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  1. #1
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    Predefinito UMBERTO II a cento anni dalla nascita


    Visse e morì da italiano e da re. Ha sempre e solo parlato di fratellanza, di giustizia, di pace: per questo venne condannato all'esilio

    Il 15 Settembre 1904 nacque a Racconigi Re Umberto II, il Re Gentiluomo.
    A cento anni esatti dalla sua nascita, se i moderatori me lo permettono, desidero contribuire ad una migliore conoscenza della nobile e generosa figura dell'ultimo Re d'Italia. Lo faccio con le parole di Francesco Griccioli, al Rotary Club di Firenze-Nord, lo scorso 24 marzo.

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  2. #2
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    Umberto II Re d’Italia:
    il Principe Ereditario
    il Luogotenente Generale del Regno
    il Re, fino alla Sua morte

    di: FRANCESCO CARLO GRICCIOLI

    Ricorre quest’anno il centenario della nascita del Principe della Reale Casa di Savoia che fu, almeno fino ad oggi, l’ultimo Re dell’Italia unita. È una data da celebrare: essa si riferisce ad un Principe grande nella sventura e che antepose sempre l’interesse della Patria italiana alla Dinastia (una costante, nel corso della loro storia millenaria, dei Principi di Casa Savoia). Condannato nel 1947 ad un ingiusto esilio - la sua partenza dall’Italia nel giugno 1946 dopo il Referendum essendo stata del tutto volontaria - fu Re nel comportamento, nello spirito, in tutti i suoi atti fino alla morte a Ginevra il 18 marzo 1983. Il Re rivolse il suo pensiero all’Italia così vicina al suo cuore e al suo ricordo, ma così lontana ufficialmente, fino al suo ultimo respiro.
    Ricordiamoci che a commemorare in Italia la morte di Re Umberto, unici, per desiderio dell’Avvocato Gianni Agnelli, furono i calciatori della Juventus: la domenica dopo la sua morte giocarono con al braccio una fascia nera di lutto.
    Umberto di Savoia nacque nel castello di Racconigi, una notte di temporale, alle 23,00 del 15 settembre 1904. Era figlio di Vittorio Emanuele III, terzo Re d’Italia, e della Regina Elena, nata Principessa del Montenegro. Ebbe i nomi di Umberto, Nicola, Tomaso, Giovanni, Maria ed il battesimo ufficiale si celebrò il 4 dicembre 1904: padrini d’eccezione l’Imperatore Guglielmo II e il Re Edoardo VII, rappresentati dal Principe Alberto di Prussia e dal Duca di Connaught.
    Purtroppo la nascita del Principe, salutato da una folla enorme radunatasi davanti al castello, fu accompagnata da scioperi e disordini estesesi a tutta l’Italia tra il 16 e il 20 settembre: solo la sera di quel giorno il “grande uragano rosso” (come fu definito) ebbe termine.
    Il Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni Giovanni Giolitti stilò l’atto di nascita lo stesso 20 settembre, esercitando le sue funzioni di “Notaio della Corona”.
    Come per tutti i Principi di Casa Savoia e come in generale per tutti i Principi Reali delle Dinastie allora regnanti, l’educazione di Umberto fu molto severa. Unico maschio della Famiglia Reale (era stato preceduto dalle Principesse Reali Jolanda nel 1901 e Mafalda nel 1902 e sarà poi seguito dalle Principesse Reali Giovanna nel 1907 e Maria nel 1914) ed Erede al Trono, il Principe doveva necessariamente ricevere un’educazione, non soltanto secondo le tradizioni militari della sua Casa, ma che ne facesse un Principe, con le responsabilità future di un Sovrano costituzionale di uno Stato, già considerato grande potenza mondiale.
    Per volontà del Re suo padre fu dapprima affidato ad un severo collegio di maestri. Successivamente, a nove anni di età, il Re nominò il Capitano di Fregata della Regia Marina Attilio Bonaldi, uno dei suoi Aiutanti di Campo, “Governatore di Sua Altezza Reale il Principe Reale Ereditario”. Il neogovernatore proveniva da una famiglia di elevate virtù patriottiche, distintasi durante il Risorgimento: uomo di grande cultura e di alto intelletto, era stato anche uno dei primi comandanti di sommergibili della Regia Marina.
    Contrariamente a quanto successivamente sostenuto, tra il Principe e il Suo Governatore si stabilì una forte corrente di simpatia, confermata da numerose lettere scritte dal giovane Principe al suo Governatore e firmate “Pupo”, così chiamato dallo stesso Bonaldi e dalla Famiglia Reale, in alternativa al nomignolo “Beppo”.
    (segue)

