Pagina 1 di 3 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 30

Discussione: La verità si muove...

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La verità si muove...

    ….ma zoppica

    Adriano Sofri è un amico fraterno, dobbiamo a lui la messa in minuscolo della parola occidente e altri splendenti esempi di retorica classica, interni al dramma contemporaneo e alla guerra tra islam e occidente.
    Ma, come nel caso di un altro amico, André Glucksmann, talvolta la retorica vaneggia.
    Putin è erede della tragica vocazione russa allo sterminio dei ceceni, speculare sotto gli zar, sotto Stalin e sotto di lui alla tragica vocazione cecena al martirio indipendentista: russi e ceceni si odiano e si ammazzano da secoli e, come scriviamo sotto, è responsabilità di Putin definire un piano per uscire altrimenti che con la perseveranza nella catastrofe da questa tragedia storica e politica, visto che la mezza porzione di democrazia che Putin ci offre dopo la caduta del comunismo va messa alla prova del budino.
    Ma questo non c’entra con l’uso sostitutivo dell’odio per Putin, penoso Ersatz dell’odio per Bush Blair e Berlusconi, in funzione della rimozione violenta della realtà, cioè l’islamizzazione a tappe forzate del martirio ceceno, divenuto uno dei fronti nichilisti della guerra religiosa islamica contro l’occidente e concretamente contro la vita dei passeggeri della metropolitana di Mosca, contro il volo dei passeggeri dell’Aeroflot, contro il volo dei bambini dell’Ossezia nel primo giorno di scuola.
    Putin, caro Adriano, non poteva inginocchiarsi e farsi ostaggio dei rapitori dei bambini, e loro giustizieri, senza tradire l’unico mandato (hobbesiano o no, non importa) che dia senso all’esistenza del potere nel mondo: proteggere la vita dei cittadini.
    Dandogliela platealmente vinta, prostrandosi religiosamente ai piedi della guerra religiosa e offrendosi in sacrificio in cambio dei ragazzini, Putin sarebbe diventato il loro piccolo padre angelico, e al tempo stesso avrebbe reso orfani milioni di bambini esposti alla vittoria del ricatto.
    Le idee belle spesso sono fuori della realtà e della verità, che sono brutte.
    Verità che fa qualche passo avanti, se Dio vuole, visto che Roger Cohen nel NYT di domenica e Angelo Panebianco nel Corriere di ieri hanno cominciato a scrivere parole fredde e ragionevoli, politicamente belle, su questa incredibile settimana di furia islamica e di fanatismo dialogante dell’occidente diviso e afflitto da un conveniente, amabile, pacifico torpore.

    Ferrara su il Foglio del 7 settembre

    saluti

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito In Europa il....

    ….dialogo è possibile

    Madrid. “Non voglio entrare in polemica con Romano Prodi (che chiede spiegazioni al governo di Mosca sulla tragedia di Beslan, ndr), ma vorrei, mentre tutta la Russia vive un profondo dolore per la morte di tanti bimbi, tenere conto di un elemento assolutamente essenziale:
    chi ha provocato il dramma sono quelli che sono entrati in una scuola e l’hanno minata, chi ha assassinato genitori, chi ha torturato e sparato contro bambini.
    Loro sono i colpevoli della tragedia.
    Non c’è giustificazione o comprensione politica per un fanatismo che significa la negazione dei nostri valori”.
    Parlando con il Foglio, lo spagnolo Álvaro Gil-Robles è categorico, anche se la voce tradisce ancora lo sgomento per l’infanticidio dei terroristi islamici di Shamil Basayev.
    Gil-Robles, 60 anni dopodomani, è commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa e uno dei maggiori specialisti mondiali del Caucaso.
    Dal ’99 Don Álvaro, di area socialista, è anche inviato speciale per la Cecenia per l’organizzazione che ingloba 45 Stati del vecchio continente, Russia compresa. Conosce bene il presidente Vladimir Putin, che lo stima molto.
    Tanto che da Mosca gli è giunta, durante il sequestro, una proposta:
    “Noi abbiamo seguito in ogni momento l’evolversi degli avvenimenti. Eravamo in contatto con Vladimir Lukin, l’ombudsman russo, che faceva continui update alle più alte istituzioni del Cremlino. La verità è che la possibilità di instaurare un dialogo, che al principio i terroristi non volevano nel modo più assoluto, era l’obiettivo principale che ci trasmettevano da Mosca – spiega Gil-Robles, stimatissimo avvocato e giurista già Defensor del Pueblo (ombudsman) spagnolo dall’88 al ’93 e fratello minore di José María, ex presidente del parlamento europeo – Tanto che lo stesso Lukin mi chiese, nel caso si fosse arrivati a una mediazione internazionale, che fossi io ad aiutarli. Accettai subito”.
    “C’era insomma un tentativo reale, autentico di instaurare un dialogo per rasserenare i sequestratori, portarli a una posizione razionale, ma fu tutto inutile. La prima richiesta, il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia, era impossibile. La seconda, su cui c’era possibilità di dialogo, era la liberazione dei detenuti imprigionati dopo il primo attacco in Inguscezia. Ma i terroristi hanno fatto saltare in aria la scuola – prosegue l’ombudsman, eletto anche con i voti dei popolari di José María Aznar, che ha ricevuto la Legion d’onore nel ’94 – Sinceramente, credo che le truppe russe siano intervenute quando hanno visto che i terroristi sparavano alle spalle dei bambini e penso che nessuno può chiedere a delle forze di sicurezza di non proteggere dei bambini che scappano. Così ha detto anche il pediatra mediatore Leonid Roshal”.

