User Tag List

Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 19
  1. #1
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    LA “TESI DI CASSICÌACUM” È ANCORA ASSOLUTAMENTE CERTA ?


    Avvertenza

    Avendo abbandonato - pubblicamente – le conclusioni giuridiche della “Tesi di Cassicìacum” (7-8 dicembre 2006) per approdare a “sì sì no no” presso Velletri (7 gennaio 2007), mi sentivo, sin da allora, in dovere di spiegare le ragioni di questo mio mutamento. Avevo lavorato a questo piccolo scritto da molto tempo e lo porgo qui in “riassunto” come “un’ipotesi di Velletri” ([1]). Vi ho riflettuto – informalmente già a partire dalla fine del 2003, (e sin verso la fine del 1990, le conseguenze pratiche e giuridiche che alcuni “guerardiani” tiravano dalla “Tesi di Cassicìacum”, mi preoccupavano e mi ponevano dei dubbi). Solo nell’agosto 2007 (dopo lunga – forse troppo lunga - ponderazione) ho lasciato, anche formalmente, la ‘Tesi di Cassiacìacum’, alla quale ho aderito per molti anni. Non avrei voluto pubblicare queste pagine, per non turbare ulteriormente i fedeli, parlando di questioni “tremende” (paragonabili al dogma della “Predestinazione”) e che superano le capacità dei non ‘specialisti’ in teologia, (tali argomenti possono essere affrontati “in scuola” e non predicati ai semplici fedeli) ([2]), ma più fedeli mi hanno consigliato di rendere ragione delle mie decisioni pubblicamente, essendo io un sacerdote e quindi una persona “pubblica”, onde evitare ogni equivoco. Solo con questo intento mi accingo a rendere noto tale scritto, senza nessuna pretesa, né minaccia di apostasia, per chi non è d’accordo, memore (soprattutto per me ed anche per gli altri) delle parole di Dante:

    «Or tu chi sei, che vuoi sedere a scranno,

    per giudicar da lungi mille miglia

    con la veduta corta d’una spanna?»

    (Paradiso, XIX, 79-81).

    Introduzione: Tre citazioni di p. Guérard

    1) «La portata oggettiva della domanda: “L’occupante della Sede apostolica è, sì o no, papa materialmente?”, è talmente fuori della nostra portata che concretamente e realmente, la risposta a questa domanda non ha quasi impatto sul comportamento effettivamente possibile del fedele legato alla Tradizione» (Guérard des Lauriers, Sodalitium, n° 13, in, “Il problema dell’autorità”, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).

    ►Se è “fuori la nostra portata”, (specialmente quella di p. Guérard des Laurier) non è evidente. Se “non ha impatto sul comportamento del fedele”, non se ne possono trarre conclusioni pratiche e giuridiche. Cosa che i “guerardiani”, invece fanno ‘in pratica’, reputandola evidente ‘in teoria’ e così oltrepassano e contraddicono p. Guérard stesso.

    2) «Una tale perpetuazione [della gerarchia puramente materiale] non è, ex se, impossibile. Essa richiede tuttavia delle consacrazioni episcopali certamente valide. E poiché il nuovo rito è dubbio, gli occupanti (della Sede Apostolica) ben presto non saranno più che delle ‘COMPARSE» (Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).

    ►Se Benedetto XVI è una “pura comparsa” non è neppure “papa materialmente o in potenza”, onde la “Tesi di Cassicìacum” crolla a favore della “sede totalmente vacante”. Infatti oggi (2008) con Benedetto XVI, il quale non sarebbe validamente vescovo, poiché consacrato con il “sacramentario della Chiesa conciliare”, ci troviamo di fronte al “nulla” o alla privazione totale del Papato.

    3) «Chi dichiara attualmente: “mons. Wojtyla non è per nulla papa [neanche materialmente]”, deve: o convocare il conclave [!], o mostrare le credenziali che lo costituiscono direttamente e immediatamente Legato di Nostro Signor Gesù Cristo [!]» (Il problema dell’Autorità…, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).

