NEW YORK - George Bush rettifica: sta vincendo e vincerà la guerra al terrorismo, «una guerra non voluta, e che non si concluderà con un trattato di pace». È il contrario di quanto ha affermato il giorno prima, ma la Convention, che si è appropriata degli eroismi dell'11 settembre 2001 come se fossero stati un monopolio repubblicano, tira un respiro di sollievo. Attende il presidente guerriero stanotte - una notte dedicata al vice Richard Cheney e al senatore Zell Miller, l'apostata democratico - per incoronarlo domani, e rilanciarne il blitz elettorale nel profondo dell'America. Nell'attesa, dedica i lavori al «popolo compassionevole», cioè l'intera America, in un tripudio di bandiere a stelle e strisce e di inni patriottici. Manda in passerella due star, la first lady Laura e il governatore della California Arnold Schwarzenegger, i due volti più presentabili del repubblicanesimo assieme a quelli dell'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e del ribelle senatore John McCain. Un volto ancora più popolare, quello del segretario di Stato Colin Powell, protagonista di colore della Convention del 2000, è latitante: la Casa Bianca smentisce, ma così Powell manifesta il suo dissenso.
LA GRANDE TENDA- Nel cuore del Madison Square Garden, dinanzi alle giacche e ai cartelli rossi - il colore repubblicano - che reclamano «Altri quattro anni!» e avvertono «La nazione ha un grande debito col presidente!», Schwarzenegger delinea il secondo binario su cui il «Bush Express» correrà verso il voto, oltre quello della guerra al terrorismo. È il binario della «big tent», la grande tenda, l'inclusione di tutte le forze sociali nel partito, della «compassione nella conservazione», lo slogan del 2000. John McCain vi ha già fatto un riferimento critico, perché in quattro anni il presidente ha diviso il Paese, non lo ha unificato: «Di fronte al pericolo, non ci sono repubblicani e democratici, conservatori e liberal, solo americani!», ha ammonito. «Mr. muscoli» è più circospetto. Si definisce la personificazione dell'«American dream», il sogno americano, professa una incrollabile fede nel libero mercato, garantisce la sua lealtà al presidente. Ma non maschera le differenze tra la sua politica, moderata e verde, aperta all'aborto, ai gay, al porto d'armi, e quella restauratrice di Bush.
SCHWARZENEGGER: «OCCORRE DIALOGARE» - Di fatto, il messaggio di Schwarzenegger, immigrato austriaco, attore, sposato a un membro del clan Kennedy - moglie e figli sono in sala per il suo debutto nazionale - è che il futuro del partito sta nel «Muscular middle», come la politologa Jill Stewart chiama il centro. «Non avrei mai immaginato, venendo in America 35 anni fa, di diventare governatore della California - ricorda la star repubblicana - e di lavorare con il presidente. Questo è il Paese delle infinite opportunità. Ma per realizzarle occorre dialogare, partecipare». Schwarzenegger non rileva che in California lui collabora con i democratici, al contrario afferma che i repubblicani «sono il partito del progresso e l'ottimismo, dei tagli alle tasse e del bilancio sano», rende doveroso omaggio alla lotta antiterrorista. Sfoggia il suo sense of humour e condisce il discorso con battute dai suoi film contro i democratici, tra risate e ovazioni. Non è però l'adesione al bushismo chiesta dai neoconservatori, semmai è la conferma di una spaccatura della destra.
LA FIRST LADY: «MIO MARITO, UN CONDOTTIERO» - Forse per questo, la first lady Laura, anziché restare sui suoi temi preferiti, infanzia e analfabetismo, diritti delle donne e assistenza sanitaria, presenta al pubblico un Bush inedito. Preceduta dalle gemelle Barbara e Jenna, che dipingono i genitori a colori divertenti, Laura parla del marito prima come padre di famiglia, poi come condottiero. Il presidente la saluta e la segue in diretta alla tv. «Ha i capelli più grigi, è più serio di quattro anni fa - dice di lui Laura -. Ha dovuto prendere decisioni difficilissime in circostanze gravissime. Ma non ha mai perduto il suo umorismo, la cosa che più amo». Aggiunge: «Voglio che lo conosciate meglio perché è importante che venga rieletto. Sono molto orgogliosa del suo lavoro per il futuro dei nostri figli. Dirige con forza e convinzione lo scontro più storico della nostra generazione. La generazione dei nostri padri affrontò la tirannia nella Seconda guerra mondiale e liberò milioni di persone. George ne ha liberate 50 milioni in Afghanistan e in Iraq, e si adopera per sconfiggere il terrorismo e consegnarci un mondo in pace e migliore». È un'apoteosi. Dal Garden, dove molti giovani portano al naso un cerotto che sbeffeggia le medaglie prese dal candidato democratico John Kerry in Vietnam, si leva l'urlo: «George! George! George!».
Ennio Caretto
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