    Il sostegno al paese in un momento difficile
    Dopo aver precisato che considerava il suo intervento come una possibilità remota, Gil-Robles ci sottolinea che ieri, a Strasburgo, il Consiglio d’Europa ha espresso solidarietà alle vittime, al popolo russo e ha ricordato che il massacro terrorista è stato un attacco non soltanto contro la Russia, ma contro i valori rappresentati dalle istituzioni:
    “Dobbiamo sostenere un paese che sta vivendo un momento molto difficile, a cui bisogna tendere la mano, come fu tesa alla Spagna dopo la mattanza di al Qaida l’11 marzo a Madrid”.
    L’analisi dell’ombudsman, che ha fine mese parte per la Russia per completare il rapporto sui diritti umani che consegnerà a Putin in dicembre, verte poi sulla Cecenia, sul suo importantissimo ruolo come snodo petrolifero e sul terrorismo di al Qaida.
    “Dopo la prima guerra nel ’96, in Cecenia si arrivò alla sconfitta russa, all’indipendenza di fatto, alla Costituzione.
    Ma si arrivò a un punto in cui la Carta venne messa da parte. Basayev cominciò ad applicare la sharia e lanciò l’attacco al Daghestan, con la proclamazione di un obiettivo: una grande Repubblica islamica caucasica. Così cominciò la seconda guerra perché Mosca intervenne. E’ vero che la Russia ha commesso errori gravissimi, repressione ingiusta e brutale in molti casi. Ma all’origine c’è il trionfo delle tesi di Basayev e di al Qaida contro la tradizione islamica locale, che era sufista e non non wahabita”.
    “La Cecenia si trova in una posizione molto sensibile, subisce le infiltrazioni dei militanti di al Qaida. La prima vittima di tutto ciò è proprio il popolo ceceno – conclude Gil-Robles – Putin, che si è opposto all’istaurazione dello stato d’emergenza, mi ha manifestato la sua volontà affinché i ceceni risolvano i loro problemi con un governo civile locale per poter ritirare le sue truppe. Un processo lungo e difficile, l’unico possibile. Ma i terroristi cercano di fermare quest’intelligente programma politico, sfruttando anche gli ‘oggetti esplosivi’, le donne, vittime dell’islamismo fanatico che strumentalizzano il loro dolore.
    E la pace in Europa passa anche dalla pace in Cecenia”.

    Da il Foglio del 7 settembre

    saluti

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Banditori del....

