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  1. #1
    Vox Populi
    Ospite

    Predefinito Avvenire: Compie quarant'anni la Messa "italiana"

    da AVVENIRE di domenica 6 marzo 2005

    Una delle più grandi novità introdotte dal Concilio Vaticano II è l’utilizzo della lingua nazionale nella liturgia La svolta fu anticipata dalla Costituzione crosanctum Concilium

    Compie quarant’anni la Messa «italiana»

    Il 7 marzo 1965 per la prima volta l’Eucaristia non in latino Parla il vescovo Pietro Marini maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie

    Da Roma Mimmo Muolo

    Il 7 marzo 1965, data della prima Messa in italiano, il giovane seminarista della diocesi di Bobbio Piero Marini non avrebbe immaginato di diventare qualche decennio dopo uno dei principali protagonisti dell’applicazione della riforma liturgica, iniziata in pratica proprio quel giorno. Oggi a 63 anni, il vescovo Piero Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, è forse la persona più indicata per ricordare l’importante anniversario e tentare un bilancio del cammino compiuto.
    Monsignor Marini, qual è il suo ricordo personale del 7 marzo 1965?
    «Avevo 23 anni e mi preparavo a ricevere l’ordinazione presbiterale, avvenuta poi il 27 giugno 1965. Il 7 marzo ero in seminario e più che la celebrazione della Messa in sé, ricordo tutta l’attesa che c’era stata per questo avvenimento. Noi seminaristi percepivamo fin da allora che non era solo un cambiamento di lingua o un semplice spostamento della posizione dell’altare. Era piuttosto un punto di arrivo, dopo 400 anni senza novità così sostanziali nella liturgia. Ed era anche un punto di partenza, perché quel 7 marzo significava un grande cambiamento di mentalità».
    Qual era la situazione precedente?
    «Farò un esempio. Ogni domenica nella mia Cattedrale c’era tutto un grande apparato per la celebrazione pontificale del vescovo: la processione iniziale con il caudatario, il vescovo con la cappa e l’ermellino, il rito nella sagrestia di togliere i calzari al vescovo e di mettergli le scarpe per la celebrazione. Ma poi tutto avveniva in modo scoordinato e, mentre il vescovo diceva Messa per conto suo, l’assemblea di fatto era abbandonata a se stessa. C’era una frattura tra il celebrante e il popolo».
    E il 7 marzo fu uno spartiacque.
    «Il vero spartiacque fu la Sacrosanctum Concilium. Il 7 marzo 1965 ha costituito la prima attuazione concreta della riforma liturgica. In verità, i padri conciliari avevano dato disposizione che la riforma entrasse in vigore la prima domenica di Quaresima del 1964. Solo che la vecchia Congregazione dei riti non era adeguata a mettere in atto la nuova visione della liturgia. Così l’attuazione venne rimandata di un anno e quel giorno si celebrò con Messali un po’ in italiano, un po’ in latino, in attesa dei nuovi libri liturgici».
    Che cosa significarono quei cambiamenti?
    «Sentire per la prima volta le letture in italiano per noi era il segno della riscoperta della Parola di Dio, che poi ha caratterizzato tutta la riforma. Da lì è cominciata la valorizzazione della Bibbia nella liturgia. Inoltre questo cambiamento ha arricchito la formazione nei seminari e quella permanente dei sacerdoti. Le omelie, prima, erano dei semplici "fervorini", spesso sganciati dal riferimento alla Parola. Dopo quel 7 marzo l’attenzione si rivolse alla Parola proclamata».
    E l’altare?
    «Anche quella fu una "rivoluzione" dal profondo significato teologico. Il sacerdote celebrante guarda la comunità, perché egli stesso fa parte di questa comunità. Di qui la riscoperta della comunità parrocchiale, della domenica, del mistero pasquale su cui è centrata tutta la vita cristiana. Anche la riscoperta della comunità diocesana, perché è il vescovo il punto di riferimento della liturgia di tutta la diocesi. E inoltre l’attenzione sui luoghi della celebrazione. L’ambone come luogo della Parola, il fonte battesimale, dove siamo nati dall’acqua. L’altare, appunto, dove incontriamo il Signore e dove Cristo si offre di nuovo al Padre. E l’assemblea, cioè lo spazio dove la comunità si raduna, che è il primo segno della presenza di Cristo. "Quando due o tre si raduneranno nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Allora il sacerdote guarda là dove Cristo è presente».
    Che giudizio dà di questi quarant’anni?
    «Questa è la via maestra e dobbiamo continuare a seguirla. Certo, ci sono state difficoltà, qualche deviazione, a volte una certa superficialità per la mancanza di adeguata formazione. C’è stata una identificazione della riforma con la continua novità, non si è riflettuto sufficientemente sulla tradizione e sul significato dei segni, ma non è possibile sottovalutare i grandi frutti che sono venuti dalle scelte dei Padri conciliari. Abbiamo riscoperto il valore sommo della Parola di Dio, la liturgia come fonte e culmine della vita della Chiesa cioè come punto di arrivo della nostra vita e punto di partenza della nostra testimonianza nel mondo. E naturalmente la partecipazione attiva dei fedeli».
    La riforma ha raggiunto il suo scopo?
    «Sì, la frattura è stata certamente colmata. Ma la partecipazione attiva non può essere confusa con un "attivismo" puramente esteriore. Come è stato più volte osservato dagli studiosi, essa è frutto di una sincera adesione di fede alla persona e al messaggio del Signore Gesù. È dunque partecipazione che si esplica in una pluralità di forme: nel comportamento, nella parola e nel gesto, nel canto, nel silenzio, nella contemplazione. E soprattutto, poi, nella coerenza tra fede e vita».
    Che cosa rimane da fare?
    «Il Concilio è stato un passaggio dello Spirito nella Chiesa. Come ha detto recentemente il Papa, noi dobbiamo continuare ad ascoltare quello che lo Spirito dice alla Chiesa. E questo ascolto si ha proprio attraverso la qualità della celebrazione. Quanto più questa è preparata non solo dal punto di vista dell’esecuzione, ma anche da quello interiore, tanto più potremo ascoltare questa voce».

