche giorno fu speso per raffazzonare gli 84 articoli
che lo componevano. Il 4 marzo fu solennemente promulgato e il 24,
il giorno successivo all'entrata in guerra, senza alcuna
dichiarazione, contro l'Austria, proclamato legge fondamentale del
Regno di Sardegna. La Rivoluzione aveva vinto.


Geopolitica:
guerre di religioni e di culture
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Solidarietà, anno V n. 3, giugno 1997
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L’antica dottrina del “divide et impera” riproposta da Huntington
prevede una crociata anglo-americana contro Cina e paesi islamici
A Londra e a Washington, così come in altre capitali occidentali, i cultori della “geopolitica” sono in preda ad una ossessione di fondo: al centro del loro “pensiero strategico” c’è l’urgenza di mobilitare il “mondo occidentale” contro quelle nazioni che si stanno impegnando alla realizzazione del Ponte di Sviluppo Eurasiatico. Si tratta delle nazioni che compongono quella regione che il fondatore della geopolitica inglese, sir Halford Mackinder, chiamò, tra fine ottocento e inizio novencento, “il cuore territoriale eurasiatico”. Diceva che chi controlla questa regione controlla il mondo. Oggi, alla fine degli anni Novanta, gli eredi della geopolitica di Mackinder ritengono che la Russia, che prima dominava la regione, sia di fatto “neutralizzata” dalle difficoltà gravissime che attraversa e che occorra quindi passare a contenere e combattere la Cina, l’Iran, l’India, la Turchia di Erbakan e gli altri paesi per stabilire il controllo delle élite geopolitiche su questa immensa regione in cui sono stanziati tre quarti della popolazione mondiale.
La teorizzazione più nota di questa ossessione è quella del professore di Harward Samuel Huntington, pubblicata nel 1993 come tesi dello “scontro delle civiltà” su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations.
Uno che si fa avanti a parlare di fantomatici “stati confuciano-islamici” normalmente dovrebbe essere preso per pazzo. Invece, siccome fa comodo, la sua teoria bislacca ha finito per suscitare un gran dibattito, tanto che intellettuali rispettabili del terzo mondo si sono sentiti in dovere di reagire all’ingiuria, di fronte alla calda accoglienza che i media hanno riservato a quei deliri, in particolare nel periodo successivo alla guerra di Bush e della Thatcher in Irak. Dopo la pubblicazione della sua tesi su Foreign Affairs Huntington continua a visitare le capitali di innumerevoli paesi per propagandare le sue teorie. è diventato un segno dei tempi: non c’è conferenza su temi strategici in cui in una forma o nell’altra non si finisca per dover discutere di Huntington.
Visto il successo, l’autore ha deciso di allargarsi. Nel 1996 ha riproposto la sua tesi non più in un articolo ma in un libro intitolato «The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order», lo scontro delle civiltà e la ridefinizione dell’ordine mondiale (Simon and Schuster, New York, 1996).
Lo scopo è sempre quello: insistere che qualcuno è il tuo nemico giurato fino a quando non si riesce a venire alle mani. A parte il tedio dell’erudizione accademica, le quasi quattrocento pagine del libro riservano al lettore tutti gli stimoli di un vecchio disco incantato.
Dalla Harvard di Kissinger
al NSC di Brzezinski
Prima di analizzare il succo della teoria di Huntington è necessario inquadrare chi e come mette in giro cose del genere.
Lo “scontro delle civiltà”, prima di essere un articolo o un libro, è un progetto che si colloca ben al di sopra di Huntington. è un vero e proprio “piano di guerra” messo a punto da un raggruppamento di potere tra le due sponde dell’Atlantico che fa capo all’Inghilterra. La sovraccoperta del libro mette in evidenza gli elogi di due esponenti di questo mondo: Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski. Il primo promuove gli schemi geopolitici sin dalla sua tesi di laurea ad Harvard, «A World Restored» in cui elogiava la diplomazia dell’“equilibrio delle forze” che fu instaurata al Congresso di Vienna del 1815 dal ministro degli Esteri britannico lord Castlereagh e dal Cancelliere austriaco principe di Metternich. Dopo la laurea, negli anni Cinquanta, Kissinger si dedicò a costruire quella rete harvardiana nelle varie amministrazioni democratiche e repubblicane di cui oggi Huntington è una delle figure di primo piano. Huntington è stato addestrato a ripetere quello che diceva Kissinger. Un esempio è il suo articolo apparso sul numero di Survival di gennaio-febbraio 1991, quando Bush e la Thatcher scatenarono la guerra del Golfo. Su quella rivista del britannico International Institute for Strategic Studies (IISS) Huntington scriveva che la politica americana nei confronti dell’Eurasia deve avere come premessa le teorie geopolitiche di Mackinder e adottare lo stesso approccio seguito da lord Castlereagh al Congresso di Vienna del 1815.
Brzezinski, invece, quando nel 1976 divenne Consigliere di Sicurezza Nazionale sotto Jimmy Carter, sviluppò una sua teoria geopolitica chiamata “l’Arco di Crisi”. Calcolava che tutta l’ampia regione lungo il fianco meridionale dell’Unione Sovietica sarebbe stata percorsa da instabilità sempre più destabilizzanti (a causa del “fondamentalismo islamico” oppure di conflitti tribali e razziali), e che questo doveva essere geopoliticamente sfruttato come un’arma contro l’impero sovietico. Nel National Security Council diretto da Brzezinski l’incarico di direttore della pianificazione della sicurezza era affidato ad Huntington. Brzezinski e Huntington erano giunti nell’amministrazione Carter passando per la Commissione Trilaterale, un’organizzazione fondata e finanziata da David Rockefeller nel 1974. Nel 1975 Huntington aveva realizzato per la Trilaterale lo studio «The Crisis of Democracy» in cui sosteneva che il matenimento delle democrazie rappresentative e delle istituzioni che hanno una base popolare non è più affatto facile e garantito in un’epoca in cui l’imposizione di misure di austerità “richiede” regimi post-democratici e non-democratici.
La teoria dell’Arco di Crisi di Brzezinski proveniva in realtà dall’opera di Bernard Lewis, professore di Princeton, nel New Jersey, che si è specializzato presso l’Arab Bureau inglese di Oxford, uno dei vivai più esclusivi della geopolitica inglese. Anche Huntington ammette di essere in debito con Lewis, quando riconosce che il termine “scontro di civiltà” lo ha ripreso da un articolo pubblicato dal professore di Princeton sul numero del settembre 1990 di Atlantic Monthly. In quell’articolo Lewis spiegava come la “rabbia musulmana” stava portando “niente meno che ad uno scontro di civiltà – reazione forse irrazionale, ma certamente storica, di un antico rivale contro l’eredità giudeo-cristiana”.
Alle fondamenta
di “Project democracy”
Nell’autunno del 1996 Brzezinski ha preso parte alla costituzione del nuovo Central Asia Institute presso la School of Advanced International Studies della John Hopkins University. I soldi per il nuovo istituto provenivano dalla Smith Richardson Foundation, nella cui direzione figura Brzezinski, e la stessa fondazione ha finanziato Huntington per la realizzazione del suo libro, come ammette egli stesso nell’introduzione. Altri soldi Huntington li ha ottenuti dalla Fondazione John M. Olin nella quale egli dirige l’istituto di studi strategici ad Harward. La sua teoria sullo “scontro delle civiltà”, dice, è scaturita da un progetto intitolato “Gli interessi nazionali americani rispetto ai cambiamenti riguardanti la sicurezza” che realizzò presso l’Olin Institute for Strategic Studies all’inizio degli anni Novanta, “che fu possibile grazie alla Fondazone Smith Richardson”.