    ►Ora, per p. Guérard Benedetto XVI non sarebbe papa neppure materialmente, non essendo neanche vescovo, quindi i “tesisti”, per essere coerenti con la “Tesi”, dovrebbero o eleggere un altro papa, o dimostrare di essere i vicari o “legati diretti” di Cristo. Secondo loro tertium non datur….

    Onde solo queste tre citazioni di p. Guérad autore della “Tesi” (su cui mi baso sostanzialmente in questo articolo), basterebbero a far capire che ‘oggi’ (2004-2008) sussiste, almeno un “legittimo dubbio” sulla assoluta certezza teorica della “Tesi” per non parlare della pratica giuridico-morale dei “tesisti”. Se mi sbaglio, chiedo lumi ai “tesisti” su questi tre punti che mi pongono dei problemi. Ed infine Benedetto XVI è ancora “papa” materialiter o non è più nulla?

    Discernimento e buon senso

    S. Ignazio da Loyola negli “Esercizi Spirituali” (n°318) ([3]) scrive che in tempi di confusione non si deve cambiare proposito di agire, ma restar fermi e fare come prima senza pretendere di vederci chiaro, poiché “nel torbido pesca il demonio”. Quindi nei casi di oscurità, aridità, desolazione, ‘notti dei sensi e dello spirito’, occorre andare avanti come prima, anche senza vedere, anzi ci si deve accontentare di non aver lumi, poiché Dio permette tale oscurità per purificare l’anima dei suoi fedeli, spingendoli ad una maggior fiducia in Lui che non in se stessi e a “sperare contro la speranza”, senza vedere nell’inevidenza (quod repugnat). Anche s. Teresa d’Avila e s. Giovanni della Croce insegnano la stessa dottrina, che è comune in teologia ascetica e mistica.

    Ogni eccesso è un difetto

    Chi pretende di sapere tutto di tutto e di avere la certezza e l’evidenza di come stiano realmente le cose, erra; specialmente in una situazione di oscurità e di incertezza come l’attuale, che non ha avuto eguali in tutta la storia della Chiesa. Ogni risposta (anche e specialmente la mia) e “soluzione” o “tentativo” è parziale ed ha le sue ombre e chiaroscuri. Solo la Chiesa gerarchica potrà dirci la parola definitiva. Quindi “si non vis errare, noli velle scrutare” (s. Agostino). La crisi conciliare e postconciliare è un “mistero tremendo”, ora il mistero è oltre la ragione umana, la sorpassa ma non è contro essa. Dunque, “cerchiamo di rendere certa la nostra elezione, mediante le nostre buone opere” (s. Pietro). Ossia, fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto (s. Vincenzo da Lerino, “Commonitorium”, cap. III), rifiutare le novità che ci hanno portato a tale stato di confusione dommatica, morale e liturgica.

    Non bisogna voler strafare (sostituendosi alla gerarchia), pensando di “vederci chiaro a mezzanotte”. L’ipotesi o la domanda speculativa sull’Autorità è lecita [i documenti del concilio Vaticano II, l’insegnamento “pancristista” di Giovanni Paolo II, il NOM, pongono seri e reali interrogativi, non si può far finta di nulla e accusare il sedevacantismo di essere il “male assoluto”, una specie di “shoah cattolica”, mentre i responsabili di tale “catastrofe” religiosa sono stati Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II], ma la suddetta ipotesi teorica, non deve diventare una certezza pratica, mancandole (oggi) l’evidenza, come si evince dalle tre citazioni di p. Guérard su scritte (soprattutto quanto all’esercizio pratico di essa o alle conclusioni giuridico-canoniche che se ne tirano) e specialmente non deve essere predicata ai fedeli con imprudenza, faciloneria e arroganza (4), altrimenti si rischierebbe di gettarli nella disperazione o nella presunzione (s. Ignazio da Loyola, Esercizi Spirituali, “Regole per sentire con la Chiesa”, n° 362/365/366/367/368/369).

    Sarebbe, invece, opportuno che il fronte cattolico antimodernista fosse sostanzialmente unito (nel rifiuto delle novità) e accidentalmente (quanto al modo di reagire) separato o distinto ma non nemico. Quel che lascia perplessi è l’eccesso di polemica (in cui si tuffano, specialmente via ‘internet’, anche persone a digiuno delle nozioni basilari del catechismo), che rasenta l’odio personale per coloro i quali non seguono strettamente la “Tesi”, compresi i “sedevacantisti totali”.