  3. #3
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    Nel corso della prima guerra mondiale, il Principe di Piemonte incontra in Italia la Principessa che doveva diventare sua Consorte nel 1930, in occasione di una visita nel nostro Paese del Re e della Regina del Belgio. I due giovani si piacquero subito e nacque fra di loro una istintiva simpatia.
    L’educazione del Principe proseguiva con il passare degli anni, come proseguono le sue crociere istruttive su navi da guerra, sempre assieme all’Ammiraglio Bonaldi. Dopo essere stato all’Accademia Militare di Modena, nel novembre 1922 l’Erede al Trono viene nominato Sottotenente del Primo Reggimento Granatieri di Sardegna: il suo giuramento avvenne il 20 novembre 1922 nella Caserma Umberto I a Roma alla presenza del Sovrano suo padre. In quest’occasione il Re invitò a colazione al Quirinale tutti gli ufficiali del reggimento di suo figlio.
    Il Principe Umberto è un ottimo militare, sia pure applicando una certa originalità alla rigida disciplina del Regio Esercito: fu un ufficiale molto amato dai suoi soldati e profondamente popolare con tutti gli ufficiali del suo reggimento. I suoi superiori militari lo riconoscono come un camerata affettuoso e contemporaneamente subordinato e deferente. La carriera dei Principi Reali è rapida: nel 1925 viene destinato con il grado di Tenente al 91° Reggimento Fanteria a Torino. Aveva 21 anni. Tre giorni dopo il suo arrivo si stabilì a Palazzo Reale, impiantandovi la sua “casa militare”: Primo Aiutante di Campo Generale fu il Generale Ambrogio Clerici. Era stata proclamata ufficialmente la sua maggiore età.

    Da questa epoca cominciano i non facili rapporti del Principe con il fascismo: Mussolini non nutriva per l’Erede al Trono una particolare simpatia, sentimento del resto condiviso dal Principe. Il Duce disapprovava la frequentazione del Principe di certi ambienti culturali torinesi: tra l’altro, s’infuriò moltissimo perché Umberto presenziò ad una conferenza del Prof. Pietro Silva, storico alla Facoltà di Magistero di Roma, in fama di antifascista.

    Il Generale Clerici ebbe quindi il non facile compito di districarsi: in tale frangente lo fece con grande abilità tenendo presente il contrasto esistente tra gli atteggiamenti e le simpatie dell’Erede al Trono e il Governo fascista. Ulteriore prova dell’ambiguità dei rapporti esistenti tra la Corona e la dittatura fascista per oltre un ventennio. Mussolini poi faceva controllare tutti i movimenti della Famiglia Reale come se si trattasse di semplici cittadini: ciò non poteva facilitare i rapporti tra il Sovrano e il suo Primo Ministro. È anche vero però che ufficialmente Casa Savoia fu costretta a controllare i suoi disaccordi con il fascismo tenendo presente l’indiscusso favore popolare e il seguito che il fascismo aveva da parte dalla maggioranza della popolazione.

    I vari provvedimenti del Governo - tra i quali le famose “leggi fascistissime” del 1926 (scioglimento dei partiti, annullamento dei passaporti, soppressione della stampa e delle associazioni avverse al regime, ecc. ecc.) - che il Re, nel suo intimo, essendo contrario allo Statuto, non poteva approvare, furono però accettati dalla Corona, costretta a considerarli come un adeguamento delle Istituzioni alla “nuova coscienza generale”, rappresentata dal consenso della nazione nei confronti del fascismo e del suo capo. D’altra parte la Corona, salvo il golpe militare, non disponeva di alcuno strumento costituzionale per sbarrare la strada alla dittatura. Tale concetto era lontanissimo dalla mentalità di Vittorio Emanuele III, strettamente ligia allo spirito dello Statuto. Certo è che tra Mussolini e il Sovrano cresceva continuamente una reciproca diffidenza.

    Diciamo questo per comprendere la difficile situazione del Principe Ereditario: egli deve adeguarsi all’atteggiamento tenuto dalla Corona. Nei contrasti latenti fra Corona e Governo, ne fu successivamente personalmente coinvolto: la legge dell’8 dicembre 1928 conferiva al Gran Consiglio del fascismo una diretta competenza sulla successione al Trono: ovviamente si creò un fortissimo contrasto tra la Corona e Mussolini. Pur trattandosi di un potere limitato esclusivamente “ai casi dubbi o di manifesta incapacità” e, comunque, prima le Camere ne dovevano essere investite e ci voleva l’assenso regio, in ogni caso alla base di questa prerogativa del Gran Consiglio esisteva la volontà di Mussolini di condizionare la successione al Trono del Principe Umberto. E per sottolineare questa volontà del dittatore, egli non fu più indicato dalla stampa come “Principe Ereditario”, ma come Principe di Piemonte.
    (segue)

  4. #4
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    L’ostilità del fascismo verso il Principe Ereditario continuò successivamente a manifestarsi. Ad esempio, dopo la nascita della primogenita la Principessa Reale Maria Pia nel 1934, il Principe avrebbe volentieri voluto un comando militare effettivo: Mussolini riuscì a tenerlo fuori da tutto: dalla politica, dai comandi effettivi e dalle azioni di guerra proprio mentre stava per iniziare il conflitto in Etiopia.

