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    Thumbs down ONU: denatalità come via al benessere

    RICETTA A NOI BEN NOTA

    ONU, DENATALITÀ COME VIA AL BENESSERE


    Maurizio Blondet

    Quando scrisse il suo 1984, George Orwell aveva di mira l'Urss di Stalin: le statistiche trionfali e false sulla produzione economica, l'euforia obbligatoria della propaganda, la "neolingua" burocratica inventata apposta per celare la verità e impedire il pensiero critico ("psico-reato").
    Con moderato stupore, troviamo accenti orwelliani nel Rapporto sulla Demografia Mondiale che l'Unfpa, l'organo dell'Onu sulla Popolazione, ha stilato a dieci anni dalla Conferenza del Cairo su "Popolazione e Sviluppo". Al Cairo, nel 1994, avvenne la rivolta dei Paesi poveri del mondo contro le politiche denatalistiche imposte dall'Onu e dalle sue agenzie in cambio degli aiuti allo sviluppo. Nella neolingua del Rapporto, l'evento viene reinterpretato così: "Dieci anni fa al Cairo, 179 Paesi hanno adottato un piano per adeguare la popolazione del mondo con le risorse mondiali".
    Come accadeva ai Piani quinquennali di Stalin, anche il piano dell'Unfpa avanza di successo in successo: "La qualità dei programmi di pianificazione familiare è migliorata, la maternità senza rischi è più diffusa, e la lotta contro l'Aids è intensificata". Anche a Mosca, nella carestia del 1936, lo slogan più ripetuto dal Partito suonava: "Compagni, la vita diventa ogni giorno più facile e felice". Ma la neolingua dell'Onu ha una carica buonista in più. Ciò per cui combatte il Benefattore globale è "la salute riproduttiva". Esso loda le numerose Ong "sempre più attive nel fornire servizi di salute riproduttiva" ai poveri. Commovente. Ma la riga seguente ci spiega cosa sono i "servizi sanitari riproduttivi". Infatti "l'uso della contraccezione moderna è cresciuto dal 55 per cento delle coppie nel 1994 al 61 per cento oggi".
    Insomma dietro gli eufemismi della neolingua, la sollecitudine per la povertà e l'ansia per la salute delle donne trapelano la solita politica dell'Onu: fate meno figli, voi miserabili.
    Non basta. Il Rapporto assicura: "I Paesi in sviluppo che hanno ridotto la fertilità e la mortalità [...] godono di una produttività più alta, più risparmio e più investimenti". È l'immutata ideologia ufficiale, malthusiana, che l'Onu pratica da mezzo secolo: la denatalità come via al benessere.
    Si tratta di un errore scientifico, smentito da decenni dall'Ined di Parigi, il miglior istituto di demografia nel mondo. I demografi graditi all'Onu (ossia anglo-americani) hanno teorizzato il passaggio da una demografia "pre-moderna", dove l'alta natalità compensava l'alta mortalità, ad una demografia "post-industriale", dove l'abbassamento della mortalità (grazie ai migliori sistemi sanitari) doveva essere compensato da una decisa riduzione della natalità. Bisognava promuovere attivamente politiche denatalistiche, fino a raggiungere la stabilità demografica post-moderna: pochi nati e pochi morti.
    In realtà, tali politiche hanno provocato un disastro non previsto dai malthusiani, ma additato dall'Ined: l'invecchiamento della popolazione, con il peso crescente dei costi dei vecchi e la conseguente stagnazione economica. È il problema dei Paesi sviluppati (Italia compresa), ed ora minaccia anche la Cina. Il rapporto Onu non vi dedica una sola riga. L'ideologia prima della realtà. Compagni, con la pillola la vita diventa ogni giorno più facile e felice.

    Avvenire, 16 settembre 2004

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  2. #2
    Ospite

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    Anche a me pare un discorso un poco forzato, non è la denatalità che porta al benessere ma è il benessere e il progresso che porta alla denatalità, ovvero ad una scelta più consapevole della maternità.

