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    Arrow Sullo stato della Lega Nord Padania

    Una proposta di discussione sullo stato della Lega Nord Padania

    Gruppo del Manifesto di Odalengo
    Lega Nord - Piemont
    www.padania.to.it

    Per la Lega Nord, che ha saputo trasformare in proposta politica la voglia di indipendenza di milioni di cittadini padani, è venuto il tempo di riflettere sul cammino percorso nella sua quindicinale esistenza, anche alla luce degli ultimi risultati elettorali.

    Lo scenario interno e internazionale in cui alla fine degli anni '80 la Lega Nord nasce è quello di un'Italia arretrata, ingessata, corrotta e fortemente indebitata e di un'Europa scossa dallo storico crollo del Comunismo (1989). L'elettorato che fino ad allora aveva sostenuto controvoglia la DC in funzione anticomunista si sente liberato da questo obbligo e contemporaneamente una buona parte dell'elettorato comunista abbandona il PCI. Crollano i vecchi partiti e la magistratura entra attivamente sulla scena politica.

    A dire il vero, istanze di ripulsa nei confronti dell'amministrazione romana e dell'Italia in generale erano presenti da tempo in Padania (Liga Veneta, Union Piemontèisa, Lega Lombarda ed altri), ma Umberto Bossi ha avuto il merito storico di aver ridotto sotto un'unica bandiera e con chiare parole d'ordine quella miriade di piccoli movimenti privi di linea politica e di possibilità di successo.
    La Lega si rivolge a tutti i cittadini del Nord stanchi di tasse, disservizi, delinquenza e di una capitale centralista ed onnivora (Basta tasse, basta Roma). Inizialmente non parla di secessione, e si richiama in generale al federalismo ed alle autonomie (Padroni a casa nostra).
    La novità prorompente della cosa, la sua rilevanza numerica, il folklore di Pontida attraggono l'attenzione, a volte la simpatia, degli osservatori e dei media, che ne fanno cassa di risonanza.
    Infine l'assenza, in quel momento, di altre proposte politiche per un elettorato in libera uscita dà inizio alla fase ascendente del Movimento che nelle successive tornate elettorali ottiene significativi successi.
    Nelle amministrative del 1990 la LN ottiene l'eccellente risultato (su base nazionale) del 4,8% nelle regionali e del 2,4% nelle comunali, sfiora il 9% nelle politiche del 92 e supera il 10% nelle politiche del 96 (Lega Nord, la potentissima).

    Ma proprio a partire dal 1996, anno in cui essa raggiunge il suo massimo consenso elettorale, inizia il ramo discendente della parabola. Le cause sono molteplici e tuttora oggetto di discussione.
    Fra le principali, in ordine sparso:

    1) La comparsa di Forza Italia che, nata nel 1994, poco alla volta attrae quell'elettorato moderato che aveva votato LN solo per mancanza di alternative.
    2) L'allontanarsi di personaggi preziosi come il costituzionalista Gianfranco Miglio con il suo intelligente e realista progetto delle macroregioni confederate e, in generale, degli intellettuali, importanti per la formazione del consenso (si pensi al peso della sinistra nel mondo giovanile grazie alla presenza massiccia e attiva di insegnanti ex-sessantottini nella scuola e dintorni).
    3) L'abbandono di un ragionevole obiettivo federalista con il brusco salto alla secessione (1996), dovuto forse al convincimento che l'Italia non sarebbe stata ammessa nell'area dell'euro. Questa nuova parola d'ordine elettrizza inizialmente molti in odio a tutta la vecchia politica di sapore romano e spinge ancora avanti la Lega ma, sottovalutando gravemente la forza della reazione e soprattutto il fatto che un simile evento epocale ancora non era maturo nell'animo della maggioranza dei padani ("... ci siamo voltati indietro ed abbiamo visto che pochi ci seguivano ..."), unitamente alla grande approssimazione del progetto che non forniva risposte alle più elementari domande di molti (Come verrà ripartito il debito pubblico? Chi pagherà la mia pensione? Che fine farà il mio monolocale nel Gargano? Dove passeranno i confini? Come reagiranno gli stati esteri confinanti?) finisce col tempo per allontanare gli elettori più tiepidi per la sua avventatezza e quelli più decisi per l'inevitabile marcia indietro dal cul de sac.
    4) Una cattiva gestione del Movimento, dove il Segretario federale, impegnato su troppi fronti, non può controllare da vicino il funzionamento delle segreterie nazionali e delle loro dipendenze.

