Risultati da 1 a 6 di 6

Discussione: Falsari

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Falsari

    dal sito di IDEAZIONE

    " Usa 2004. Un clamoroso falso scuote la campagna elettorale
    di Andrea Mancia

    Dan Rather, il leggendario conduttore di “60 Minutes” per la Cbs, è nei guai. E neppure John F. Kerry si sente troppo bene. Il sensazionale scoop dello scorso venerdì sui “documenti scomparsi” dal dossier militare di George W. Bush si è rivelato essere un clamoroso falso. Neppure troppo sofisticato, per la verità. Ma andiamo con ordine, perché questa incredibile storia, che qualcuno ha già paragonato all’avvento degli “archi lunghi” sui campi da battaglia europei (e al conseguente sconvolgimento degli equilibri di potenza tra le nazioni medioevali), è troppo gustosa per essere inghiottita in un solo boccone.

    Fango contro fango. I sondaggi e la frustrazione democratica

    Le avvisaglie circolavano già da qualche giorno. Soprattutto dopo un inquietante articolo scritto il primo settembre da Susan Estrich, ex stratega elettorale di Michael Dukakis ed editorialista – tra l’altro – di Los Angeles Times, Washington Post e New York Times. Inviperita dal crollo nei sondaggi di John Forbes Kerry e dalla campagna, a suo dire, diffamatoria degli Swift Veterans for Truth, la Estrich aveva avvisato il mondo che questa volta, a differenza che nelle disastrose (per lei e per Dukakis) elezioni presidenziali del 1988, il partito Democratico non si sarebbe fatto intimidire. E avrebbe risposto al fango con altrettanto fango. “Non possiamo semplicemente rispondere alle accuse. Non possiamo semplicemente dire ‘non è vero’. Bisogna combattere il fuoco con il fuoco. Il fango con il fango. Lo sporco con lo sporco”.
    Non soddisfatta da questa enunciazione di principio molto liberal, la Estrich preparava addirittura una sorta di lista della spesa per la spazzatura da spargere a piene mani sui restanti due mesi di campagna elettorale: il passato di George W. Bush nella Guardia Nazionale tra il 1972 e il 1973, i trascorsi “superalcolici” del presidente e del suo vice Dick Cheney, una non meglio precisata storia di aborti clandestini che avrebbe coinvolto l’ex governatore del Texas e, dulcis in fundo, qualche chiacchiera sulla cocaina sniffata da George W. a Camp David, quando suo padre era l’inquilino della Casa Bianca.

    Una serie di suggerimenti neppure troppo trasversali, quelli regalati dalla vivace commentatrice liberal, che i suoi colleghi non si sono fatti sfuggire.

    La spazzatura comincia ad affiorare.

    Non era bastata l’insistenza con cui per quasi un mese era stata ignorata la vicenda degli Swifties. E non era bastata neppure l’incredibile velocità con cui erano state amplificate le sdegnate smentite di Kerry, soltanto dopo che i blog della destra americana e i talk-show radiofonici conservatori avevano reso del tutto inutile l’occultamento della notizia. Per tutti coloro che non credevano fino in fondo nella partigianeria dei maggiori giornali e network televisivi statunitensi, alla fine il colpo di grazia è arrivato. La presa di coscienza finale.

    Come spiegare, altrimenti, l’enorme spazio dato dai mass media tradizionali ad una storiaccia come quella di Kitty Kelley? Un gossip di quarta sponda che anche i tabloid inglesi troverebbero imbarazzante. Nel libro “The Family” (“La vera storia della dinastia Bush”) la Kelley, naturalmente collaboratrice di Los Angeles Times, Washington Post e New York Times, ha diffuso lo “scoop” di un giovane Bush tutto intento a tirarsi un paio di strisce di coca a Camp David mentre il padre intratteneva qualche capo di governo straniero, proprio come la sua collega Susan Estrich aveva previsto una settimana prima. Potenza della stampa liberal o insolite capacità divinatorie?

    L’unica cosa certa, per ora, è che la presunta fonte della Kelley, l’ex moglie del governatore della Florida, Jeb Bush, ha smentito seccamente tutta la storia. “Sono in pessimi rapporti con tutta la famiglia Bush – ha affermato l’ex cognata del presidente – ma non posso permettere che venga diffusa una falsità così abnorme”. Se questa è la verità di un nemico della famiglia Bush, non osiamo pensare alla versione degli amici. Eppure il tentativo è stato fatto. Evidentemente è più credibile la biografa "non autorizzata" di Frank Sinatra rispetto a qualche centinaio di veterani del Vietnam ancora un po' incazzati con il compagno Kerry del '71.

    L'impegno alla diffusione del liquame non è certo venuto meno per sottigliezze così insignificanti. Qualche giorno più tardi, ci ha provato il giornalista dell’Associated Press, Scott Lindlaw, diffondendo la notizia che il pubblico di un comizio di Bush si era comportato in maniera intollerante ben oltre i limiti del buon gusto dopo aver appreso che l’ex presidente Bill Clinton era stato ricoverato in ospedale per problemi cardiaci. “Un pubblico di migliaia di persone ha salutato la notizia del malore di Clinton con un boato di disapprovazione (se trovate una traduzione migliore per “booeing” fatemelo sapere, Ndr). E Bush non ha fatto niente per fermarli”.

