Le malattie, la scienza, l'etica

SE FUGGIAMO DAL DOLORE
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

«È forse un peccato volere un figlio sano?». Questo grido dal cuore a
cui ha dato voce qualche giorno fa Miriam Mafai riassume perfettamente,
sono sicuro, il sentimento della grande maggioranza degli italiani di
fronte all'intervento a base di cellule staminali tratte dal cordone
ombelicale di due suoi fratellini concepiti all'uopo, compiuto al San
Matteo di Pavia per guarire Luca, il bambino affetto da talassemia,
figlio di due genitori turchi residenti nel nostro Paese. Poco conta
davanti a quella semplice domanda il fatto che per ottenere il risultato
di cui sopra è stato necessario procedere ad una selezione genetica
degli embrioni dei potenziali fratellini di Luca, che inevitabilmente
riecheggia, almeno nel principio, la prassi eugenetica che fu del
nazionalsocialismo e, meno spietatamente ma fino a tempi non lontani, di
alcune legislazioni europee e americane.
«È forse un peccato volere un figlio sano?». Chi mai può rispondere di
sì? E dunque sembra ovvio che, una volta accettata la diagnosi genetica
prenatale al fine di guarire un soggetto terzo, essa sarà
inevitabilmente spesa al fine di impedire una malattia del nascituro
stesso: in fondo dov'è la differenza? Non è meglio, per quanto
possibile, che tutti abbiano bambini sani e che promettono di vivere a
lungo? Ed è ugualmente ovvio che quando tutto è riducibile (e ridotto) a
una domanda simile, anche l'esito dell'eventuale referendum per
cancellare o modificare la legge sulla fecondazione assistita, per cui
in questi giorni si stanno raccogliendo le firme, può considerarsi
scontato. Chi può dubitarne? Anche qui vincerà a mani basse il partito
del non divieto, o meglio dei minori divieti possibili alla speranza
salutista.
Non sta scritto da nessuna parte, però, che la discussione su che cosa
una società debba decidere in una materia di portata immensa come è
questa della diagnosi genetica e della fecondazione artificiale, della
vita e della morte, debba esaurirsi nel problema del permettere e del
vietare. Il codice penale non è l'alfa e l'omega dell'etica, e la
bussola della storia umana non è, per fortuna, custodita nelle aule dei
tribunali o dei parlamenti.
Sarà allora giusto (e si spera consentito) riflettere in una prospettiva
diversa da quella dei diritti e delle pene che ci assedia
quotidianamente. Osservare, per esempio, che dietro il desiderio di far
nascere per quanto possibile solo bambini sani e che promettono di
vivere a lungo c'è l'idea e il sentire sempre più diffusi nella nostra
società che il dolore fisico e morale, e ciò che lo provoca, la
malattia, il male, sono qualcosa di materialmente ma soprattutto di
psicologicamente insopportabile, qualcosa da scongiurare e da fuggire a
tutti i costi. Non solo: qualcosa che alla fine è possibile espungere,
cancellare dall'orizzonte umano. Magari a costo di sopprimere
l'individuo umano stesso, come nel caso dell'eutanasia, la cui
legalizzazione già si annuncia qua e là sotto varie forme.
Proprio l'esempio dell'eutanasia sembra indicare che ormai nelle nostre
società la morte può essere accettata, paradossalmente, solo per essere
negata. Di fatto essa è già stata espulsa dalla domesticità e dalla
esperienza quotidiane, venendo relegata nell'unico ambiente consentito,
quello dell'ospedale. Adesso siamo tentati di farla finita, oltre che
con la morte, anche con tutto ciò che sfigura e affligge il corpo.
In realtà, dietro l'obbligatoria benevolenza verso «non udenti», «non
vedenti», «portatori di handicap» sempre meno ci riescono tollerabili
l'imperfezione fisica, le infermità immedicabili, le mille imperfezioni
che dalla notte dei tempi ci ricordano la nostra precarietà. Non ne
vogliamo più sapere di questa parte in ombra, misteriosa e dolente della
nostra natura; e dal momento che la scienza sembra permettercelo, da
quello stesso istante non riusciamo più ad accettarla e a convivere con
essa.
Inutile dire come sul piano antropologico questo rifiuto ratifichi e
amplifichi a dismisura l'abissale frattura culturale già oggi così
evidente tra il mondo occidentale e tutti i popoli del Pianeta. Di
fronte a una umanità bianca che si avventura dietro il sogno di un corpo
affidato fin dal concepimento alla tutela della scienza, si levano, in
un'altra metà del mondo, folle di corpi, il cui destino resta invece in
balìa della più cieca casualità, segnati dall'imperfezione e dal male.
La differenza di reddito tra noi «e gli altri» tende a tramutarsi così
in una radicale diversità della stessa esperienza della fisicità umana.
Il che dà l'idea dell'altrettanto abissale frattura che l'avvento come
pratica di massa della diagnosi genetica degli embrioni è sul punto di
rappresentare rispetto a tutto quanto il nostro stesso passato storico.
Interi universi di pensieri e di sentimenti, interi mondi morali e
artistici sono destinati fatalmente alla insignificanza e, in
prospettiva, alla liquidazione. Primo fra essi, naturalmente, il mondo
spirituale cristiano (e, oserei dire, quello di qualunque religione) con
la sua idea della preziosità irripetibile di ogni soma umano e del
misterioso legame mimetico che lo lega al Dio creatore: fonte di quel
retaggio di misericordia e di amore per tutti gli esseri che costituisce
la più degna e disperata utopia, alla base di tutte le altre utopie
universalistiche di cui da venti secoli si nutre l'Occidente.
Alla domanda di Miriam Mafai da cui sono partito si può dunque
rispondere con un'altra domanda. No, certo che non è un peccato volere
un figlio sano. Ma nel nostro mondo imperfetto vige una regola ferrea:
tutto ha un prezzo, e in genere tanto più alto quanto più grande è il
vantaggio che si ottiene. Ebbene: qual è nel nostro caso questo prezzo?
Non è un gesto né di prepotenza né di arroganza chiedere di saperlo
prima di decidere se è giusto pagarlo.

Ernesto Galli della Loggia

(c) Corriere della Sera, 17 settembre 2004