Le due fondazioni in questione sono le principali finanziatrici di progetti per la promozione del neo-liberismo economico e al tempo stesso dello “scontro geopolitico” con i paesi in via di sviluppo. Negli anni Ottanta furono le principali finanziatrici “private” del programma “Project Democracy”, coordinato dall’allora vice presidente George Bush, con il quale quest’ultimo costituì la sua rete privata e semi privata di trafficanti di armi e di droga – una parte di questa rete rimase allora coinvolta nello scandalo Iran-Contras. Lo Smith Richardson ha tra l’altro finanziato, nel 1989, uno squallido libro diffamatorio contro Lyndon LaRouche scritto da Dennis King, rudere della sinistra maoista sessantottina.
Per completare il quadro si tenga presente che Brzezinski è stato uno dei primi promotori della carriera di Madeleine Albright, attuale segretario di Stato USA, prima alla Columbia University poi, nel 1978, portandola con sé, insieme ad Huntington, nel Consiglio di Sicurezza Nazionale di Carter per affidarle l’incarico di collegamento con il Congresso USA.
Sebbene quest’eredità non definisca necessariamente ogni passo della Albright, resta il fatto che quando ha voluto a tutti i costi le sanzioni contro il Sudan, si è rivelata un’entusiasta promotrice della “crociata” della baronessa inglese Caroline Cox, vice presidente della Camera dei Lord, contro il Sudan. Come Solidarietà ha documentato nel numero dello scorso aprile, la Cox si distingue per lo zelo con cui propaganda, anche alla Camera dei Lord, la tesi di Huntington. La sua organizzazione, Christian Solidarity International ha distribuito tra il 1993 ed il 1994 centinaia di copie dell’articolo di Huntington facendone praticamente il vessillo della propria crociata contro il Sudan, l’Egitto, l’Iran, l’India e altre nazioni.
Gli assiomi
Quando si va a stringere, nel libro di Huntington si trovano due argomenti semplicistici di fondo, presentati come verità autoevidenti, assiomatiche, che si possono così riassumere: 1) il mondo è un’accozzaglia di tribù, 2) quelli della mia tribù sono gli amici e tutti gli altri sono i nemici.
Leggiamo: “La divisione dell’umanità lungo le linee della guerra fredda è finita. Resta ora la divisione più fondamentale lungo le linee etniche, religiose e di civiltà che producono nuovi conflitti”. Lo stesso punto è ribadito poi in maniera ancora più cruda: “Le civiltà sono le forme tribali ultime e lo scontro tra le civiltà è il conflitto tribale su scala globale... I rapporti tra gruppi di civiltà diverse... non saranno quasi mai stretti, ma piuttosto freddi e spesso ostili”. è il vecchio adagio di mettere tutti contro tutti che gli inglesi hanno ereditato dalla sottile diplomazia veneziana. Già nella seconda pagina Huntington ammette questo debito nei confronti della Serenissima quando cita dal libro «Dead Lagoon» di Michael Dibdin. Fa parlare un “demagogo nazionalista veneziano” che dice: “Non ci possono essere veri amici senza veri nemici. Se non odiamo ciò che non siamo non possiamo amare ciò che siamo. Sono verità antiche che dolorosamente riscopriamo dopo un secolo e più di sentimentali eufemismi. Chi le nega nega la propria famiglia, la propria eredità, la propria cultura, i propri diritti di nascita, negando perfino sé stessi. Esse non possono essere dimenticate tanto facilmente”.
Gli argomenti centrali di Huntington sono altrimenti quelli di Thomas Hobbes, il filosofo inglese di scuola veneziana del XVII secolo. Fa propria una “teoria della distintività”, elaborata dalla moderna sociologia sperimentale, secondo la quale “la gente definisce se stessa da ciò che la rende differente dagli altri in un dato contesto... La gente definisce la propria identità in rapporto a ciò che essa non è. Mentre l’aumento delle comunicazioni, del commercio e dei viaggi moltiplicano le interazioni tra le civiltà, la gente accorda un significato sempre maggiore alla civiltà su cui fonda la propria identità”.
Altrove spiega di ispirarsi alla “teoria britannica sulle relazioni internazionali”, mentre per la nozione generale di “storia delle civiltà” Huntington fa continuo riferimento ad Arnold Toynbee, uno dei principali guru del pensiero strategico britannico che per diversi decenni ha diretto il Royal Institute for International Affairs.
I nemici: la crescita economica e demografica
Date queste premesse assiomatiche si fa subito a concludere che le guerre siano inevitabili. “Nel mondo che emerge, tra gli stati ed i gruppi di civiltà diverse non vi saranno rapporti stretti ma piuttosto antagonistici. Ed inoltre alcune relazioni tra le civiltà sono più predisposte di altre alla conflittualità. A livello di microscala, la spaccatura più violenta è quella che separa l’Islam dai suoi vicini Ortodossi, Hindu, Africani e Cristiani occidentali. A livello di macroscala, la divisione dominante è tra “l’occidente e tutto il resto”, dove i conflitti più intensi si verificano tra società musulmane e quelle asiatiche da una parte e l’Occidente dall’altra. I pericolosi scontri del futuro deriveranno probabilmente dall’interagire di arroganza occidentale, intolleranza islamica e invadenza cinese.”
Pertanto, dice, noi occidentali siamo in una inevitabile rotta di collisione con i musulmani che sono intolleranti e con i cinesi che sono invadenti. Perché mai? Perché gli asiatici ci minacciano con la loro “crescita economica” mentre i musulmani con i loro “tassi elevati di crescita demografica”.
“L’invadenza asiatica – scrive Huntington – affonda le radici nella crescita economica. L’invadenza musulmana deriva in massima parte dalla mobilità sociale e dalla crescita demografica. Ciascuna di queste sfide ha e continuerà ad avere nel XXI secolo un effetto altamente destabilizzante sulla politica globale. ...Lo sviluppo economico della Cina e delle altre società asiatiche fornisce a quei governi gli incentivi e le risorse per diventare più esigenti nei rapporti con gli altri paesi. La crescita demografica nei paesi musulmani, specialmente l’espansione della fascia d’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, fornisce nuove leve per il fondamentalismo, il terrorismo, l’insurrezione e i moti migratori... All’inizio del XXI secolo si assisterà probabilmente al risorgere di culture e forze non occidentali e allo scontro di popolazioni di civiltà non occidentali con l’occidente e tra di loro”.
La “minaccia islamica” è descritta in questi termini: “Le popolazioni più numerose hanno bisogno di più risorse, pertanto le popolazioni di società dense o che crescono rapidamente tendono a spingere verso l’esterno, ad occupare territori, ad esercitare pressioni sulle popolazioni demograficamente meno dinamiche. La crescita della popolazione islamica è pertanto un fattore che contribuisce notevolmente ai conflitti lungo i confini del mondo islamico, tra i Musulmani e le altre popolazioni”.