    La seconda parte della notizia, per la verità, è corretta. Ma soltanto perché Bush non aveva nessuna folla rumoreggiante da bacchettare, visto che l’intero episodio era stato inventato di sana pianta dal cronista. Un blog pro-Bush ha smascherato la truffa in poche ore, diffondendo l’audio del comizio e costringendo l’AP ad una frettolosa rettifica. Ma ormai gran parte del danno era stato fatto, perché centinaia di giornali statunitensi ed internazionali avevano ripreso la “notizia”, stigmatizzando il comportamento del presidente e dei suoi sostenitori. “La mia missione è quella di impedire la rielezione di Bush”, aveva confidato Lindlaw ad un suo collega poche settimane prima. Quando si dice la sincerità.

    Shit hits the fan

    Non esiste, in italiano, un modo di dire così grossolanamente pittoresco ed efficace per descrivere una situazione sfuggita a qualsiasi controllo. Eppure stavolta la spazzatura (per così dire) ha davvero colpito il ventilatore. Ed è schizzata ovunque, insudiciando soprattutto chi la stava maneggiando in quel preciso istante. Nella fattispecie, si tratta del notissimo giornalista televisivo Dan Rather. E qualche schizzo sembra inevitabilmente diretto verso il candidato democratico alla Casa Bianca, John F. Kerry.

    Ansioso di portare il suo contributo alla campagna mediatica ABB (Anybody But Bush, chiunque tranne Bush), l’ormai attempato anchor-man della Cbs ha deciso, come ogni kamikaze fondamentalista che si rispetti, di immolare gli ultimi scampoli della propria carriera sull’altare del Bene Comune (la campagna elettorale di Kerry). Senza neppure attendersi in cambio qualche vergine in Paradiso. Nell’ultima edizione del rotocalco settimanale “60 minutes” (in onda anche in Italia, su RaiSat Extra), il buon Dan ha tentato lo scoop della vita, rendendo pubblici i famosi “documenti scomparsi” dallo stato di servizio militare di Bush durante il biennio 1972-1973.

    Gli anni trascorsi da Bush Jr. alla Guardia Nazionale, prima in Texas e poi in Alabama, sono una vera fissazione per i democratici, che ne hanno fatto una delle loro battaglie di prima linea per dimostrare che – proprio mentre Kerry rischiava la vita per il proprio paese in Vietnam (fatto su cui gli Swift Veterans for Truth hanno sollevato più di un dubbio) – il “figlio di papà Bush” si imboscava in patria, facendo finta di pilotare jet per evitare le umide paludi del sud-est asiatico e le pallottole dei vietcong. Quando la Casa Bianca, però, cedendo alle insistenze della stampa “indipendente”, ha deciso di rendere pubblici tutti i documenti militari relativi alla vicenda, il caso si era un po’ sgonfiato, anche se gli spin-doctor democratici avevano continuato ad insinuare che il materiale diffuso da Bush non era completo.

    Scontato, dunque, che i documenti presentati in pompa magna dalla Cbs, da cui trapelava un trattamento di favore riservato a George W., sollevassero un gran polverone sui mass media vicini al candidato democratico. Come un sol uomo, la stampa liberal si è scagliata contro il commander-in-chief, disertore e guerrafondaio, sperando di replicare l’effetto-Swifties e porre un argine alla crescita esponenziale di Bush registrata nei sondaggi delle ultime settimane. O meglio, al crollo verticale di Kerry.

    Dan Rather, l’attentatore-suicida

    Gli strateghi repubblicani hanno reagito con distacco a questa scelta tattica del fronte ABB. Bush, del resto, non ha mai puntato tutta la sua campagna elettorale sugli anni trascorsi nella Guardia Nazionale. E ha più volte ammesso gli errori compiuti prima dei 40 anni, età in cui ha ritrovato la fede e smesso di bere. Probabilmente, gran parte dei suoi sostenitori lo valuta positivamente anche perché ha saputo imparare dai propri errori e rimettere in gioco la propria vita. Ben altra storia rispetto all’accanimento quasi patologico con cui Kerry ha fatto, dei quattro mesi trascorsi a pattugliare il delta del Mekong, il leit-motiv della propria carriera politica e della propria candidatura alla Casa Bianca.

    Il giudizio comune di molti analisti, anche neutrali (o presunti tali), è stato di scetticismo di fronte alla possibilità che questa nuova serie di accuse fosse in grado scalfire il giudizio ormai consolidato, in positivo o in negativo, che l’elettorato americano si è ormai fatto di George W. Bush.

    Ma la logica e la razionalità non sono mai state prese molto in considerazione dai suicide-bomber. Così Dan Rather ha deciso di provarci lo stesso: ha scovato, grazie ad una fonte “anomima ma incontestabile”, i memorandum privati con cui il colonnello Killian (morto ormai da una ventina d’anni) si lamentava delle pressioni ricevute per concedere al giovane Bush un trattamento di riguardo; si è fatto dare una spolveratina di verosimiglianza da Bobby Hodges, un generale in pensione della Guardia Nazionale texana, che ha confermato la scarsa opinione che Killiam aveva dell’aviere “raccomandato” Bush jr.; ha pubblicamente ed enfaticamente chiesto spiegazioni sulla vicenda al presidente, quasi sfidandolo ad un contraddittorio pubblico. Ha gettato tutto il suo peso, e decenni di professione, oltre l'ostacolo.

    Tutto bello, tutto molto stile-Watergate. Se non fosse per un piccolo, insignificante particolare. I documenti sventolati (metaforicamente) da Rather in faccia a Bush sono tutti, grossolanamente ed indiscutibilmente falsi.