    4) Per esempio, quanto al dogma della Predestinazione, la Chiesa lascia piena libertà di insegnare e di seguire la tesi tomista o quella molinista, pur essendo radicalmente diverse e contraddittorie e quindi oggettivamente una sola è quella vera, poiché in un mistero così arduo e “tremendo” non vuol pretendere di avere la certezza assoluta e di obbligare i fedeli a seguire una tesi teologica che potrebbe essere troppo dura per le loro forze. Al contrario alcuni sacerdoti “tesisti”, nella crisi misteriosa e tremenda che attraversa la Chiesa dal 1958 (anzi dal 1955), non esitano a pretendere di saper tutto e di obbligare i loro poveri fedeli a seguire in tutto e per tutto le loro “certezze” assolute, che non ammettono domande, dubbi, e problemi di coscienza. Quando qualcuno osa porre un quesito, normalmente, tranne rare eccezioni, si sente minacciato di peccato mortale, di scisma, e di dannazione, di aver cambiato irreversibilmente campo ecc…. Mentre la crisi che ha investito l’ambiente cattolico da mezzo secolo, può far perdere la testa e la fede se ci si pensa troppo, senza adeguata preparazione teologica e un’intensa vita spirituale, cercando di assicurassi l’elezione tramite le buone opere, senza le quali la fede è morta. Quindi non è bene parlarne ai semplici fedeli nei minimi dettagli e sino alle ultime conclusioni, come se fossero certezze infallibili di fede e di costumi. Se lo si fa, o si è irresponsabili, oppure manipolatori delle coscienze, per poterne disporre a proprio uso e vantaggio (non forzatamente materiale). Ho conosciuto dei fedeli (e anche dei sacerdoti, per non parlare di alcuni vescovi Thuc) che discettavano, anche per scritto su ‘internet’, sul “materialìter” (con l’accento sulla seconda “i”) e sul “formalìter” (idem ut supra), senza conoscere l’ “abc” della dottrina cattolica.

    Analogamente, tanto per fare tre esempi:

    ●La divergenza di “sfumature teologiche” tra s. Giacomo vescovo di Gerusalemme e s. Paolo Apostolo dei Gentili, nel 58 d. C., (At., XXI, 15) appare chiara quando s. Paolo si reca a Gerusalemme e s. Giacomo gli mostra le sue riserve, infatti mentre il primo poneva l’accento maggiormente sulla fede in Cristo (vivificata dalla carità) per la salvezza eterna, il secondo sottolineava piuttosto l’importanza della Legge mosaica per i cristiani venuti dal giudaismo, pur non ritenendola essenziale per la salvezza, ma tuttavia essa restava, per lui, un elemento importante di attaccamento alla storia e religione dei padri. Già al Concilio di Gerusalemme (49 d. C.) la questione era stata dibattuta, però «Le tensioni nella Chiesa primitiva rimangono gravi anche dopo il Concilio di Gerusalemme» (D. Barsotti, Meditazione sugli Atti degli Apostoli, Cinisello Balsamo, San. Paolo, rist. 2008, p. 379). L’abate Giuseppe Ricciotti (Paolo Apostolo, Roma, Coletti, V ed., 1946) spiega: «L’accoglienza che Paolo trovò presso la comunità di Gerusalemme fu un’accoglienza diplomatica (…) a Gerusalemme vivevano fianco a fianco ellenisti cristiani e giudeo cristiani, rispettivamente con le loro propensioni» (p. 459). Ora il Concilio di Gerusalemme aveva parlato chiaro, ma «se ciò in teoria era chiarissimo, in pratica la pesantezza dell’umanità non permetteva a questo gruppo o a quello di elevarsi sino a quella vetta così sublime. E allora i sovraeminenti apostoli proponevano dei compromessi, per far incontrare i due gruppi» (Ivi). Giacomo rimprovera a s. Paolo l’eccessiva libertà dal mosaismo, anzi l’abbandono. Paolo insegnava, conformemente al Concilio gerosolimitano «che i pagani divenuti cristiani non dovevano preoccuparsi delle osservanze giudaiche, ma con i giudei fatti cristiani egli (…) era più remissivo, lasciando alla loro coscienza di continuare o no le pratiche della Legge, pur affermando che essa non arrecava la salvezza» (p. 461). Don Divo Barsotti, (pur se non condivisibile in tutte le sue opere, ma molto profondo e ortodosso nella sua Meditazione sugli Atti degli Apostoli, a differenza dei tanto decantati Cristina Campo, Coomaraswamy jr. e compagnia ‘sede va-cantante’…) commenta: «Sul piano della teologia e della prassi rimangono possibili interpretazioni diverse della fede e della volontà di Dio; nessuno può pretendere di esaurire tutta la ricchezza della Chiesa, nemmeno Paolo. Egli deve vivere in comunione con Giacomo, e Giacomo deve vivere in comunione con Paolo (…). Ci unisce certo la fede unica e comune, ma come facilmente anche nella fede siamo portati ciascuno a sottolineare il nostro punto di vista, che per quanto legittimo, è sempre parziale» (Meditazione sugli Atti degli Apostoli, p. 380). Paolo farà il voto di nazireato, seguendo il consiglio di Giacomo, per non scandalizzare – col suo comportamento pratico - i semplici che dal giudaismo si erano convertiti a Cristo, ma non può mancare alla verità: Per lui la Legge è superata dalla fede in Cristo informata dalla grazia santificante.