    In quest’ultimo caso, almeno inizialmente, vi era stata una decisa opposizione del Sovrano ad ogni azione militare e Mussolini ne fu inizialmente frenato. Quando però la guerra scoppiò, il Duce mantenne ferma l’opinione che il Principe Ereditario dovesse essere escluso da questa avventura, sia per salvaguardare l’avvenire di Casa Savoia sia perché il Principe doveva preoccuparsi di dare un erede maschio alla Corona. La seconda ragione era evidentemente soltanto teorica.

    Il Principe rimase profondamente amareggiato di questa esclusione, ma, abituato ad obbedire e nel rispetto delle decisioni del Sovrano e del Governo, dovette adeguarvisi. Per quanto riguarda i giudizi sul Principe Umberto, è interessante osservare quello che disse di lui al Re Vittorio Emanuele III lo stimatissimo e valoroso Maresciallo Enrico Caviglia: «Maestà, il Principe è stimato da tutti i suoi superiori come un ottimo ufficiale e quando, il più tardi possibile, sarà chiamato a regnare, sarà senz’altro un grande Re».

    In quella particolare atmosfera patriottica, coinvolgente tutta l’Italia al tempo della guerra d’Etiopia, il Principe Ereditario altro non poteva fare che il suo dovere di Principe e di Ufficiale. Richiesto di donare oro alla Patria, offrì il suo Collare dell’Annunziata non consegnandolo di persona. Infatti era scontento: non gli piaceva fare il Generale d’ufficio, mentre i suoi due cugini, i Duchi di Bergamo e di Pistoia, avevano un comando di divisione in Etiopia. Pur dando come tutti gli italiani il suo apporto al Governo, trovava quasi derisorio l’essere stato chiamato, in quei giorni, a far parte del Consiglio Superiore dell’Esercito, organo che Mussolini neppure consultava. Si era oramai stancato di recitare il ruolo di “Principe di Rappresentanza”.

    .....(..) Il 12 Febbraio 1937 nacque il Principe Vittorio Emanuele: la successione alla dinastia era così assicurata. 101 colpi di cannone salutarono questo evento: tutta Napoli scendeva in piazza. L’Italia si coprì di coccarde e di bandiere. Il battesimo ebbe luogo il primo giugno a Roma nella Cappella del Quirinale ed il Principe ebbe i nomi di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria.

    Il “Corriere della Sera” scrisse in questa occasione: «È la storia che ci passa davanti: l’albero genealogico della più antica dinastia d’Europa, coi rami, le fronde, i fiori, i frutti, e in cima ad ogni ramo un cartiglio e un tondo, col nome e col volto...».

    La nascita del nuovo Principe non riequilibrò purtroppo i poteri all’interno della diarchia, ormai irrimediabilmente sbilanciati. Il Principe Umberto continuò ad esplicare i suoi doveri di Generale di Corpo d’Armata, ben conscio tuttavia delle crescenti difficoltà che l’atteggiamento di Mussolini creava nei suoi rapporti con il fascismo.

    Il più bell’esempio di tale contrasto (sia il Sovrano che il Principe Ereditario ne furono mortalmente offesi), fu l’investitura data a Mussolini nelle Forze Armate del grado di Primo Maresciallo dell’Impero: ciò poneva il Duce al di sopra di tutti i Generali. Naturalmente ne fu insignito anche il Sovrano che però veniva in ogni caso a perdere un’altra delle sue prerogative, quella di Capo delle Forze Armate, diventando parigrado con Mussolini.

    Ricordiamoci però le date: 1938! Il Re non poté parare il colpo. Il Duce era ormai troppo forte e del resto la legge che istituiva il nuovo grado fu approvata per acclamazione dal Senato del Regno.
    Il Re a Mussolini disse chiaramente: «Dopo la legge del Gran Consiglio, questo è un altro colpo mortale contro le mie prerogative sovrane. Le Camere non possono prendere iniziative anticostituzionali del genere. In altri tempi, di fronte a operazioni come questa, avrei preferito abdicare».
    Conoscendo il carattere del Sovrano, sempre stato molto geloso delle sue prerogative, lo avrebbe fatto senz’altro. Siamo tuttavia in piena crisi diplomatica per le pretese tedesche sull’Austria e sulla Cecoslovacchia. Abdicare in quel momento avrebbe significato lasciare l’Italia totalmente nelle mani di Mussolini.
    Il Re però ben sapeva che, per quanto fosse indebolita la sua posizione, la Monarchia rappresentava ancora per la maggioranza degli italiani l’unica àncora di salvezza.
    (segue)

  5. #5
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    Mussolini provocava continuamente la Monarchia: voleva trovare il modo di disfarsene. Parlando con Ciano Mussolini fu esplicito: «Nella presa del potere potremo andare più in là alla prossima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del Re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del Principe». Più chiari di così!