    Chiunque abbia l’età per aver assistito al declino delle macchine da scrivere e all’avvento dei personal computer è in grado di accorgersi del falso a prima vista, senza l’aiuto di esperti. Non c’è una sola possibilità al mondo che le quattro lettere attribuite al colonnello Killian (1 | 2 | 3 | 4) possano essere state battute a macchina all’inizio degli anni Settanta. Senza scendere nei dettagli di questa “querelle tipografica”, si tratta di una questione di font proporzionali, superscript e kerning. Per non parlare dei dubbi sollevati in merito all’autenticità della firma di Killian, al linguaggio molto informale adoperato e al fatto che l’ufficiale che avrebbe esercitato le pressioni sul colonnello per favorire Bush era, in realtà, in pensione da almeno un paio d’anni. Ma, per una volta, le questioni “di sostanza” restano marginalmente sullo sfondo, rispetto a quelle, eclatanti, “di forma”.

    Arco lungo contro cavalleria pesante

    Il primo dubbio viene a Buckhead, un anonimo frequentatore del sito Free Republic, un forum-blog considerato di estrema destra dai benpensanti. Quelli che danno del nazista a Bush, per intenderci. Ma è Scott Johnson, un avvocato di Minneapolis con la passione del blog politico, co-autore di Powerline, che intravede il potenziale esplosivo della vicenda. E apre i cancelli dell’Apocalisse. Bastano un paio di link alle riproduzioni dei documenti per scatenare una reazione a catena. Esperti di font tipografiche e macchine da scrivere, semplici utenti di computer, fanatici del desktop-publishing: un centinaio di frequentatori di Powerline, sito dichiaratamente vicino al movimento conservatore, portano un briciolo della loro esperienza e una prova o un indizio in più, in supporto della tesi secondo cui le lettere non possono essere state realizzate con una macchina da scrivere dei primi anni Settanta.

    Il rivolo di informazioni si trasforma presto in una valanga. E decine di blog “amici” riprendono la notizia, che nelle prime ore sembra addirittura troppo bella per essere vera. Glen Johnson, musicista di Los Angeles che cura un altro blog della destra a stelle e strisce, Little Green Footballs, prova – quasi per scherzo – a replicare i “documenti segreti” che costituiscono la spina dorsale dello “scoop” di Dan Rather con il suo word-processor. Apre Microsoft Word e con suo sommo stupore, senza cambiare neppure una impostazione del programma, replica alla perfezione le lettere attribuite al colonnello Killian. Altro che anni Settanta: siamo di fronte ad un falso pacchiano realizzato con il programma di videoscrittura più diffuso al mondo, stampato e fotocopiato decine di volte per simulare goffamente l’effetto-antichità. Come avrebbe scritto il giorno dopo Mark Steyn, sul Chicago Sun-Times, il classico "caso dell'uomo morto da vent'anni che è ancora capace di usare Windows XP".

    Per alcune ore, la notizia della clamorosa truffa resta confinata tra le frontiere digitali del cyberspazio. I blog della sinistra anti-Bush (non se ne trova uno schiettamente filo-Kerry neppure con il lanternino) provano, penosamente, a costituire un fronte compatto di contro-informazione. Chi scopre che una macchina da scrivere IBM da seimila dollari avrebbe potuto, in teoria, stampare lettere abbastanza simili grazie ad alcune macchinose modifiche artigianali. Chi giura che il Times New Roman andava di gran moda negli uffici della Guardia Nazionale (anche se quel particolare carattere tipografico fu commercializzato soltanto negli anni Ottanta). Chi cerca di andare oltre il problema, ricordando a tutti di stare calmi, non lasciarsi prendere dal panico e concentrarsi sui punti fermi della campagna elettorale democratica: Bush è un cretino, i neocon vogliono conquistare il mondo per renderlo schiavo del sionismo internazionale e l’11 settembre è stato colpa degli Stati Uniti. Qualche liberal onesto, che ha il coraggio di riconoscere il falso (tanto è palese), viene preso a male parole e trattato come un pazzo sconclusionato, come un repubblicano insomma. Un barlume di speranza, per i blogger della sinistra, arriva quando qualcuno spiega che la Casa Bianca ha diffuso gli stessi documenti in possesso dalla Cbs, poche ore dopo la trasmissione del programma di Dan Rather. Ma è soltanto un’illusione, perché si scopre presto che si tratta proprio delle stesse fotocopie, spedite via fax dalla redazione di “60 minutes” a Washington per un bizzarro ed estremamente intempestivo scrupolo di coscienza.

    Le schermaglie continuano per un po’, fino a quando la segnalazione del falso non viene pubblicata sul Drudge Report, il sito del giornalista investigativo Matt Drudge diventato celebre per lo scoop (vero, stavolta) della relazione “inappropriata” tra Bill Clinton e Monica Lewinsky nello Studio Ovale. La bomba esplode definitivamente. E da qui in poi la vicenda diventa una via crucis straziante per Rather e la credibilità dei mainstream media (la cavalleria pesante), sfidata e battuta dalla blogosphere (l'arco lungo, la nuova tecnologia che cambia le regole del gioco).

    In rapida successione, la notizia viene ripresa da Fox News, New York Post, Abc e Washington Post, insieme ad una miriade di testate politiche e locali. Poi dilaga ovunque. In principio tutti usano il condizionale, ma presto i falsi vengono dati per scontati. Basta guardarli, del resto. Più tardi arrivano anche le prese di distanza dei personaggi coinvolti, direttamente o indirettamente, nella vicenda.