    Alle europee del 99 la Lega Nord scende al 4,5% che alle politiche del 2001 diventa un drammatico 3,9% per poi risalire al modesto 5% delle ultime europee, grazie forse alla stravagante proposta di Fini sulla concessione del voto agli immigrati extracomunitari.

    Da ormai tre anni la Lega è al governo con Casa delle Libertà, una compagnia sgradita ma necessaria per l'approvazione della 'devoluzione', ossia della riforma costituzionale che prevede il passaggio di sanità, scuola e polizia locale alla competenza esclusiva delle Regioni.
    Questa riforma, che abbandona il concetto base del federalismo sul diritto dei popoli ad autodeterminarsi e si pone piuttosto nell'ottica delle concessioni fatte dal centro per una maggior efficienza amministrativa, pur essendo stata preventivamente concordata con la coalizione ed infarcita di solidarismi vari per garantire la prosecuzione, in certa misura, dei finanziamenti al Sud, sta soffrendo di molte resistenze da parte degli alleati di governo, soprattutto dell'UDC di Follini e di AN di Fini che al Sud hanno la propria base elettorale. Solo la grande determinazione di Umberto Bossi ha permesso di fare qualche passo verso la sua attuazione, il cui completamento è previsto per il 2005.
    L'attuale assenza del Segretario della Lega, l'indebolimento elettorale di Forza Italia e l'estromissione del ministro Tremonti fanno nascere seri timori sul raggiungimento di tale pur modesto obiettivo.

    Tutto ciò considerato, è difficile credere che, se nulla cambia, la LN possa in futuro uscire dalla fascia di oscillazione del 5±0,5%, ossia dalla sua attuale nicchia elettorale, per conquistare una fetta di quell'elettorato di centro che fa gola a tutti, da Fini a Fassino passando per Rutelli, e che solo è in grado di spostare realmente l'equilibrio del potere. Considerando poi che non è affatto certo che l'attuale maggioranza continui a governare dopo le prossime elezioni, col che la LN si troverebbe nuovamente in una situazione di totale emarginazione, si vede come sia urgente cambiare ciò che non ha funzionato.
    In questi due anni che la separano dalle prossime elezioni politiche, la LN deve ritornare a proporre ai cittadini padani l'obiettivo per cui è nata e per cui ha inizialmente avuto successo: la trasformazione dell'Italia in uno stato autenticamente federale in cui le regioni hanno competenza universale mentre lo stato conserva la propria competenza solo per la politica estera, la difesa, la finanza generale e la giustizia. Non si tratta di fantascienza: proprio questo era il progetto contenuto nel piano di riforma della Costituzione formulato dalla Commissione Affari costituzionali della camera nel 1991, approvato da tutti i partiti tranne i neofascisti e poi congelato per lo scioglimento del parlamento e mai più ripreso.
    Come osservava Gianfranco Miglio, punto interessante di tale progetto era che molte regioni, trovando difficoltà a gestire l'universo delle nuove competenze, sarebbero state spinte ad aggregarsi fra loro (come ammesso dall'art. 132 della Costituzione) venendo così a costituire in modo naturale delle Macroregioni.
    Consolidata la struttura delle macroregioni (e, per quel che a noi interessa, della macroregione padana), avrebbe poi senso riprendere il discorso sull'indipendenza.