    ….pregiudizio

    Il dialogo è la forma moderna del pregiudizio.
    Il presidente della Camera predica un generico dialogo senza identità, un dialogo con l’islam moderato che ha il sapore sciatto e inconsapevole del pregiudizio politicante, dell’utile politicante. La sua omelia domenicale, su Repubblica, è cattolicesimo il più deteriore, profano e blasfemo, tecnica a ammaestramento senza sapienza.
    Il suo linguaggio mescola bambini & Follini, piccole ambizioni da Transatlantico e tragedie della quarta guerra mondiale.
    Una sulfurea indecenza.
    A Casini non interessa il doppio comunicato di Hamas, quello in cui la settimana scorsa fu rivendicato da un lato il massacro di una ventina di ebrei e furono impartite dall’altro immediate istruzioni per la liberazione dei due ostaggi cittadini dell’amica e alleata Francia di Chirac, è uno strano cattolico che non ama lo scandalo; non gli interessano la tragica divisione dell’occidente e l’offensiva islamica dispiegata nel mondo; ieri avrà letto le parole dell’imam salafita Sumaydai, che confermano la necessità di ammazzare gli occidentali, tranne i francesi, e si sarà voltato dall’altra parte, per incipriarsi e rendersi pensoso e addolorato nella prospettiva della fatua e narcisista fiaccolata della sera, la celebrazione del dialogo universalista nel vuoto dell’ideologia mentre i bambini vengono sterminati da chi ci fa la guerra religiosa e nichilista.
    La loro parola d’ordine è stata fissata da Repubblica e da Veltroni: per meglio combattere Bush bisogna condannare il terrorismo, e loro condannano.
    Sono tutti in attesa di festeggiare non i due ostaggi sopravvissuti alla furia che si è portata via centinaia di vite nel corso della loro prigionia, da Baldoni ai turchi ai nepalesi agli ebrei ai bambini ai soldati americani ai civili iracheni, ma il loro liberatore e loro capo, il leader del veto all’Onu e dell’abbraccio con i moderati del jihad islamico, il costruttore dell’impianto nucleare di Osirak, l’arma di distruzione di massa di Saddam Hussein eliminata tra le proteste dai caccia israeliani ventitré anni fa, il banditore del nuovo metodo politicamente corretto per fronteggiare la guerra: mettiti con il tuo nemico e finanzialo, dividi il fronte degli alleati, si salvi chi può.
    E’ in fervorosa attesa anche quel furbastro di Prodi, che non ama spiegarsi la realtà della guerra wahabi nel Caucaso, preferisce chiedere spiegazioni a Putin.
    Tutti sanno che, come ha scritto il New York Times nella sua corrispondenza del primo giorno dal luogo dell’eccidio, le truppe speciali russe erano impreparate a qualunque blitz, si tenevano a rispettosa distanza dalla scuola per tenere la consegna del presidente russo e cercare di evitare la strage; tutti sanno che dopo l’incidente e il panico e la fuga, le schiene dei bambini venivano colpite dai mitra wahabi, che le donnebomba mandate lì dai salafiti, dai magnaccia della loro disperazione cecena, inseguivano i ragazzini con le loro cinture esplosive e si facevano scoppiare tra i loro corpi: lo sanno benissimo, ma chiedono spiegazioni a Putin, questa è la loro morale di pace, questa la loro convenienza politica del giorno, questo il loro lutto di europei comme il faut, come si deve.
    Negli anni Cinquanta e Sessanta un uomo carismatico e mezzo profeta, a cavallo del Concilio Ecumenico Vaticano II, predicava da Firenze il dialogo nel segno della pace.
    Giorgio La Pira non era un politicante da quattro soldi, era un uomo colto e fervoroso, un cattolico serio e coraggioso, e se le sue idee erano piene di equivoci, questi equivoci erano sempre riscattati dal suo ardente proselitismo e dal suo anticomunismo militante e dal suo disprezzo per l’ignoranza del personale politico democristiano.
    Le sue lettere a Pio XII testimoniano il suo intento segreto: voleva addirittura redimere l’islam mediterraneo e competere con il solidarismo sociale contro il comunismo, voleva fare dell’onesto proselitismo cristiano.
    E’ passato mezzo secolo, tutto è cambiato, è scoppiata la guerra e i cattolici al potere in Italia, non importa a quale polo appartengano, perché i poli sono fusi in un’identica indifferenza al reale, sono ormai la caricatura imbellettata del lapirismo e del pacifismo e dell’ecumenismo di un tempo.
    Questo sì che si chiama progresso.

    Ferrara su il Foglio del 7 settembre

    saluti

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La verità....

    …pian pianino viene a galla

    Roma. La verità affiora, ma qualche volta si preferisce voltarsi, e non guardarla in faccia.
    Affiora anche attraverso la fatwa dell’imam salafita Sumaydai, guida spirituale degli estremisti sunniti: Sumaydai ha chiesto ieri la liberazione degli ostaggi francesi
    “per evitare che la Francia diventi un nemico dell’Iraq. Abbiamo incontrato l’ambasciatore francese… ci hanno comunicato di non aver chiesto l’intervento Usa e del governo iracheno per la liberazione dei loro concittadini, ma solo quello dei musulmani”. Perché la Francia, come ha ricordato con ammirazione Eugenio Scalfari, domenica, sulla Repubblica,
    “appoggiata da tutta la sua comunità islamica e da tutti i governi moderati della regione, ma perfino dalle organizzazioni terroristiche palestinesi che non si vogliono confondere con al Qaida, perfino dai fratelli musulmani egiziani e dagli Hezbollah libanesi, ha dimostrato di quale prestigio goda nel mondo arabo”. Un grande prestigio, se Hamas una settimana fa ha rivendicato l’uccisione di sedici civili israeliani e contemporaneamente ha rivolto un inequivocabile appello per la liberazione dei francesi (“Liberare i due ostaggi francesi accrescerebbe l’isolamento dell’atteggiamento ostile di americani e israeliani rispetto alle nazioni arabe e musulmane, e farebbe aumentare l’appoggio della Francia”).
    Il New York Times se n’è accorto, e Roger Cohen domenica ha scritto:
    “Mesi di calma in Israele sono stati sconvolti dalle bombe sui bus che hanno ucciso sedici persone; Hamas, il gruppo palestinese militante, ha rivendicato la responsabilità dell’attentato. Nello stesso tempo, Hamas, ben disposta verso la Francia per la sua opposizione all’avventura americana in Iraq, si è aggiunta al coro di voci arabe che chiedono il rilascio dei due giornalisti francesi rapiti”.
    Perché il prestigio, per dirla con Scalfari, è eccessivo e anche un po’ spaventoso, se non provocano scandalo le dichiarazioni dello sceicco al Qaradawi, che nello stringere calorosamente la mano al ministro degli Esteri francese Michel Barnier, chiedendo il rilascio dei due giornalisti, ha ribadito che:
    “è obbligatorio uccidere tutti gli americani in Iraq, e non c’è alcuna differenza tra civili e militari. Il rapimento degli americani e la loro uccisione sono obbligatori fino a quando non avranno lasciato il paese”.
    E’ la sua frase preferita, la ripete ogni domenica dagli schermi di al Jazeera, ma in Europa viene considerato esponente di quell’Islam moderato con cui bisogna “dialogare”, anche se non si sa bene cosa sia – e ieri Guido Rampoldi sulla Repubblica giustamente provava a dare una risposta, cadendo però pericolosamente nella “zona grigia, probabilmente maggioritaria, che rifiuta tanto il jihadismo quanto il moderatismo”. “E’ lì che un Occidente saggio dovrebbe cercare interlocutori” ha spiegato Rampoldi, nella zona grigia, “nelle periferie estreme da noi classificate dentro lo stereotipo di wahabismo”.