“Una marcia in Piazza Tienanmen”
Huntington paragona quindi la Cina alla “Germania guglielmina”, nel periodo tra il 1872 e la prima guerra mondiale. Scrive: “Se continua, l’emergere della Cina e la crescente invadenza di questo ‘giocatore più grosso nella storia dell’uomo’ comporterà uno stress tremendo per la stabilità internazionale all’inizio del XXI secolo. L’emergere della Cina come potenza dominante nell’Asia dell’Est e del Sud sarebbe contrario agli interessi americani come essi sono storicamente determinati”.
Non dice cosa vorrebbe dare ad intendere per “storicamente determinati” – dato che nella realtà la Repubblica Americana fu fondata su quei principi cristiani e rinascimentali che Huntington è votato a cancellare dalla faccia della terra con la sua demagogia guerrafondaia. Ma questo gli guasterebbe le pagine più eccitanti, che fanno seguito a questa domanda: “Dati questi interessi americani, come potrebbe svilupparsi una guerra tra Stati Uniti e Cina?” Risponde lasciandosi andare finalmente alla piromania geopolitica: la Cina entra in guerra col Vietnam, poi scende al suo fianco il Giappone, che insieme combattono contro gli Stati Uniti. Intanto – nemmeno ce ne siamo accorti – l’India ha già iniziato le sue ostilità contro il Pakistan, gli Arabi naturalmente si scontrano con gli Israeliani, cosa a cui fa seguito lo scontro tra Russia e Cina. Si entra quindi nel vivo: i missili nucleari raggiungono la Bosnia e l’Algeria, e anche Marsiglia, dando vita a complicati scenari di guerra sul teatro dei Balcani e dell’Egeo. Stati Uniti, Europa, Russia ed India si ritrovano “in uno scontro davvero globale contro la Cina, il Giappone e gran parte dell’Islam” e il lieto fine del delirio è quello di “una probabile marcia dei russi e delle forze occidentali sulla Piazza Tienanmen”.
Come questo sviluppo di avvenimenti possa rientrare negli “Interessi Americani” è fuori dalla portata dei comuni mortali mentalmente sani. La polemica contro i tentativi dell’amministrazione Clinton di stabilire buoni rapporti con i paesi lungo la Via della Seta è tutt’altro che moderata. Aggredisce la tendenza politica statunitense che cerca “di sviluppare rapporti stretti con gli stati primari delle altre civiltà, nella forma di un ‘impegno costruttivo’ con la Cina, di fronte ai naturali conflitti d’interesse” tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero, secondo Huntington, imporre alla Cina ed agli altri paesi un apartheid tecnologico, fare in modo da “limitare lo sviluppo delle capacità militari convenzionali e non convenzionali dei paesi islamici e sinici” e “mantenere la superiorità tecnologica e militare dell’occidente sulle altre civiltà”.
In una intervista del 28 gennaio al quotidiano tedesco Hamburger Abendblatt Huntington ha fatto appello all’Europa affinché si unisca agli Stati Uniti in un fronte comune contro la Cina.
Occidente o Impero britannico?
Se la civiltà cinese e quella islamica sono presentate da Huntington in maniera così becera, quando passa a parlare del nostro “Occidente” sconfina nel ridicolo. La civiltà occidentale di cui si propone paladino, è in realtà la cosa che odia maggiormente. è nata nel XV secolo, nel Rinascimento, sulla base di principi che le hanno permesso di catalizzare il più alto tasso di sviluppo demografico, scientifico e culturale che, con tanti alti e bassi, si è rapidamente diffuso in tutto il mondo nel corso di cinque secoli.
Lui invece, con “Occidente” intende il sistema imperiale britannico e l’Illuminismo del XVIII secolo. Per lui il termine “imperialismo occidentale” è perfettamente interscambiabile con “Civiltà Euro-Americana” e “Cristianesimo occidentale”. Solo così il termine acquista un senso nella logica dello “scontro delle civiltà”, in quanto “l’Occidente” diventa la perfetta immagine del nemico per le “civiltà non occidentali”. Per dimostrare quella che chiama “espansione europea” e “assalto dell’occidente”, scrive che: “Nel 1800 l’Impero Britannico comprendeva 4 milioni di chilometri quadrati e 20 milioni di persone. Nel 1900 l’impero vittoriano su cui non tramontava mai il sole comprendeva territori per 29 milioni di chilometri quadrati e 390 milioni di persone”.
Infine perde ogni ritegno quando tesse gli elogi della “democrazia parlamentare inglese” fino ad affermare che la democrazia e le istituzioni rappresentative sarebbero nate dalla forza dell’artistrocrazia feudale. E questo avrebbe anche il suo corollario: “il Giappone e l’India hanno un sistema di classe che è analogo a quello occidentale (e forse di conseguenza sono le uniche grandi società non occidentali in cui un governo democratico può durare a lungo)”!
Come Lyndon LaRouche ha spiegato in numerose occasioni, “l’occidente” in realtà è caratterizzato da una coesistenza tutt’altro che pacifica tra due forze opposte e contrarie. Da una parte c’è la tradizione del Rinascimento, che risale al XV secolo, e dall’altra c’è la tradizione di un’oligarchia, sia fondiaria che mercantile, che nei secoli ha avuto la Repubblica di Venezia come principale centro di controllo, e che ha dato vita all’Illumunismo britannico del XVIII secolo, al quale si ricollega grossa parte della cultura moderna. La tradizione rinascimentale è quella secondo cui l’uomo è fatto ad immagine di Dio ed è pertanto capace di contribuire creativamente all’opera del suo Creatore. Per questa tradizione, lo scontro delle culture fomentato da Samuel Huntington è tutt’altro che inevitabile come felicemente dimostrato cinque secoli or sono dal Cardinale Niccolò Cusano nel dialogo «De Pace Fidei». In quello scritto filosofico il grande pensatore del Rinascimento espone i termini di come tutte le culture possano riconciliarsi tra loro nella misura in cui condividono la concezione più elevata dell’uomo, perché tale concezione è il tratto più caratteristico di ogni individuo a prescindere da razze e culture. La tradizione oligarchica, oggi espressa dalla cultura britannica e illuministica, poggia sul presupposto che l’uomo sia un animale, o che comunque non vi sia una distinzione qualitativa di fondo, assoluta, tra l’uomo e la bestia.
Nelle varie civiltà non-occidentali menzionate da Huntington questo scontro tra le due concezioni diverse dell’uomo è comunque presente, sia storicamente che oggi. Questo è il vero “scontro” che caratterizza il presente e non lo scenario hobbesiano costruito da Huntington nel suo libro. Per uscire dalla crisi mortale dove l’hanno trascinato i padroni di Huntington, oggi l’occidente deve rivolgersi soprattutto alla Cina ed ai paesi islamici per cementare nuove e concrete capacità di sviluppo comune.