    Nel progetto Padania occorre inoltre tener conto dei mutamenti prodotti da questa pur discutibile integrazione europea. La libera circolazione di merci, capitali e lavoro, insieme con l'impossibilità, oramai riconosciuta da tutti gli analisti, per ogni grande struttura industriale o statale di gestire al meglio da un unico centro le mutevoli esigenze delle sue dipendenze, avrà quanto prima l'effetto di stimolare la formazione di zone transnazionali (specie di macroregioni europee) omogenee per economia e cultura. Si pensi ad esempio ai rapporti secolari fra Piemont e Savoie, fra Südtirol e Tirol, etc.
    La LN dovrebbe sapersi porre fin d'ora come interlocutore politico di quelle forze economiche che, al di qua e al di là delle vecchie frontiere, siano interessate a stabilire rapporti di cooperazione.

    Un tale progetto non paga immediatamente in termini di potere e di 'posti' e richiede tempo per maturare presso gli elettori e le forze sociali. Paga però, e molto, a medio e lungo termine, come l'esperienza storica di tanti movimenti politici ha dimostrato, qualora venga proposto con serietà e tenacia, evitando di esporsi a responsabilità di governo non strettamente attinenti al progetto stesso e limitandosi ad appoggiare di volta in volta quelle forze che in una certa fase possano farlo progredire.

    Il Movimento

    La struttura del Movimento ha manifestato gravi malfunzionamenti che ne hanno ostacolato la marcia. Fra il Segretario federale che ha dimostrato il suo valore sul campo ed i Militanti che col loro sacrificio gli hanno permesso di avanzare, si sono nocivamente incistati dei potentati locali a volte miopi e prevalentemente attenti ai loro interessi particolari.
    A titolo di esempio si può citare il caso della attuale segreteria piemontese, di nostra pertinenza, che prima ha approvato l'aumento degli stipendi dei consiglieri regionali ('razionalizzazione dei compensi') e poi ha pensato bene di schierare il Movimento insieme alla brigata di chi voleva aumentarne il numero da 60 a 80, e ciò mentre la Lega combatteva a Roma una battaglia per ridurre deputati e senatori. Solo l'ostinata opposizione di due consiglieri di Rifondazione comunista ha fatto naufragare il progetto.
    Discutibili alleanze locali, continui commissariamenti, tessere non rinnovate a chi critica (in genere accusato di 'tradimento'), posti riservati ai compagni di 'squadra', designazioni avvolte dal mistero hanno generato un'atmosfera di sospetto e di rissa che ha fatto calare il tesseramento e chiudere una miriade di sezioni e circoscrizioni.
    Occorre dunque un deciso cambiamento di metodo.

    Le cariche non devono essere cumulabili. Spesso invece nelle sedi locali un pugno di persone accentra in sé tutte le mansioni disponibili, palleggiandole al suo interno come in una partita di pallavolo. Ad ogni cumulo corrisponde un pericoloso e ben poco federalista accentramento di potere, la difficoltà di far bene ogni cosa e l’impossibilità per la militanza di crescere e preparare il ricambio.

    La distinzione fra dirigenti ed eletti deve essere netta e le carriere nei rispettivi ambiti per quanto possibile separate: gli eletti rappresentano il Movimento nelle istituzioni e non devono intromettersi per motivi loro in questioni interne al Movimento. Tutti poi, eletti e dirigenti, devono portare la responsabilità del loro operato e, a differenza di ciò che accade in Italia, chi sbaglia deve lasciare.

    La scelta dei quadri interni e degli elementi da inserire nelle istituzioni deve essere strettamente meritocratica e non basata sull’interesse di qualcuno a formarsi una 'squadra' a lui debitrice e fedele.
    Di squadra deve essercene una sola: la Lega Nord Padania.
    Il nome di chi è stato immesso in quota LN nelle strutture pubbliche, i suoi emolumenti ed i criteri di designazione devono essere noti, onde evitare un clima avvelenato da gelosie e sospetti.
    Chi lavora e cresce facendo crescere il Movimento non deve essere fermato solo perché fa ombra a qualcuno (Bravo quel militante!... Peggio per lui!') e vanno recuperate tutte quelle forze oneste che si sono allontanate o sono state allontanate dal Movimento per motivi infondati.
    La qualificazione dei militanti deve essere continua affinché essi siano dotati di strumenti tecnico-amministrativi e politici che li mettano in grado di dare il meglio nelle istituzioni e fra le gente.
    Elementi impresentabili o impreparati nuocciono al Movimento più di una perdita elettorale.