    Il Corriere chiede di accantonare le ipocrisie
    Un po’ come fa la Francia, ma senza arrivare alla Francia? Perché la verità sulla Francia è affiorata, e Angelo Panebianco l’ha scritto sul Corriere di ieri:
    “La Francia, che ha mobilitato il mondo arabo per liberare i suoi giornalisti, piace a chi la considera la vera alternativa alla “politica dei muscoli” di Bush e di Putin (spesso accomunati, come se fossero la stessa cosa). Ma la Francia ha capitalizzato sulla sua immagine di potenza antiamericana. Per non parlare dei suoi rapporti buoni, e ambigui, con gli estremisti della Fratellanza musulmana (di cui fanno parte i terroristi palestinesi di Hamas, solidali in questo frangente con Parigi). Davvero vogliamo un’Europa che sia un impasto di antiamericanismo, grandeur francese, e dialogo con Hamas?”.
    I rapporti buoni e ambigui sono venuti alla luce anche ieri, dalle pagine di un quotidiano libanese, Assafir, dove il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha duramente redarguito i francesi per avere firmato venerdì scorso insieme all’America la risoluzione Onu 1559 sul Libano (trenta giorni alla Siria per ritirare le sue truppe):
    “E’ necessario che la Francia e i francesi – ha detto il segretario di Hezbollah – sappiano che il movimento di solidarietà da loro constatato nel corso della vicenda degli ostaggi in Iraq non viene dal nulla. La mobilitazione di tutti i movimenti nazionalisti e islamici è dovuta alla politica francese, non giusta ma più equilibrata di quella degli Stati Uniti. Chiediamo alla Francia di non commettere altri errori e di non fare causa comune con Washington, a rischio di perdere il suo capitale di simpatia nella regione”.
    Un avvertimento. Mentre la Francia raccoglie un collettivo applauso ipocrita, e Stefano Folli lo svela:
    “L’importante – ha scritto domenica sul Corriere – è che siano accantonate le ipocrisie. Come quelle di quei governi che parlano il linguaggio della politica, ma hanno finanziato fino a ieri le organizzazioni terroristiche palestinesi che fanno esplodere gli autobus in Israele. E hanno finto di non sapere”.
    La verità però affiora, e perfino il Monde, nell’editoriale di ieri, con una doppia capriola chiede spiegazioni a Chirac:
    “La diplomazia francese è affetta da schizofrenia? Difende con forza, in Iraq, una via politica per disinnescare più pacificamente possibile le minacce terroriste e in Russia chiude gli occhi quando simili minacce si concludono nel sangue e nella strage”.

    da il Foglio del 7 settembre.

    Berlusconi, grazie di esistere e di "resistere".

    saluti

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Seguita ad .....

    .....emergere

    Roma. “Tre anni dopo l’11 settembre, troppa gente è diventata esperta nel distogliere lo sguardo. Se guardi agli editoriali e alle prese di posizione in risposta a Beslan, vedi che glissano sui perpetratori di questa azione, e cercano invece più convenzionali, più facili e comprensibili bersagli per la propria rabbia”.
    La verità si affaccia, e il New York Times non si volta più. David Brooks, nell’editoriale di ieri, “Culto della morte”, ha criticato anche l’olandese Bernard Bot, che ha chiesto alle autorità russe come questa “tragedia” sia potuta avvenire.
    “Non è stata una tragedia – scrive Brooks – E’ stata un’operazione accuratamente pianificata di omicidio di massa. E non sono state le autorità russe a riempire le reti dei canestri di esplosivo e a sparare nella schiena ai bambini che provavano a scappare”.
    E’ stato un gruppo di esseri umani, che è entrato in una scuola, ha vissuto con centinaia di bambini per pochi giorni, “li ha guardati negli occhi, ha sentito i loro pianti”, e poi li ha fatti esplodere.
    Brooks definisce il “puro piacere di uccidere e morire”, che va molto oltre la causa che si dice di servire, e che “non ha ragione e va al di là della negoziazione”.
    Un’irrazionalità che viene respinta, se a tre anni dall’11 settembre
    “molti sono ancora apparentemente incapaci di parlare di questo diavolo. Ancora provano a razionalizzare il terrore: cosa porta i terroristi a fare questo? Cosa stanno tentando di ottenere?”.