    La visita ufficiale di Hitler in Italia, nel maggio 1938, con una Corona esplicitamente contraria al Führer, incoraggiò le smanie repubblicane del Duce. Del resto i nazisti chiaramente indicarono a Mussolini “l’ingombrante inutilità della Monarchia Italiana”.

    In quei giorni il Principe ereditario comparve solo di sfuggita; la Principessa e lui parteciparono esclusivamente alle cerimonie ufficiali di Napoli, loro residenza, mai altrove. Sotto il regime fascista non si poteva essere più espliciti.

    Negli sconvolgimenti degli ultimi anni ‘30 sia in campo nazionale che internazionale (il partito fascista elevato a organo costituzionale, tramite la Camera dei Fasci e delle Corporazioni; le leggi razziali; Monaco e il Patto a Quattro; l’annessione dell’Albania ecc.), la figura del Principe Umberto appena si intravede: egli non vuole assolutamente essere coinvolto in tutte queste faccende che personalmente non approvava affatto.

    Piccolo inciso: l’atteggiamento di Casa Savoia verso le leggi razziali era del tutto negativo. Ne è riprova quanto Re Vittorio Emanuele III disse a Mussolini durante un’udienza. Il Duce al Re: «Ci sono ventimila italiani con la schiena debole, Maestà, che si commuovono per la sorte degli ebrei». Il Re rispose gelido: «Fra quei ventimila italiani con la schiena debole ci sono anche io». Nella confusione del momento, con singolare incongruenza, Mussolini balbettò: «Certo Maestà, sono sentimenti che onorano la Maestà Vostra».

    Seguendo la regola scritta della Dinastia (i Savoia regnano “uno alla volta”) egli sta fuori dalla scena: non vuole suscitare e creare difficoltà al padre. Nello stesso tempo, però, essendo colto ed intelligente riflette sulla situazione: i pericoli incombenti rafforzano il suo originale antifascismo. Il suo sentimento tuttavia doveva essere coltivato in silenzio, esprimendolo soltanto nella cerchia di amici fidati.
    In altre parole, il Principe Ereditario nella situazione del Paese e con l’indubbio quasi unanime appoggio popolare al fascismo, era costretto ancora una volta a quell’esercizio di doppia personalità, alla quale si era dovuto abituare facendo violenza a se stesso. Gli serviva per dissentire a determinati livelli ed in determinati ambienti, ma anche l’obbligava ad obbedire, come Principe e come militare.

    La lucidità del pensiero del Sovrano (siamo al momento dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1940) è confermata da questo limpido “memo” fatto pervenire al figlio attraverso la Regina Elena:
    «1) Dire no alla guerra. Destituire Mussolini, che resta al suo posto e arresta il Re. Il Re allora lancia un appello all’Esercito fedele: è guerra civile. L’alleato tedesco arriva subito in aiuto a Mussolini: occupa l’Italia. Il Re viene fucilato e i due dittatori proseguono la guerra, che alla fine perderanno. La memoria del Re caduto sarà sacra, ma i morti della guerra civile dal Sovrano provocata potranno considerarsi un prezzo equo e giustificato per il trionfo della Monarchia?
    2) Oppure, il Re accetta la guerra, non vuole suscitare una guerra civile, quindi abdica e va in esilio, sciogliendo le forze armate dal giuramento, ed è esule in un paese neutrale. Hitler e Mussolini fanno la guerra, la perdono, gli alleati occupano l’Italia, il Re ritorna e riprende il trono. Gli italiani però non avranno scelta, avranno combattuto la guerra di Mussolini. Al suo rientro in Italia meriterebbe però il rispetto del popolo un sovrano andato comodamente in esilio mentre i suoi sudditi combattevano e soffrivano?
    3) Ultima alternativa: Hitler e Mussolini vincono la guerra: in questo caso il Re viene sicuramente cacciato, la Repubblica proclamata. Il Re è tuttavia convinto che i due dittatori alla fine perderanno: i vincitori e gli italiani riterranno il Re responsabile della guerra dichiarata e perduta come e più di Mussolini. La Monarchia sarà abolita e Mussolini viene cacciato. Sarà la Repubblica. Ma si potrà dire che in questo caso gli italiani avrebbero avuto torto?».
    Questo memo è una conferma della lucidità di Re Vittorio. Il Sovrano comprende le difficoltà in cui si troverà la Monarchia. Non ritiene necessario in ogni caso coinvolgere il figlio nelle sue decisioni per non comprometterlo. ......
    (segue)

  6. #6
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    Questa era la difficilissima posizione del Principe Umberto in quegli anni tragici per la nostra Patria. Dal 1938 egli accentua il suo dualismo di sempre: ufficialmente vive da Generale disciplinato e da Principe ligio agli ordini del Padre; privatamente cerca di trovare alternative alle previsioni pessimistiche del Sovrano. Purtroppo per lui è troppo tardi.

