Da New York a Madrid a Beslan

Apocalittica parola d'ordine «Non deve restare nulla»


Marina Corradi

L'apocalisse a Madrid, in quel mattino dell'11 marzo, rivive nelle foto pubblicate l'altra mattina da "El Pais": la sequenza ripresa da una telecamera fissa della stazione di Atocha, sei immagini in tredici secondi, e in quei secondi dieci esplosioni. Prima detonazione, un grande lampo bianco, la gente si volta sgomenta. Secondo scatto, un giallo cupo di fiamme, i madrileni impietriti, immobili. Terza foto, s'allarga vorace una grande macchia di fuoco - la gente si riscuote, fugge. E infine solo un fumo nero, che copre tutto, e soffoca chi ancora è vivo. 11 marzo 2004, Madrid, oltre 190 morti e 1427 feriti. Mancano le ambulanze, e solo con i sacchi della spazzatura si riesce nell'emergenza a coprire i corpi cui all'obitorio si faticherà a dare un nome.
Le immagini di Atocha tornano sui giornali pochi giorni dopo il massacro di Beslan. E lì abbiamo visto uno strazio più grande, perchè lì erano bambini; ma simile l'estrema, spropositata violenza dell'aggressione in un contesto di assoluta pace - la gente di Madrid una domenica, e dei bambini, il primo giorno di scuola. Tredici bombe (tre inesplose) alla nitroglicerina in Spagna, e in Ossezia cariche d'esplosivo accumulate sotto le assi delle aule, sotto i banchi delle elementari. La ferocia totale contro i più inermi. Una violenza tale che, deflagrata, di quelle vittime non lascia spesso neanche un corpo che si possa restituire ai parenti. Brandelli, o nemmeno quelli. 260, o 190, o quanti i bambini "dispersi", di cui non si riesce a ridare niente alle madri, a Beslan? I comunicati delle autorità locali si contraddicono, poi col passare dei giorni si fanno più vaghi. C'è stato un crollo, quindi un terribile incendio dentro la scuola. Quei bambini, chissà.
Ridotti in cenere? E viene da tremare al pensiero che in cenere poco più di cinquant'anni fa sono finiti in milioni, bambini e grandi, ma si era detto "mai più". È una violenza del tutto particolare, e particolarmente atroce, quella che distrugge, dell'altro, olt re alla vita, anche il corpo. Come ha scritto non a caso un'ebrea, Hannah Arendt, dopo il nazismo: "Il pensiero occidentale, anche nei suoi periodi più tenebrosi, aveva fino allora concesso al nemico ucciso il diritto al ricordo, come evidente riconoscimento del fatto che siamo uomini. Solo perchè lo stesso Achille si preparava per la sepoltura di Ettore, solo per questo non tutto era perduto. Rendendo anonima persino la morte, i lager la spogliavano del suo significato di fine di una vita compiuta. In un certo senso, essi sottraevano all'individuo la sua morte, dimostrando che da quel momento niente più gli apparteneva ed egli non apparteneva più a nessuno. La sua morte non faceva altro che suggellare il fatto che egli non era realmente mai esistito".
L'imperativo di fare tabula rasa. Dal taccuino delle "istruzioni" di Dostoievskji per il personaggio che incarnerà, ne "i Demoni", il nichilista Necaev: "Non lasciare pietra su pietra, e che questa sia la cosa più essenziale". Come a Ground zero, dove un pompiere disse: "Quando l'acciaio fonde e il cemento si sgretola col calore, cosa può diventare la carne? Tutta questa polvere nell'aria che respiriamo, è cemento e carne".
Dalle Twin Towers a Madrid a Beslan, chiunque siano gli autori materiali, una continuità sinistra: che non resti niente. È questo desiderio di nulla che ci troviamo, sgomenti, ad affrontare.

Avvenire, 16 settembre 2004