I fiancheggiatori dei terroristi hanno gioco facile:
basta una bacheca elettronica per lanciare proclami

di GIUSEPPE D'AVANZO


BISOGNA attendere, con forza e pazienza, il video di Simona Pari e Simona Torretta. Solo la concretezza e l'attendibilità delle immagini potranno confermare le tre essenziali informazioni che le famiglie degli ostaggi, il governo e il Paese attendono. Il video potrà dirci che le due Simone sono vive e svelarci finalmente l'identità del gruppo terroristico. Potremo ascoltare il "proclama politico" dei mujahiddin (ammesso che di mujaheddin si tratti) e verificare il prezzo del ricatto, la qualità politica o finanziaria delle richieste (ammesso che ce ne siano).

Al di là di questa angosciosa attesa, c'è soltanto una labilissima traccia, non confermata da testimoni diretti, che porta a Falluja, dove circolerebbero volantini che offrono informazioni sulle italiane rapite (ammesso che non siano stati confusi con i manifesti che chiedono notizie utili al recupero del corpo di Enzo Baldoni). Quel che rimane è acqua sporca e chiacchiera politica. Bisogna raccontare innanzitutto dell'acqua sporca.
Ogni atto terroristico è accompagnato da un accorto "messaggio" mediatico che moltiplica l'angoscia.

Quasi mai questo lavoro di "manutenzione della paura" è opera di fiancheggiatori del gruppo terroristico. Si tratta di provocatori, di simpatizzati dell'Islam radicale, di ammiratori degli assassini. Il loro, è un lavoro che si può fare in assoluta sicurezza dalla stanzuccia di casa. Un computer. Un indirizzo mail. Un bulletin board, come si dice. Più o meno, una casella postale. Non molto di più, per intenderci, di una bacheca nella hall dell'università dove ognuno può appiccicare il suo messaggio. Chi lo prenderebbe in considerazione come una minaccia o proclama? Nessuno, ma può accadere che, se due ragazze sono state rapite a Bagdad, si valuti ogni segnale. Così per qualche ora, l'8 settembre è stato analizzato il messaggio firmato "Ansar al Zawahiri" che rivendicava il sequestro dal sito islamic-minbar.com. Appena qualche controllo per concludere che si trattava di "burla" provocatoria.


Così, due giorni dopo, l'ultimatum dell'inesistente "Ansar al Zawahiri" che concedeva all'Italia 24 ore "per il rilascio incondizionato di tutte le donne musulmane detenute nelle carceri irachene" è stato subito considerato inattendibile e presto è diventato soltanto occasione afferrata dal governo per dichiararsi disponibile ad accettare richieste politicamente decenti. Fin qui siamo in un'accorta routine.

In quelle stesse ore, tuttavia, comincia a gocciolare dell'acqua sporca. Una fonte istituzionale rivela alla Stampa che "Mohammed Hussein Ramada, detto Ghareeb (in arabo "lo straniero") rimasto ucciso durante il sequestro di Enzo Baldoni, era di casa nell'ufficio di Bagdad di "Un ponte per..." ed era stato presentato al giornalista milanese proprio da una delle volontarie". La circostanza è smentita poche ore dopo da accreditate fonti dell'intelligence italiana e, quel che più conta, da dirigenti di "Un ponte per...".

Chi ha l'interesse, nelle istituzioni, a creare un nesso (finora non documentato) tra la morte di Enzo Baldoni e il sequestro delle due Simone? La sensazione che un'altra pozza di acqua sporca bagni la gestione di questa crisi si è avuta ieri. Il sito yaislah.org è un forum aperto, una bacheca. Chiunque può appiccicarci il suo messaggio. È sufficiente registrarsi con un username qualsiasi. Pochi giorni fa, qualcuno si iscrive come "Jihad islamica dell'Iraq" e alle 10.24, ora della Mecca, lancia un ultimatum: o entro 24 ore i soldati italiani si ritirano o le due Simone saranno sgozzate.