    Ciano annoterà nel suo diario:
    «Lungo colloquio con il Principe di Piemonte. Benché sia stato con me cortese personalmente, pure ho sentito nel suo animo molta amarezza... Ha criticato con parole aperte il sistema in genere e la stampa in particolare. Vive nell’ambiente militare ed ha assorbito in questi mesi una buona dose di veleno che in lui ha fatto effetto... Non ha né l’esperienza né l’acume del padre benché io lo ritenga di gran lunga superiore alla sua fama». Ciano ha ragione solo parzialmente: il Principe Ereditario sa invece sceverare benissimo la situazione; è logico che, come Principe Ereditario, non può fare una politica diversa da quella del Sovrano. Anzi deve obbedire, i Principi Reali non fanno politica.

    All’entrata in guerra dell’Italia, il Re desidererebbe che il Principe uscisse dal suo anonimato ed assumesse le sue responsabilità militari. Mussolini invece è contrarissimo: così il Generale Umberto di Savoia viene soltanto nominato Ispettore delle Armate sul fronte francese: un incarico di carta.

    Finita la campagna di Francia, il Principe riprende le sue ispezioni militari nella penisola. Aspirerebbe invece ad un comando in Africa ma non c’è nulla da fare. Nell’aprile del 1942 è nominato teoricamente Comandante del Gruppo Armato Sud, dove l’autorità effettiva è già in mano al Feldmaresciallo tedesco Kesserling.

    Siamo vicini all’8 settembre 1943. Il fascismo “ha ripiegato le vele”: non è riuscito a defenestrare la Corona ed è ad essa che si rivolgono le speranze degli italiani. D’altra parte fino allora era impensabile che un colpo di Stato della Corona potesse defenestrare il Duce che aveva ancora dalla sua parte un ampio assenso popolare. Dopo la guerra però molte cose avrebbero dovuto cambiare.
    I Principi di Piemonte continuano ad essere indicati negli ambienti fascisti come ostili alla guerra ma anche in continua ascesa nel favore della pubblica opinione. Il Principe critica sempre di più l’organizzazione militare e il regime e viene considerato da moltissimi ambienti - anche in Vaticano - come la salvaguardia della Monarchia dopo Mussolini.

    Sorvoliamo su tutte le voci e le storie sull’attività antifascista della Principessa Maria José: fece quanto possibile, attraverso vari contatti, per modificare la difficile situazione della Monarchia in quelle circostanze. .............
    (segue)

  7. #7
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    Sappiamo tutti come andarono le cose. Il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini il 24 luglio 1943: il Re ebbe così l’appiglio costituzionale per dimettere il suo Primo Ministro e sostituirlo con il Maresciallo Pietro Badoglio.

    Il Governo Badoglio nei suoi primi 45 giorni cominciò immediatamente a cercare di far uscire l’Italia dal conflitto, rivelatosi totalmente perduto per l’Italia, che per di più non aveva più alcuna possibilità di giovare militarmente all’alleato tedesco. La situazione era di una gravità estrema ed era anche estremamente difficile arrivare ad un armistizio con gli alleati, senza provocare la violenta reazione dell’alleato tedesco.

    Le trattative furono condotte abbastanza maldestramente: non ci si rendeva conto che gli Alleati, come da loro dichiarazioni precedenti, non avrebbero accettato che una resa incondizionata. Il 3 settembre fu firmato l’armistizio di Cassibile ma è tuttora fonte di discussione quale fosse stata la data precisa dell’annuncio ufficiale dell’armistizio.
    Il Generale Carboni, Comandante del Corpo d’Armata Motocorazzato vicino a Roma (praticamente l’unica unità vicina alla capitale che avrebbe potuto e dovuto contrastare una reazione tedesca), si comportò con il Generale U.S.A. Taylor - venuto a Roma per concordare con lo S.M.R.E. il lancio di una divisione aereotrasportata vicino alla capitale - in maniera così equivoca e così poco lineare, che l’americano ritornò immediatamente ad Algeri convinto che gli italiani “ciurlassero nel manico”.