Indice dell'articolo Indice della Rivista 1
N° 1 Gennaio - Aprile 1995 Saggi e articoli
Carlo JEAN - Geopolitica, geostrategia e geoeconomia nel mondo post-bipolare
LA RIVOLUZIONE DEL 1989
2. L'INTERDIPENDENZA ECONOMICA MONDIALE
3. INTEGRAZIONE E BALCANIZZAZIONE
4. REGIONALISMI E LOCALISMI
5. LA COMPARSA E IL SIGNIFICATO DI GEOECONOMIA
6. LOGICHE, STRATEGIE E STRUMENTI DELLA GEOECONOMIA
7. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE: L'IMPORTANZA DELL'INTELLIGENCE ECONOMICO-FINANZIARIA
1. LA RIVOLUZIONE DEL 1989
L'esistenza dei due blocchi contrapposti, gli equilibri basati su una stabile dissuasione nucleare e l'interesse comune di Washington e di Mosca di evitare ogni confronto troppo diretto, per il timore di una distruzione reciproca, avevano garantito al mondo quarant'anni di relativa pace. La guerra era divenuta limitata ed era stata respinta alla periferia del mondo industrializzato. Il sistema internazionale era stabile, razionale ed era fondato su regole certe. Negli equilibri internazionali dominava la dimensione militare. Ciascuna superpotenza manteneva l'ordine all'interno del proprio blocco. La competizione economica nell'Occidente era contenuta dal fatto che la sicurezza europea e quella giapponese dipendevano dalla garanzia americana. Il "gioco" strategico fra Stati Uniti e Unione Sovietica era "a somma zero": il guadagno dell'uno significava una perdita per l'altro. Pertanto ogni superpotenza interveniva sistematicamente per reagire ad un'iniziativa dell'altra. Però iniziative e reazioni erano sempre limitate per evitare il rischio di una "escalation" nucleare.
Questa specie di "balletto strategico" fra Mosca e Washington garantiva in modo omeostatico gli equilibri mondiali. Il sistema bipolare quindi era globale, prevedibile e stabile.
Con il crollo dell'impero interno e di quello esterno sovietico il mondo è completamente cambiato. È rimasta solo una superpotenza: gli Stati Uniti. Essi sono però riluttanti a svolgere la funzione di "gendarmi del mondo". Di conseguenza il crollo del mondo bipolare non ha significato ordine e pace, ma disordini, confusioni e conflitti. La guerra che sembrava essere stata allontanata per sempre dall'Europa è tornata ad essere presente nel nostro continente. Il Terzo Mondo è in completo subbuglio. Non conta più nel confronto politico-strategico mondiale. Non può più ricattare l'Occidente e riceverne gli aiuti minacciando di cedere basi militari all'Unione Sovietica. Di fronte al fallimento della decolonizzazione, della democratizzazione e dello sviluppo, le classi dirigenti di molti paesi del Terzo Mondo chiedono di essere poste sotto tutela o mandato internazionale. In altre parole chiedono di essere ricolonizzate. Il "dovere-diritto di ingerenza umanitaria" cerca di dare una risposta a tale esigenza. Ma esistono grossi limiti. L'Occidente non cerca più di conquistare colonie. Anzi le rifiuta. Costano troppo e non possono più rendere. La ricchezza non ha più dimensioni orizzontali come nel passato. Ha assunto le dimensioni verticali della produttività, della conoscenza, del "know-how" tecnologico. Occupare una regione significa doverne mantenere la popolazione e garantire con costi elevatissimi il controllo del territorio.
Le organizzazioni internazionali, in particolare l'ONU, hanno mostrato chiaramente i loro limiti, in Somalia, Bosnia, Ruanda e così via. La conflittualità etnica e nazionale sta scoppiando un po' ovunque. Il numero di conflitti si è moltiplicato. Il principio di autodeterminazione dei popoli sta prevalendo su quello dell'inviolabilità dei confini degli Stati, che aveva costituito una delle basi dell'ordine di Yalta. Il mondo si sta frammentando. Il numero degli Stati sta aumentando. La conservazione di un certo livello di ordine è sempre più difficile.
Si sta intravvedendo l'emergere di un nuovo sistema mondiale. Esso sarà multipolare, con poli regionali integrati raggruppati attorno a potenze leader: gli Stati Uniti, la Germania, la Russia, il Giappone, la Cina e forse l'India. Nell'ambito di ciascun polo è viva la competizione fra i vari Stati per avere una posizione migliore. Basti pensare all'Europa del "nucleo duro" o dei "centri concentrici" o "a velocità o geometria variabili". Ma la competizione maggiore sarà fra i poli e si svolgerà in Stati posti sui confini fra i poli, come la Turchia, ponte fra l'Europa, il Medio Oriente e il sistema caucasico-centrasiatico. La competizione, per ora economica, potrebbe estendersi al campo politico-strategico.
Il mondo è poi divenuto sempre più piccolo. Le reti di comunicazione hanno circondato la terra e annullato le distanze. L'informazione è globale. Il costo delle telecomunicazioni e dei trasporti si è notevolmente ridotto. L'economia si è integrata. La moneta da strumento di scambio si è trasformata in merce. Sulle "autostrade dell'informazione" si svolge un commercio di dimensioni quasi dieci volte superiore all'interscambio di prodotti materiali. Il progresso tecnologico si è accelerato. Il futuro sta divenendo imprevedibile, con un ritmo di evoluzione enormemente superiore a quello passato.
La previsione è divenuta difficilissima. È sostituita dall'"intelligence". Al piano a lungo termine è subentrata la pianificazione strategica, intesa come processo continuo, da adeguare in tempo pressoché reale agli incessanti mutamenti di situazione. Dalla flessibilità organizzativa, cioè di adeguamento, dipende la capacità di rimanere in gioco. In caso contrario, si verrebbe rapidamente spiazzati e emarginati nella nuova divisione internazionale del lavoro. Nulla garantisce più la ricchezza degli Stati. La competizione economica sta divenendo feroce. Non riguarda più solo i mercati, ma anche gli assetti proprietari delle imprese. Si stanno verificando massicce "manovre di portafoglio", che consentono a gruppi finanziari e anche a organismi pubblici stranieri di assumere il controllo di settori rilevanti dell'economia di altri Stati, distruggendo la concorrenza con acquisizioni ostili.
La sicurezza non è più un concetto prevalentemente militare, come nel mondo bipolare. È divenuta multidimensionale e multifunzionale. Si è trasformata in globale. L'interferenza e parziale fungibilità fra i vari settori hanno notevolmente complicato i problemi. L'interpretazione dei dati e delle notizie è divenuta molto più difficile. La conoscenza si è diffusa. È molto più ampia di quella del passato. La comprensione diventa sempre più difficile, anche per il rapido ritmo di evoluzione della situazione. I responsabili dell'intelligence e delle decisioni si confrontano con una vera e propria sfida.
2. L'INTERDIPENDENZA ECONOMICA MONDIALE
Con la fine del mondo bipolare, l'unificazione della Germania, l'enorme crescita economica del Sud-Est asiatico e il rapido progresso tecnologico tuttora in atto soprattutto nei settori dell'informazione, delle telecomunicazioni e dei trasporti, la competizione fra gli Stati si è spostata dal campo strategico a quello economico.