    In ultimo il punto più importante, che comprende e lega tutti i precedentil ripristino della democrazia interna. I militanti non sono gente buona solo per vendere i biglietti della lotteria o per riempire i pulmann.
    La militanza è il tramite più importante tra il Movimento e la società.
    I casi sono due: o si decide per un partito-nicchia del 5%, tipo UDC, sufficiente a conservare il posto a chi è già in sella, ed allora per la sua visibilità bastano le apparizioni televisive di qualche 'onorevole', la militanza essendo solo più un fastidioso ingombro, oppure si vuole crescere guadagnando il consenso alla Lega dei molti padani che finora lo hanno negato, ed allora occorre una militanza preparata ed unita che diffonda nel corpo sociale le idee del Movimento, come ha capito da tempo e con successo la sinistra (Andate ed evangelizzate...).
    Una tale militanza si ha quando la democrazia nel Movimento è rispettata. Diversamente si porta il Movimento a cadere nelle patologia degenerativa definita dalla “legge ferrea delle oligarchie” e dalla conseguente “distorsione dei fini”. Secondo queste due regole, la struttura tende inesorabilmente a ricomporsi su base oligarchica, ripiegando la propria organizzazione su se stessa. La struttura, così facendo, da mezzo per raggiungere uno scopo, diventa scopo essa stessa, finendo in tal modo per porre la sua sopravvivenza al di sopra di quelle che erano le finalità originarie, anche a costo di soffocarle sotto il peso dei suoi interessi particolari.
    La formazione di un regime oligarchico all’interno della Lega Nord è da considerarsi come un fenomeno attualmente in atto: l’organizzazione del Movimento è inequivocabilmente rivolta alla formazione di una base militante pre-selezionata per cooptazione dai vertici e, quindi, solo formalmente democratica (processo in corso di accelerazione in vista dei futuri congressi). Su tale base democratica di pura facciata, via via sempre più al servizio dei segretari locali, si sta innalzando la struttura del potere personale di alcuni che ripropongono in peggio (visti gli atteggiamenti ed i toni squadristici emergenti qua e là all’interno del Movimento) le degenerazioni interne dei partiti della prima repubblica, sopravissuti fino a noi sotto mentite spoglie.
    Il Federalismo diventa così il pretesto per instaurare un nuovo statalismo che si avvinghia e prospera a livello degli enti locali, diffondendo le metastasi dal centralismo di “Roma ladrona” verso le periferie della “Bassa politica” regionale, provinciale e comunale.
    Uno dei primi passi per la rifondazione della Lega Nord è allora il ripristino delle elezioni primarie.
    Dal momento che è la militanza a sobbarcarsi (gratuitamente) il grosso del lavoro elettorale, a conoscere la propria realtà locale ed a portare le conseguenze di scelte sbagliate, deve anche poter indicare i nomi dei propri candidati.
    Segue il ri-tesseramento dei Militanti arbitrariamente allontanati, retrodatato all’epoca precedente l’eperienza di governo con la “Casa delle Libertà” anche a livello regionale che, invece di essere un momento di crescita e rinnovata forza per la politica del Movimento, rischia di essere la sua tomba.
    Infine, va ripristinato il diritto di voto per tutti i militanti ai congressi nazionali.
    I segretari nazionali, scelti fra coloro che già non svolgano altre mansioni oppure che siano disposti a lasciarle, vanno eletti (possibilmente senza indicazioni dall'alto) dall'assemblea di tutti i militanti e non secondo misteriose regole di riduzione proporzionale.
    Nei capoluoghi di regione, sale spaziose per contenere tutti se ne possono sicuramente ancora trovare.