    ●In secondo luogo, è un fatto storico e divinamente rivelato che s. Paolo resistette in faccia a s. Pietro (Gal. II, 11-21). Ora “contro il fatto non c’è argomento che tenga”. In realtà anche riguardo il peccato di s. Pietro vi è una seria disputa e divergenza accidentale di opinioni tra i Padri e Dottori, pur in un’unità sostanziale. Infatti, S. Girolamo sostiene che Pietro e Paolo fingessero, l’uno evitando i pagani per “non scandalizzare dei giudei” e l’altro di “riprendere” Pietro. S. Agostino è assolutamente contrario a tale opinione, per lui Pietro “era realmente reprensibile, peccò realmente per eccessiva cura di non scandalizzare i giudei”. Per s. Agostino il peccato di Pietro fu veniale di fragilità o semideliberato, non di malizia o di proposito deliberato. S. Tommaso d’Aquino (S.T., I-II, q. 103, a. 4, ad 2um) riprende la tesi di s. Agostino. Quindi è certo che Pietro non peccò mortalmente, ma solo venialmente e di fragilità, come pure è un fatto indiscutibile che s. Paolo lo abbia ripreso pubblicamente ( Gal. II, 11-21) poiché la sua eccessiva cura di non urtare i giudei, mortificava i pagani converti al cristianesimo. Tuttavia l’atto di Pietro, pur essendo in sé, pratico, avrebbe comportato (qualora non fosse stato corretto) la ‘conclusione teorica’ dell’eresia giudaizzante, ossia la necessità di rispettare le regole cerimoniali del mosaismo per salvarsi, anche dopo Cristo. Quindi Paolo dovette correggere Pietro in pubblico, Pietro accettò la ingiunzione di Paolo; il primo non dichiarò la “sede vacante”, il secondo non scomunicò chi gli resisteva in faccia e pubblicamente. Dunque è divinamente rivelato che si può riprendere eccezionalmente e pubblicamente l’Autorità del Papa.