Il mondo è divenuto più globale e più interdipendente. Occorre approfondire appieno il significato della globalizzazione e dell'interdipendenza, per comprendere le strutture e i meccanismi che caratterizzano il nuovo contesto internazionale. Globalizzazione e interdipendenza non significano che sia emerso il cosiddetto "villaggio globale" di McLuhan o che si stiano realizzando scenari del tipo di quelli previsti da Francis Fukuyama con la sua "Fine della storia", in senso hegeliano del termine beninteso, derivata dalla vittoria "finale" della democrazia e del libero mercato.
La globalizzazione è derivata dal fatto che le frontiere territoriali degli Stati - che con il potere aerospaziale e con i missili avevano perso gran parte della loro rilevanza strategica - hanno perso anche gran parte del loro significato economico, che la ricchezza si è deterritorializzata e dematerializzata, che le regole sulla liberalizzazione del commercio mondiale e la riduzione delle barriere tariffarie e dei vincoli al movimento dei capitali hanno sottratto agli Stati nazionali territoriali gran parte dei loro precedenti poteri di controllo sull'economia, cioè parte della loro sovranità in campo economico.
L'interdipendenza si è accresciuta non solo per l'aumento del commercio mondiale e per l'esistenza di poderose forze transnazionali ed istituzioni multilaterali, ma anche per la maggior facilità con cui, rispetto al passato, le aziende delocalizzano le loro attività nelle zone che offrono loro migliori condizioni.
Il protezionismo, per non parlare dell'autarchia, non hanno più significato. La caduta delle barriere tariffarie e territoriali interagisce con un altro fenomeno: il superamento della "teoria del ciclo-prodotto". Nel passato, i paesi industrializzati erano garantiti del loro monopolio delle produzioni tecnologicamente più avanzate (e a più alto valore aggiunto, base di salari e benessere più elevato). Solo quando le tecnologie divenivano mature, al limite dell'obsolescenza, venivano trasferite ai paesi meno industrializzati che, quindi, non avevano possibilità di competere con i primi.
La "rivoluzione" dell'informazione fa sì, invece, che ora i paesi di nuova industrializzazione (NIC) possano sviluppare prodotti di elevatissimo livello e quindi competitivi qualitativamente con quelli dei paesi più avanzati. Però i paesi NIC, dati i loro costi del lavoro e vincoli socio-ecologici (ad esempio in termini di inquinamento, di sicurezza del lavoro ecc.) estremamente inferiori, stanno erodendo la posizione dei paesi più avanzati, mettendone a rischio il benessere. L'aumento della ricchezza mondiale che consegue allo sviluppo dei paesi NIC e le positive ricadute che ciò ha anche sull'economia dei paesi più industrializzati attenuano, ma non eliminano completamente, tale rischio.
Si sta comunque delineando una nuova divisione internazionale del lavoro, con un processo molto serrato e rapido che impedisce aggiustamenti strutturali progressivi. In tale processo verranno penalizzati i paesi che non saranno capaci di adottare strategie efficaci.
Di un ultimo fenomeno occorre tener conto. Il "ciclo" dei paesi emergenti, che nel passato dipendeva da quello dei paesi più avanzati, è divenuto ora indipendente. Si è determinata una maggiore autonomia nella dinamica della loro crescita. Ciò ne rende più pericolosa la competizione, soprattutto per quanto riguarda l'attrazione di capitali, che può spiazzare i paesi avanzati nelle fasi recessive del ciclo con effetti dannosi sia diretti sia indiretti per l'aumento dei tassi che può frenare la loro successiva ripresa.
3. INTEGRAZIONE E BALCANIZZAZIONE
La globalizzazione del mondo è contrastata da due fenomeni, che hanno sia cause sia impatti economici di rilievo.
Il primo è rappresentato dalla tendenza alla costituzione di aggregati integrati o blocchi regionali, sia nel senso dei paralleli, tra paesi aventi lo stesso livello di sviluppo (Unione Europea, ASEAN, ecc.), sia nel senso dei meridiani (come nel caso del NAFTA), in cui una regione ricca si associa ad una in via di sviluppo.
Per inciso, questo secondo caso è quello preferito dalle scuole geopolitiche tradizionali delle "panregioni" e, più recentemente, è stato indicato come preferibile anche da Krugman, nella sua polemica con taluni economisti americani che definisce "neo-mercantilisti" e che costituiscono il gruppo dei sostenitori della "competitiveness" stimolata dall'intervento pubblico. Essi ritengono fondamentale accrescere la competitività dell'economia statunitense, per evitare la crisi sociale conseguente alla diminuzione dei salari reali dovuta in gran parte alla concorrenza esercitata dalla manodopera sottopagata dei paesi di nuova industrializzazione (ma che altri, come lo stesso Krugman, attribuiscono alla politica economica adottata dalle Amministrazioni Reagan per il riassorbimento della disoccupazione negli Stati Uniti).
Il secondo è rappresentato dalla tendenza alla frammentazione, al regionalismo e al localismo, in altre parole alla "balcanizzazione", che investe non solo gli Stati multietnici o multinazionali, come l'ex Jugoslavia, l'ex URSS, e in altri contesti l'ex Cecoslovacchia e il Belgio, ma anche gli Stati nazionali più omogenei dell'Europa Occidentale. È una vera e propria "rivolta dei ricchi", che gli Stati sono ben poco attrezzati a fronteggiare, a differenza di quanto avveniva con la "rivolta dei poveri". Infatti, le loro strutture e riferimenti anche simbolici derivano appunto dalla rivoluzione borghese, base dello Stato nazionale moderno in Europa.
La scomparsa delle barriere protezionistiche alle frontiere, la diminuzione delle commesse pubbliche, la globalizzazione dei mercati e la presenza di forze sovranazionali e transnazionali hanno ridotto l'importanza degli Stati per le regioni ricche. Invece, le regioni e gli strati sociali più poveri sono quelli che li sostengono maggiormente, per poter fruire i benefici della solidarietà nazionale, cioè della ridistribuzione della ricchezza attuabile proprio dagli Stati.
La tendenza alla costituzione di aggregati regionali ha conosciuto un notevole impulso dopo la guerra fredda, non solo in Europa, ma anche negli altri continenti (NAFTA, APEC ecc.). Nonostante le regole multilaterali del GATT, tali poli regionali tendono a trasformarsi in blocchi economici contrapposti, in competizione fra di loro, sia perché si percepiscono reciprocamente come una minaccia, sia perché si sentono minacciati dalla concorrenza delle aree periferiche, a minor costo della manodopera. Sotto il profilo geopolitico è interessante notare - come già rilevato - che la tendenza all'integrazione interessi non solo le dimensioni Est-Ovest, ma anche quelle Nord-Sud, come è avvenuto in particolare per il NAFTA. Ciascun polo avanzato tende a espandersi per inglobare una "riserva" di manodopera a basso costo, a cui trasferire le produzioni a più alta intensità di lavoro, in modo da accrescere la propria competitività globale ed espandere progressivamente i propri mercati.
Anche l'Europa non fa eccezione. Il vero Sud dell'Europa è rappresentato dall'Europa Centro-Orientale e dall'ex Unione Sovietica, per le quali infatti l'Unione Europea ha previsto un'apposita banca di sviluppo, indipendentemente sia dalla World Bank che dall'International Monetary Fund. Per inciso, una simile banca ad orientamento regionale è in costituzione anche per i Paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente, ma per iniziativa non tanto europea, quanto americana, a seguito degli esiti della Conferenza di Casablanca sulla cooperazione economica conseguente al processo di pace mediorientale.
