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  1. #1
    laico progressista
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    Predefinito Strage di innocenti in Russia

    Come si temeva, è finita in tragedia. Centinaia di innocenti sterminati, bambini, donne, uomini inermi hanno perso la loro vita.

    La guerra è una cosa terribile. Io non mi sento neppure di dover condannare il terrorismo ceceno. Il terrorismo è una reazione odiosa e incivile ad un'azione altrettanto odiosa e incivile. Perché l'occupazione russa della Cecenia, non è altro che questo. Come quella degli Stati Uniti in Iraq.
    La disperazione e l'incapacità di fronteggiare le aggressioni belliche ad armi pari (perché ovviamente il pesce grosso affronta sempre quello piccolo e indifeso), portano a forme di lotta che noi non possiamo far altro che registrare come barbare, spietate, animalesche.

    Bisogna riflettere a lungo sullo scempio creato dai reggenti di questi anni: Bush e Putin in particolare, spalleggiati dai cortigiani Blair e Berlusconi. Si sono mossi come elefanti nella cristalleria mondiale, noncuranti dei danni che creano. Perché tanto, riscattano i soldi dell'assicurazione del negozio (almeno così ci insegna Moore).

    Putin oggi fa sfoggio una volta ancora del suo cinismo disumano.
    Dopo la sciagura del Kursk, in cui ha deliberatamente lasciato morire un intero equipaggio che poteva essere tempestivamente soccorso, per non far trapelare chissà quali segreti militari; dopo l'intervento nel teatro di Mosca, dove ha gasato centinaia di ostaggi suoi connazionali, per fermare i terroristi; oggi ha usato le maniere forti, sapendo di provocare l'ennesima mattanza d'innocenti. L'importante è che l'occupazione cecena non subisca arresti.

    Al posto di Berlusconi, che si lancia in dichiarazioni su cose che nemmeno conosce o di cui al massimo non gl'importa nulla, a Putin toglierei il saluto.

  2. #2
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    Predefinito

    Chissà quando ci decideremo a volgere uno sguardo al Caucaso. Sarebbe finalmente l'ora che ci prendessimo carico anche della Cecenia, dove da anni il governo russo compie un'opera di distruzione senza pari.

  3. #3
    laico progressista
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    Predefinito Le foto del dramma










    Questo è il risultato di una guerra. La risposta cecena al genocidio di Putin, col genocidio di bimbi inermi e innocenti.

  4. #4
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    Predefinito Re: Le foto del dramma

    Citazione da Intervento Principale di by Paolo Arsena
    Questo è il risultato di una guerra. La risposta cecena al genocidio di Putin, col genocidio di bimbi inermi e innocenti.

    La cronaca degli orrendi eventi di questi giorni nella Repubblica Federativa Russa (attentati agli aerei, bomba nella metropolitana, massacro nella scuola) è nota. Tali fatti orrendi si sommano a quelli avvenuti un paio di anni fa (attacco al teatro Dubrovka). Vorrei fornire, come spunto di riflessione, altre chiavi di lettura oltre a quella che tu proponi.