    Il gruppo del Manifesto di Odalengo
    Lega Nord – Piemont
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    Nota storica

    Per comprendere a fondo le prospettive politiche attuali del Movimento è utile rivedere ancora una volta in estrema sintesi le cause lontane che hanno permesso al fenomeno LN, quando il discorso sull'unificazione italiana pareva ormai definitivamente chiuso, di nascere e di svilupparsi.
    L'unificazione italiana, realizzata dai Savoia insieme a ristrette minoranze di intellettuali 'patriottici' mediante una serie di annessioni militari di fronte alle quali le popolazioni rimangono nel complesso indifferenti quando non ostili, porta con sè il timore dell'insorgere di forze centrifughe per via delle macroscopiche diversità esistenti fra i vari stati da poco soppressi.
    Infatti, mentre le aristocrazie lombardo-veneta e piemontese mostrano esigenze di avanzamento tecnico, sociale e politico e prendono ad assumere iniziative di tipo capitalistico nell'ambito dell'agricoltura e dell'industria, l'aristocrazia 'nera' romana delle grandi famiglie nobiliari già impegnate nelle lotte per il papato e quella meridionale mantengono invece le loro secolari caratteristiche di caste chiuse e parassitarie di natura latifondistica
    Lombardi, Veneti e Piemontesi, già europei ad ogni effetto, si trovano dunque d'improvviso a dover convivere con le realtà semifeudali degli Stati della Chiesa e del Regno delle due Sicilie.
    Per mantenere a forza insieme questa congerie di popoli diversi viene adottata una struttura statale rigidamente centralista.

    Molti osservatori contemporanei, fra i quali C. Cattaneo, V. Gioberti, A. Rosmini, P.J. Proudhon rilevano come, per le sostanziali differenze climatiche, geografiche, etniche, storiche, culturali ed economiche che separano le diverse popolazioni della penisola, un'unificazione così condotta avrebbe portato a pessimi risultati, l'unica soluzione ragionevole essendo uno stato federale.
    Scrive ad esempio Proudhon nel suo Du principe fedératif (1863): "L'unità d'Italia è una costruzione artificiale e fittizia. L'Italia è federale per natura del territorio, per la diversità degli abitanti, per lo spirito, per i costumi, per la storia; è federale in tutto il suo essere e da tempo immemorabile. Con la federazione la nazionalità italiana si assicura, si consolida, si afferma mentre con l'unità si crea per essa un fatalismo che la soffocherà".

    Con il fascismo l'Italia raggiunge il massimo dell'accentramento (Noi sognamo l'Italia romana, Roma doma, etc.). Mussolini potenzia una burocrazia centrale a lui fedele che gli permetta un controllo assoluto della macchina statale. I dipendenti pubblici, con contratto privilegiato rispetto alle altre categorie, provengono per lo più dalle regioni meridionali dove, per retaggio storico, si privilegia un 'posto' sicuro che escluda rigorosamente spirito di iniziativa e responsabilità. E' naturale che questa potente struttura, tuttora esistente, guardi con avversione ad ogni tipo di decentramento.

    Nell'ultimo dopoguerra, la presenza in Italia di una forte e combattiva minoranza comunista che dichiara apertamente di voler mutare in modo irreversibile il sistema politico qualora vinca le elezioni, causa da un lato un abnorme sforzo dei moderati per non lasciare il governo, violando la regola dell'alternanza del potere alla base del concetto di democrazia e dall'altro la necessità di far in qualche modo compartecipe dello stesso potere quella minoranza virulenta onde neutralizzarne le punte più pericolose, violando il principio altrettanto importante che in democrazia è la maggioranza a governare (assumendosene la responsabilità) mentre la minoranza critica e controlla.
    Viene così ad incrostarsi una classe politica che, al di là delle baruffe parlamentari e televisive, è unita da destra a sinistra dal comune interesse ad autoperpetrarsi.