    Non è facile guardare in faccia l’orrore e non è facile nemmeno riconoscere il nemico, ma ieri Giuliano Amato, nell’intervista a Massimo Giannini sulla Repubblica, ha detto ciò che, evidentemente, scontato non è:
    “Si continua a non capire che una cosa sono gli errori commessi nella lotta al terrorismo, una cosa sono le ragioni di cui il terrorismo si avvale come alibi per costruirisi una base di consenso, e tutt’un’altra cosa sono gli atti e i crimini inammissibili che esso commette”.
    Amato sulle “colpe di Putin” non è stato ambiguo:
    “E’ un atteggiamento profondamente sbagliato – ha detto –
    Lo vogliamo capire che questo modo di ragionare crea solo un clima di giustificazionismo?… Dobbiamo dirlo, senza esitare, senza distinguere: in nome di Dio e degli uomini, non è possibile in nessuna parte del mondo uccidere bambini e cittadini inermi. Chi fa questo è comunque fuori dalla convivenza umana”.
    Amato arriva dopo Walter Veltroni, dopo Ezio Mauro, dopo Miriam Mafai e dopo Riccardo Barenghi, e spiega alla sinistra che “non è sempre vero che gli atti di terrorismo sono figli della disperazione”.
    Ma l’ambiguità delle attenuanti, della simpatia, delle fiaccolate per i bambini di Beslan in cui si chiede il conto a Putin e non ai terroristi?
    La verità affiora, se Amato accusa “certa sinistra” di prendere sempre due posizioni insieme, “trasformando in attenuanti fatti e circostanze che in nessun caso lo sono”, che finiscono per autorizzare “le più diverse licenze di uccidere”. Trova “stupefacente che questo atteggiamento alligni tra i pacifisti, che si battono in nome dell’intangibilità della vita umana”.
    Non riesce a sostenere il patto dell’Occidente auspicato dal presidente del Senato, ma almeno esprime dubbi su “certa solidarietà che è arrivata alla Francia da Hamas”.
    Intanto, mentre la Francia incassava questo tipo di spaventosa solidarietà, l’associazione di amicizia franco-irachena aveva già accusato gli Stati Uniti di aver messo “deliberatamente a repentaglio” la vita dei due giornalisti francesi, con l’offensiva a Latifyia: il Monde ci ha titolato la prima pagina di ieri:
    “Un’offensiva di soldati americani ritarda la liberazione degli ostaggi francesi”.
    Ma la verità affiora, e un portavoce del ministro degli Esteri francese ieri ha, non molto tempestivamente, smentito le insinuazioni sull’ostilità americana.

    Sull’America s’interroga il nuovo Micromega, rivista del girotondista Paolo Flores d’Arcais, che pubblica non solo il saggio di Noam Chomsky, ma anche la verità del polacco Adam Michnik:
    “In Iraq non stiamo ancora parlando di democrazia, bensì di una guerra scatenata da fondamentalisti radicali ed estremi che vogliono imporre un regime totalitario all’Iraq.
    Posso comprendere l’argomento secondo cui non è affar nostro difendere gli iracheni da un regime totalitario. Ma lasciate che vi ripeta la richiesta degli iracheni… ‘non lasciateci nelle mani di quei banditi…’ dovremmo invece lasciarli nelle mani di quei banditi? Oppure aiutarli? Se l’America avesse vinto la guerra in Vietnam ci sarebbero stati i profughi? No, non ci sarebbero stati. La gente non fugge su imbarcazioni di fortuna da quei paesi in cui l’America ha vinto la guerra”.

    Il Corriere della Sera e la Cecenia
    Il Corsera ha rifiutato le semplificazioni sulla Cecenia: Ernesto Galli della Loggia ha analizzato ieri “l’ostinazione di Mosca” , escludendo le strategie petrolifere intercontinentali: il Caucaso, di cui la Cecenia è parte, è “l’ultima grande tessera del mosaico statale russo”, che ha già rinunciato all’Armenia e alla Georgia, che teme processi a catena in tutta l’area.
    E allora: “Quale governo russo può correre il rischio di mortificare ancora il fortissimo sentimento nazionale della propria opinione pubblica? E’ anche di questi timori che deve farsi carico chi in occidente vuole aiutare Mosca e il popolo ceceno a uscire dall’incubo attuale”.
    E’ anche di questa verità che bisognerà farsi carico.

    i tanti "nostrani" aspiranti talebani" queste cose, semplici e chiare,
    le capiranno?

    saluti

  6. #6
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Certo, troppa "gente" distoglie lo sguardo. E troppa guarda con malcelata simpatia alle "gloriose" forze "anti-imperialiste" rappresentate dei "martiri" islamisti e dalla loro criminale "resistenza". E' assolutamente incontestabile.

    Shalom

  7. #7
    Me, Myself, I
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    168,919
     Likes dati
    12,162
     Like avuti
    15,279
    Mentioned
    583 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito




  8. #8
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    In origine postato da MrBojangles


    -------------------------------

    C'è la brava gente con le candeline….