    Sarà bene chiarire in via preliminare che siamo nel campo delle "undercover operations", cioè delle azioni ostili o comunque illegali da compiere sotto anonime o mentite spoglie in tempo di pace, o contro qualcuno col quale formalmente non si è in guerra, azioni che spesso ricadono nel campo del terrorismo più tipico. Ebbene, gli Stati Uniti indiscutibilmente sono il paese che più di tutti ha fatto ricorso alle "undercover operations". Ne hanno compiute miriadi e di tutti i tipi. Non è questa la sede per ricordarle, ma basti dire che tra le "undercover operations" in grande stile c'è la creazione e la gestione segreta di eserciti mercenari, che sotto questa o quella bandiera, sotto questa o quella sigla, sotto questa o quella parola d' ordine conducono guerre contro paesi stabiliti dagli Usa, guerre che senza eccezione sono di tipo terroristico. Per creazione e gestione di tali eserciti intendiamo il reclutamento, l' addestramento, la fornitura delle armi, lo stipendio, la loro guida "day by day" con passaggio di informazioni e indicazione degli obiettivi. Chi non ricorda, a tale proposito, l'UNITA in Angola, la RENAMO in Mozambico, i Contras del Nicaragua, i mujaheddin dell'Afghanistan negli anni Ottanta e in tempi più recenti l' UCK albanese? In questo quadro si colloca anche il gruppo degli "indipendentisti" ceceni arruolato nei primi anni Novanta attorno all' ex-generale d'aviazione sovietico Dudaev e poi - morto lui nel 1996 - attorno a Mashkadov, con lo scopo di espellere i Russi prima dalla Cecenia e quindi dall'intero Caucaso petrolifero, mossa strategica che metterebbe completamente e definitivamente a terra la Russia, la cui economia si basa al 70% sulle esportazioni di petrolio. Questi "indipendentisti" sono membri di tribù tradizionalmente dedite al brigantaggio e al traffico di droga e sono convinti a combattere per la "libertà" dai dollari, dalle armi e dall'addestramento statunitense e dal fatto che gli Usa li favoriscono nel traffico di eroina e li rinforzano con mercenari che arruolano in tutto il Medioriente (non a caso Osama Bin Laden ha combattuto anche in Cecenia).

    Non dovrebbero esservi dubbi sul fatto che le ultime azioni terroristiche cecene mirino a bloccare la capacità strategica della Russia. Per quanto la "questione cecena" sia realmente grave, le azioni terroristiche hanno però ben poco a che vedere con la Cecenia e invece molto con il contesto strategico globale. A tale proposito si considerino:
     l'opposizione tanto ferma quanto inattesa della Russia nel Consiglio di Sicurezza dell' ONU alla richiesta dell'amministrazione Bush di legittimare la sua guerra contro l'Iraq;
     i segni di una cooperazione crescente tra Francia, Russia e Germania sulla questione irachena e su altre questioni strategiche;
     il ripristino della diplomazia euroasiatica russa;
     la possibile ridefinizione dei rapporti che la Russia intrattiene con i paesi arabi;
     la recrudescenza globale della "guerra irregolare", il cui scopo complessivo è quello di indebolire psicologicamente e politicamente la resistenza alla politica imperialista seguita dall' amministrazione Bush.
    Detto ciò, i collegamenti tra i servizi anglo-americani e i separatisti ceceni sono un fatto documentato: essi si estendono ad elementi come Boris Berezovsky a Londra e agli ambienti di Zbigniew Brzezinski. A conferma di questo, il "New York Post" di Rupert Murdoch, a poche ore dall' inizio della tragedia della Dubrovka il 24 ottobre 2002, piazzò nel suo sito internet un editoriale che definiva l'attacco terrorista a Mosca una "giustizia poetica", una sorta di meritata "punizione" per la Russia, a causa del suo "ostruzionismo verso i legittimi sforzi americani di estirpare uno dei più pericolosi sponsorizzatori del terrorismo internazionale".


