In Sicilia due più due continua ancora a fare quattro
by: Francesco Costa

Se c'è una regione in Italia sulla quale non si finisce mai di sciorinare luoghi comuni, quella è di certo la Sicilia: si va dalla leggendaria gelosia dei siciliani alla altrettanto mitica lupara, dallo stereotipo dell'uomo con la coppola e i baffi alla donna vestita di nero seduta davanti la porta.

Inutile dire che ad alimentare queste baggianate è molto spesso la televisione, che non perde occasione per mostrare in film e fiction una Sicilia di 40 anni fa ormai quasi scomparsa.
Quasi. ...

Ora, è anche vero che un altro di questi immancabili luoghi comuni sulla Trinacria - la mafia - è tutto meno che superato o risolto: non penserete mica anche voi che la mafia sia sparita nel nulla per il semplice fatto che non ammazzi più? Anzi, il fatto che non uccida più dovrebbe preoccuparci: quando fischiano le pallottole vuol dire che c'è qualcuno che alla mafia da fastidio, qualcuno da eliminare; quando regna il silenzio vuol dire che.....
Avete capito.....

Senza pretendere nessuna complicata deduzione, vi fornisco due dati che possono aiutarvi nel ragionamento: il primo, è che alle ultime elezioni politiche il Polo delle Libertà ha conquistato in Sicilia la totalità dei seggi alla Camera e al Senato, 61 su 61. Il secondo, semmai ci fosse bisogno di una conferma, è che due più due fa quattro pure in Sicilia.

La mafia non è addormentata né sconfitta, è semplicemente libera come una volta di gestirsi i suoi affari come un legittimo interlocutore di imprenditori, sindaci, governatori e giunte comunali. Attenzione, non si parla dei casi più famosi: sarebbe troppo facile tirare in mezzo - chessò - il Presidente della Provincia di Catania Raffaele Lombardo (Udc, uno che è stato arrestato un paio di volte), o il Governatore della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro (Udc anche lui, e mica per caso) indagato per concorso in associazione mafiosa.

Qui si parla della mafia al livello più basso, la mafia delle piccole città e dei piccoli paesini, quella che gestisce la distribuzione dei posti di lavoro del comune e l'assegnazione dei piccoli appalti, quella che chiede il pizzo ai piccoli venditori e ti dice chi sarà eletto sindaco il giorno prima delle elezioni con tanto di numeri, voto più voto meno. Quella più intrisa dei fasti del passato, quella più intrecciata col tessuto sociale del territorio. Una situazione inestricabile dove la tela dell'illegalità, della furbizia e dei canali preferenziali finisce talvolta per avvolgere persino coloro che dovrebbero vigilare su queste dinamiche: le forze dell'ordine.

Immaginatevi - in questo scenario poco rassicurante - una situazione del genere: un sindaco militante del Partito dei Comunisti Italiani, vice-presidente di Libera, eletto dopo un secondo conteggio dei voti che aveva palesato degli strani errori a favore del candidato di Forza Italia, omosessuale dichiarato fin dalla sua candidatura. Immaginate che questo sindaco, sprezzante del pericolo, decida di blindare le gare d'appalto che prima erano spartite dai soliti noti, metta i bastoni tra le ruote ad una ditta del Petrolchimico che non aveva il certificato antimafia, tolga alla mafia il racket dell'acqua facendo girare per la città le autobotti del comune e smonti la macchina amministrativa pezzo per pezzo rimuovendo e personaggi più discussi. Una condotta coraggiosa, giusta, forse eroica, visti i tempi che corrono e il ritorno dell'ondata degli ex e neo democristiani a dare manforte all'illegalità in Sicilia.

Questo sindaco esiste, si chiama Rosario Crocetta ed è il primo cittadino di Gela.
E' il primo cittadino di Gela, e l'8 Dicembre - tanto per confermare il teorema di cui sopra - sarebbe dovuto saltare in aria con un'autobomba davanti la sua abitazione, insieme - probabilmente - alla sua scorta e agli eventuali passanti.
Lo si è appreso pochi giorni fa, quando le autorità hanno reso noti i verbali delle intercettazioni ambientali dei dialoghi tra due bravi ragazzi della zona, Rocco Di Giacomo e Minijus Marijus Denisenko, lituano, incaricato di eseguire materialmente l'omicidio.
L'attentato fallì, evitato dal pronto intervento delle forze dell'ordine che misero sotto stretta sorveglianza il sindaco e arrestarono Di Giacomo e Denisenko.

Perchè questo discorso? Per arrivare a tre conclusioni.

Primo: in Sicilia la mafia è tutt'altro che dormiente, è sveglia e molto attenta a proteggere i suoi affari e la sua rete di interessi. Chi nega o è cieco o è complice.

Secondo. Torniamo brevemente a parlare di Rocco Di Giacomo, la mente dell'attentato. Di Giacomo ha due fratelli. Uno, Orazio, ha precedenti penali per tentato omicidio, furto e porto abusivo d'arma. L'altro, Salvatore, anche lui con qualche trascorso in gattabuia, è - incredibile ma vero - consigliere provinciale di Gela in quota Udeur. Ah, l'aria di famiglia.

Terzo, semmai ce ne fosse ancora bisogno. In Sicilia due più due continua ancora a fare quattro.