  2. #2
    Napoléon I
    Ospite

    Predefinito Re: Avvenire: Compie quarant'anni la Messa "italiana"

    Originally posted by Vox Populi
    [B]da AVVENIRE di domenica 6 marzo 2005

    Una delle più grandi novità introdotte dal Concilio Vaticano II è l’utilizzo della lingua nazionale nella liturgia La svolta fu anticipata dalla Costituzione crosanctum Concilium
    A dire il vero, SC dice che "nei riti latini sia conservato l'uso della lingua latina"
    Il volgare era non per tutto il rito, ma per alcune parti di esso, come le letture e la preghiera dei fedeli. Il resto fu un "abuso".

    Compie quarant’anni la Messa «italiana»

    Il 7 marzo 1965 per la prima volta l’Eucaristia non in latino Parla il vescovo Pietro Marini maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie

    Da Roma Mimmo Muolo

    Il 7 marzo 1965, data della prima Messa in italiano, il giovane seminarista della diocesi di Bobbio Piero Marini non avrebbe immaginato di diventare qualche decennio dopo uno dei principali protagonisti dell’applicazione della riforma liturgica, iniziata in pratica proprio quel giorno. Oggi a 63 anni, il vescovo Piero Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, è forse la persona più indicata per ricordare l’importante anniversario e tentare un bilancio del cammino compiuto.
    Mons. Marini è uno dei peggiori liturgisti che la storia della chiesa ricordi. Fu chiamato a compiere i primi passi in Vaticano direttamente da Bugnini, mentre era ancora seminarista, e non si sa il perchè. Gli si deve la bruttezza dei paramenti e lo squallore degli abusi liturgici, congiuntamente al card. Noè.