    Un altro fattore considerevole è che gli attachi più terribili degli "indipendentisti" ceceni sono "attacchi a orologeria", cioè avvengono ormai sempre in strana coincidenza con qualche importante iniziativa di Putin. Una settimana prima della tragedia del teatro di Mosca nel 2002, ad esempio, una delegazione saudita era al Cremlino per negoziare due questioni essenziali:
    1) l'intenzione della Russia di assumere una posizione più netta non solo contro la guerra all' Iraq, ma anche contro il piano dell' amministrazione Bush di una ristrutturazione complessiva del Medioriente;
    2) in cambio del sostegno strategico russo, somme ingenti di capitali sauditi attualmente in Usa ed Europa sarebbero stati ricollocati in Russia. L'ammontare complessivo discusso si aggirava tra i 50 ed i 70 miliardi di dollari, che nell' arco di due anni avrebbero dovuto consentire alla Russia di rimettere in moto l' economia, con investimenti soprattutto nelle infrastrutture.
    Questi negoziati avevano raggiunto una fase decisiva nei giorni immediatamente precedenti l' inizio della tragedia degli ostaggi. Un fatto pubblicamente noto è che l'ex capo dei servizi sauditi, principe Turki al-Feisal, si era recato a Mosca nella penultima settimana di ottobre 2002. Il principe saudita aveva parlato di "interessi strategici comuni" tra Russia ed Arabia Saudita ed aveva auspicato "un ordine mondiale multipolare", aggiungendo che l'Arabia Saudita era contro la secessione della Cecenia ed il terrorismo ad essa collegato. Del resto, molto scalpore aveva suscitato ancora verso la fine di agosto l' accordo per la costruzione di infrastrutture e servizi concluso tra Russia ed Iraq per un totale di 40 miliardi di dollari e già in quell' occasione, il giorno dopo l'annuncio, gli "indipendentisti" ceceni si erano risvegliati da un lungo periodo di letargo abbattendo un elicottero con un centinaio di militari russi a bordo. Anche l'attentato contro il palazzo del governo di Grozny è accaduto a pochi giorni di distanza dalla firma di un accordo tra l'Iran e la Russia per la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr, sulla costa meridionale iraniana, cosa che aveva fatto infuriare gli Stati Uniti, i quali da tempo chiedevano di chiudere la cooperazione nucleare con l'Iran e accusavano Teheran di mirare allo sviluppo di armi atomiche.

    Quanto agli orrendi attacchi degli ultimi giorni, ebbene anche essi avvengono- guarda un po'- in coincidenza:
    a) con la dichiarazione di fallimento e insolvenza della Yukos dell' oligarca Mikhail Khodorkovskij, cavallo di Troia del capitalismo atlantico, che aveva tentato di negoziare la svendita del 25% della Yukos alla Exxon Mobil, messo in galera alla fine del 2003 da Putin;
    b) con la vittoria del candidato favorevole ad un accordo con i Russi nelle elezioni presidenziali cecene, dichiarate da Washington "illegittime" (così come il governo statunitense aveva sollevato dubbi sulla regolarità della rielezione di Putin, ma da che pulpito viene la predica!);
    c) dulcis in fundo, con la "convention" repubblicana in cui Bush si presenta come difensore dell' umanità dalla minaccia del terrorismo.

    Attraverso le azioni terroristiche cecene, dunque, le centrali americane perseguono tre obiettivi:
    1. far sprofondare sempre più la Russia nella fornace della crisi politico-militare cecena in contemporanea con le manovre americane in Iraq;
    2. generare una solidarietà forzata tra Usa e Russia (di qui le immediate dichiarazioni di Bush di appoggio totale), raffreddando contemporaneamente i rapporti tra Putin e l'Occidente europeo (che invece osserva perplesso quel che sta accadendo);
    3. ottenere da Putin il via libera per ulteriori azioni in Medio Oriente.

    Ma il rapporto di reciproca freddezza tra Mosca e Washington, preesistente ai tragici fatti cui stiamo assistendo, non muterà di una virgola, non a caso la chiamata alle armi è stata fatta da Putin e dai suoi ministri contro "centrali del terrorismo internazionale" senza ulteriori precisazioni, mentre sulla questione irachena non ci sarà marcia indietro, riconfermando anzi la Russia tutte le sue pretese economiche e politiche sulla zona del Golfo Persico.

    Appare nettamente, a questo punto, che la politica del presidente russo è volta ad un recupero di potenza. E se gli imperativi economici e geografici, oltre che culturali, hanno un senso la Russia non può che tendere ad un esito: quello di porsi come punta di lancia di un'Europa protesa verso l'Asia centrale, oltre che verso il Mediterraneo. La politica americana, da parte sua, è principalmente incentrata ad evitare che questo scenario si produca. Pertanto, seguendo lo schema proposto da Huntington sullo "scontro fra civiltà" (o meglio da lui teorizzato quando era già politicamente in atto), gli Usa hanno interesse a creare una contrapposizione per blocchi religiosi e culturali tra Occidente e Islam.