  3. #3
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    Originally posted by antonio
    una domanda:
    ma l'idea stessa di , come dire, "programmare" il numero dei figli, a prescindere dal fatto che si usino metodi contraccettvi, e' estraneo e contrario ai principi cattolici ..giusto?

    oltre che, naturalmente, ci mancherebbe, la programmazione della maternita' o il ricorso a tecniche di fecondazione assistita..
    e com'e' che al San Raffaele non si attengono a questi principi?
    Caro Antonio,
    non è estraneo alla Chiesa il concetto di paternità e maternità responsabili. Già Paolo VI, nel 1968, nell'Enciclica Humanae Vitae indica cosa s'intenda per paternità e maternità responsabili:

    1) gli sposi devono conoscere e rispettare le leggi biologiche che presiedono alla generazione, perché ne sono i ministri; dal momento che la coppia esprime un servizio alla vita, e questo servizio alla vita parte dalle leggi biologiche che regolano il proprio corpo, la scarsa conoscenza di tali processi biologici che presiedono alla vita, diminuisce la possibilità di una paternità e maternità responsabile. Questa non conoscenza porterebbe la coppia a vivere la sua sessualità così come viene intuitivamente o istintivamente.

    2) paternità e maternità responsabile significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare sull'istinto. Quindi anche l'esperienza sessuale della coppia va pensata come un linguaggio: la sessualità, dal punto di vista cristiano, è un linguaggio in cui si esprime l'amore. Come ogni linguaggio deve avere una sua grammatica, una sua razionalità. Il Papa a questo proposito intende dire: paternità e maternità responsabile significa aver capito che la sessualità con le sue forze istintive non può dettare leggi alla ragione ma è piuttosto la ragione che deve stabilire la grammatica di questa sessualità, perché sia un linguaggio comprensibile, una vera comunicazione dell'amore di coppia.

    3) la paternità e la maternità responsabile si esercita decidendo quale debba essere la realtà della propria famiglia e il numero dei propri figli e perfino, quando le motivazioni sono valide, evitare temporaneamente o a tempo indeterminato, una nuova nascita. In ordine alla trasmissione della vita, poi, la paternità e la maternità responsabile è inscindibile dalla conoscenza dei processi biologici, dal momento che Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità per la donna. In questo senso, la conoscenza dei processi biologici consente di vivere una sessualità veramente umana, perché illuminata da una capacità di riflessione e di progettazione. L'atto coniugale, per un cristiano, non può contraddire l'ordine della natura. Il papa Paolo VI infatti prende le mosse dal principio che enuncia nell'enciclica: esiste una legge naturale impressa nelle creature. L'amore umano non è un'invenzione umana e quindi esprime un ordine naturale che a sua volta riflette l'intenzione di Dio. Del resto è lo stesso presupposto che Cristo esprime ai farisei "Non avete letto che da principio Dio li creò maschio e femmina?". Cristo si riferisce al principio anche per dire che l'atto creativo di Dio possiede dentro di sé una grammatica e che la natura ha un ordine immanente, una legge non scritta che non può essere contraddetta dai gesti e dall'intenzione umana. L'atto coniugale, secondo l'ordine naturale, possiede due significati fondamentali e sono: il significato unitivo ed il significato procreativo; il Magistero della Chiesa afferma che questi due significati non sono mai separabili e che devono essere sempre compresenti in ogni atto coniugale.

    Anche l'attuale Pontefice si è espresso sul punto nelle sue Catechesi:

    Paternità responsabile alla luce dell'«Humanae Vitae»

    (1 agosto 1984)

    1. Per oggi abbiamo scelto il tema della «paternità e maternità responsabili» alla luce della costituzione «Gaudium et Spes» e dell'enciclica «Humanae Vitae».