    Capitolo a parte è poi il gigantesco trasferimento di risorse finanziarie e industriali dal Nord al Sud. Oltre a sussidi in contanti pagati dalle regioni produttive, il governo di Roma premia i traslochi: la Fiat va a Melfi, a Cassino, a Termini Imerese, l'Alfa Romeo a Pomigliano, l'Aeritalia a Napoli, l'industria tessile biellese in Puglia, la RAI si concentra a Roma, le banche del Nord sono obbligate (decreto Ciampi) a salvare il fallimentare Banco di Napoli, etc.
    Tutto ciò viene chiamato 'valorizzazione solidale delle aree svantaggiate'. Questa valorizzazione continua che dura oramai da cinquant'anni, perorata sia dalla destra che dalla sinistra, ha da un lato deprivato il Nord del frutto del suo lavoro e dall'altro, ignorando che è controproducente impiantare acciaierie negli agrumeti e nei luoghi turistici, non ha prodotto al Sud sostanzialmente altri risultati se non l'esplosione dell'endemica infezione mafiosa (appalti, contratti etc.) e la perenne attesa di sussidi.

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  2. #2
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    Non basta l'entusiasmo di un gruppo. Fare la Padania, togliendo il nutrimento ai pidocchi che la stanno succhiando e sporcando, non è impresa da poco. Occorre la simpatia o almeno la neutralità della maggioranza dei Padani, cosa che non mi sembra ancora ottenuta, guardando al mio Piemonte.
    Ed occorre anche che i leghisti, molti dei quali sono ancora sinceramente padanisti, si convincano che con questa lega, nonostante i suoi meriti iniziali, non si va avanti.

    Senza soldati coscienti e convinti, con armi e munizioni giuste (per così dire), non si conclude nulla. Ma a tutt'oggi nulla è ancora pronto. Noi vogliamo incominciare a preparare queste cose, nella lega e fuori.

    Quanto poi al tenere il piede in due staffe, sbagli proprio di grosso. Abbiamo mangiato tanto di quel guano per resisterci dentro (fino a ieri), che basterebbe a concimare il Sahara. Fatti chiarire le idee da Rosella, che conosce tutta la storia. Ma la lega esiste, ed è una presenza piuttosto ingombrante con cui si deve fare i conti. Piaccia o no.

    Spero di incontrarti al Monviso il 18, magari con Rosella e il suo nuovo libro.

    Gruppo di Odalengo

  3. #3
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    Analisi lucida e rigorosa, che condivido quasi in toto. Non sono d'accordo solo sul giudizio negativo che viene dato del periodo secessionista, dal '96 al '99: a mio avviso, in quel periodo la Lega era riuscita a intercettare e a dare voce a un sentimento che, tra i padani, era diffuso e trasversale ai ceti sociali e alle idee politiche. Si poteva e si doveva continuare a battere la strada dell'indipendentismo: naturalmente però bisognava seguire una linea politica chiara, coerente e inequivocabile. Invece, dopo il primo anno di entusiasmo, si è cominciato a cambiare obiettivi e parole d'ordine a ogni giro di valzer, e ci si è lanciati in mille iniziative sterili finite poi in una bolla di sapone (i vari parlamenti padani, governi padani, coop padane, banche padane ecc...). Facendo le cose seriamente, non dico che si sarebbe ottenuta la secessione, ma sicuramente non ci sarebbe stata l'emorragia di voti (dal 10% al 3,9%) che c'è stata. E magari potremmo contare su un bacino di voti secessionista intorno al 10% a livello nazionale, che non è certo la maggioranza ma ha già un suo peso.
    Va ricordato, inoltre, che nel periodo verso la metà del 1997 la Lega era abbastanza organizzata e aveva abbastanza consenso da poter tentare un attacco frontale allo stato italiano: era il periodo dell'assalto al campanile di S. Marco, del referendum sull'indipendenza, e la Lega faceva veramente paura. L'attacco non c'è stato per via dei timori della dirigenza. Questa non vuole essere una polemica: ci sarebbe voluto un coraggio da leoni, è vero. Fossi stato nei panni di un dirigente leghista in quel periodo non so se avrei avuto il fegato di prendere certe decisioni. Però, riflettendoci oggi col senno di poi, io dico che c'era abbastanza consenso popolare alle spalle per provare a dare una spallata.
    In definitiva, il periodo secessionista della Lega, secondo me, è partito col piede giusto ma è stato gestito male in seguito.