    ●Infine, per quanto riguarda il dovere di obbedire sempre e in ogni caso all’Autorità ecclesiastica si può rispondere che: Padre Guido Vernani da Rimini o.p.,(De protestate Summi Pontificis) afferma che Cristo ha voluto soffrire liberamente la morte, comminatagli da Pilato, dietro istigazione del Sinedrio, pur senza approvare come giusta la sentenza iniqua (“chi Mi ha consegnato a te, è più colpevole di te”. Pilato e ancor più Caifa sono colpevoli, ma sono e restano “Pretore” e “Sommo Pontefice”), ma al tempo stesso riconosce l’autorità legittima di coloro che lo hanno condannato (risponde a Caifa, chiamato dal Vangelo di Giovanni XI, 49 “Sommo Sacerdote” che proprio in quanto Sommo Sacerdote e non da sé come semplice uomo, profetizzò la morte di Cristo [Gv. XI, 52] per tutto il popolo; e al procuratore Pilato: “non avresti alcun potere se non ti fosse stato dato dall’alto” Giov. XIX, 11. Dunque Pilato ha ed esercita il potere, anche se se ne serve male, così il Sinedrio e il Sommo Sacerdote che proprio in quanto tale “profetizzò” la morte di Gesù per la salvezza di molti). Gesù non ha invocato la mancanza di esercizio di governo o di autorità in Pilato e nel Sinedrio, che pure non agivano – oggettivamente, dagli atti che hanno posti - per il bene comune. Ha risposto alle loro domande, ha riconosciuto lo stato di fatto: governano realmente, quindi esercitano l’autorità, anche se se ne servono iniquamente e colpevolmente, non ha approvato come buona la sentenza malvagia, ma neppure ha argomentato che, avendo l’intenzione oggettiva di non fare il bene comune, anzi di uccidere il Verbo Incarnato stesso, non esercitavano de facto il potere; no, essi praticamente governavano e come tali erano considerati anche da Lui: governanti de facto e de jure. Gli Atti degli Apostoli (VII, 52) sono chiari su questo punto e s. Tommaso spiega che “come una persona cara che è morta è tenuta in casa qualche tempo prima di essere sepolta definitivamente, così gli Apostoli mantennero un certo legame con la Sinagoga prima di abbandonarla formalmente” (S.T., 1a-2ae, q. 103, a.4). Soltanto con la morte di s. Giacomo Apostolo e vescovo di Gerusalemme (62 d. C.) e la distruzione del Tempio (70 d. C.), gli Apostoli e specialmente s. Paolo, prendono formalmente congedo dalla Sinagoga e non riconoscono ai Sacerdoti alcun potere. Prima di tale evento, anche dopo la morte di Cristo (per circa trenta-quaranta anni) gli Apostoli hanno continuato a frequentare le sinagoghe, per predicare il Vangelo e hanno rispettato l’Autorità del Sommo Sacerdote, anche se macchiatosi di deicidio, pur rispondendo alla sua ingiunzione di non predicare Gesù crocifisso e risorto: “È meglio obbedire a Dio che agli uomini”. Onde l’obiezione non deve essere presentata in maniera totalmente assoluta, ma sfumata e con le eccezioni che confermano la regola. S. Paolo stesso, divinamente ispirato, ci ha rivelato: «Se anche io o un angelo, vi rivelasse un altro Vangelo, sia anatema». Non ha detto di obbedire assolutamente ma neppure di considerare la “sede (paolina o angelica) vacante”. Tertium datur.

    Così nella crisi che travaglia la Chiesa dal 1958 (o dal 1955) sino ad oggi, occorrerebbe il senso delle sfumature e delle distinzioni che spesso manca totalmente, ognuno pretendendo di aver ragione totalmente e assolutamente.

    “Ed un Marcèl diventa

    ogne villàn che parteggiando viene”.

    (Purgatorio, VI, 125).

    La frase che s. Ignazio da Loyola pone all’inizio degli Esercizi Spirituali «Ogni buon cristiano deve essere più pronto a salvare la proposizione del prossimo che a condannarla» (n° 22), aiuterebbe, se osservata, non poco a mantenersi nel giusto mezzo (di altezza e non di mediocrità), che sa distinguere per unire per poter giungere a una posizione il più possibilmente vicina alla realtà, pur ammettendo la possibilità di sfaccettature e accentuazioni diverse, quanto al modo d’interpretare la crisi attuale.

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    Il mistero della “Passione della Chiesa”

    Mi sembra che la situazione odierna sia analoga alla Passione di Cristo, in cui «La divinità si nasconde e lascia soffrire la santissima umanità di Gesù» (S. Ignazio, Esercizi Spirituali, n°196). Già s. Tommaso d’Aquino (Adoro Te devote) aveva scritto «In cruce latebat (…) deitas», sulla Croce la divinità di Cristo era nascosta, eclissata, non si vedeva. Anzi Egli lasciava soffrire crudelissimamente la sua umanità, tanto da essere “più simile ad un verme che ad un uomo” (Isaia).