    In conclusione, amici repubblicani, pur esprimendo la sacrosanta esecrazione per l' orrore che ci sta davanti ormai quotidianamente, non rinunciamo a cercare di individuare quali ne siano le vere cause.
    Lucio Sergio Catilina

  5. #5
    laico progressista
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    Catilina, non posso che registrare con interesse e sgomento il quadro da te delineato con precisione e dovizia di elementi.
    E' un quadro che lascia allibiti, e che senz'altro molti moderati, quali noi repubblicani ci riteniamo, tendono a rifiutare quasi a priori, ritenendolo frutto di ricostruzioni tendenziose e mirate a rinvigorire un antiamericanismo ideologico che non ci appartiene.
    Ma credo che sia giunta anche per i moderati l'ora di aprire bene gli occhi.

    I questo momento l'Occidente attraversa una crisi politico-economica e sociale gravissima. Gli equilibri internazionali stanno mutando e si stanno delineando le strategie che regolaranno il mondo da qui ai prossimi decenni.
    Lo stesso sistema capitalistico è giunto al collasso, e lascia intravedere prospettive fallimentari, alla stregua del comunismo.
    In questo scenario non possiamo immaginare che la vera natura di ciò che accade risieda in quel che si vede. E d'altra parte sarebbe irresponsabile liquidare gli eventi come frutto di chissà quali complotti che poi restano nella vaghezza dei luoghi comuni e della sostanziale ignoranza.

    Perciò la tua analisi è molto utile, e personalmente la prendo in seria considerazione.

  6. #6
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    Vi riporto il consueto editoriale della Spinelli, che trovo essere la giornalista più interessante, in Italia.
    Saluti
    __________________

    Le armi o la politica

    5 Settembre 2004

    di Barbara Spinelli

    A tre anni dall'attentato alle torri di New York, nuove immagini plumbee del mondo in cui viviamo avviliscono gli animi, li rendono muti. E ogni volta è un'altra frontiera dell'impossibile - così era definita la caduta dei tabù nelle guerre moderne, in Clausewitz - che cade, aprendo la strada a un crescendo d'iniquità sempre più pensabili, dunque più fattibili. I bambini seminudi e insanguinati che si son visti correre all'impazzata in mezzo alla sparatoria nella scuola di Beslan in Ossezia del Nord; l'assalto improvvisato, letale, deciso su ordine di Putin dalle forza speciali russe: difficile non pensare al bambino con berretto che alza le mani di fronte all'ufficiale nazista, o alla bambina nuda che fugge piangente il napalm americano in Vietnam. La televisione in questi giorni ha rotto ogni argine, esibendo centinaia di bambini minacciati e uccisi da un terrorismo che in parte è legato alle cellule globalizzate di Al Qaeda, in parte nasce dalla lotta, disperata, dell'indipendentismo ceceno. Il modo in cui i russi sono intervenuti sembra aver moltiplicato la strage. L'esposizione di quei minuscoli corpi nudi allo sguardo del mondo è un orrore quasi più grande dell'aereo suicida che tre anni fa si sfracellò sulle torri di New York. È come se le telecamere si fossero avvicinate a poche dita dai corpi che si gettarono nel vuoto, quell'11 settembre, ritraendo la paura nuda di chi è consegnato a tutta l'inumanità - e non è meno infinita dell'amore - che può annidarsi nell'uomo.

