di Giulietto Chiesa
Un giorno sarà la regina dell’Oriente, scrisse Charles Napier oltre 100 anni fa. Parlava di Karachi, la perla, la misteriosa. E non avrebbe potuto prevedere che le cose sarebbero andate in tutt’altra direzione. Nove milioni di abitanti, protesa e circondata da tre parti dal Mare d’Arabia, questa megalopoli pakistana è il crocevia di tutte le contraddizioni di un paese “non riuscito”. Ma come può “riuscire” una città, un paese intero, in un mondo come questo? Chi passa per Karachi, oggi, viene messo sull’avviso: attenzione! Questa è una Beirut dell’Asia, questa è la città degli odi, questa è una città in guerra con se stessa e con il mondo esterno.

E, a prima vista, tutto corrisponde. E’ un luogo dove i posti di polizia sono piuttosto simili a avamposti nel deserto dei Tartari, circondati di filo spinato, di barriere in cemento anti kamikaze, seppelliti tra i sacchi di sabbia. E’ un posto dove i consolati stranieri sono come dei castelli fortificati. La gente passa e solleva sguardi carichi d’odio contro gli stranieri, che non sono i benvenuti in nessun caso, salvo nei bazar dove li si può spellare.

Nel 2001 un assalto suicida fece miriadi di morti attorno al consolato Usa. Un altro assalto contro un hotel ha mietuto le vite di un gruppo di tecnici francesi. Per gli alieni non c’è spazio, né sicurezza. Come racconta William Dalrymple sulla New York Revue of Books, dentro il consolato americano campeggia una grande mappa della città, con le zone colorate che indicano il tipo di criminalità che vi prevale: la zona rosa, a est, è dominata dalla mafia della droga; la zona rossa, a ovest, è la sede dei gruppi criminali che si sono specializzati in rapimenti, estorsioni, racket; la zona sud, colorata in verde, è del tutto impraticabile per gli stranieri , perché permanentemente attraversata da violenze religiose e razziali; la zona viola brillante, verso il nord, è popolata di rifugiati afghani. Gli americani sanno perfettamente di non essere amati lassù. C’è solo una piccola striscia gialla, al centro della città, dove ci si può muovere con calma relativa. Salvo correre il rischio di saltare per aria quando una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti esplode all’improvviso. E accade non di rado nonostante la polizia di Musharraf faccia le pulizie con frequenza costante.

Tutto ciò spiega bene perché Karachi, nelle graduatorie di pericolosità predisposte dal Dipartimento di Stato Usa, si trova al terzo posto, immediatamente dietro a Kabul e a Baghdad. Entrambe le capitali di due paesi che hanno assaggiato la vendetta di George Bush dopo l’11 di settembre 2001.

E’ vera questa descrizione “americana” di Karachi? Vera per gli americani, vera per gli occidentali, sicuramente. Ma resta da chiedersi cosa ne pensino i nove milioni di abitanti che popolano la città, le sue zone colorate e quelle senza colore. Non è un paradiso una città dove metà della popolazione non ha l’acqua corrente in casa, dove gli ospedali sono una chimera, come le fognature, come le scuole. Ma non è questo che rende Karachi quello che è, cioè un avamposto militare. Le stesse, o assai vicine, condizioni sono quelle di Moombay, o di Myanmar, o di altre cento città dell’Asia. Il fatto, assai banale, ma tremendamente istruttivo (per noi) è che non ne sappiamo niente. Nessuno ce lo racconta, nessuno ci spiega com’è fatto il mondo contemporaneo. E’ sufficiente pensare che fino a ieri nessun grande giornale italiano aveva un corrispondente da Pechino, mentre tutti ne hanno più d’uno da Washington e New York. Noi occidentali raccontiamo noi stessi al resto del mondo e a noi stessi, ma non abbiamo ancora imparato a guardarci attorno.

Salvo che per prendere quello che riusciamo ad arraffare. E appena ora, a fatica, cominciamo a renderci conto che esistono altri protagonisti in questo mondo famelico e aggressivo, che stanno prendendoci le misure e che arrivano con le loro pretese. Che spesso ci inorridiscono e ci spaventano.

Di Karachi i media occidentali hanno parlato a lungo per l’assassinio del giornalista americano Daniel Pearl, sgozzato in un sottoscala.. Scriveva per il Wall Street Journal. Bernard-Henry Levy ci ha perfino scritto un libro: “Chi ha ucciso Daniel Pearl?”, pieno di scempiaggini e di approssimazioni date per certezze, qualcosa di simile ai primi racconti dei viaggiatori europei che si avventurarono sulle orme di Marco Polo, sulla via della seta. Solo che siamo ormai nel XXI secolo e Levy è rimasto all’incirca ai livelli di informazione della misteriosa Asia di quei tempi andati. Un po’ poco per capire chi e perché ha ucciso Daniel Pearl.

Ma nessuno di noi ha mai potuto leggere sui nostri giornali, e neppure vedere le immagini dei massacri che accompagnarono gli scontri tra Muhajirs – i rifugiati che emigrarono dall’India al momento della secessione del Pakistan, nel 1947 – e i Sindh, cioè i “locali”, quelli che abitavano la regione omonima di cui Karachi è capitale. E pochi, salvo gli specialisti più accorti, seppero cosa c’era dietro la guerra dei mujaheddin afghani contro i sovietici. Semplicemente perché non era considerato “politically correct” raccontare del ruolo che i servizi segreti militari del Pakistan stavano dando, con il beneplacito della Cia. Quasi nessuno ancora sa che il regime dei taliban, in Afghanistan, fu interamente messo in piedi dall’Isi pakistano (complici le grandi compagnie petrolifere Unocal, americana, e Delta Oil, arabo saudita). Musharraf è amico dell’America, e dunque è un uomo d’onore. Non si può parlare male di lui.

Per questo Karachi è un simbolo di tutto ciò che ci fa paura e che non capiamo.

Giulietto Chiesa
Fonte:www,giuliettochiesa.it