    Padre Luis de la Palma, scrive: «Supera ogni nostra comprensione il fatto che il Figlio sia stato abbandonato» (La Passione del Signore, Milano, Ares, 1996, p. 192)

    Nella Somma Teologica l’Aquinate spiega che “la Divinità miracolosamente permise all’umanità di Cristo di provare angoscia per l’abbandono (apparente) da parte di Dio, pur essendo essa unita ipostaticamente alla Persona divina del Verbo e godendo la visione beatifica. Ciò fu permesso perché attraverso molte tribolazioni occorre entrare nel Regno dei Cieli” (III, q. 45, a. 2, in corpore). Sempre nella Somma leggiamo “Fu per miracolo che la divinità non ridondava sull’umanità di Cristo” (III, q. 14, a. 1 ad 2um), “affinché potesse compiere il mistero della nostra redenzione soffrendo” (III, q. 54, a. 2, ad 3um). Gesù Cristo stesso ha richiamato la nostra attenzione su tale mistero quando ha gridato sulla croce: “Dio mio perché mi hai abbandonato?”. La risposta al “perché” non è stata immediata, ci si è dovuti accontentare, durante la Passione, del “fatto”.

    Così oggi nella Passione della Chiesa si nasconde il suo elemento divino ed appare solo quello umano nella maniera più brutta o “vermiforme”. Questo è un mistero che deriva da quello dell’Unione Ipostatica e dal duplice elemento (divino e umano) della Chiesa (che è Cristo continuato nella storia). Gesù aveva predetto agli Apostoli questa sua (e loro) eclissi: “Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Poiché sta scritto: Percuoterò il Pastore e il gregge si disperderà” (Giovedì Santo). Invece N. S. ci esorta assieme agli Apostoli: “Non sia turbato il vostro cuore . Abbiate fede in Dio e in Me”. Egli esplicita che: “Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi (…). Quando giungerà la loro ora ricordatevi che ve ne ho parlato”. L’ora della “Sinagoga di satana” (Apoc., II, 9) e del potere infernale è qualcosa di preternaturale, che quasi si tocca con mano oggi, come durante la Passione di Gesù. “Verrà la loro ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo”. Il Sabato Santo solo Maria SS. aveva conservato pienamente la fede nella divinità e resurrezione di Cristo.

    «Sola, la Madonna attendeva (…). Sola nella sua fede (…) credeva senza il minimo dubbio che Gesù sarebbe risorto (…). Sia gli Apostoli che i discepoli non credevano [pienamente, precisano i teologi, nda] alla Risurrezione (…). Maria ricordò che, l’indomani sarebbe risorto. Ma essi non riuscivano a crederci [perfettamente] (…). Maria era l’unica luce accesa sulla terra (…). Il rifugio dei peccatori che non riuscivano a credere [perfettamente]» (L. De La Palma, La Passione…, pp. 243-246).

    Gabriele Roschini (Vita di Maria, Roma, Fides, 1959) scrive che la Maddalena “tentennava” e che le apparizioni fatte agli altri erano ordinate a “corroborare la loro fede” (p. 276 e 282) poiché “la debolezza della loro fede costituiva la forza della loro testimonianza” (p. 283) e P. C. Landucci (Maria Santissima nel Vangelo, Roma, Paoline, 1945), parla di “fede debole e barcollante” degli Apostoli, cui Gesù apparve per “rafforzare la loro fede” (pp. 436-437). Onde non si può affermare che gli Apostoli avessero perso totalmente la fede.