    Tre anni sono passati da allora, due guerre sono state combattute con l’idea di debellare il terrorismo (in Afghanistan, in Iraq, mentre continuava l’offensiva anticecena) e quest’inumanità invece di decrescere si dilata, vede consolidarsi patti diabolici tra movimenti nazionalisti e terroristi che agiscono in nome di Dio. In un momento di sincerità, rispondendo il 30 agosto alla domanda della Nbc, Bush ha ammesso: «Non credo che questa guerra contro il terrore possa essere vinta. Anche se son convinto che si possano creare le condizioni per rendere il terrorismo meno accettabile in molte parti del mondo». Ma neppure questa soluzione minimalista è raggiunta, in tre anni di mobilitazione bellica e di rinuncia a cercare le radici politiche del terrore. Le frontiere dell’impossibile cadono una dopo l’altra, e il terrorismo non è oggi meno accettabile ma più accettabile e imperioso, nel mondo. L’Occidente e il suo modo di vita sono oggi un bersaglio che s’aggiunge alle guerre di liberazione da truppe straniere, come dimostra il sequestro di due giornalisti francesi e la richiesta di abolire la legge che vieta, nella scuola pubblica in Francia, l’ostentazione troppo visibile di segni religiosi (dunque non solo del velo musulmano, anche della kippa ebraica e della croce cristiana).
    È stato detto nei giorni scorsi che l’atteggiamento di Parigi e quello del Cremlino si somigliavano: perché ambedue, messi di fronte a un assalto terrorista, sembravano decisi a rispondere con forme più o meno rischiose di trattativa. Questo asse franco-russo è saltato venerdì, dopo il contrattacco russo alla scuola di Beslan, ma in fondo non esiste da tempo. È vero che ambedue i governi hanno osteggiato la scelta di combattere il terrorismo sul suolo iracheno, è vero che Chirac ha spinto la complicità con Putin fino ad avallare la politica che quest’ultimo conduce in Cecenia. Ma le due strategie non hanno nulla in comune, e per capire i possibili modi d’arginare i terroristi sarà utile tenerle distinte.

    La strategia di Putin è quella della guerra totale contro i terroristi e qualsiasi loro motivo, e per principio esclude ogni azione non militare sulle questioni caucasiche. Nessuna distinzione viene fatta a Mosca fra gli elementi nazionalisti che si battono per un obiettivo geograficamente delimitato (l’indipendenza della provincia caucasica) e gli elementi arabo-musulmani che s’appropriano della causa cecena per ottenere una visibilità massima del proprio potere di ricatto e distruzione. Non si sa cosa avesse in mente Putin, quando fece sapere, in principio, di voler trattare. Ma certamente non intendeva negoziare con i dirigenti dell’indipendentismo ceceno, e in particolare con Maskhadov, presidente legittimo della Cecenia autonoma. Se lo avesse fatto, Maskhadov non si sarebbe limitato a condannare il terrorismo usando i poveri canali di comunicazione di cui dispone. Si sarebbe rivolto a sequestratori e vedove nere, presentandosi alle televisioni mondiali. Si parla molto di nichilismo e di cultura del nulla, a proposito delle scene violente a Beslan. Ma impregnate di cultura di morte sono anche le forze di Putin, che il terrorismo sanno combatterlo solo militarmente (e caoticamente) e che l’hanno in realtà fabbricato con le proprie mani rifiutando di negoziare con i rappresentanti veri del popolo ceceno.

    In realtà non esistono due vie, una americana e una franco-russa, di lotta al terrore. C’è la via democratico-militare americana, che inizia guerre sbagliate in Iraq e poi lascia che i terroristi mettano radici a Falluja e Najaf. C’è la via dispotico-caotica di Putin, indifferente al sacrificio degli ostaggi ma nella sostanza non dissimile da quella americana: in entrambi i casi la politica è bandita, le armi occupano tutto lo spazio. E c’è infine la via francese - l’unica diversa dalla soluzione esclusivamente militare dei conflitti - e che solo in apparenza prevede la trattativa con i terroristi.

    La via di Chirac è stata criticata, perché ha permesso a organizzazioni terroristiche e anti-israeliane come Hamas e Hezbollah di mediare tra Parigi, l’Islam moderato, e i rapitori dei giornalisti. Ma non si vede per il momento un’alternativa seria, a questa strategia che punta agli animi e alle menti del mondo musulmano, e che cerca di conquistare quest’ultimo, sia pure gradino dopo gradino, a una cultura della vita e del calcolo politico. Il discorso che ha fatto Parigi all’Islam è chiaro: noi non rinunceremo alla legge sui segni religiosi - ha detto - per il semplice fatto che consideriamo le regole della più rigorosa laicità una garanzia di libertà per tutte le religioni. In cambio eviteremo lo scontro di civiltà, e cercheremo di distinguere tra Islam e Islam, di mettere gli uni in rivalità con gli altri, di separare i moderati dai radicali, i politici dai religiosi, gli insorti nazionalisti dai terroristi globali.
    Può darsi che l’operazione sia rischiosa, come ha scritto Angelo Panebianco polemizzando con simili distinguo. Ma la soluzione Putin abbiamo visto a cosa conduce. E Bush stesso ha definito la soluzione Usa un «successo catastrofico», nell’intervista a Time sull’Iraq. Gli americani stessi combattono, per poi sottobanco distinguere: altrimenti non avrebbero consegnato Falluja all’estremismo sunnita, né avrebbero permesso che l’ayatollah al-Sistani riconoscesse nel bandito Moqtada al-Sadr un interlocutore politico, in cambio del disarmo delle sue milizie.

    È con questa strategia dei distinguo che il ministro degli Esteri Barnier ha percorso il mondo arabo, conquistando con la forza della diplomazia e della politica (quella che Joseph Nye chiama soft power, potere civile non-militare) le più svariate correnti dell’Islam. Ancora non si sa quali esiti immediati otterrà Parigi con la sua linea, che finora non è stata di cedimento sulle richieste terroriste ma che non ha esitato a giocare sulle divisioni del fronte avversario. Ancora non si sa se Chirac abbia ceduto su punti essenziali, come dice chi lo accusa di ripetere il trattato di Monaco con Hitler. Ma comunque vadano le cose, il tentativo resterà. È una linea che obbliga una parte cospicua dell’Islam mondiale ad accettare l’alterità giuridica e culturale dell’Occidente: non è poca cosa, ai tempi d’oggi.

    Nel libro che ha scritto sui terroristi religiosi, Jessica Stern descrive i motivi che possono muoverli: sono i più vari e contraddittori. Può essere una battaglia per il territorio, può essere un’umiliazione degenerata in crimine comune, può essere «avidità pura: di denaro, di potere politico, di attenzione» (Jessica Stern, Terror in the Name of God, New York 2003). Non abbiamo di fronte un nemico univoco, come in passato il nazismo e il comunismo. E non è di grande aiuto accennare continuamente a esperienze d’altri tempi (il patto di Monaco, l’appeasement con Hitler). Nessuno vuole rappacificarsi con i terroristi, nemmeno la Francia il cui ministro dell’Educazione ha dichiarato: «Resteremo intrattabili sulla questione del velo».

    Questo messaggio di diplomazia e intransigenza, una buona parte dell’Islam comincia lentamente a capirlo. L’anno scorso le ragazze che si presentarono col velo alle scuole francesi erano 1200. Quest’anno in piena crisi terrorista erano 240, e fra esse ben 170 si son lasciate convincere a togliersi il velo in classe, per rimetterlo poi in strada. In questi giorni Chirac non ha legittimato i responsabili degli attentati suicidi in Israele, come viene detto. A Hamas e Hezbollah ha chiesto di compiere solo un pezzetto di cammino - condannare i sequestratori, difendere le scelte laiche della Francia - e un pezzetto di cammino è già qualcosa. Ha cominciato a creare un Islam di Francia che si sente cittadino repubblicano del Paese d’accoglienza, e non è più diviso tra due lealtà. Un Islam che rifiuta la cultura di morte che viene dall’estero, come appare anche chiaro dal manifesto dei musulmani d’Italia pubblicato il 2 settembre dopo l’assassinio di Baldoni. Tra le righe il manifesto fa anche capire che un’Europa che si dichiarasse cristiana non sarebbe sgradita: «Siamo convinti che un’Italia dall’identità forte, anche sul piano della religione, degli ideali e delle tradizioni, sia la migliore garanzia per tutti, autoctoni e immigrati, perché solo chi è forte e sicuro al proprio interno è in grado di aprirsi e di condividere le proprie scelte con gli altri».