    Monsignor Marini, qual è il suo ricordo personale del 7 marzo 1965?
    «Avevo 23 anni e mi preparavo a ricevere l’ordinazione presbiterale, avvenuta poi il 27 giugno 1965. Il 7 marzo ero in seminario e più che la celebrazione della Messa in sé, ricordo tutta l’attesa che c’era stata per questo avvenimento. Noi seminaristi percepivamo fin da allora che non era solo un cambiamento di lingua o un semplice spostamento della posizione dell’altare. Era piuttosto un punto di arrivo, dopo 400 anni senza novità così sostanziali nella liturgia. Ed era anche un punto di partenza, perché quel 7 marzo significava un grande cambiamento di mentalità».
    Qual era la situazione precedente?
    «Farò un esempio. Ogni domenica nella mia Cattedrale c’era tutto un grande apparato per la celebrazione pontificale del vescovo: la processione iniziale con il caudatario, il vescovo con la cappa e l’ermellino, il rito nella sagrestia di togliere i calzari al vescovo e di mettergli le scarpe per la celebrazione. Ma poi tutto avveniva in modo scoordinato e, mentre il vescovo diceva Messa per conto suo, l’assemblea di fatto era abbandonata a se stessa. C’era una frattura tra il celebrante e il popolo».
    Grande falsità. La messa pontificale era uno delle più sublimi bellezze liturgiche. Si dice che gli atei si convertissero nel vedere i pontificali e le cappelle papali. Grazie al Marini ed al Noè, tutto ciò è stato distrutto. E si badi bene: non grazie alla riforma liturgica, ma grazie a quei due, che hanno fatto in modo di rovinare i riti.
    Quanto alla messa pontificale, essa non lascia affatto il fedele a se stesso (a parte il fatto che ciò non significa nulla. Non è il fedele che dice messa). Questa è una eminente idiozia dell'autore. La messa pontificale è anzitutto una messa solenne, anzi solennissima, e cantata. Chi va ad una messa in cui tutte le parti, compreso il vangelo e l'epistola, vengono cantate, non ci va per la comprensione, o se deve comprendere, ci va con apposti ausilii liturgici (libri e fogli per il canto).
    La messa pontificale è un'opera d'arte. Allora perchè non facciamo tradurre in italiano il "Flauto Magico" di Mozart, e non lo facciamo recitare in prosa? l'assemblea ne risulterebbe più partecipe. O perchè non facciamo recitare in prosa le opere liriche? non sarebbero più comprensibili?
    Tara mentale, pensare una messa pontificale come una messa parrocchiale (oltretutto i pontificali erano rari e distribuiti in alcune occasioni)

    E il 7 marzo fu uno spartiacque.
    «Il vero spartiacque fu la Sacrosanctum Concilium. Il 7 marzo 1965 ha costituito la prima attuazione concreta della riforma liturgica. In verità, i padri conciliari avevano dato disposizione che la riforma entrasse in vigore la prima domenica di Quaresima del 1964. Solo che la vecchia Congregazione dei riti non era adeguata a mettere in atto la nuova visione della liturgia. Così l’attuazione venne rimandata di un anno e quel giorno si celebrò con Messali un po’ in italiano, un po’ in latino, in attesa dei nuovi libri liturgici».
    Che cosa significarono quei cambiamenti?
    «Sentire per la prima volta le letture in italiano per noi era il segno della riscoperta della Parola di Dio, che poi ha caratterizzato tutta la riforma. Da lì è cominciata la valorizzazione della Bibbia nella liturgia. Inoltre questo cambiamento ha arricchito la formazione nei seminari e quella permanente dei sacerdoti. Le omelie, prima, erano dei semplici "fervorini", spesso sganciati dal riferimento alla Parola. Dopo quel 7 marzo l’attenzione si rivolse alla Parola proclamata».
    Questa è una gran balla. Il sacerdote come ha ulteriormente ribadito Pio XII, è sempre tenuto a predicare nell'omelia sulle letture della messa. Magari è lui che faceva i fervorini.
    Sulle letture in Italiano, invece ha ragione, come avveniva in molti paesi prima del concilio, d'altronde, senza tanta enfasi.
    La parte istruttiva deve essere istruttiva, dunque il popolo deve comprendere la parola di Dio. Al contrario, si è instaurata un bibliofilia stupida e intellettualoide. Per un Cattolico la Scrittura non è la Rivelazione. Per gli attuali esegeti, invece sembra di sì.
    Della messa si è fatto un corso di esegesi.