    Quando Cristo apparirà ai Dodici dopo la sua resurrezione non li condannerà ma dirà loro “non abbiate paura, sono Io, la pace sia con voi”. Così oggi non dobbiamo presumere di vederci più chiaro degli Apostoli, anche oggi, come allora, i cattolici fedeli si sono dispersi ciascuno per proprio conto. L’Immacolata Concezione è una sola. Quando Pietro tagliò l’orecchio ad uno dei soldati che arrestava Gesù, Egli lo riprese dicendo: “Pensi che io non possa pregare il Padre mio che mi darebbe subito più di dodici legioni di angeli. Ma allora come si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”. Ecco il mistero che sorpassa la ragione umana, senza essere contro essa: il “come”, il “perché”. Durante la Passione di Cristo e della Chiesa c’è qualcosa di sovrumano e misterioso che ci sorpassa. Anche oggi Cristo potrebbe mandarci dodici legioni di angeli, ma così deve avvenire. Il perché ci sfugge, lo possiamo intravedere nel chiaro-oscuro della fede, ma non plus ultra.

    Padre Reginaldo Garrigou-Lagrange spiega che gli Apostoli “proprio nel momento in cui il Maestro loro stava compiendo la redenzione, non videro che il lato umano delle cose” (Gesù che ci redime, Roma, Città Nuova, 1963, p. 337) e si scandalizzarono, come predetto. Il grande teologo domenicano continua: “Questo mistero della [passione e] risurrezione continua, in un certo senso, nella Chiesa. Gesù la fa a sua immagine e se permette per essa terribili prove, le concede di risuscitare, in un certo modo, più gloriosa, dopo i colpi mortali che i suoi avversari le infliggono” (Ibidem, p. 353). Si noti, i colpi che riceve la Chiesa in tutti i secoli, sono mortali, essa ci sembra morire, ma risorge ogni volta più bella “senza ruga né macchia”, basta attendere e non rimpiazzarla con un “manichino” thucista il quale è un “rattoppo peggiore del buco”. Nessuno nega l’esistenza del “buco”, ma se si vede dal di dentro il “rattoppo” si capisce che è più sfondato del “buco”, una sorta di “bue che dice cornuto all’asino”.

    Romano Amerio, intervistato da “sì sì no no” nel 1987 alla domanda su come si potesse uscire dalla crisi (delle variazioni sostanziali nella Chiesa col Concilio Vaticano II), rispose che egli poteva intravedere solo il principio remoto della soluzione: la Divina Provvidenza, quello prossimo lo sorpassava. Così è anche per me. Non pretendo di aver pienamente ragione (tenebrae factae sunt), ma non posso permettere che altri vogliano imporre (specialmente a fedeli ingenui che vengono manipolati, terrorizzati e mandati allo sbaraglio, con conseguenze pratiche spesso disastrose, che ho costatato durante venti anni) delle “luci” o soluzioni incerte e conclusioni morali e canoniche, come l’unico rimedio a tanto sfacelo.

    Conclusione: Con quale “autorità”?

    Si definisce, in maniera assolutamente certa, che non vi è più “Governo” in atto e de facto nella Chiesa da quaranta anni e se ne tirano tutte le conclusioni pratiche e canoniche, come aventi “autorità”? Con quale “autorità” si definisce, con certezza, per fare un esempio, che le sentenze della S. Rota sono nulle da quaranta anni (obbligando per se chi ha ricevuto la sentenza rotale di nullità del matrimonio, a vivere come s. Giuseppe e la Madonna, esponendoli a pericolo prossimo di peccato mortale e abituale) e che le confessioni e i matrimoni dei parroci sono invalidi (essendo doveroso in materia sacramentarla il tuziorismo o rigorismo, secondo cui “il dubbio è nullo”) da quaranta anni? Che il sacrificio della messa è invalido e cessato, così il sacerdozio, l’episcopato, onde pure l’estrema unzione e la cresima, (resterebbe solo il battesimo e vi sono alcuni ‘sedevacantisti’ coerentissimi che ricevono e amministrano solo il battesimo, tutto il reso essendo viziato, anche i sacramenti degli altri ‘sedevacantisti’ non coerentissimi). Con quale “autorità” ci si presenta come “inviati” (missi) ad “annichilire e annullare” tutti gli atti (anche giuridici) della Chiesa ufficiale? A proibire persino l’assistenza alla Messa di s. Pio V, se celebrata “una cum”, sotto pena di sacrilegio, peccato mortale e scisma capitale e terrorizzando i fedeli, i seminaristi e i sacerdoti ‘deboli di spirito’? Forse con il “libero esame” della “sola Traditio”? O forse ci si ritiene (de facto anche se non de jure) “Legati diretti di Cristo”? Poiché in pratica si agisce così, anche se non lo si formula in teoria. Le cupe ammonizioni di apostasia irreversibile e di dannazione da parte di “Sodalitium” – per grazia di Dio - non mi sfiorano, ma conosco molti fedeli e seminaristi o persino sacerdoti che si lasciano impaurire dalla minaccia di “fattura”, fatwa o herèm, lanciata dai “Sommi Sacerdoti” (almeno de facto) dell’oblatio munda.