  4. #4
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    Personalmente non trovo alocun motivo di esistenza della lega al di fuori di un obiettivo indipendentista che si chiama Padania e non un vago regionalismo.
    Se gli obiettivi sono altri, ed in questo momento lo sono,basta dirlo chiaramente ed alcune strade si divideranno se già non si sono divise.
    Vorrei comunque ricordare che quando una persona perde la fiducia, la perde per sempre.
    Escluso Bossi non ho fiducia in nessuno degli attuali dirigenti.
    TIOCH FAID AR LA'

  5. #5
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    Fiducia in Bossi ?

    Alla faccia dei proclami federalisti oggi i parlamentari sono scelti dai capi dei partiti e paracadutati sul territorio, scavalcando chi ha lavorato a lungo e gode della fiducia della gente | Abbiamo avviato una battaglia trasversale per coinvolgere in primis i Sindaci, ma anche tutti gli amministratori locali, per promuovere una proposta di legge che obblighi i candidati al Parlamento a essere residenti sul territorio in cui aspirano a farsi eleggere.


    Premesso che il sistema elettorale è quel meccanismo che trasforma i voti espressi in seggi coperti dai candidati eletti , il sistema più democratico sul piano teorico , è questo : ciascun votante è come se rappresentasse l’intero Corpo elettorale e quindi egli vota tanti nominativi quanti sono i seggi da coprire (ad es. se la Circoscrizione elettorale , plurinominale , mànda 9 eletti al Parlamento nazionale , l’elettore dovrebbe indicare , cioè votare , 9 nominativi) - cosa che peraltro non è mai prevista (infatti vige la preferenza unica , introdotta x evitare abusi clientelari)

    Peraltro , l'analisi di un sistema elettorale si fonda necessariamente su una premessa sociologica .

    Ebbene , la mia premessa sociologica è questa : ipotizziamo il Voto di Lista con sistema esattamente proporzionale , cioè senza premi di maggioranza ... allora l'elettore vota (idealmente) al 50% un simbolo che rispecchia esattamente la propria collocazione ideologica (non sempre si realizza questa proiezione in modo integrale , ma facciamo finta di niente) mentre x l'altro 50% vota .... la Classe Politica .

    Il 50% di voto (ideale) alla Classe Politica viene comunque conferito sia che uno voti Rifondazione sia che voti MSI ... non si scappa ! Cosa voglio dire ? Che c'è un conflitto d'interessi strutturale fra la Classe Politica e la Società Civile . Questo conflitto d'interessi si manifesta in alcuni temi che sono trasversali a tutti i partiti ; quali sono ? Eccone alcuni : il numero dei parlamentari , le loro retribuzioni , i loro privilegi , le loro indennità e immunità , etc. etc.

    Guardate che non è qualunquismo , è semplicemente una presa d'atto di qualcosa che ritengo inevitabile : la pulsione corporativistica è immanente nella psicologia umana , "ghe nient de' fa" (fra l'altro ciò spiega la classica scenetta dei politici che si accapigliano nei talk show e poi però , finito questo , vanno fuori insieme a cena) .

    C'è un modo x eliminare questo conflitto d'interessi : no . Però si può ridurre . Come ? Esigendo di votare non un simbolo di Lista ma una Persona , cioè esigendo il Collegio Uni-nominale . Sì dunque al maggioritario - a condizione che sia maggioritario uninominale

    Be' occorre anche dire che Bossi è stato sempre contrario al "Federalismo Elettorale " - cioè al Collegio Uninominale :

    l'unica formula che permette il maggior radicamento di un candidato eletto al territorio che lo esprime ... un candidato-eletto che possiede una sua propria legittimità cioè l'investitura popolare diretta che bypassa il filtro della lista-partito , e quindi non dipendente dalla cooptazione di un Segretario di Partito che a tavolino stabilisce liste e graduatorie

  6. #6
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    In origine postato da Frà Dolcino
    qui si ripresenta un atavico problema ....