    Aggiungerò, per delineare le responsabilità gravissime del Generale Carboni con le conseguenze disastrose che il suo atteggiamento ebbe susseguentemente, che al Consiglio della Corona, del quale egli faceva parte, convocato dal Re lo stesso 8 settembre, dopo che alle ore 14,00 Radio Algeri aveva già annunziato unilateralmente l’armistizio, questo ufficiale non si peritò di richiedere l’annullamento dell’armistizio e la continuazione della guerra contro gli Alleati! No comment.

    Il Re si prese da solo la responsabilità di accettare l’armistizio nelle difficili condizioni che questo ambiguo anticipo avrebbe creato al Governo ed alle Forze Armate Italiane. Ciò comportò inevitabilmente, date le circostanze, che il Re ed il suo Governo furono costretti a lasciare Roma per non cadere nelle mani dei tedeschi. Conosciamo bene le discussioni in argomento, ma pochi si resero conto, allora come oggi, delle conseguenze che ne sarebbero scaturite se il Capo dello Stato e il Governo fossero rimasti a Roma: annullamento immediato dell’armistizio, prigionia tedesca del Re il che avrebbe significato che nessuna istituzione legittima avrebbe potuto garantire l’armistizio testé firmato. Le disgrazie per la nostra Patria e le conseguenze di tutto ciò sarebbero state ancora peggiori.

    Ricordiamoci - e nessuno mai lo dice - che i tedeschi avevano già messo a punto un piano per la cattura del Sovrano e della Famiglia Reale. Se questo piano fosse riuscito, l’Italia sarebbe stata rappresentata soltanto dai “Quisling” di Mussolini a Salò e la Monarchia non avrebbe potuto instaurare al Sud quel nuovo rapporto con gli anglo-americani, con i quali aveva firmato un armistizio.
    (segue)

  8. #8
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    Ma sulla cosiddetta “fuga” del Re e del Governo da Roma, molto si è detto e molto si dovrebbe ancora scrivere per ristabilire la verità di quei fatti. Poiché qui parliamo di Umberto II, non è il caso di entrare in questo argomento.

    Quale fu l’atteggiamento del Principe di Piemonte in quei tragici giorni, seguendo il Sovrano suo Padre ed il Governo nel trasferimento da Roma a Brindisi? La storiografia ufficiale parla spesso del desiderio espresso dal Principe di ritornare a Roma: prendere il comando delle truppe nella capitale ed in Italia per resistere ai tedeschi con un Principe di Casa Savoia alla loro testa. Da un punto di vista sentimentale, il desiderio dell’Erede al Trono era più che giustificato: del resto esso rientrava esattamente nella mentalità generosa di Umberto.

    Senonché il Principe dovette rapidamente comprendere l’impossibilità di un tale gesto: il Re aveva 74 anni, dei quali ben 43 di difficile regno che indubbiamente avevano logorato la fibra del Sovrano. Umberto era l’Erede al Trono, suo figlio, un bambino di 6 anni, stava per passare in Svizzera. La continuità della Dinastia e del suo capo, unici garanti dell’armistizio di fronte agli alleati, era quindi affidata non solo al Re, ma anche all’unico figlio. Il Principe Umberto non poteva quindi ritornare a Roma: gesto eroico sì e che forse avrebbe salvato la Dinastia, ma al prezzo della rovina del futuro della Patria.

    Umberto pertanto seguì il Padre a Brindisi: al Sud è determinante nello stabilire con gli Alleati un rapporto di collaborazione di primissimo ordine, facendo di tutto per attenuare le dure condizioni dell’armistizio. Mette in opera tutta la sua influenza per ricostituire l’Esercito e le Forze Armate rimaste al Sud, tra le quali preminente la Regia Marina (che, non dimentichiamolo, salpò per Malta solo ed esclusivamente per eseguire gli ordini del Re).

    A poco a poco la personalità del Principe di Piemonte, sempre nel rispetto delle prerogative e della figura del Sovrano, si fa sempre più importante. Sempre più apprezzato è il Principe, sia dagli Alleati come da quegli uomini politici al Sud coi quali aveva a che fare. Purtroppo per la maggior parte di costoro l’unico scopo era l’abbattimento della Monarchia e non il portare l’Italia ad una pace quanto meno onerosa possibile. (Per inciso dirò che la popolarità del Principe con gli Alleati ebbe una conferma straordinaria in occasione della visita che Re Umberto, oramai in Esilio, fece in America nel 1963. Fu ricevuto dal Presidente Eisenhower a Washington come un Capo di Stato; con il Generale Mark W. Clark, già comandante delle truppe americane e poi di tutte le truppe alleate sul fronte italiano, visitò numerose installazioni militari negli Stati Uniti).

