PERCHÉ TOGLIATTI SÌ E ALMIRANTE NO?
La politica italiana torna a sfogliare il libro del passato. La Sinistra riparla di Togliatti e di Berlinguer e lo fa per rivendicare le proprie radici senza con questo negare il senso della svolta politicoideologica seguita al crollo del Muro di Berlino. È una operazione dettata probabilmente dallo smarrimento di questi anni, dalla necessità di spiegarsi il perché di una evoluzione storica che è andata in direzione assai diversa da quella inseguita al tempo in cui la sua cultura era egemone. La Destra si trova invece, riguardo al proprio passato, in una situazione opposta. Deve cioè ricostruire il percorso che le ha permesso di evolvere, da partito minoritario e marginalizzato qual era fino a poco più di dieci anni fa, in forza di governo chiamata a gestire la problematica fase di modernizzazione italiana dell’odierno passaggio storico. Sia chiaro che il collegamento tra il passato e il presente non serve affatto a rimpiangere il «bel tempo che fu», anche perché il passato della Destra, per quanto etico ed eroico, non è affatto «bello», dal momento che risulta segnato dalla discriminazione e, in qualche caso, anche dalla persecuzione. No, questo collegamento serve semplicemente a restituire la giusta dimensione storica alla battaglia politica, operazione quanto mai salutare in un tempo, come l’attuale, nel quale si assiste spesso al livellamento dei valori e alla riduzione dell’agire politico nel mero pragmatismo.
È in questa prospettiva che va riletto l’insegnamento di Almirante, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi alla Festa Tricolore di Mirabello. Il punto centrale da comprendere oggi è che la segreta alchimia di uomini come lui era quella di unire passato e futuro in una sintesi mirabile. Il leader missino aveva, sì, il senso della memoria storica e della continuità ideale, ma sapeva anche capire i nuovi tempi, adattandosi ai suoi linguaggi. Aveva ad esempio intuito, prima di tanti saccenti, che la società di massa aveva bisogno di grandi comunicatori e lui per primo aveva incarnato il modello del politico capace di parlare direttamente alla gente saltando i filtri del politichese. La sua oratoria, la sua capacità di padroneggiare il mezzo televisivo lo distinguevano nettamente dal prototipo del politico della Prima Repubblica. Almirante era moderno anche per la sua vocazione a sfruttare a fondo l’arma dell’ironia. Come quando riuscì a trasformare in un successo di immagine la montatura giornalistica costruita sulla menzogna che gli attribuiva la firma dei bandi che annunciavano la condanna a morte per i renitenti alla leva repubblicana durante gli anni della Rsi. La sua «Autobiografia di un fucilatore» fu un successo editoriale e politico nonché uno sberleffo ai costruttori di teoremi degli anni Settanta. A differenza di tanti politici che facevano dell’immagine un’arma fine a se stessa, Almirante riusciva a dare profondità di contenuto alle sue provocazioni.
Da questo punto di vista, la democrazia italiana gli deve molto. E gli deve soprattutto molto per la sua lealtà istituzionale. Grazie a lui, ma anche ai capi storici che fondarono il Msi come Romualdi, Michelini e altri, i reduci della Rsi non si sentirono comunque un mondo a parte, ostile al resto del Paese. E si mantennero sempre nella legalità lavorando con coerenza e lealtà attraverso gli istituti della democrazia. Non fu impresa da poco: solo chi ha vissuto il dopoguerra sa quanto fosse difficile recuperare alla Nazione e allo Stato quella moltitudine di italiani che avvertivano l’ingiustizia per le sopraffazioni dell’immediato dopoguerra e per la mutilazione territoriale imposta dal trattato di pace.
Il germe della guerra civile continuò ad agire anche dopo la fine del conflitto e tornò a farsi sentire quando un’altra generazione di italiani, quella degli anni Settanta, si affrontò con durezza nelle piazze cominciando anche ad avvertire nelle sue frange estreme e disperate il richiamo del terrorismo. Ebbene, il leader del Msi tenne lontana da questa comunità ogni tentazione avventuristica denunciando per primo e con veemenza ogni forma di eversione.
La sua battaglia per la riforma del sistema politico, la convinzione e la coerenza con cui si batteva per l’affermazione del principio presidenzialista discendevano da questo alto senso della responsabilità pubblica. La campagna per una nuova Repubblica e per la partecipazione delle categorie produttive nella definizione della grande politica economica e sociale era la sintesi culturale della sua lunga militanza politica e parlamentare. E nasceva dalla visione di un’Italia che affrontava le sfide della modernità pacificata nell’animo e nella memoria. Perché in fondo era questo il cuore, la motivazione profonda e il filo conduttore della sua lunga battaglia politica: la pacificazione tra italiani. Era questo il valore primario che ricorreva nei suoi discorsi e a cui non ha mai smesso, fino alla fine, di richiamarsi.
Oggi, che molti muri sono caduti, oggi che le ragioni dei vinti del ’45 trovano nuove orecchie pronte ad ascoltarle, nuovi studiosi pronti a ricostruirle, nuovi scrittori — anche assai lontani dalla Destra — pronti a raccontarle, oggi che accade tutto questo, l’ideale della riconciliazione e della Nazione riunificata in una storia comune si va progressivamente concretizzando nella realtà culturale e politica italiana. È la vittoria del nuovo patriottismo, solidale, civile e democratico che ispira la cultura politica italiana di questi anni. È una vittoria che però non sarebbe stata possibile senza la lunga seminagione di idee e la testimonianza morale di uomini come Almirante. Ricordarlo, non equivale soltanto a onorare il passato ma a riflettere anche sul patrimonio di insegnamenti che continua a rendere grande la Destra italiana.
La memoria politica va conservata non come un oggetto da museo ma come la sede di valori che trasformano la realtà sociale. Il culto del passato fine a se stesso non è altro che fuga dalla storia.
Autore : Franco Servello




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