    La costituzione conciliare, nell'affrontare l'argomento, si limita a ricordare le premesse fondamentali; il documento pontificio invece va oltre, dando a queste premesse contenuti più concreti. Il testo conciliare suona così: «...Quando si tratta di comporre l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato da criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella natura stessa della persona umana e dei suoi atti e sono destinati a mantenere in un contesto di vero amore l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana; e tutto ciò non sarà possibile se non venga coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale». E il Concilio aggiunge: «I figli della Chiesa, fondati su questi principi, nel regolare la procreazione non potranno seguire strade che sono condannate dal magistero» («Gaudium et Spes», 51.50). 2. Prima del passo citato, il Concilio insegna che i coniugi «adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e con docile riverenza verso Dio». Il che vuol dire che: «con riflessione e impegno comune si formeranno un retto giudizio, tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno, valutando le condizioni di vita del proprio tempo e del proprio stato di vita, nel loro aspetto tanto materiale, che spirituale; e, infine, salvaguardando la scala dei valori del bene della comunità familiare, della società temporale e della stessa Chiesa». A questo punto seguono parole particolarmente importanti per determinare con maggiore precisione il carattere morale della «paternità e maternità responsabili». Leggiamo: «Questo giudizio, in ultima analisi, lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi». E proseguendo: «Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia conforme alla legge divina stessa, docili al magistero della Chiesa, che in modo autentico quella legge interpreta alla luce del Vangelo. Tale legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo salvaguarda e lo sospinge verso la sua perfezione veramente umana» («Gaudium et Spes», 50). 3. La costituzione conciliare, limitandosi a ricordare le premesse necessarie per una «paternità e maternità responsabili», le ha rilevate in maniera del tutto univoca, precisando gli elementi costitutivi di tale paternità e maternità, cioè il giudizio maturo della coscienza personale nel suo rapporto con la legge divina, autenticamente interpretata dal magistero della Chiesa. 4. L'enciclica «Humanae Vitae», basandosi sulle medesime premesse, prosegue oltre, offrendo indicazioni concrete. Lo si vede prima nel modo di definire la «paternità responsabile» («Humanae Vitae», 10). Paolo VI cerca di precisare questo concetto, risalendo ai suoi vari aspetti ed escludendo in anticipo la sua riduzione a uno degli aspetti «parziali», come fanno coloro che parlano esclusivamente di controllo delle nascite. Fin dall'inizio, infatti, Paolo VI è guidato nella sua argomentazione da una concezione integrale dell'uomo (cfr. «Humanae Vitae», 7) e dell'amore coniugale (cfr. «Humanae Vitae», 8; 9). 5. Si può parlare di responsabilità nell'esercizio della funzione paterna e materna sotto diversi aspetti. Così, egli scrive, «in rapporto ai processi biologici, paternità responsabile significa conoscenza e rispetto delle loro funzioni: l'intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che fanno parte della persona umana» («Humanae Vitae», 10). Quando poi si tratta della dimensione psicologica delle «tendenze dell'istinto e delle passioni, la paternità responsabile significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare su di esse» («Humanae Vitae», 10).

    Supposti i suddetti aspetti intra-personali e aggiungendo ad essi «le condizioni economiche e sociali», occorre riconoscere che «la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente e anche a tempo indeterminato, una nuova nascita» («Humanae Vitae», 10).

    Ne consegue che nella concezione della «paternità responsabile» è contenuta la disposizione non soltanto ad evitare «una nuova nascita» ma anche a far crescere la famiglia secondo i criteri della prudenza. In questa luce, in cui bisogna esaminare e decidere la questione della «paternità responsabile», resta sempre centrale «l'ordine morale oggettivo, stabilito da Dio, e di cui la retta coscienza è fedele interprete» («Humanae Vitae», 10). 6. I coniugi adempiono in questo ambito «i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori» («Humanae Vitae», 10). Non si può dunque parlare qui di «procedere a proprio arbitrio». Al contrario, i coniugi devono «conformare il loro agire all intenzione creatrice di Dio» («Humanae Vitae», 10).

    A partire da questo principio l'enciclica fonda la sua argomentazione sull'«intima struttura dell'atto coniugale» e sulla «connessione inscindibile dei due significati dell'atto coniugale» (cfr. «Humanae Vitae», 12); il che è stato già in precedenza riferito. Il relativo principio della morale coniugale risulta essere, pertanto, la fedeltà al piano divino, manifestato nell'«intima struttura dell'atto coniugale» e nella «connessione inscindibile dei due significati dell'atto coniugale».

  4. #4
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    Predefinito Dalle catechesi del Papa sull'amore umano

    Il «metodo naturale» inseparabile dalla sfera etica

    (5 settembre 1984)

    1. Abbiamo precedentemente parlato dell'onesta regolazione della fertilità, secondo la dottrina contenuta nell'enciclica «Humanae Vitae» (n. 19), e nell'esortazione «Familiaris Consortio». La qualifica di «naturale», che si attribuisce alla regolazione moralmente retta della fertilità (seguendo i ritmi naturali, cfr. «Humanae Vitae», 16), si spiega con il fatto che il relativo modo di comportarsi corrisponde alla verità della persona e quindi alla sua dignità: una dignità che «per natura» spetta all'uomo quale essere ragionevole e libero. L'uomo, come essere ragionevole e libero, può e deve rileggere con perspicacia quel ritmo biologico che appartiene all'ordine naturale. Può e deve conformarsi ad esso, al fine di esercitare quella «paternità-maternità responsabile», che, secondo il disegno del Creatore, è iscritta nell'ordine naturale della fecondità umana. Il concetto di regolazione moralmente retta della fertilità non è altro che la rilettura del «linguaggio del corpo» nella verità.

    Gli stessi «ritmi naturali immanenti alle funzioni generative» appartengono alla verità oggettiva di quel linguaggio, che le persone interessate dovrebbero rileggere nel suo pieno contenuto oggettivo. Bisogna aver presente che il «corpo parla» non soltanto con tutta l'eterna espressione della mascolinità e della femminilità, ma anche con le strutture interne dell'organismo, della reattività somatica e psicosomatica. Tutto ciò che deve trovare il posto che gli spetta in quel linguaggio, con cui dialogano i coniugi, come persone chiamate alla comunione nell'«unione del corpo». 2. Tutti gli sforzi che tendono alla conoscenza sempre più precisa di quei «ritmi naturali», che si manifestano in rapporto alla procreazione umana, tutti gli sforzi poi dei consultori familiari e infine degli stessi coniugi interessati, non mirano a «biologizzare» il linguaggio del corpo (a «biologizzare l'etica», come erroneamente ritengono alcuni), ma esclusivamente ad assicurare l'integrale verità a quel «linguaggio del corpo», con cui i coniugi debbono esprimersi in modo maturo di fronte alle esigenze della paternità e maternità responsabili.

    L'enciclica «Humanae Vitae» sottolinea a più riprese che la «paternità responsabile» è connessa a un continuo sforzo e impegno, e che essa viene attuata a prezzo di una precisa ascesi (cfr. «Humanae Vitae», 21). Tutte queste e altre simili espressioni mostrano che nel caso della «paternità responsabile» ossia della regolazione della fertilità moralmente retta, si tratta di ciò che è il vero bene delle persone umane e di ciò che corrisponde alla vera dignità della persona. 3. L'usufruire dei «periodi infecondi» nella convivenza coniugale può diventare sorgente di abusi, se i coniugi cercano in tal modo di eludere senza giuste ragioni la procreazione, abbassandola sotto il livello moralmente giusto delle nascite nella loro famiglia. Occorre che questo giusto livello sia stabilito tenendo conto non soltanto del bene della propria famiglia, come pure dello stato di salute e delle possibilità degli stessi coniugi, ma anche del bene della società a cui appartengono, della Chiesa, e perfino dell'umanità intera.

    L'enciclica «Humanae Vitae» presenta la «paternità responsabile» come espressione di un alto valore etico. In nessun modo essa è unilateralmente diretta alla limitazione e ancor meno all'esclusione della prole; essa significa anche la disponibilità ad accogliere una prole più numerosa. Soprattutto, secondo l'enciclica «Humanae Vitae», la «paternità responsabile» attua «un più profondo rapporto all'ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è fedele interprete» («Humanae Vitae», 10). 4. La verità della paternità e maternità responsabile, e la sua messa in atto, è unita alla maturità morale della persona, ed è qui che molto spesso si rivela la divergenza tra ciò a cui l'enciclica attribuisce esplicitamente il primato e ciò a cui questo viene attribuito nella mentalità comune.

    Nell'enciclica viene messa in primo piano la dimensione etica del problema, sottolineando il ruolo della virtù della temperanza, rettamente intesa. Nell'ambito di questa dimensione c'è anche un adeguato «metodo» secondo cui agire.

    Nel comune modo di pensare capita spesso che il «metodo», staccato dalla dimensione etica che gli è proprio, viene messo in atto in modo meramente funzionale, e perfino utilitario. Separando il «metodo naturale» dalla dimensione etica, si cessa di percepire la differenza che intercorre tra esso e gli altri «metodi» (mezzi artificiali) e si arriva a parlarne come se si trattasse soltanto di una diversa forma di contraccezione. 5. Dal punto di vista dell'autentica dottrina, espressa dall'enciclica «Humanae Vitae» è dunque importante una corretta presentazione del metodo stesso, di cui fa cenno il medesimo documento (cfr. «Humanae Vitae», 16); soprattutto è importante l'approfondimento della dimensione etica, nel cui ambito il metodo, come «naturale», acquista il significato di metodo onesto, «moralmente retto». E perciò, nel quadro della presente analisi, ci converrà volgere principalmente l'attenzione a ciò che l'enciclica asserisce sul tema della padronanza di sé e sulla continenza. Senza un'interpretazione penetrante di quel tema non giungeremo né al nucleo della verità morale, né al nucleo della verità antropologica del problema. Già prima è stato rilevato che le radici di questo problema affondano nella teologia del corpo: è questa (quando diviene, come deve, pedagogia del corpo) che costituisce in realtà il «metodo» moralmente onesto della regolazione della natalità, inteso nel suo senso più profondo e più pieno. 6. Caratterizzando in seguito i valori specificamente morali della regolazione della natalità «naturale» (cioè onesta, ossia moralmente retta), l'autore della «Humanae Vitae» così si esprime: «Questa disciplina... apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione di altri problemi; favorisce l'attenzione verso l'altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l'egoismo, nemico del vero amore, e approfondisce il loro senso di responsabilità. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l'educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno e armonioso delle loro facoltà spirituali e sensibili» («Humanae Vitae», 21). 7. Le frasi citate completano il quadro di ciò che l'enciclica «Humanae Vitae» (n. 21) intende per «onesta pratica di regolazione della natalità». Questa è, come si vede, non soltanto un «modo di comportarsi» in un determinato campo, ma un atteggiamento che si fonda sull'integrale maturità morale delle persone e insieme la completa.

  5. #5
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    Originally posted by antonio
    ma l'esercizio della ragione che porti all'astensione dai rapporti affettivi anche quando se ne avverta la spinta,( che e' naturale), sopratutto se in considerazione di valutazioni utilitaristiche (si dice adiritura che il numero stesso dei figli puo' essere stabilito dalla coppia..questa mi e' nuova) non e' esso stesso egoisticamente contro Natura?
    e chi e' che puo' stabilire la bonta' delle intenzioni della coppia?

    qual'e' il livello moralmente giusto delle nascite?

    la Chiesa ha poi sempre raccomandato che la moglie non deve sottrarsi alle voglie del marito...cosi' , perlomeno, e' stato in passato..
    e' cambiato qualcosa?
    e cosa si fa invece per divulgare le nuove riflessioni?
    ma avete idea del perche' , praticamente, le indicazionidi Santa Romana Chiesa vengano assai spesso disattese nello stesso popolo dei praticanti?
    La Chiesa ha sempre invitato ad una paternità e maternità responsabili. Un figlio non è qualcosa che poi, una volta nato, va abbandonato a se stesso. No. Un figlio va amato e curato. Di qui nasce la paternità e maternità responsabilli. L'uomo non è un animale che procrea e poi abbandona i figli. No. E' un essere anche razionale. Tutto nasce da questa convinzione.
    La Chiesa diffonde il suo magistero con i documenti pontifici e la catechesi, specialmente, per quel che qui interessa, quella pre-matrimoniale.

  6. #6
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    Originally posted by fuego
    Vorrei vedere quanti di quelli che affermano la paternità responsabile non fanno l'amore col proprio partner se non per precisa volontà di fecondazione...
    Scusa e questo cosa c'entra? La paternità/maternità responsabili comporta anche una "programmazione" nella vita di coppia, nella consapevolezza che un figlio non è un pacchetto da concepire e poi da scaricare, ma da amare, educare ed accudire.

  7. #7
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    Originally posted by fuego
    Ovvio che la crescita della popolazione crei più povertà.
    E' una banalità...
    Solo la Chiesa Cattolica non se ne accorge...
    Povero fesso.

    Tutta la storia dell'umanità conferma l'opposto di quanto pensi tu, senza eccezione alcuna. L'umanità ha aumentato enormemente il proprio benessere proprio passando dalle poche centinaia di migliaia di individui che vivevano ai limiti della sussistenza (in tempi preistorici) ai sei miliardi di oggi.

    Non esiste periodo storico in cui il boom della popolazione non abbia coinciso con l'esplosione della produzione, grazie all'aumento della specializzazione del lavoro e degli scambi.

    L'unico problema, casomai, è che ci sono troppi analfabeti economici come te in circolazione, che vogliono regredire al primitivismo.

  8. #8
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    Originally posted by Paleo
    Povero fesso.

    Tutta la storia dell'umanità conferma l'opposto di quanto pensi tu, senza eccezione alcuna. L'umanità ha aumentato enormemente il proprio benessere proprio passando dalle poche centinaia di migliaia di individui che vivevano ai limiti della sussistenza (in tempi preistorici) ai sei miliardi di oggi.

    Non esiste periodo storico in cui il boom della popolazione non abbia coinciso con l'esplosione della produzione, grazie all'aumento della specializzazione del lavoro e degli scambi.

    L'unico problema, casomai, è che ci sono troppi analfabeti economici come te in circolazione, che vogliono regredire al primitivismo.
    L'uomo ha avuto il dono della ragione anche per regolare la natalità, aumenta il progresso e la ricchezza ed aumenta la consapevolezza che non si può sovrapopolare la terra per non finire le risorse.

  9. #9
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    Originally posted by Manuel
    L'uomo ha avuto il dono della ragione anche per regolare la natalità, aumenta il progresso e la ricchezza ed aumenta la consapevolezza che non si può sovrapopolare la terra per non finire le risorse.
    Il punto è che non esiste alcun modo di stabilire la "capienza" del globo, nè il numero di popolazione che può essere nutrita: può essere di 10, 20, 100, o 1000 miliardi. Noi non sappiamo nè
    possiamo sapere qual'è l'entità complessiva delle risorse naturali, perchè il concetto di risorsa ha più a che fare con il mondo
    dell'intelligenza e delle idee che con quello della materia.
    Tutto si trasforma e nulla si distrugge, e qualsiasi cosa può diventare una risorsa nel momento in cui impariamo a utilizzarla a nostro vantaggio.

    In altre parole, le risorse, di per sé, non esistono in natura. Una cosa diventa una risorsa solo quando l' uomo scopre come usarla. Il petrolio, ad esempio, prima del 1840 era considerato addirittura una passività, un liquido melmoso che andava ad inquinare i pozzi e i campi in cui sgorgava. Oppure, chi avrebbe considerato una risorsa il carbon fossile prima della rivoluzione industriale, o la sabbia che contiene il silicio prima della scoperta delle fibre ottiche? Questo discorso vale per tutte le risorse che
    l'uomo ha usato nella sua storia. L' uomo e il suo cervello, come recita il titolo del più importante libro di Julian Simon, è la vera "ultima risorsa". E più cervelli abbiamo, più idee e risorse avremo.

    Saluti

  10. #10
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    sono anni che si è visto a che risultati disastrosi può portare la denatalità. Prima il Giappone, poi l'Europa occidentale, poi quella orientale, ora la Cina, ecc.... si arriva ad una crescita esagerata della popolazione anziana rispetto alle nuove leve, con la conseguente paralisi economica, sociale e culturale della società.
    Una procreazione responsabile non dovrebbe mai scendere al di sotto dei 3 figli per coppia, pena l'innesco di quel ciclo infernale denatalità-invecchiamento-collasso che porta alla distruzione di una società.

 

 
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