    La vedova del colonnello Killian dichiara che al marito non piaceva scrivere, soprattutto a macchina, e che non ha mai avuto un archivio privato. Il figlio del colonnello dice che il padre gli ha sempre parlato bene del giovane Bush. Il generale Hodges, il “testimone principale” di Rather, accusa la Cbs di averlo truffato. E spiega che il testo dei documenti gli è stato letto per telefono, mentre ora – guardando le lettere – è convinto che si tratti di un falso. Decine di esperti interpellati da televisioni e giornali concordano unanimemente: è impossibile che i documenti siano stati redatti con una macchina da scrivere in commercio negli anni Settanta.

    Manca la resa finale. Tutti si aspettano una replica della Cbs e di Dan Rather. Ma quando il popolare conduttore si presenta davanti alle telecamere per offrire la propria versione dei fatti, e magari svelare il nome della sua fonte misteriosa o degli esperti che hanno garantito l’autenticità dei documenti, l’attempato kamikaze democratico non va molto oltre un “io sono Dan Rather, vi assicuro che le lettere sono vere, dovete fidarvi di me”. Ormai, però, non gli crede più nessuno. Forse neppure Kerry.

    Il vecchio cavaliere aristocratico è stato trafitto a morte da una freccia, invisibile e silenziosa, scagliata con un lungo arco ricurvo da un arciere senza nome. Sul suo volto, prima dell’attimo fatale, non c’era l’ombra di un sorriso.

    13 settembre 2004

    mancia@ideazione.com
    "

    Saluti liberali

  2. #2
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    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " « I francesi mi pagarono per incastrare Bush »
    di ANDREA COLOMBO.

    L’imprenditore italiano, al centro della vicenda dei falsi dossier sulla fornitura di uranio a Saddam, ha raccontato al giudice come sono andate le cose. Rocco Martino ha confermato quello che Libero aveva scritto l’ 8 agosto scorso. Sono stati i servizi segreti francesi a mettere in circolazione il falso documento sul traffico di uranio fra Niger e Bagdad. Un dossier che inizialmente avrebbe dovuto giustificare l’intervento in Iraq (“ Saddam vuole costruire l’atomica”), salvo poi trasformarsi in un boomerang, il “ falso fabbricato dalla Cia” da sbandierare alla stampa . Un ottimo strumento per screditare chi, come Bush e Blair, quell’intervento avevano voluto. Martino - ex ufficiale dei carabinieri, già agente del Sid negli anni ’ 70 - ieri è stato sentito come persona informata sui fatti dal sostituto procuratore della Repubblica di Roma Franco Ionta che sulla vicenda ha aperto un fascicolo. La convocazione in procura di Rocco Martino, denominato “ Giacomo”, era prevista da tempo. Il pm Ionta intendeva verificare se rispondesse al vero quanto riportato dagli organi di stampa e da Libero. I giornali britannici avevano parlato di un coinvolgimento del Sismi nella fabbricazione del dossier. Una circostanza che non trova riscontri nelle dichiarazioni di “ Giacomo” che nega decisamente ogni partecipazione dei nostri agenti segreti nel Nigergate. Al contrario, come aveva scritto Libero, dietro il Nigergate c’erano i francesi. Nei primi giorni dell'agosto scorso di Martino sembravano essersi perse le tracce. La procura aveva dato incarico alla Digos di cercarlo ma dell'uomo, che si pensava fosse riparato all'estero, non era emersa alcuna notizia. In realtà Martino ha trascorso le ultime settimane negli Stati Uniti, dove avrebbe concesso anche una intervista a un’emittente televisiva, mai andata in onda. Qui “ Giacomo” ha avuto modo di riflettere a lungo sull'affare che da più di un anno aveva messo in imbarazzo Bush e il governo britannico. L’ex agente segreto italiano ha spiegato ieri negli uffici della procura di Roma di non aver confezionato il falso dossier sul tentativo di Saddam Hussein di acquistare l'uranio nel 1999, ma di averlo ricevuto pensando che contenesse notizie veritiere. Martino ha detto che quei documenti sull'uranio che il Niger avrebbe venduto all'Iraq gli erano stati girati all'intelligence francese. L’italiano, che lavora da tempo nel campo delle “ Una vicenda costruita su presunti rapporti tra Niger e Saddam informazioni riservate”, ha tentato di vendere il dossier nell'ottobre del 2002 a Panorama. Alla giornalista Elisabetta Burba disse di aver ricevuto le carte da una persona che lavora presso l'ambasciata del Niger a Roma. Il settimanale, poi, fatte le dovute verifiche, fiuterà la bufala e non sborserà neppure un soldo. Al di là dell'affare andato a monte, Martino ha sostanzialmente ribadito al pm Ionta di aver agito in buona fede e, a riprova, avrebbe detto di possedere una serie di documenti su cui sono in corso accertamenti da parte della Digos. Di certo, Martino ha scagionato i nostri servizi segreti da ogni coinvolgimento nella vicenda ( al contrario di quanto avevano insinuato alcuni quotidiani britannici). « Il Sismi e il Governo italiano non hanno avuto alcun ruolo nella vicenda legata al falso dossier sull'uranio di Saddam Hussein » , ha dichiarato Giuseppe Placidi, l'avvocato di Rocco Martino. « Tengo a precisare - spiega il penalista - che il mio assistito si è presentato spontaneamente al magistrato al quale ha spiegato come sono andate le cose. Martino ha detto di aver ricevuto il documento, di averlo passato e di aver guadagnato qualche soldo per questa sua attività di intermediazione. Ha chiarito queste circostanze con prove che ora saranno vagliate dalla procura » . Il fascicolo di inchiesta, che il pm Ionta ha aperto lo scorso anno, non contiene ancora ipotesi di reato. « Credo che Martino - ha commentato l'avvocato Giuseppe Placidi - abbia chiarito la sua situazione » . Ora, svelato il ruolo dei francesi nell’intero affare e scagionati gli 007 americani e italiani, resta da vedere se la sinistra, che aveva gridato allo scandalo per il “ falso dossier fabbricato dalla Cia e dal Sismi”, riserverà la medesima indignazione per la Francia.
    "


    Shalom

  3. #3
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    Che vergogna...altro che falsari,sono i soliti delinquenti che "filosofeggiano" sulla loro presunta maggiore onestà intellettuale...anche se di onesto ed intelletuale,anche in Italia,hanno davvero poco...