    ….che non sa quanto buio c’era attorno

    La brava gente con gli occhi stanchi che sfilava a Roma non sapeva quanto buio la circondava, ma alla fine qualcosa avrà pure intuito.
    Era il buio dell’equivoco.
    I bambini di Beslan chiamano il pianto e la preghiera, come i morti delle Torri chiamarono il pianto e la preghiera delle comunità religiose riunite da George W. Bush nella Cattedrale di Washington.
    Ma quella fu una manifestazione di fierezza, il dialogo di neri bianchi asiatici ispanici e musulmani nell’identità fatta anche delle mille differenze americane, ma nell’identità. C’erano il patriottismo universalista, c’era l’imperativo morale di difendere ciò che si è per tentare di soccorrere se non per salvare i ragazzini e il mondo, c’era la lucida promessa di afferrare il nemico e farne giustizia, unico antidoto al generico spirito di vendetta.
    A Roma non c’era alcunché di tutto questo, anche solo stando alle stanche e illanguidite cronache d’occasione recate dai giornali compiacenti.
    Il dolore vero era piegato a un dialogo falso, senza identità, nel quale si inseriva la protervia dell’arcobaleno in bandiera, che spegne fiaccole e luce della ragione, e la sventura delle bandiere cecene sventolate nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per motivi sbagliati.
    Il dolore vero era assorbito e ammutolito nello smarrimento, nell’incredulità costruita da una classe dirigente che non ha il carattere per nominare evangelicamente e biblicamente le cose: se ami i bambini e li piangi, devi avere qualcosa di chiaro da dire e da fare riguardo a chi li ha fucilati nella schiena mentre scappavano, dopo averli tenuti prigionieri e assetati per due giorni.
    Tra i pastori del gregge silenzioso e impotente ci sarà pure stato qualche demagogo, ma non è questo il problema.
    Nessuno come i demagoghi è in buona fede.
    Pensano che la religione è buona, che tutte le religioni sono buone sempre e comunque anche in contraddittorio tra loro, e quando dall’interno di una religione è dichiarata la guerra santa della umma contro il resto dell’umanità, ebrei cristiani buddisti e musulmani apostati, non sanno più che cosa pensare.
    Quando non si sa che cosa pensare si prega in casa propria, non si alzano fiaccole che non fanno luce.

    riesci a capire, bamboccetto?

  9. #9
    email non funzionante
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    13,127
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Un passo in avanti...due indietro....

    ....zoppica ancora il cervello della sinistra

    Si dice: to cross the line.
    Passare dalla parte giusta o magari da quella sbagliata.
    Ma passare.
    Tutto sommato, l’ex direttore del Manifesto, lo voglia o no riconoscere, è passato. Lo ha aiutato la brevitas, grande tra le virtù classiche.
    Meglio gli americani dei tagliatori di teste islamici, ha scritto. Invece il cervello della sinistra, il professor Giuliano Amato, non passa.
    Zoppica ancora. O meglio, fa un passo avanti e due passi indietro, insidiato dall’eccesso di parole o ridondanza.
    Il direttore di Repubblica e il sindaco di Roma ci avevano spiegato questo strano sillogismo morale: per combattere Bush bisogna
    condannare il terrorismo.
    Prodi, che non è un cervello né a sinistra né a destra, aveva fatto il suo disastro: per combattere Bush bisogna chiedere spiegazioni a Putin.
    Ora, forse aiutato nella sua sottigliezza dalla constatazione che
    “dobbiamo prepararci alla continuità di Bush” cioè alla sua vittoria elettorale, Amato affida a una paginata di Repubblica una nuova consapevolezza morale: non si condanna chi uccide i bambini per essere più forti contro Bush, si condanna e basta, “senza esitare e senza distinguere”, perché chi sgozza i bambini “è fuori dalla convivenza umana”, perché “non si possono prendere sempre due posizioni insieme, trasformando in attenuanti fatti e circostanze che in nessun modo lo sono”, perché l’islam moderato non può “essere solo diverso dal fanatismo fondamentalista, deve essere distante e nemico di esso”.
    Alla buon’ora, Amato si fa perfino venire dei “dubbi sulla solidarietà che è arrivata alla Francia da Hamas”.
    Dice anche, senza sorridere di sé, che “i sentimenti anti-Bush rischiano di trasformarsi in sentimenti antiamericani”.
    Rischiano.
    E noi che vedevamo le bandiere americane bruciate nelle strade e che per questo le abbiamo sventolate in Piazza del Popolo il 10 novembre del 2001, meno di due mesi dopo l’11 settembre, prima della guerra in Iraq.
    Non vogliamo sembrare cattivi con le buone e sottili intenzioni di Amato, è che dobbiamo essere cattivi per essere un po’ buoni. Amato non si accorge dell’enormità della sua posizione.
    E’ uno dei capi della sinistra, ed è costretto ancora a dire che non si sgozzano i bambini nemmeno “per disperazione”, e forse non è la disperazione la causa dello scannatoio; è costretto a dire che non si paragona Bush a bin Laden, è costretto a ripetere trenta anni dopo (Dio mio, trenta anni dopo) che i terroristi non sono compagni che sbagliano e che non c’è posizione mediana quando viene dichiarata guerra alle democrazie.
    Ma non sarebbe onesto e lucido che Amato si domandasse: ma dove l’abbiamo portata questa nostra sinistra e che cosa è diventato questo nostro popolo dell’arcobaleno se ancora dobbiamo faticosamente cercare di spiegargli cose simili?
    Non esiste svolta politica senza consapevolezza di sé e dei propri errori.
    Non si insegnano con il ditino alzato i propri errori.
    Le verità profonde non ammettono trucchi o elusioni superficiali. Non è questione di autocritica o di pentimento, ma di incontro con la realtà e di ricerca, di scavo, di coraggio intellettuale.
    Sono doti che in teoria ad Amato non mancano.
    Gli mancano però la conoscenza o il riconoscimento di quel fatto, non un’opinione, che è la guerra islamica contro l’occidente, e infatti critica malmostosamente il presidente del Senato per il suo appello all’unità dell’occidente.
    E ancora di più gli manca quella dote politica, di passione e ragione, che si chiama carattere.