La minaccia è terribile, precipita le famiglie Pari e Torretta in un orrore senza nome. Ma è seria quella minaccia? La mail non ha logo. Chi la firma non offre nessuna prova di avere in ostaggio le due Simone. Per di più, la "Jihad islamica" è una roba seria e chi ne subisce la violenza la tiene d'occhio anche su Internet.
Uno studio dell'Intelligence and Terrorism Information Center presso il Center for Special Studies in Israele (C.s.s.) ha svelato che la Jihad islamica opera principalmente da tre siti web (qudsway.com, palestineway.com e sarayaalquds.com) i cui server sono in Iran e negli Stati Uniti, a Englewood, Colorado e Baltimora, Maryland.

Perché un'azione della Jihad, se autentica, dovrebbe essere rivendicata così nebulosamente da un sito ospitato da un provider inglese (pipex.net)? Un buona ragione per diffidare dell'ultimatum. Una diffidenza che si irrobustisce con un'altra circostanza. Nell'ultimatum delle 10.24 "ora della Mecca" si fa riferimento a un precedente termine di 12 ore concesso "al governo di Berlusconi". Ora il messaggio delle 10.24 è il primo e il solo "postato", come si dice, dall'username "Jihad islamica". Qual è, dove è stato recapitato e da chi il primo ultimatum, quello delle dodici ore?

E soprattutto qual è la fonte istituzionale che conferma al Corriere della Sera - unico giornale che domenica mattina ne dà notizia - che "un nuovo ultimatum all'Italia è comparso su un sito islamico e concede al governo Berlusconi 12 ore di tempo per il ritiro della truppe dall'Iraq"?

È molto plausibile che domenica mattina l'omino che in settembre si è registrato in yaislah.org con l'username "Jihad islamica" abbia letto, nella sua stanzuccia, dell'ultimatum di dodici ore e abbia voluto partecipare alla "manutenzione della paura" prolungando di ventiquattro ore la minaccia. Ultimatum infondato. Rivendicazione inattendibile. Gruppo terroristico inesistente. Esiste, e minacciosa, al contrario l'acqua sporca. Chi e perché, nella notte tra sabato e domenica, ha confermato l'esistenza di un ultimatum di dodici ore? Perché di questa minaccia oggi, dopo 24 ore, non si sa nulla. Né chi l'ha firmata, né da quale sito e né con quale proclama è stata lanciata?

È un fatto che il testo e le informazioni di questo ultimatum non fanno parte del fascicolo che oggi sarà acquisito dalla procura di Roma, ammesso che da qualche parte esistano. E ammesso che l'ultimatum di 12 ore davvero esista, perché i vertici delle istituzioni non ne sono stati informati? Soprattutto se la minaccia era considerata seria e c'erano soltanto 12 ore per pensare a una contromossa?

È un fatto che nella gestione della crisi affiora qualche ombra. Delle ragioni di queste ombra si può solo ipotizzare. C'è chi, nelle istituzioni - avventatamente, per smania di protagonismo o consapevolmente, per calcolo politico - vuole tenere alta la pressione. Proprio come l'omino che si firma "Jihad islamica", qualcuno nelle istituzioni sembra aver voglia di ingrassare la paura collettiva. Sarà utile che questi passi storti siano subito scoraggiati.

Il prezzo più alto ieri lo hanno pagato i genitori di Simona Pari e Simona Torretta. L'hanno scontato in dignitoso silenzio. Più loquaci i politici che hanno affrontato con indomito coraggio la dichiarazione quotidiana per dire che gli ultimatum sono inaccettabili e non saranno accettati, senza curarsi di sapere se un ultimatum ci fosse, se fosse attendibile. Era tanto attendibile che a sera il ministro degli Esteri, incurante del finto ricatto, ha annunciato la sua partenza per le capitali del Medio Oriente. In attesa del video che ci dirà quanto nera è la crisi del sequestro delle due Simone, il solo esempio da seguire lo offrono oggi le famiglie Pari e Torretta. Con la loro compostezza. Con il loro silenzio. Con la loro misura.


(13 settembre 2004)

I manovali del web fiancheggiatori dei terroristi, bella questa da incornicare