L'interesse economico si accoppia a quello politico-strategico. Solo l'integrazione economica consente di trasformare in opportunità il pericolo sia dei bassi salari, e quindi dello spiazzamento delle proprie imprese, sia di massicce immigrazioni.
L'Europa si trova in una condizione difficile: calo demografico, invecchiamento della popolazione e quindi aumento degli oneri sociali; debolezza relativa della base tecnologica e quindi predominio di produzioni a medio valore aggiunto; salari elevati, oneri molto forti sia per i residui del Welfare State sia per il pagamento del debito pubblico.
La politica sinora seguita di privilegiare il presente scaricando gli oneri nelle generazioni future, non è più tollerabile. Il "rientro" in una condizione di equilibrio deve però essere realizzato in un contesto molto difficile. La competizione economica all'interno dei singoli poli regionali, quella tra questi tra di loro e quella tra questi ed i Paesi circostanti è condotta con mezzi diversi da quelli del passato: barriere non tariffarie, controlli tecnologici, competizioni per attirare i capitali, offrendo migliori fattori produttivi e migliori contesti (infrastrutture, servizi ecc.) per una loro utilizzazione ottimale.
In sostanza, la più acuta concorrenza internazionale impone agli Stati di accrescere la loro competitività, pur nell'ambito privilegiato del "polo" o "blocco" economico di cui fanno parte. Tale processo si svolge in un contesto e con meccanismi diversi da quelli del passato, per la caduta del potere protettivo delle frontiere statuali e per la modifica delle dimensioni spazio-temporali dell'economia.
Per studiare i comportamenti degli Stati in tali situazioni e per elaborare tecniche, tattiche, strategie e politiche adeguate si è sviluppata la nuova disciplina della geoeconomia. Tale denominazione è stata riferita anche al complesso organico delle attività degli Stati per l'aumento della competitività del proprio sistema-Paese in campo internazionale.
4. REGIONALISMI E LOCALISMI
Ma, come si è già accennato, oltre alla globalizzazione ed ai fenomeni di integrazione macroregionale, sono in atto forze che operano in direzione opposta.
Il regionalismo, i localismi e le rivolte delle regioni ricche contro quelle povere costituiscono una sfida alla stessa sopravvivenza degli Stati nazionali, che peraltro rimangono luogo fondamentale per l'imputazione, anche impositiva, di interessi e politiche, e per l'equilibrio fra libertà e solidarietà. Dalla prima dipende lo sviluppo economico; dalla seconda la coesione sociale.
Lo Stato moderno dell'ottocento e del primo novecento garantiva all'industria una zona economica esclusiva, l'ordine pubblico, la protezione alle frontiere, il sostegno con aiuti diretti e con massicce commesse pubbliche. In cambio (sempre schematicamente e riduttivamente), una parte della ricchezza prodotta dall'industria veniva trasferita alle regioni più povere per il loro sviluppo e ai ceti più deboli per "nazionalizzarli".
Successivamente, dopo il secondo conflitto mondiale, gli Stati nazionali che avevano tendenze mercantiliste ed autarchiche, finalizzate a rafforzarli in vista di conflitti militari, si sono trasformati in "Stati del benessere", in taluni casi anche per resistere all'infiltrazione comunista fra le masse. Con la fine della Guerra Fredda - sempre molto schematicamente - tali motivazioni strategiche sono cadute e, nel contempo, è scoppiata la competizione economica internazionale alla quale si è precedentemente accennato.
La fine del mondo bipolare e delle sue regole e rigidità ha profondamente destrutturato il sistema internazionale non solo con l'emersione di poli regionali, ma anche con indebolimento interno della coesione degli Stati nazionali. Quest'ultimo fenomeno è dovuto, in parte, allo scoppio dei conflitti etnici, ma è influenzato anche dalle nuove strutture dell'economia.
Taluni esperti come il giapponese Kemiki Ohmae, hanno parlato dell'emergere, al posto degli Stati-nazione, di Stati-città o di Stati-regioni, che costituirebbero arcipelaghi di ricchezza in un oceano se non di povertà, quanto meno marginalizzato rispetto ai centri decisionali. È uno scenario di balcanizzazione economica, che sta originando strutture politico-economiche simili a quelle esistenti nel Medioevo, con "sacri romani imperi" (del tipo GATT), che esercitano un'azione generale di coordinamento per evitare l'anarchia totale del sistema, ma con centri locali di potere e di decisione.
Tale scenario creerebbe un'organizzazione "centro-periferia", particolarmente dannosa per l'Italia in relazione alla sua struttura economica e alle sue differenziazioni territoriali.
La parte meridionale del territorio nazionale verrebbe inevitabilmente separata dal nocciolo duro dell'Europa e relegata ad un ruolo di giardino turistico o peggio ancora di zona cuscinetto in confronto alle "minacce" del Sud. Le regioni del Nord competerebbero per il loro sviluppo con le zone più forti dell'Europa, divenendo di fatto parte della Mitteleuropa ed orientandosi sempre più alla creazione di zone d'influenza e penetrazione economica ad Est.
Solo la capacità degli Stati di sostenere l'espansione della ricchezza può rilegittimarli sostanzialmente di fronte alle regioni e ai ceti più ricchi, giustificando i sacrifici loro imposti in nome della solidarietà nazionale.
In questo senso un ripensamento del ruolo degli Stati nell'attuale situazione costituisce premessa per evitare la disgregazione e la balcanizzazione del sistema internazionale. È quanto si propone di fare la geoeconomia.
5. LA COMPARSA E IL SIGNIFICATO DI GEOECONOMIA
Il termine geoeconomia è stato introdotto alla fine degli anni ottanta da Edward Luttwak per designare la disciplina che studia le politiche e le strategie da adottare per accrescere la competitività degli Stati, che rimangono elementi fondamentali del sistema internazionale nelle nuove condizioni mondiali. La forza militare ha perduto la sua tradizionale funzione di regolatrice della gerarchia degli Stati, quindi di strumento privilegiato della geopolitica. Ha, dopo la fine del mondo bipolare, una funzione solo residuale, mentre il ruolo di parametro regolatore principale dell'ordine internazionale è stato assunto dall'economia.
Per la geoeconomia, lo Stato va concepito come "sistema Paese" in competizione con gli altri sistemi, in un teatro globale che non è anarchico, ma è caratterizzato anche dall'esistenza di regole non solo oggettive, cioè derivate dai meccanismi propri dell'economia, ma anche soggettive o pattizie, derivanti da accordi multilaterali sulla libertà dei traffici e dei commerci, che non si possono violare impunemente, senza cioè provocare la ritorsione o rappresaglia degli altri Stati che operano nel sistema.
La geoeconomia si distingue dall'economia politica perché non considera solo i tradizionali strumenti di quest'ultima (politiche monetarie, fiscali-previdenziali e dei redditi-mercato del lavoro), ma anche altri strumenti che possono essere raggruppati in due categorie.