    Ferrara su il Foglio del 8 settembre

    saluti

  10. #10
    Me, Myself, I
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Messaggi
    168,919
     Likes dati
    12,162
     Like avuti
    15,279
    Mentioned
    583 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito

    In origine postato da mustang
    -------------------------------

    C'è la brava gente con le candeline….

    ….che non sa quanto buio c’era attorno

    La brava gente con gli occhi stanchi che sfilava a Roma non sapeva quanto buio la circondava, ma alla fine qualcosa avrà pure intuito.
    Era il buio dell’equivoco.


    riesci a capire, bamboccetto?
    11 settembre: tre anni di errori, tre anni di bugie
    TED RALL
    «Abbiamo dimostrato al mondo che New York non potrà mai essere sconfitta», dichiarava il sindaco Michael Bloomberg ai delegati riuniti presenti alla Republican National Convention. Un bel sentire, peccato che non risponda affatto a verità. A tre anni dal giorno in cui i terroristi hanno cancellato il codice di avviamento postale numero 10048, la pianta aggiornata di Lower Manhattan riporta ancora la dicitura «già sede del World Trade Center». A causa di un’economia ferita ed essendo gli aiuti da parte del governo federale pressoché simbolici, la Freedom Tower che dovrebbe prendere il posto delle Torri Gemelle potrebbe non sorgere mai. Peggio ancora, nessuno ha fatto alcunché per vendicare i 2.801 newyorkesi assassinati.
    Pur avendo la guerra contro l’Iraq galvanizzato l’opposizione anti-Bush dalla sinistra più estrema fino ai repubblicani più moderati, non tutti si rendono conto che la carneficina è servita all’Amministrazione per distrarre l’opinione pubblica dalla viltà, inettitudine e opportunismo che hanno caratterizzato la sua prima reazione agli attacchi dell’11 settembre. Grazie a Michael Moore ora sappiamo che nell’apprendere che degli aerei si erano lanciati contro dei grattacieli, Bush ha avuto un momento di totale, beota smarrimento. Il polverone della guerra irachena, però, ha nascosto così bene il comportamento di Bush che persino i suoi detrattori non hanno resistito di fronte all’idea di un risoluto e impavido «comandante in capo» che doveva la propria statura alla mera decisione di cogliere la sfida lanciata quel tragico giorno.
    L’11 settembre, il «Mito Bush» si affrettò a tranquillizzare i suoi sudditi, tutto a posto, ci avrebbe pensato lui a prendere a calci nel sedere chiunque se lo meritasse. Il «Vero Bush», in realtà, se la filò con il suo Air Force One “saltando” dalla Florida alla Louisiana, dalla Louisiana al Nebraska. Gli americani non ebbero il conforto di una sola parola dal loro Presidente. Soltanto quattro ore più tardi un tale, evidentemente in difficoltà, rassicurò via etere la popolazione dicendo che «le funzioni di governo» venivano assunte da altre autorità.
    Trascorsa un’altra mezza giornata, Bush fece ritorno a Washington protetto dall’oscurità della notte. Il discorso che tutti ricordano, quello in cima alle macerie, accanto al pompiere, lo fece tre giorni più tardi ancora.
    A non pochi Democratici, come del resto ai Repubblicani, l’invasione dell’Iraq ha in un certo senso fatto sparire il ricordo del «Vero Bush» imbranato attraverso una sorta di buco nella memoria dei media. D’altra parte, più odi la guerra, più tendi a vedere in chi l’ha voluta una persona grintosa, avida, disonesta: un’immagine che riesce difficile sovrapporre alla personalità conigliesca del «Vero Bush».
    Un effetto simile l’Iraq l’ha prodotto sul nostro ricordo di quella che è stata la prima reazione dell’Amministrazione ai fatti dell’11 settembre, l’invasione dell’Afghanistan. Eppure, come poi si è visto per l’Iraq, le sempre nuove giustificazioni al conflitto afghano erano fuori da ogni logica, esattamente come le bugie raccontate per legittimare l’eliminazione di Saddam.
    Rivediamole.