  4. #4
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    Infatti!Per rispondere con lo stesso tono a chi ha usato per anni la "Commissione Antimafia" per "dimostrare" che la DC si baciava con i mafiosi o AlCapone andava a cena ad Arcore...per non parlare della foto sulle torture in irak ecc.ecc.ecc.
    Lasciamo stare...

  5. #5
    SENATORE di POL
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    Predefinito "Giuristi" sinistruzzi e menzogneri

    dal sito di IDEAZIONE

    " L’obbligo di una buona riforma
    di Giuseppe Calderisi
    da Ideazione, settembre-ottobre 2004

    La riforma della Costituzione proposta dalla Casa delle Libertà viene accusata dal centrosinistra (mi riferisco alla linea espressa nel corso del dibattito svoltosi al Senato sotto la regia dell’ex ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini) di realizzare un «premierato assoluto e onnipotente» che ci porterebbe alla «deriva plebiscitaria» e di minare l’unità nazionale attraverso la “devolution” leghista. Con queste parole d’ordine, l’Astrid, il laboratorio istituzionale che raccoglie i giuristi di sinistra e che è guidato dallo stesso Bassanini ha convocato, insieme alla Cgil e all’associazione ( debenedettiana ) Libertà e Giustizia, una manifestazione nazionale per il 2 ottobre, nei giorni caldi delle votazioni sulla riforma che si terranno alla Camera dei deputati (con l’obiettivo, tra gli altri, di imporre a Violante e ai gruppi del centrosinistra a Montecitorio la stessa linea tenuta a Palazzo Madama: impresa non facile, come vedremo più avanti).

    Si tratta di accuse del tutto prive di fondamento. La forma di governo del premier proposta dalla CdL è tratta dal testo proposto in Commissione bicamerale dal relatore Ds Cesare Salvi (addirittura in modo testuale su alcuni aspetti essenziali come il potere di scioglimento e il collegamento tra le candidature a premier e quelle per l’elezione della Camera). Proposta Salvi che, a sua volta, traeva origine dal programma dell’Ulivo del ’96. La riforma recepisce, in sostanza, l’evoluzione del bipolarismo che si è realizzata nell’ultimo decennio nel nostro paese. Un sistema a “democrazia immediata” in cui sono gli elettori, e non i partiti dopo il voto, a decidere chi deve governare, scegliendo ad un tempo premier, programma e maggioranza. I poteri del premier sono equivalenti a quelli previsti nella maggior parte delle democrazie europee al fine di favorire la stabilità dell’esecutivo. Il potere di scioglimento è bilanciato dal potere della Camera di sfiduciare in qualsiasi momento il premier e anche dal potere di sostituirlo da parte della stessa maggioranza che ha vinto le elezioni. Certo, ci sono alcuni aspetti che potrebbero essere (e mi auguro siano) migliorati, come lo statuto dell’opposizione, alcune (inutili) rigidità che potrebbero essere smussate, ma le accuse di bonapartismo e cesarismo proprio non stanno in piedi.

    Correggere il federalismo del centrosinistra

    Quanto alla devolution si impone un chiarimento di fondo. Quella sulle tre materie chiesta dalla Lega (sanità, istruzione e polizia locale) è poca cosa, una “piccola devolution” rispetto alla “grande devolution” che è stata già realizzata dal centrosinistra con la modifica del titolo V approvata alla fine della scorsa legislatura con quattro voti di differenza . Il vastissimo passaggio di competenze legislative alle Regioni è già avvenuto (addirittura la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia, le grandi infrastrutture, l’ordinamento della comunicazione, la ricerca scientifica e tecnologica, e tante altre sono materie di legislazione concorrente, su di esse lo Stato può solo formulare i principi fondamentali). Insomma il federalismo non è di là da venire, c’è già, ed è un federalismo rissoso e costoso che andrebbe corretto con urgenza perché ha fatto precipitare il paese e la sua economia nel baratro dell’incertezza del diritto.

    Il centrosinistra predicava un “federalismo cooperativo” ma, guarda caso, si è del tutto dimenticato di realizzare il luogo della cooperazione tra Stato e Regioni, cioè una Camera federale o delle Regioni, come sede di raccordo istituzionale tra i due soggetti titolari della potestà legislativa. E ha realizzato un federalismo basato sul “competentismo”, cioè sull’attribuzione di competenze legislative attraverso elenchi rigidi di materie, come se i problemi si potessero dividere con l’accetta. Il risultato, a tre anni dall’entrata in vigore di questa riforma costituzionale, è disastroso: continui conflitti di competenza tra Stato e Regioni, impugnazione delle leggi più importanti, sia statali che regionali, davanti alla Corte costituzionale, massima incertezza del diritto fino alle pronunce della Consulta, trasformazione impropria della stessa in organo legislatore, esautoramento del Parlamento e dei Consigli regionali.