    Sotto pressione degli Alleati, continuamente pungolati dai politici italiani al Sud perché risolvessero il problema della Monarchia e della persona di Vittorio Emanuele III, il 12 aprile 1944 il Re fu costretto a delegare all’Erede al Trono la Luogotenenza Generale del Regno, con effetto dalla liberazione di Roma. Il vecchio Sovrano, pur rimanendo nominalmente Re d’Italia, si ritirò a vita privata.
    Con la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, l’Erede al Trono Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, assume l’incarico di Luogotenente Generale del Regno (si noti l’espressione voluta dai politici italiani: “del Regno”, non “del Re”, come era avvenuto nel 1915-18 quando, con l’assenza del Re da Roma trasferitosi al fronte, lo zio Tommaso Duca di Genova fu nominato Luogotenente Generale del Re), altra prova dell’accanimento politico contro la Monarchia degli uomini politici di allora.
    Quindi a tutti gli effetti è vero che Umberto di Savoia diventò sì, nominalmente, Re con l’abdicazione del padre nel maggio 1946, ma in realtà fu Re effettivo d’Italia fin dal giugno 1944. È pertanto errato definirlo “il Re di Maggio”.

    Per il Principe Umberto il periodo della luogotenenza fu quantomai difficile. Aveva contro tutti i partiti politici allora esistenti e tra questi si distingueva per fanatismo e accesa propaganda antimonarchica il piccolo Partito d’Azione (destinato a scomparire dopo pochi anni di Repubblica), pur composto da uomini di grande levatura e professionalità.

    Tra i suoi compiti, quello di cercare di aumentare la partecipazione alla campagna militare degli Alleati sul nostro territorio delle truppe del Regio Esercito. Avremo così prima il Raggruppamento Motorizzato, poi il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.), infine i Gruppi di Combattimento nell’ultima fase della campagna d’Italia (gennaio-aprile 1945) dopo lo sfondamento della linea gotica. A questa, purtroppo, le truppe italiane non parteciparono perché il C.I.L. fu ritirato dal fronte a fine agosto 1944 per permettere l’organizzazione dei gruppi di combattimento.
    (segue)

  9. #9
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    Durante la Luogotenenza il Principe Umberto visitava di continuo i soldati al fronte (come pure le truppe alleate, specie i polacchi del Generale Anders che lo accolsero sempre con gradissimo entusiasmo).
    Politicamente egli agì sempre con grande equilibrio, misura e competenza - e soprattutto grande spirito di sacrificio - nel difficile incarico affidatogli dal padre.
    Doveva agire, non dimentichiamolo, in un contesto politico ostile dove molte delle sue prerogative, spettanti costituzionalmente e secondo lo Statuto al Sovrano, non gli furono riconosciute. Esempio il giuramento dei Ministri, che pure erano Ministri del Regno, non menzionava più la figura del Re, tuttora Capo dello Stato: si trattava di un giuramento fasullo e del tutto irrilevante, con un vago riferimento alla Patria ed alla Nazione.

    Le rivalità, le liti, le piccinerie, le ambizioni degli uomini politici italiani anche a quell’epoca sono ben descritte nelle memorie del Ministro della Real Casa Falcone Lucifero. Il Luogotenente prima e il Re dopo mantenne sempre un atteggiamento di comprensione, di pazienza, di interesse nei confronti di quel mondo politico di allora, già così rissoso, il che valse al Luogotenente Generale un ampio riconoscimento da parte di questi personaggi tra i quali rarissimi erano i monarchici.

    Uno dei più interessanti giudizi su Umberto Luogotenente Generale del Regno è quello di Churchill, in Italia nell’agosto 1944 per essere presente all’inizio dell’offensiva dell’Ottava Armata Britannica sull’Adriatico per lo sfondamento della Linea Gotica. Nelle sue memorie, il Primo Ministro inglese così si esprime: «All’Ambasciata Inglese a Roma incontrai per la prima volta il Principe Umberto, che era allora Luogotenente Generale del Regno, il Capo effettivo dello Stato e Comandante delle Truppe Italiane combattenti. La sua brillante e interessante personalità, la sua completa comprensione di tutta la situazione, militare e politica, mi diede un senso di vivo compiacimento e maggiore fiducia di quanta me ne avevano dato le conversazioni con i vari rappresentanti dei partiti politici. Io sperai vivamente che egli potesse avere una parte importante nella creazione di una Monarchia Costituzionale in un’Italia libera, forte e unita».

    Può essere interessante un commento del Luogotenente al termine del suo incontro con Churchill (riferito dal Capitano di Fregato Rodolfo Balbo, allora Aiutante di Campo del Principe): «Ce n’è voluto per portare in porto questo incontro perché Churchill non voleva assolutamente saperne di vedere né Bonomi né Badoglio. Sono stato io ad insistere perché, oltretutto, non volevo che si dicesse che armeggio per mantenermi a galla col suo aiuto straniero».