    Al termine del suo viaggio nel terrorismo, è quello che Jessica Stern consiglia: «Dobbiamo capire le dinamiche dei vari terroristi e sfruttarle in ogni modo: cercando di seminare tra loro discordia, confusione, rivalità. Dividendo i terroristi da chi li finanzia». È quello che Parigi tenta di fare, e chi parla di illusione francese non ricorda come andarono le cose nel 2003. Fin da principio era proprio questo il suo argomento contro l’intervento in Iraq: la guerra avrebbe alimentato il terrorismo mondiale, rendendolo più letale per tutti e non solo per i belligeranti.

    Oggi come allora, l’errore di Chirac è di non associare gli europei alla sua politica, di non concordare con essi piani di pace in Medio Oriente o in Cecenia, di non vedere quel che unisce le impoliticità di Bush e Putin. E di non volere una Europa potenza, capace di far politica e anche difendersi. Ma la sua scommessa può far sperare, anche per l’Islam che abbiamo in casa, e tanto meglio se Parigi vincerà la prima battaglia ottenendo la liberazione dei giornalisti. Importante è che la scommessa resti, dopo le immagini viste in Ossezia. Almeno esisterà un’alternativa alla lotta contro il terrorismo, di cui un giorno potranno profittare l’Europa, l’Occidente, e la Russia quando abbandonerà le avventure coloniali e diverrà pienamente democratica.

  7. #7
    Quin igitur expergiscimini?
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    Citazione da Intervento Principale di by Paolo Arsena

    E' un quadro che lascia allibiti
    Eppure è solo alla luce di tale quadro, che si comprendono i passaggi cruciali del discorso pronunciato da Putin all' indomani della tragedia. Tale discorso risulterebbe altrimenti assai enigmatico. Putin, infatti, non ha nominato la Cecenia, ma ha parlato di "terrorismo internazionale contro la Russia intera". Ci sono forze- ha aggiunto- "che puntano a disgregare alcune regioni della Russia e che sono istigate da fuori". Ma non ha fatto esplicito riferimento al fondamentalismo islamico, ha affermato invece che "non abbiamo compreso la complessità e pericolosità del processo che si andava sviluppando". L' alternativa, arrivati a questo punto, è chiara: "O ci opponiamo o ci arrendiamo"... E la Russia intende opporsi.
    Si è trattato dunque contemporaneamente di un appello al popolo russo e di un messaggio cifrato rivolto a Washington
    Un' ulteriore conferma che Putin rappresenta la rinascita dell' orgoglio nazionale, la volontà di riscossa dopo umilianti sconfitte, mentre gli Stati Uniti si rifiutano di inglobare la Cecenia nell' area della loro "guerra mondiale contro il terrorismo" (guarda un po' ancora che coincidenza!).
    Lucio Sergio Catilina

  8. #8
    Tu osi uccidere Caio Mario?
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    Citazione da Intervento Principale di by Paolo Arsena
    Ma credo che sia giunta anche per i moderati l'ora di aprire bene gli occhi.
    Anche perchè così si evita, magari, di essere confusi con le prese di posizione di alcuni settori dell' Ulivo (L' Unità, Verdi, PdCI, Castagnetti) e di Bertinotti, unicamente caratterizzate da una ferma condanna... di Putin e del governo russo mentre le bande di assassini ceceni è come se non fossero state loro a provocare il massacro! E sono rispettosamente definite "guerriglieri separatisti"...!
    Ma perchè?! Non so darmi pace...
    Forse lo fanno per dimostrare, dopo tanti anni di legami a doppio filo con Mosca, la propria affidabilità occidentale?
    Forse perchè Putin è "amico" di Berlusconi e allora dagli a Putin per dare addosso a Berlusconi?
    Forse perchè questa sinistra italiana è in realtà la filiale della sinistra americana di Kerry?
    Tu che ne dici?

  9. #9
    laico progressista
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    Citazione da Intervento Principale di by Caio Mario
    Anche perchè così si evita, magari, di essere confusi con le prese di posizione di alcuni settori dell' Ulivo (L' Unità, Verdi, PdCI, Castagnetti) e di Bertinotti, unicamente caratterizzate da una ferma condanna... di Putin e del governo russo mentre le bande di assassini ceceni è come se non fossero state loro a provocare il massacro! E sono rispettosamente definite "guerriglieri separatisti"...!
    Ma perchè?! Non so darmi pace...
    Forse lo fanno per dimostrare, dopo tanti anni di legami a doppio filo con Mosca, la propria affidabilità occidentale?
    Forse perchè Putin è "amico" di Berlusconi e allora dagli a Putin per dare addosso a Berlusconi?
    Forse perchè questa sinistra italiana è in realtà la filiale della sinistra americana di Kerry?
    Tu che ne dici?

    Mah, sinceramente io rinuncio a capire la nostra sinistra, perché non ne vale la pena.
    Con l'eccezione di Bertinotti, che si sforza di analizzare a fondo le questioni e di proporre ricette (seppur spesso non condivisibili) gli altri si preoccupano solo di tatticismi e competizioni interne, e parlano di conseguenza.
    Così non si producono né analisi serie e coerenti, né tantomeno proposte politiche. Basti pensare alle oscillazioni sulla guerra in Iraq di Fassino e Rutelli, alle occasioni mancate da Prodi per rafforzare l'asse Chirac-Schroeder, alla solita paura di spaventare i moderati che paralizza le scelte di rottura.

    Di fronte a problemi mondiali di questo spessore, la sinistra italiana è rimasta incartata a discutere su primarie di cui nessun elettore sente il bisogno e capisce il significato, e discute da mesi di patto federativo, partito unico, cessione di sovranità e alchimie varie, senza capire che tutto resta vacuo se prima non stendiamo un programma e non facciamo delle scelte chiare, se non diciamo qual'è il nostro modo di interpretare le vicende del mondo.

    Così resteremo al palo. Uno dei tanti slogan (vuoti ma d'effetto) che vanno in auge, dice che "Bush ha vinto la guerra e ha perso la pace". Di questo passo il centrosinistra vincerà le elezioni, ma perderà il governo.


    P.S. Su Putin, Chirac e la politica sottobanco degli americani tornerò in un secondo momento. Il dibattito comunque resta molto interessante.

  10. #10
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    Caro Caio Mario,
    io credo che l'azione di Putin nell'area del caucaso sia da criticare totalmente. Non credo che nessuno, criticando Putin, voglia coprire o sminuire le colpe dei terroristi che sono e restano i principali colpevoli di questa drammatica strage.
    Tuttavia il problema del terrorismo non può essere usato come paravento dietro il quale si possono occultare politiche sbagliate e criminali. La minaccia del terrorismo non giustifica la devastazione che da 10 anni avviene in Cecenia. L'efferatezza dei terroristi ceceni e i loro legami col mondo del fondamentalismo arabo non giustificano il genocidio russo contro i ceceni. Putin, come prima di lui i sovietici e prima di loro gli zar, attua, nei confronti delle diverse nazionalità della russia, una politica feroce di violenza, una politica della forza e della violenza che noi dovremmo rigettare tanto quanto il terrorismo.
    Anche se è lungo vi consiglio di leggere l'articolo che ho riportato poco sopra.
    Saluti

 

 
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