    Ed è qui, sulla questione fondamentale delle correzioni e del completamento del titolo V, che vengono le dolenti note e i gravi limiti della riforma costituzionale della CdL. Per due ragioni di fondo. La prima: dopo aver avversato la riforma del titolo V dell’Ulivo nella scorsa legislatura, la Casa delle Libertà, per volontà della Lega, non ha più voluto correggerla, come se – incredibilmente – fosse entrata a far parte del proprio programma di governo.

    Il fulcro della riforma ulivista, l’articolo 117 della Costituzione che stabilisce il riparto delle materie, è divenuto così una sorta di tavola della legge, sostanzialmente intoccabile. La seconda: per quanto riguarda la riforma del bicameralismo e l’introduzione del Senato federale, la Cdl si è imbattuta, come era inevitabile, nel corporativismo (trasversale) dei senatori, o se si vuole, nel classico paradosso del riformatore che deve riformare se stesso. Impresa certamente difficile che avrebbe richiesto la capacità di avanzare idee forza in grado di assegnare al Senato un ruolo forte e incisivo ma coerente con l’assetto del nuovo sistema istituzionale.

    Un Senato federale debole ma onnipotente

    Il risultato, positivo per alcuni aspetti, è invece molto infelice per altri. Il Senato delineato finora dalla riforma – come ha più volte denunciato lo stesso presidente del Senato Marcello Pera – è, da una parte, troppo debole e poco federale perché privo dei presidenti delle Regioni (titolari del potere di impugnare le leggi davanti alla Consulta); dall’altra, invece, così forte da poter paralizzare l’attuazione del programma di governo. Bisogna infatti tener conto che nel nuovo sistema il Senato federale non è più legato dal rapporto di fiducia con il governo. Si tratta di una importantissima riforma volta a superare il nostro anomalo bicameralismo paritario.

    Nel Senato, per modalità e tempi di elezione, si potranno formare maggioranze diverse da quelle della Camera politica. Il governo non potrà porvi la questione della fiducia, né chiederne lo scioglimento anticipato. Nonostante questo, l’attuale testo della riforma attribuisce al Senato federale competenze legislative e poteri di veto vastissimi: la legge finanziaria (l’atto legislativo più importante del governo) e le leggi in materia di tutela della concorrenza sono attribuite alla competenza paritaria delle due Camere; le leggi sulle numerosissime materie di legislazione concorrente (tutte le politiche di settore) devono iniziare il loro iter necessariamente dal Senato (che pertanto può anche decidere di farle ammuffire nei cassetti) e tre quinti dei senatori, alla conclusione dell’iter legislativo, possono in ogni caso bocciare il testo approvato dalla Camera, anche se l’esecutivo vi ha posto la questione di fiducia dichiarando che tale testo è essenziale per l’attuazione del programma di governo. Insomma, un Senato – questo sì – davvero onnipotente. Un Senato concepito, proprio come richiesto da Bassanini, come contropotere rispetto al governo. In realtà un Senato non rappresentativo del territorio né raccordato con la maggioranza di governo che finirebbe per divenire un’assemblea di notabili, una oligarchia irresponsabile capace solo di produrre paralisi decisionale e/o di generare un’inedita forma di consociativismo estremamente costosa per le casse dello Stato: l’approvazione di ogni legge sarebbe infatti condizionata dall’acquisizione (diciamo così) da parte del governo di una maggioranza variabile, diversa da caso a caso.

    Il federalismo – che già abbiamo – va corretto e completato, un ritorno all’indietro non è certo immaginabile. Ma occorre un sistema federale ben funzionante. Quello delineato dall’attuale testo della riforma è invece destinato a produrre paralisi decisionale e incertezza del diritto che si tradurrebbero in costi economico-sociali assolutamente intollerabili in un mondo in cui gli ordinamenti nazionali sono posti in concorrenza tra loro. Una paralisi decisionale del circuito democratico elettori-parlamento-governo che, oltretutto, andrebbe inevitabilmente ad accrescere il ruolo di supplenza dei cosiddetti poteri forti (Corte costituzionale, Banca d’Italia, autorità indipendenti, magistratura…). Che interesse abbiano a conseguire questo risultato proprio la Casa delle Libertà e la Lega che animano ogni giorno la polemica contro la politicizzazione e lo sconfinamento dei poteri forti, non è proprio dato di comprendere.

    Rendere funzionale il nuovo sistema

    Certamente la CdL paga lo scotto della competizione che si è scatenata al suo interno e che ha trasformato la riforma in un terreno di contrattazione per interessi di parte (la devolution alla Lega, il premierato ad An, la proporzionale all’Udc), mentre il partito di maggioranza relativa è sembrato preoccuparsi finora solo di trovare una mediazione purchessia tra gli opposti egoismi, senza riuscire ad avanzare una proposta che abbia come obiettivo il buon funzionamento e l’effettiva modernizzazione delle istituzioni. Un obiettivo che ha sempre costituito la missione principale della CdL e sulla quale, pertanto, il centrodestra, come ha osservato di recente Gaetano Quagliariello sul Messaggero, gioca la sua più grande sfida: quella di fondare una nuova legittimità costituzionale e, con essa, la propria stessa legittimità.

    Occorre ricordare che a conclusione dell’iter di revisione della Costituzione c’è il referendum confermativo ai sensi dell’articolo 138. Un referendum che si dovrebbe tenere l’anno prossimo, dopo le elezioni regionali, probabilmente in autunno e comunque prima delle elezioni politiche del 2006. Un referendum senza obbligo di quorum che difficilmente potrebbe essere vinto dalla CdL se essa si presentasse agli elettori con una riforma mal funzionante come quella che scaturisce dal testo approvato dal Senato e dalla Commissione affari costituzionali della Camera. Anche perché il centrosinistra, alla Camera, sta correggendo il tiro, sembra essersi reso conto che sarebbe perdente, come ha osservato il Riformista, «urlare contro il premier forte che non c’è, ma che la gente gradirebbe, invece che contro lo Stato debole, che c’è e che la gente non vuole».

    Al riguardo sono emblematiche le pregiudiziali di costituzionalità presentate dai capigruppo Violante e Castagnetti che saranno votate alla ripresa dei lavori parlamentari a metà settembre: esse continuano ad accusare la riforma della CdL di violare “i principi supremi dell’ordinamento” ma per motivi diametralmente opposti a quelli agitati da Bassanini, cioè proprio per l’eccesso di poteri attribuiti al Senato federale che impedirebbero a chiunque di governare. Evidentemente Violante non è affetto da quella “sindrome dello sconfittismo” che ancora affligge tanta parte del centrosinistra.

    Poche ma significative modifiche

    C’è da augurarsi che la CdL riesca a modificare, in seconda lettura, il testo della riforma. Per correggerla basterebbero, in definitiva, poche ma significative modifiche già formulate da molti giuristi, sia da quelli della fondazione Magna Carta che da autorevoli studiosi dell’area del centrosinistra: 1) rendere il Senato più federale prevedendo la presenza dei presidenti delle Regioni; 2) semplificare il processo legislativo rivedendo le competenze del Senato e prevedendo che comunque spetti alla Camera la decisione finale sulle leggi che riguardano l’attuazione del programma di governo; 3) modificare l’articolo 117 introducendo una clausola generale e flessibile di competenza statale (ad esempio, la tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica, la stessa clausola presente proprio negli ordinamenti federali come gli Usa e la Germania) al fine di consentire al Senato federale di essere la sede di raccordo e di mediazione politico-istituzionale.

    Saprà la CdL operare in questa direzione, superando l’autolesionismo che da tempo la consuma? Riuscirà a correggere il federalismo e il bicameralismo che non vanno o, invece, modificherà, in negativo, proprio il premierato che va bene, magari aggiungendovi un sistema proporzionale che farebbe a pugni con il bipolarismo? Cosa accadrà al tavolo della verifica sulla riforma che la CdL ha convocato tra il 2 e il 10 settembre non è dato di sapere al momento in cui viene scritto questo articolo.

    Ma la posta in gioco è veramente alta. Il tema delle riforme costituzionali è certamente logorato e non suscita il grande interesse dei cittadini. Ma questa volta da esso dipenderanno non solo le sorti della legislatura, ma il futuro del nostro sistema politico-istituzionale e del paese.

    18 settembre 2004
    "


    Saluti liberali

  6. #6
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    da www.ilfoglio.it

    " Caso Cbs e dintorni. Così i liberal si sentono in diritto di abusare dei mass media. Solo in America?
    --------------------------------------------------------------------------------
    Roma. Ci sono voluti dodici giorni, ma alla fine la Cbs ha dovuto ammetterlo: “ Sulla base di quello che ora sappiamo, non possiamo provare l’autenticità dei documenti, che è l’unico criterio giornalistico accettabile per giustificarne l’utilizzo in un’inchiesta. Non avremmo dovuto usarli, è un errore del quale ci rammarichiamo ”. I documenti sono quelli utilizzati dal settantaduenne anchorman della Cbs, Dan Rather, nella trasmissione “60 minutes” dell’8 settembre per provare che il presidente George W. Bush aveva goduto di favoritismi paterni durante il suo servizio militare e non si era sottoposto a una visita medica perché, con tutta probabilità, faceva uso di stupefacenti. Ebbene, il documento non è autentico, cioè è falso.
    Scott McClellan, portavoce della Casa Bianca, si è detto però insoddisfatto delle scuse della Cbs: “Ci sono ancora tanti e gravi interrogativi cui non si è dato risposta”. Come i legami tra Bill Burkett, ex membro della National Guard del Texas e principale fonte dell’inchiesta della Cbs, e Joe Lochart, consigliere della campagna elettorale del candidato democratico John Kerry. McClellan definisce Burkett “una fonte screditata” e chiede che i “senior level contacts” con il team di Kerry, che sarebbero più di uno, siano resi pubblici. Rather intanto ha fatto pubblica ammenda – “c’è stato un errore di valutazione e mi scuso per questo” – ma ha anche aggiunto: “L’errore è stato fatto in buona fede e nel tentativo di portare avanti la tradizione della Cbs News di realizzare inchieste senza timori o favoritismi”.
    La tradizione, appunto. Secondo molti la “tradizione”, non soltanto della Cbs ma anche dei maggiori network televisivi e di stampa americani, è sì caratterizzata da un fuoco giornalistico, ma un fuoco che brucia soltanto quando c’è da perorare la causa liberal e che, per bruciare, usa informazioni distorte e manipolate, se non addirittura diffamatorie. E’ quel che si chiama “liberal bias”, il pregiudizio liberal, la piaga del giornalismo americano (e non solo).
    Fino a qualche anno fa questo pregiudizio non era neppure oggetto di dibattito, era considerato e trattato come un semplice dato di fatto. L’arrivo della Fox News nel 1996 ha sconquassato il monopolio dei mass media liberal, che hanno risposto levando grida di biasimo nei confronti di questa nuova, smaccata e manipolatrice voce conservatrice. La risposta non ha tardato ad arrivare, ma non da parte dei conservatori, bensì da Bernard Goldberg, giornalista democratico della Cbs, che in un editoriale sul Wall Street Journal nel 1996 aveva smascherato il pregiudizio di sinistra nei maggiori poli informativi. Da allora Goldberg è stato trattato da traditore e nel 2001 ha rassegnato le dimissioni dalla Cbs, ma nel 2002 ha raccolto in un libro (“Bias”) esempi, casi e aneddoti che dimostrano ciò che tutti sanno ma che nessuno osa ammettere, cioè che i fatti raccontati e il taglio delle notizie sono influenzati da un “bias” liberal. Goldberg però esclude la teoria del complotto: le strategie manipolatrici non sono pianificate a tavolino, ai giornalisti vengono del tutto naturali. Il mondo in cui vivono, infatti, è permeato di idee liberal a tal punto da far coincidere questo mondo con la realtà: “ Le élite giornalistiche non hanno più alcun contatto con l’americano medio. I loro amici sono di sinistra, loro sono di sinistra (…) e non classificano le proprie idee ‘di sinistra’, ma semplicemente come il modo corretto di giudicare le cose. Ecco perché non soltanto sono in disaccordo con i conservatori ma li guardano come se fossero moralmente deficienti ”.