    L’11 settembre siamo stati attaccati da Al Qaeda
    Probabilmente è davvero così... o forse no. Alla fine del settembre 2001, il segretario di Stato Colin Powell prometteva di «rendere pubblico...un documento da cui si evince con chiarezza il legame» di Al Qaeda con i fatti dell’11 settembre. Stiamo ancora aspettando. Osama bin Laden, che ha rivendicato l’attacco dinamitardo all’ambasciata americana in Africa Orientale e altri atti terroristici, ha negato ogni partecipazione ai fatti dell’11 settembre. Quanto alla famosa “videoconfessione”, che i media europei hanno dimostrato essere stata manipolata e intenzionalmente mal tradotta dalle autorità americane, tutt’altro è che una confessione. Ciò che sappiamo fin troppo bene è che tutti i 19 dirottatori appartenevano alla Jihad Islamica, con base in Egitto. Ma, anziché insistere perché il dittatore egiziano Hosni Mubarak consegnasse i leader dell’organizzazione, cosicché li si potesse interrogare, Bush pensò bene di inviargli ancora soldi e armi. E la Jihad Islamica rimane libera di attaccarci di nuovo.

    Bin Laden si trovava in Afghanistan
    No, di sicuro. Testimoni afghani raccontarono ai giornalisti di aver visto bin Laden e il suo entourage lasciare il Paese subito dopo l’11 settembre. Secondo l’emittente televisiva Cbs, il giorno degli attacchi sarebbe stato ricoverato nell’ospedale militare di Rawalpindi, in Pakistan, per sottoporsi a terapie renali. Questo è certo: quando il 6 ottobre 2001 gli Stati Uniti dichiararono guerra, i vertici sapevano che l’Afghanistan era l’unico Paese al mondo dove Osama non poteva essere.

    La centrale di Al Qaeda era in Afghanistan
    Solo in parte, e neanche per la maggior parte. Come fa presente Steve Coll nel suo «Ghost Wars» (Guerre fantasma), un’analisi approfondita delle lotte nascoste in Afghanistan, il nucleo centrale di Al Qaeda formato dai vecchi mujaheddin antisovietici si riunì attorno a Osama bin Laden a Peshawar, nel Pakistan occidentale. Armi e militanti, finanziati con fondi sauditi trasferiti tramite banche pakistane e protetti dall’Isi, l’agenzia di intelligence pachistana, furono fatti passare attraverso il Pakistan occidentale e il Kashmir pakistano. Sostenere che Al Qaeda avesse sede in Afghanistan equivale a dire che la finanza americana ha sede a San Francisco soltanto per il fatto che lì c’è una piccola Borsa e qualche banca importante. Bush si mise alla caccia di qualche sgangherato campo nell’entroterra afghano, trascurando tranquillamente il Pakistan, punto di convergenza del jihadismo sudasiatico e allora, come oggi, sede di gran parte dei centri di addestramento di Al Qaeda. E anche nell’ipotesi che sia stata realmente Al Qaeda a ideare e dar corpo agli attacchi dell’11 settembre, non doveva essere l’Afghanistan il principale obiettivo della ritorsione americana.

    Il regime talebano era abietto
    Vero. Ma mentre tutti deplorano il bombardamento del Buddha di Bamyian e la sottomissione delle donne afghane, si stenta a riconoscere che le atrocità perpetrate dai talebani non avevano nulla a che vedere con i fatti dell’11 settembre.

    L’idea convenzionale dei liberal secondo cui l’Iraq ci avrebbe distratto dalla vera guerra al terrorismo in Afghanistan, che avrebbe sottratto risorse ad una guerra giusta in favore di un’altra voluta, induce a distogliere l’attenzione da una verità più grande e drammatica. Bush ha scatenato due guerre che ora ammette di non essere in grado di vincere, ha gettato migliaia di persone in campi di concentramento, ha fatto carta straccia della Convenzione di Ginevra e ha ordinato alle truppe americane di praticare la tortura e commettere omicidi. Bush è stato impegnatissimo dall’11 settembre in poi. L’Iraq, però, non ha cambiato posizione riguardo a una guerra al terrorismo iniziata sotto la maschera di una nobile impresa. E fin dall’inizio, Bush non ha mosso un dito per dare davvero la caccia a chi attaccò gli Stati Uniti 156 settimane fa.

    * Ted Rall ha pubblicato di recente

    «Wake Up, Your’re Liberal! How We Can Take America Back from the Right», per i tipi della Soft Skull Press.


 

 
Pagina 1 di 3 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 09-11-09, 18:52
  2. Risposte: 35
    Ultimo Messaggio: 09-10-06, 15:04
  3. Fascisti islamici. Tutta la verità nient'altro che la verità.
    Di costantino nel forum Destra Radicale
    Risposte: 32
    Ultimo Messaggio: 31-08-06, 13:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito