Attenti al revisionismo
vogliono cancellare la resistenza
ROMA “Bisogna sostenere l’Anpi per tenere vivo il ricordo della Resistenza e aiutare i valori di libertà e democrazia contro ogni revisionismo”. Sono le parole appassionate di Bruno Trentin, che la guerra di Liberazione l’ha vissuta in prima persona, e non ha intenzione di cedere di fronte a chi oggi la vuole cancellare dalla memoria.
L’Unità ha aderito all’appello per la raccolta di fondi a favore dell’Anpi, che dal 1944 mantiene in vita il ricordo della lotta partigiana e oggi vede i suoi contributi ridotti dal governo del 65% in due anni, senza garanzie per il futuro. Qual è per lei il valore di quest’associazione?
Il valore dell’Anpi non è solo di testimonianza ma è la riproposizione quotidiana della concezione democratica fondata sulla partecipazione, e quindi sulle persone, non sull’autoritarismo. È un anticorpo molto forte contro chi professa altri valori e altri ideali, come questo centrodestra.
In che senso?
Serve a ricordare, lotta perché il paese non dimentichi, e neanche il Parlamento. Che dovrebbe reagire a questi tentativi di revisionismo e stanziare i fondi per finanziare l’associazione e tutti coloro che organizzeranno manifestazioni in piazza per il 60° anniversario della guerra di Liberazione. Che Berlusconi venga oppure no ha poca importanza, ma ci deve essere la testimonianza anche se ci sarà la diserzione del centrodestra.
Secondo il presidente dell’Anpi, Arrigo Boldrini, non c’è solo paura degli ideali ma un disegno ben preciso per riscrivere la storia. Condivide questa lettura?
Condivido pienamente la reazione appassionata di Boldrini e capisco la paura della destra di fronte all’importanza della Resistenza, che è stata un grande fatto di popolo, che ha mobilitato le masse, che ha sconfitto l’autoritarismo grazie ai valori di democrazia e libertà. E’ ovvio che fanno di tutto per cancellare questa memoria.
Lei c’era, era in Francia come partigiano e poi in Italia, dal 1944 al 1946, come comandante di una brigata del gruppo “Giustizia e Libertà”. Che cosa significava essere partigiani? Che cosa ricorda di quei giorni?
Essere partigiani significava prima di tutto combattere contro il regime e per la democrazia. Io ho attraversato esperienze diverse, in Francia facevamo atti dimostrativi, l’atmosfera era grigia, l’opinione pubblica apatica. Più tardi, in Italia, l’intera popolazione partecipava alla lotta di Resistenza aiutando e nascondendo i partigiani. Ho rischiato la pelle più volte. Ma ci tengo a ricordare, come ha detto Vittorio Foa, che noi eravamo persecutori del fascismo e non perseguitati. Ma non è il momento di fare il reduce, l’Anpi è tutt’altro che un’associazione di reduci. Molti dei nuovi aderenti sono giovani, non hanno fatto la Resistenza ma coltivano questo ricordo per volontà e coscienza civile. Non vogliono raccontare le battaglie sulla montagna ma il valore democrazia.
Uno di quelli che la Costituzione ha conservato fino ad oggi, insieme al ripudio per la guerra.
La vita ci fa cambiare molte volte, non si deve interpretare strettamente l’articolo 11, ma applicarlo al momento storico. Durante la Resistenza c’è stata una grande battaglia in difesa della democrazia, e laddove le democrazie venivano schiacciate le forze di sinistra chiedevano l’intervento militare. Questo non giustifica assolutamente la guerra preventiva, non è ammissibile esportare la democrazia ma bisogna sostenere le forze di opposizione locali. Solo di fronte allo sterminio di queste forze, agli olocausti, bisogna intervenire.
Lei infatti era favorevole all’intervento militare in Bosnia e Kosovo.
Sì, ma in quell’occasione la sinistra ha fatto un grave errore. Doveva creare una campagna di discussione, vivere quella scelta con i militanti, difendendo le ragioni di un intervento che per noi era un fatto nuovo.
Torniamo ad oggi. La commissione Difesa al Senato ha approvato il disegno di legge di An che riconosce come legittimi belligeranti i repubblichini di Salò. Ma secondo lei tutti i morti sono uguali?
I repubblichini collaboravano con l’esercito nemico. Non è possibile accomunare quelli furono combattenti utilizzati non per sconfiggere il nemico ma per reprimere i partigiani in montagna e in città.
Un altro tentativo revisionista?
Stiamo arrivando a forme di revisionismo che plagiano fortemente l’opinione pubblica. Penso ai libri di scuola, e in questo periodo soprattutto ai giornali. Dobbiamo denunciare la campagna contro il 60° anniversario che stanno facendo alcuni quotidiani, per esempio il Corriere della Sera, con echi di revisionismo inaccettabili. Questo centrodestra si presenta come democratico-liberale ma in realtà hanno dentro di loro un ostacolo insormontabile.
Quale?
La loro posizione restauratrice rispetto ai valori fondanti della Costituzione.
Che intanto stanno riscrivendo...
La stanno attaccando sotto tutti i fronti. Io non credo che la loro riforma passerà, nonostante gli atti contro chi cerca di difendere questo strumento di democrazia.
Ma questa Costituzione ha veramente bisogno di essere “rimodernata” e in che punti?
C’è bisogno di qualche modifica. Nella precedente legislatura si è tentato di farlo, per esempio nell’articolo 5, ma con risultati discutibili. Si può e si deve lavorare per una vera unità federale. Per esempio nell’educazione, la sanità, la previdenza. La Repubblica italiana deve rispondere solidarmente a questi bisogni senza che ognuno decida le proprie peculiarità.
Giulio Andreotti denuncia dalle pagine de l’Unità che questa riforma Costituzionale è pericolosa e oltre a fermare l’iter bisogna chiamare a consulto le Università, i magistrati, il Cnel. Che contributo potrebbe dare il Consiglio nazionale di cui lei è membro?
Tutte le strutture assembleari possono dare un contributo importante. Ma in questo momento devono aiutare l’Anpi a tenere vivo il ricordo della Resistenza per arrivare ad una mobilitazione di tutti i democratici nel 60°anniversario. Per creare una testimonianza, e aiutare il valore democratico che è in pericolo.




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