OLTRE 10MILA MORTI AL MESE
MA IL SUDAN NON SMUOVE IL MONDO
Gerolamo Fazzini
Bisogna che qualcuno, prima o poi, lo spieghi ai profughi del Darfur, un milione e duecentomila persone da mesi allo sbando tra l'Ovest del Sudan e il Ciad. Qualcuno deve pure trovare il coraggio di spiegare loro che una tragedia del genere da noi non fa audience. Bisogna che qualcuno li informi che ora, in Occidente, a "tirare" è l'Iraq e non il Sudan.
E così può capitare che le Nazioni Unite ti assegnino la palma - tutt'altro che invidiabile - della più grave catastrofe umanitaria del mondo, il Nobel della precarietà e della vulnerabilità, ma che tutto ciò non basti. Non basti a far scendere la gente in piazza, non serva a far intervenire i potenti. E per fermare una strage silenziosa che vede musulmani arabi stuprare, uccidere, deportare altri musulmani. Neri. Ergo, di razza inferiore.
Chissà se la notizia di ieri riuscirà a scuotere l'opinione pubblica dal suo torpore e dal suo strabismo, e i politici dai bizantinismi e dagli schieramenti precostituiti di cui sono promotori e vittime: oltre 10mila profughi del Darfur - avverte l'Organizzazione mondiale della sanità - muoiono ogni mese a causa delle epidemie e delle violenze. È come se ogni mese si volatilizzasse una cittadina nemmeno tanto piccola. Diecimila morti sono dieci volte i soldati americani uccisi in Iraq nell'ultimo anno. Sono tanti, tantissimi. Troppi perché si continui a indugiare.
Ciò che più amareggia del destino dei profughi del Darfur è assistere al balletto in corso da settimane, anzi da mesi. Genocidio, pulizia etnica o catastrofe umanitaria? Per ciascuna di queste definizioni, lo sappiamo, il diritto e la comunità internazionale si sono dati specifiche modalità (e urgenze) di intervento.
Ma a questo punto val la pena chiedersi che differenza faccia, dal punto di vista delle vittime, crep are per "pulizia etnica" o altro. Forse che ai bambini del Darfur e ai loro genitori (posto che siano sopravvissuti), è di qualche consolazione apprendere che il segretario di Stato americano parla apertamente di "genocidio" se, dopo aver distrutto loro i villaggi, i "diavoli a cavallo", le milizie arabe janjaweed, appoggiate da Khartoum, continuano indisturbate le loro incursioni?
Inutilmente, sin qui, Giovanni Paolo II ha più volte alzato la voce invocando pace per quel popolo di dimenticati.
È terribile vedere come la vita di tante persone diventi facilmente sui tavoli della politica una pratica da sbrigare, una questione di agenda (nemmeno troppo rilevante). Nelle settimane scorse del Darfur si erano occupati il Consiglio di sicurezza dell'Onu, la Lega araba, l'Unione Africana, l'Unione Europea. I risultati? Altrettanti fallimenti. Ieri il faccia a faccia tra i rappresentanti del governo sudanese e i ribelli, impegnati nei negoziati promossi dall'Unione Africana in Nigeria, è durato la bellezza di dieci minuti, prima che le parti si alzassero dal tavolo registrando posizioni troppo lontane.
Sempre ieri, il ministro degli Esteri sudanese, Moustapha Osman Ismail, da Seul ha dichiarato che "se tutto va bene, entro fine anno firmeremo un accordo di pace finale per il Darfur". Di questo passo è come preventivare almeno 30mila morti. Li calcoliamo come "pedaggio" ineluttabile o, in un sussulto di lucidità, i Paesi che si definiscono "civili" si mobiliteranno per evitarli?




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