    E l’altare?
    «Anche quella fu una "rivoluzione" dal profondo significato teologico. Il sacerdote celebrante guarda la comunità, perché egli stesso fa parte di questa comunità. Di qui la riscoperta della comunità parrocchiale, della domenica, del mistero pasquale su cui è centrata tutta la vita cristiana. Anche la riscoperta della comunità diocesana, perché è il vescovo il punto di riferimento della liturgia di tutta la diocesi. E inoltre l’attenzione sui luoghi della celebrazione. L’ambone come luogo della Parola, il fonte battesimale, dove siamo nati dall’acqua. L’altare, appunto, dove incontriamo il Signore e dove Cristo si offre di nuovo al Padre. E l’assemblea, cioè lo spazio dove la comunità si raduna, che è il primo segno della presenza di Cristo. "Quando due o tre si raduneranno nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Allora il sacerdote guarda là dove Cristo è presente».
    Nel tabernacolo no? non guarda dove è presente fisicamente per vedere dove vi è una mera presenza morale?
    Il giramento degli altari fu un altro abuso (Paolo VI disse che nelle chiese si doveva mantenere l'uso dell'altare maggiore. Se ne sono fregati. Solo le chiese nuove dovevano costruirsi come le antiche basiliche romane, è un ABUSO, mettere mense di fronte agli altari). Inoltre denota scarsa intelligenza il pensiero di Marini qui espresso. Primo poichè non tiene conto della presenza reale. Secondo perchè non tiene conto di quello che ha detto il papa. Terzo perchè i liturgisti, al pari degli esegeti, miravano ad una vicinanza con le chiese riformate, nei gesti e nei segni.
    Spiace dover riprendere elementi che vengono usati (a torto) anche dai tradizionalisti, ma se i cervelloni, per primi, fanno delle idiozie, non è che si possa dire gran chè.

    Che giudizio dà di questi quarant’anni?
    «Questa è la via maestra e dobbiamo continuare a seguirla. Certo, ci sono state difficoltà, qualche deviazione, a volte una certa superficialità per la mancanza di adeguata formazione. C’è stata una identificazione della riforma con la continua novità, non si è riflettuto sufficientemente sulla tradizione e sul significato dei segni, ma non è possibile sottovalutare i grandi frutti che sono venuti dalle scelte dei Padri conciliari.
    In questo ha ragione

    Abbiamo riscoperto il valore sommo della Parola di Dio, la liturgia come fonte e culmine della vita della Chiesa cioè come punto di arrivo della nostra vita e punto di partenza della nostra testimonianza nel mondo. E naturalmente la partecipazione attiva dei fedeli».
    Anche in questo ha ragione. E i tradizionalisti hanno torto, poichè sostengono che l'italiano e la messa nuova hanno svuotato le chiese. Al contrario alla gente piace molto la messa in italiano, e i nostri vecchi, dicono "finalmente adesso si può capire". Avrei lasciato il canone in latino, personalmente. Sulla bibbia, è vero che il popolo deve nutrirsi della parola di Dio, ma è anche vero che attualmente sulla bibbia si insegnano errori su errori, specie dai seminari e dalle università pontificie (come a Milano), e che non viene inculcato il giusto spirito. La bibbia non è così importante come la si vuole far passare.

    La riforma ha raggiunto il suo scopo?
    «Sì, la frattura è stata certamente colmata. Ma la partecipazione attiva non può essere confusa con un "attivismo" puramente esteriore. Come è stato più volte osservato dagli studiosi, essa è frutto di una sincera adesione di fede alla persona e al messaggio del Signore Gesù. È dunque partecipazione che si esplica in una pluralità di forme: nel comportamento, nella parola e nel gesto, nel canto, nel silenzio, nella contemplazione. E soprattutto, poi, nella coerenza tra fede e vita».
    Che cosa rimane da fare?
    «Il Concilio è stato un passaggio dello Spirito nella Chiesa. Come ha detto recentemente il Papa, noi dobbiamo continuare ad ascoltare quello che lo Spirito dice alla Chiesa. E questo ascolto si ha proprio attraverso la qualità della celebrazione. Quanto più questa è preparata non solo dal punto di vista dell’esecuzione, ma anche da quello interiore, tanto più potremo ascoltare questa voce».
    La riforma è stata positiva, ma non si è saputo arginare gli abusi, e non si è riusciti ad armonizzare la tradizione.

 

 

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