    Sono frasi e giudizi importanti che dipingono effettivamente la personalità di Umberto di Savoia e quale Sovrano egli sarebbe stato per l’Italia.
    Il Luogotenente Generale tenne anche a sottolineare i rapporti eccellenti esistenti fra il Quirinale e il Vaticano: per la prima volta, nell’inverno del 1946, volle dare un grande ricevimento al Quirinale per ricevervi i nuovi Cardinali nominati da Sua Santità Pio XII nell’ultimo Concistoro.

    Nel maggio 1946 Re Vittorio Emanuele III decide di abdicare sacrificando, dopo 46 anni di regno, la sua persona e conoscendo quanto, sia pure ingiustamente, egli fosse ritenuto un ostacolo al mantenimento della Monarchia.

    Umberto di Savoia diventa così Re d’Italia. Il popolo romano volle tributargli un’entusiastica manifestazione di fedeltà e di affetto in Piazza del Quirinale, piena zeppa, chiamando ripetutamente al balcone il Re, la Regina ed i Principi Reali.
    (segue)

  10. #10
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    Com’era da attendersi, i partiti politici fecero fuoco e fiamme per questa abdicazione ritenuta contraria al patto di tregua istituzionale che essi consideravano istituitosi con l’assunzione da parte del Principe Umberto della funzione di Luogotenente Generale del Regno. Poiché tutto era però avvenuto nella più stretta legalità istituzionale, furenti si rassegnarono ad accettare l’assunzione al trono di Re Umberto II.

    Tralasciamo le vicissitudini della campagna elettorale per la Costituente (mai campagna elettorale politica fu meno serena e più condizionata dagli avversari della Monarchia di questa). Veniamo adesso al Referendum. Come premessa bisogna ricordare che il Referendum fu possibile solo e in quanto istituito con atto personale e firma del Luogotenente Generale del Regno nelle sue capacità di Capo dello Stato. Un Referendum, che lo si voglia o meno, concesso da colui che era allora in Italia il Sovrano effettivo.

    Fu anzi proprio il Luogotenente Generale ad insistere per il Referendum come scelta per la decisione sulla forma istituzionale dello Stato piuttosto che lasciare ad un’Assemblea Costituente tale decisione.
    Il Principe affermò che il Referendum era in questo caso la forma migliore: il popolo intero poteva così decidere direttamente su una questione così importante. Non tramite uomini politici che, anche se eletti dal popolo, sarebbero stati altamente influenzabili in un’eventuale Assemblea Costituente.

    Nel mese prima del Referendum, Re Umberto fece il possibile per rinforzare la Monarchia. Indubbiamente la sua personalità, il suo fascino, la sua semplicità e la sua grande disponibilità nei confronti di tutto e di tutti contribuirono notevolmente a dare alla Monarchia il grande numero di voti ottenuti nel Referendum. Il Re si rendeva però perfettamente conto come tale Referendum non poteva essere veramente determinante per il futuro dell’Italia, date le condizioni eccezionali in cui doveva tenersi. Si pensi che nel 1946 non votarono ben 600.000 italiani, ancora prigionieri di guerra e non rientrati. Inoltre non votarono le province di Trento, Bolzano, Udine e Trieste, ancora sotto regime militare alleato, come pure non votarono molte persone che per una ragione o per l’altra avevano perso il diritto al voto.

    In una situazione così poco chiara e così poco democratica, il Re volle essere straordinariamente corretto, tanto da promettere ufficialmente al popolo italiano un secondo Referendum confermativo ove la Monarchia avesse vinto con un’esigua maggioranza: davvero più democratici di così non si poteva essere.

    La Repubblica ufficialmente vinse con 12.672.767 voti contro 10.684.905 dei Monarchici. La differenza era praticamente di due milioni, pertanto molto esigua. Queste cifre fanno comprendere quanto sarebbe stato necessario che gli italiani potessero fare una vera scelta al di fuori delle tensioni del 1946, rinviando il Referendum almeno di un anno. L’ironia della sorte volle che, malgrado che la Repubblica si sia reiteratamente e monotamente sempre proclamata antifascista, buona parte dei voti ottenuti furono quelli dei fascisti repubblicani di Salò!

    In ogni caso, data l’incertezza dei risultati, il Presidente della Corte di Cassazione, Sua Eccellenza Pagano, nel proclamare le cifre della consultazione concluse: «La Corte, a norma dell’art. 19, omissis, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, proteste, reclami presentati agli uffici delle singole sezioni, a quelle centrali e circoscrizionali e alla Corte stessa... Integrerà il risultato con quello delle sezioni ancora mancanti e indicherà il numero complessivo degli elettori votanti, dei voti nulli e di quelli attribuiti». Questo avveniva il 5 giugno 1946.
    (segue)

 

 
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