La prima si potrebbe denominare "colbertismo hi-tech" e mira ad accrescere la competitività interna del sistema Paese con provvedimenti di natura sia strutturale (meccanismi istituzionali e di intelligence per la competizione geoeconomica, servizi, infrastrutture, ricerca scientifica e tecnologica, misure per attirare investimenti utilizzando, ad esempio, incentivazioni fiscali), sia relativa alla capitalizzazione sull'elemento umano, per adeguarlo alle nuove condizioni del mercato, con l'obiettivo di garantire alla propria popolazione impieghi a più alto valore aggiunto e quindi meglio remunerati. Ciò è essenziale per garantire il benessere, che non può essere difeso da protezioni alle frontiere.
La seconda si riferisce alla "guerra" geoeconomica in senso stretto, cioè allo sfruttamento delle "nicchie" di libertà d'azione permesse dalla regolamentazione globale del mercato procedendo ad una violazione sostanziale ancorché non formale (ad esempio con barriere non tariffarie, con sostegno formalmente ancorché non sostanzialmente legittimo alle proprie esportazioni, con il controllo delle tecnologie, con aiuti finalizzati formalmente allo sviluppo ma nella realtà all'espansione e alla protezione della propria economia, con l'utilizzazione impropria dei meccanismi di gestione internazionale degli embarghi strategici antiproliferazione, per determinare vantaggi per le proprie imprese ecc.).
La geoeconomia non si rappresenta in una nuova forma di protezionismo o di mercantismo, se non altro per una differenza fondamentale. Essi consistevano in misure soprattutto difensive, protettive, esercitate alle frontiere degli Stati territoriali. Le nuove condizioni del contesto e soprattutto la porosità delle frontiere economiche non consentono strategie difensive, in particolare non permettono più difese statiche. Obbligano invece all'offensiva.
L'attuale competizione economica mondiale è impregnata da un "culto dell'offensiva", simile a quello che informava le concezioni strategiche europee prima dello scoppio del primo conflitto mondiale.
Evidentemente offensiva e difensiva non possono essere mai separate, ma costituiscono componenti necessarie, almeno concettualmente, di qualsiasi strategia geoeconomica complessiva. La protezione contro acquisizioni ostili - che possono trasformare in dipendenza l'interdipendenza - quella del segreto industriale e della propria base tecnologica contro azioni di spionaggio industriale ed acquisizioni ostili ne costituiscono aspetti.
Ma l'orientamento strategico generale è caratterizzato dall'offensiva, poiché non vi è alternativa fra espansione e recessione.
In tale contesto è mutato completamente, e addirittura si è rovesciato, il significato di guerra economica.
Nel passato, con il mercantilismo o il bullionismo o in tempi più recenti con gli embarghi politici e strategici del tipo di quelli utilizzati dall'occidente nei confronti del blocco sovietico, "l'arma economica" era utilizzata con funzione ausiliaria e di supporto all'azione politica e strategica (anche se quest'ultima a sua volta era spesso utilizzata per finalità economiche, come per la conquista di colonie, di materie prime ecc.).
Ora invece si sta delineando, almeno nella competizione fra gli Stati industrializzati, l'utilizzazione di strumenti politico-strategici (stabilizzazione, destabilizzazione, interventi per la riduzione del rischio politico degli investimenti nella propria area di interesse, ecc.) in modo subordinato, funzionale e anche direttamente strumentale all'implementazione di strategie di tipo geoeconomico.
In tale contesto, stanno avendo luogo modificazioni di rilievo anche nel diritto internazionale, con la comparsa del cosiddetto diritto-dovere di ingerenza per scopi umanitari, che costituisce un'attenuazione della sovranità formale degli Stati prevista dalla Carta delle Nazioni Unite.
L'intero sistema internazionale preposto al mantenimento della pace e della sicurezza nel mondo sembra adattarsi progressivamente alle esigenze della geoeconomia. Lo si è visto in occasione della guerra del Golfo. Emerge sempre più chiaramente negli interventi di stabilizzazione, che sono decisi dagli Stati in funzione dei loro interessi contingenti. Le differenze e le divergenze che si stanno verificando nella ex Jugoslavia fra gli stessi Stati europei possono essere lette anche attraverso una chiave d'interpretazione geoeconomica. L'interesse o meno ad un intervento deriva da una valutazione politica che ingloba anche la presa in considerazione di fattori geoeconomici. Alcuni Stati, come la Germania e soprattutto il Giappone, possono considerarsi Stati geoeconomici, il cui principale strumento di potenza e di azione sulla scena internazionale è rappresentato dall'economia, anziché dalla forza militare.
6. LOGICHE, STRATEGIE E STRUMENTI DELLA GEOECONOMIA
Gli strumenti propri della geoeconomia sono di un duplice ordine, corrispondenti alla duplice natura della geoeconomia che si è prima illustrata: "colbertismo hi-tech" da un lato; operazioni di "guerra geoeconomica" dall'altro.
Il "colbertismo hi-tech" è concettualmente simile a quello che in campo militare si denomina "preparazione della nazione per la guerra", nel duplice significato di approntamento delle Forze Armate e di organizzazione della mobilitazione da attuare in caso di emergenza.
La logica è simile. Si tratta di determinare le condizioni per accrescere la potenza (competitività) del sistema-Paese, in modo che l'intero sistema economico - a struttura decisionale diffusa e i cui attori sono solo marginalmente indirizzabili e tanto meno controllabili dallo Stato - possa trarne vantaggi. Per quanto riguarda i soggetti geoeconomici non controllati e influenzabili solo marginalmente, in particolare le forze transnazionali (imprese multinazionali, finanza, criminalità organizzata, ecc.) gli Stati devono tener conto delle loro logiche e dei loro meccanismi interni, che costituiscono non solo condizionamenti alla loro azione e rischi per qualunque decisione assunta, ma anche opportunità che debbono essere sfruttate a proprio vantaggio.
La logica della competizione geoeconomica dovrebbe favorire il sorgere di "campioni geoeconomici nazionali" e una "internazionalizzazione" delle proprie imprese da un lato coerente con il mantenimento del circuito autoriproduttivo della ricchezza nazionale e dall'altro lato volta ad evitare che gli investimenti stranieri si traducano in dipendenza dall'estero (attualmente esiste per l'Italia uno squilibrio in corso di accrescimento con le privatizzazioni: le imprese italiane vengono acquistate, ma non riescono ad acquistare il controllo di imprese straniere).
La logica della competizione geoeconomica internazionale sembra determinata dalla teoria che postula l'esistenza del "cuore oligopolistico mondiale", per la quale le dimensioni delle banche e delle imprese giocano un ruolo rilevante, se non essenziale. Le dimensioni permettono strategie di lungo periodo, impossibili invece per le imprese di piccole dimensioni.
Gli strumenti per condurre operazioni di guerra geoeconomica sono sia decisionali che informativi.
Nel primo settore acquista particolare rilievo la costituzione, già avvenuta in molti Stati, di organismi interministeriali, che potrebbero essere denominati "consigli nazionali di sicurezza geoeconomica", responsabili almeno indirettamente del coordinamento generale del "colbertismo hi-tech" e, in via diretta, dell'impostazione della condotta di operazioni di guerra geoeconomica, quali quelle relative all'adozione di barriere non tariffarie - di ritorsione o d'iniziativa - alla "policy" da seguire nei negoziati internazionali, ad esempio in tema di controllo delle tecnologie critiche, e così via.
7. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE: L'IMPORTANZA DELL'INTELLIGENCE ECONOMICO-FINANZIARIA
È evidente in tale contesto l'importanza dell'intelligence. Dopo la fine della guerra fredda i servizi di informazione e di sicurezza hanno esteso in modo notevole le proprie competenze nei settori finanziario, economico e tecnologico. Ha influito anche l'impatto crescente della criminalità organizzata, che dispone di enormi risorse finanziarie. La "pulizia" del denaro sporco e gli investimenti massicci effettuati in taluni settori produttivi sono divenuti una vera e propria minaccia, che interessa tutti.
Ma tale incremento d'importanza è connesso in primo luogo con la competizione geoeconomica fra gli Stati, con la globalizzazione dei mercati e della produzione e con il fatto che alla competizione tradizionale per la conquista dei mercati si è aggiunta la internazionalizzazione della proprietà, che modifica in continuazione gli assetti proprietari dei gruppi e la localizzazione delle imprese produttrici. Mentre nel passato l'obiettivo delle imprese era il mercato, ora lo è anche la manovra di portafoglio. Ciò provoca una notevole dinamicità degli assetti proprietari e quindi una potenziale instabilità anche nella divisione del lavoro. Sono possibili acquisizioni ostili, manovre finanziarie destabilizzanti, lo svuotamento con lo spionaggio industriale del patrimonio tecnologico delle imprese nazionali, e così via. In questo senso la geoeconomia ha assunto un ruolo più importante della geostrategia nella nuova geopolitica mondiale. Gli Stati devono attrezzarsi per la competizione geoeconomica come lo erano per quella geostrategica. Tutti gli Stati industrializzati lo stanno facendo. Lo deve fare anche l'Italia.


- Pagina OGM
Il coordinatore scientifico dell’INRAN: «gli OGM, una colossale mistificazione»
Intervista di Salvatore Santangelo – tratto da www.greenplanet.net
Gli OGM panacea dei problemi mondiali dell’alimentazione?
«Una sciocchezza sostenuta dalle multinazionali del settore e da certi idioti che pretendono di essere degli scienziati. Gli OGM sono funzionali alla politica di conquista dei mercati da parte delle aziende che vogliono accaparrarsi l'agricoltura mondiale con i brevetti».
...serve altro?
Giovanni Monastra, biologo ricercatore, è il coordinatore scientifico dell' Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran), presso il quale dirige vari progetti, tra cui il Piano di biosicurezza sugli organismi geneticamente modificati (progetto-quadro OGM in agricoltura, Mipaf 2003).
Monastra è anche:
- coordinatore del Gruppo di lavoro di immediata operatività in materia di biotecnologie con particolare riferimento all'impiego di OGM nel settore agricolo e agroalimentare presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
- componente del Gruppo di lavoro incaricato di redigere uno schema di disegno di legge riguardante la coesistenza tra coltivazioni geneticamente modificate, convenzionali e biologiche presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
- componente della Commissione Interministeriale di valutazione per le biotecnologie presso il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio.
- componente del Comitato operativo con il compito di valutare l'impiego di OGM in agricoltura presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
- componente del Comitato di indirizzo e raccordo della ricerca presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
- componente del Comitato tecnico-scientifico per la ricerca presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
- componente del Consiglio tecnico-scientifico degli esperti per la politica agricola e agroalimentare presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
- presidente del Sottocomitato per la biodiversità all'interno del Comitato tecnico-scientifico per l'agricoltura sostenibile presso il Ministero delle politiche agricole e forestali.
E' interessante sentire cosa ha da dire sugli OGM un biologo chiamato al ruolo di coordinatore scientifico dell'Inran (l'istituto chiamato a dettare le «Linee guida per una sana alimentazione italiana»).
Prof. Monastra, al di là della denominazione ufficiale di "Organismi Geneticamente Modificati", come definirebbe gli Ogm?
«Una definizione potrebbe essere «Organismi transgenici» in quanto in molti casi, se parliamo di agrobiotecnologie, si tratta di piante in cui sono stati introdotti geni provenienti da organismi molto diversi che in natura di norma non si possono mai incrociare con le suddette piante.
Infatti i ricercatori di ingegneria genetica creano prodotti del tutto nuovi, usando metodiche radicalmente diverse da quelle impiegate finora in agricoltura, rompendo le barriere poste dalla natura a separazione tra specie e generi, barriere che ne impediscono l’interfecondità e quindi limitano fortemente i flussi genici.
In pratica vengono «fabbricate» chimere genetiche instabili, con processi che ricordano molto di più quelli industriali che quelli agricoli, tanto che le leggi e i cicli naturali sembrano avere ben poca importanza.
Non a caso un OGM viene definito, con terminologia ufficiale, come un «organismo il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale» (Art. 2, Direttiva 2001/18/CE del 12/03/01)»
E’ vero che gli Ogm rappresentano la panacea dei problemi mondiali dell’alimentazione?
«È una sciocchezza sostenuta dalle multinazionali del settore e da certi idioti che pretendono di essere degli scienziati.
Sia per il flagello della fame, sia per quello della malnutrizione, i rimedi sono altri, ben diversi dal semplicismo riduzionista dell’ingegneria genetica.
Le popolazioni che soffrono la fame hanno bisogno di uscire dalla povertà e dal degrado sociale, necessitano di istruzione e di formazione professionale per sviluppare un’agricoltura centrata sui propri bisogni e sulla specificità dell’ambiente in cui vivono.
La soluzione degli Organismi Transgenici è una beffa che si basa su un approccio universalista e livellatore, incompatibile con le differenze e le caratteristiche locali».
Perché qualcuno li ha definiti elementi di una più ampia strategia di conquista?
«Perché sono funzionali alla politica di conquista dei mercati da parte di multinazionali come la Monsanto che, con i brevetti, vogliono accaparrarsi ampie fette del settore agricolo mondiale».
Come giudica l´attuale normativa sulla materia, sia a livello europeo che nazionale?
«La ritengo abbastanza prudente, perché basata sul «principio di precauzione», quindi il mio giudizio è fondamentalmente positivo.
Qualche dubbio lo nutro invece sul comportamento della Commissione europea, troppo prona ai voleri delle multinazionali e degli Usa».
… E l’azione dell’attuale Ministro dell’agricoltura?
«Devo dire che il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, sotto la direzione di Alemanno, ha svolto un’azione encomiabile in difesa dell’agricoltura italiana e delle sue specificità.
La posizione del Ministro sugli Ogm è pienamente condivisibile, in quanto vuole tutelare la sicurezza in tutti i campi senza, però, rinunciare alla sperimentazione, anche nel settore delle biotecnologie.
Anzi Alemanno merita un grande encomio per l’impegno profuso nel finanziare la ricerca, cosa che da tempo non avveniva nel suo Ministero».
Come potrebbe esplicitarsi un’azione di polizia ambientale da parte del Corpo Forestale dello Stato?
«Credo che dovrebbe operare con molta decisione a tutela della biodiversità e delle specificità presenti nel nostro territorio, caratterizzato da tante piccole aree diverse sotto il profilo naturalistico, un aspetto che costituisce un grande patrimonio nazionale».
(intervista realizzata da Salvatore Santangelo)
www.disinformazione.it
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