    si puo risolvere un tumore attaccando il tumore dal suo stesso interno?

    la mia personalissima risposta ( che cmq e sopportata storicamente visto che in 2000 anni nessuno è riuscito nell'intento ) e NO....
    chi entra nel tumore diventa egli stesso "tumorizzato" , il tumore si estirpa e si azzera , non c'e altre soluzioni.
    la storia recente della lega governativa itagliota e un ottimo esempio..

    quindi , spiegatemi , .....o ci si culla benevolmente in inesistenti possibilità di rinnovo ( tenendo caldamente il piede in due comode scarpe) ( se cambiano i tempi essere secessionista di vecchia data può venire a buono) ....

    o c'è sotto un .."paliatone" ( totò docet ) come ne abbiamo già visti..

    vi prego una risposta sintetica precisa e non politichese....

    se poi la rps me la scrive Rosella meglio ancora...( di lei mi posso fidare..)
    Ogni giorno che passa diminuiscono le speranze di riavere a capo del Movimento un Umberto Bossi lucido e combattivo. A questo punto le soluzioni sono due: o ce ne torniamo tutti a casa, lasciando la Lega in mano a chi agisce esclusivamente per mantenere le posizioni e i privilegi acquisiti (Lega oscillante tra il 2% e il 3% e con una incisività politica tendente allo zero), o si prende in mano la situazione a livello di base e si inizia dal territorio quella rivoluzione interna su cui abbiamo la possibilità di coinvolgere la militanza. Impresa forse disperata, e che provocherà morti e feriti (espulsioni e sospensioni), ma che non possiamo permetterci di non tentare.
    In questo senso il gruppo di Odalengo ha aperto una breccia.
    Azzerare tutto… e poi? La costruzione di un altro Movimento autonomista è un’impresa titanica, ancor più difficile del cambiamento interno, per la quale non esistono attualmente le condizioni storiche.

  7. #7
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    non leggo critiche a Bossi, evidentemente per chi ha scritto il manifesto è ancora un tabù.

  8. #8
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    In origine postato da PINOCCHIO
    non leggo critiche a Bossi, evidentemente per chi ha scritto il manifesto è ancora un tabù.
    Vero! In effetti in tanti anni le critiche a Bossi son venute sempre da gente che oramai era al di fuori (ad esempio espulsa). Unico recente esempio di ciritche da personaggi "organici" mi pare sia quello di Gentilini riguardo le elezioni europee, però ha avuto il coraggio di farlo solo con bossi moribondo in ospedale...

  9. #9
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    In origine postato da PINOCCHIO
    non leggo critiche a Bossi, evidentemente per chi ha scritto il manifesto è ancora un tabù.
    Bossi, pur con tante scelte discutibili, rappresentava una garanzia. Era l'unico in grado di far digerire alla militanza virate di 180 gradi, se si rendeva conto che erano necessarie.
    Negli ultimi giorni prima della malattia mi risulta che aveva espresso forti dubbi sulla scelta dell'alleanza e lo dimostra l'indicazione data per le amministrative.
    Oggi invece siamo immobili, il "Movimento" è diventato "Partito", anzi, è rimasto "Movimento" per quanto riguarda la dialettica interna, che è nulla come un tempo, si è trasformato in "Partito" dal punto di vista delle scelte politiche, fossilizzate nel tempo e per chissà quanto tempo.

  10. #10
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    Personalmente non ho cambiali da incassare nè posizioni da tenere. "Azzerare tutto" non si può, per il semplice fatto che anche se tutti i leghisti in buona fede si tirassero fuori dal Movimento, questo verrebbe tenuto in piedi dai paraculi, che comunque avrebbero gioco facile a convincere una buona fetta dei puri a restare con loro (mi pare di sentirli: Il ricorrente tentativo pippoplutoeccetera di spaccare la Lega)
    E poi, cazzo, nel mio piccolo ho contribuito alla crescita del Movimento, come migliaia di altre persone, e non ho nessuna intenzione di tirarmi indietro così. Finché c'è spazio, io combatto. Poi si vedrà.

 

 
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