    “Siamo la coscienza sociale di questo paese”
    Ma i “deficienti” si sono stancati di questo trattamento e hanno cominciato a reagire andando oltre l’ingenuità introdotta da Goldberg per far emergere l’elemento di voluta diffamazione. E’ il caso di Ann Coulter che nel suo libro “Slander”, diffamazione appunto – che ha venduto più di 400 mila copie, ma pur sempre un “surprise bestseller” per il New York Times – ha portato tanti esempi (ci sono più di 40 pagine di note) del complotto liberal sull’informazione, e sull’editoria in generale: “Il catechismo liberal include l’odio per i cristiani, le pistole, il profitto e il dialogo politico e un’infatuazione per l’aborto, l’ambiente e la discriminazione razziale (o, come dicono i liberal, l’‘affirmative action’). L’eresia in ognuno di questi argomenti, è, beh, eresia”. Dopo l’11 settembre i liberal si sono persino indignati per “l’infernale” sventolio di bandiere, perché per loro il patriottismo è “molto molto stupido”, come ha detto il New York Times. Rush Limbaugh, commentatore radiofonico conservatore, nella prefazione al libro dice che “i liberal non combattono onestamente sulle idee, ma inventano ‘fatti’ folli, ‘studi’ su persone come me, ci insultano, e sperano che io perda tempo a rispondere alle loro diffamazioni piuttosto che fare quello che il mio pubblico vuole: cominciare a dire la verità”.
    “Dire la verità” è il motto del Media Research Center – fondato nel 1987 da Brent Bozell III, autore del recente “Weapons of mass distortion” – che rileva quotidianamente il pregiudizio liberal nei media. L’elenco è lungo: va dalla Nbc che la mattina dopo il discorso di Bush alla convention repubblicana ha aperto la pagina della politica interna con un servizio su Kerry in Ohio, alla giornalista di Newsweek, Eleanor Clift, che ha accusato Bush di lavorare con l’istinto e “di usare raramente il suo cervello”, all’Associated Press che dà la notizia di un sondaggio che vede Bush in vantaggio di 4 punti sull’avversario e titola: “Kerry rafforza la sua base ”, agli insulti sul presidente e il suo staff, definiti “cani della prateria che torneranno nelle loro tane” dalla Cbs, o “uomini neri” e “pericolosi” innumerevoli volte su quasi tutti i media. Secondo Bozell, la ragione del pregiudizio liberal è ben spiegata da ciò che gli ha detto un membro del consiglio editoriale del Los Angeles Herald-Examiner (oggi defunto): “Tu non capisci, noi siamo la coscienza sociale di questo paese e abbiamo l’obbligo di usare i media”. Bozell sottolinea che la risposta dei liberal a chi li accusa di monopolizzare l’informazione – “ma noi ospitiamo le opinioni di tutti” – non ha alcuna rilevanza, perché “il problema endemico” parte dalle notizie e sono queste, più dei commenti, a influenzare le opinioni degli americani.
    Ma il monopolio liberal sta per crollare. Lo annunciava il WSJ qualche giorno fa e lo ha detto anche Bozell su National Review: non sarà “una cospirazione di destra” a sancirne la fine, ma “i media liberal stessi”. Lo dimostrano gli ultimi scandali: il direttore del NYT se n’è dovuto andare per aver difeso un redattore falsario di colore, quindi per aver difeso l’affirmative action; la Bbc ha dovuto cambiare i suoi vertici dopo la brutta storia di manipolazione che ha causato anche un suicidio (e ancora due giorni fa l’ex direttore generale, Greg Dyke, sul Guardian, definiva Lord Hutton un “buffone” e i capi della Bbc “stupidi bastardi”); la Cbs ha appena dovuto ammettere un falso e i consiglieri di Bush, secondo Drudge Report, hanno già chiesto che il moderatore della Cbs non sia presente ai prossimi dibattiti dei candidati; gli americani sono sempre più disillusi sul ruolo dei media. Bush, in un’intervista nel 2003, aveva detto che avrebbe cominciato a “evitare il filtro dei media” per parlare direttamente con le persone. John Roberts della Cbs l’aveva definito “un attacco ai media nazionali”. Ma Bozell si chiede perché Bush ci stia mettendo così tanto.
    "

    Tutto il mondo è paese, ogni mondo ha i suoi falsari, ossia la sua Sinistretta.


    Saluti liberali

 

 

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