    Le parole di s. Tommaso secondo cui, «generalmente, alla rivolta contro la pubblica “cattiva-autorità” o tirannia, si espongono più i cattivi che i buoni, infatti ai cattivi pesa sia il governo del re che quello del tiranno» (In V Politicorum Aristotelis, lib. V, 1, 1301a). Mentre “gli uomini virtuosi”, i quali dovrebbero giudicare della opportunità e liceità della resistenza e rivolta, difficilmente riconoscono di avere tutte le ragioni per ribellarsi lecitamente, invece “i cattivi” sono più propensi a prendersi ogni ragione e a rivoltarsi, senza pensare alle conseguenze dei loro atti (In V Politicorum, lect. I, n° 714), sono più calzanti e attuali che mai, in effetti molti criticano non solo la nouvelle théologie, ma anche Pio XII. Egli sarebbe il Papa (manovrato da Bugnini, come un burattino nelle mani di un burattinaio) che ha realizzato una profonda revisione dei riti della Settimana Santa, in cui per la prima volta un rito cattolico (anteriore alla riforma di papa Pacelli del 1955) subiva delle modifiche suggerite dal giudaismo, esse avrebbero aperto la porta a qualsiasi cambiamento nella liturgia cattolica. Onde tutto il processo di disfatta (= Concilio Vaticano II e NOM) sarebbe iniziato proprio con la riforma liturgica (ecumenica) della Settimana Santa di Pio XII. La liturgia cattolica sarebbe stata messa a disposizione (da parte di Pio XII) dell’ecumenismo, ed egli sarebbe colpevole di aver fatto (entrare e) comandare il giudaismo nel santuario cattolico. Pio XII avrebbe compiuto una genuflessione simbolica davanti al giudaismo. (Cfr, “Sodalitium, n° 62, pp. 58-65). Ora, tutto ciò mi lascia più che perplesso, anzi terrorizzato da tanto “cow-boy-smo teologico”. Infatti, il fine della Chiesa è la salvezza delle anime. Ora se l’Autorità non realizza il bene delle anime, secondo la “Tesi”, cessa di essere autorità. Quindi Pio XII, che ha aperto al giudaismo (e lo ha fatto entrare nel santuario), all’ecumenismo, alla mutazione perpetua della liturgia; non voleva oggettivamente, a partire dall’atto che ha posto nel 1955, il bene delle anime. Perciò Pacelli, (dacché secondo i “tesisti” “tertium non datur”), non sarebbe formalmente Papa. È lecito concluderlo (cfr. “Sodalitium”, n° 62, pp. 29-30). Infatti p. Guérard scriveva «Se c’è Autorità, c’è il dovere di obbedire» (Cahier de Cassiciacum, Nizza, 1979, vol. 1, cap. 4, p. 91). Ora la maggior parte dei “tesisti” rifiuta de jure la riforma del 1955, fatta materialmente dallo stesso mons. Annibale Bugnini che fece nel 1969 il NOM, ma promulgata formalmente da papa Pacelli (cfr. “Sodalitium”, n° 62, p. 63). Quindi per loro – praticamente - Pio XII non è l’Autorità.

    Si noti che qui si tratta di una legge universale che il Papa impose alla Chiesa, non di un suo atto privato. Essa potrebbe essere al massimo la “non più opportuna”, ma mai cattiva. Ora come si fa a conciliare la genuflessione al giudaismo ecc…, con la non nocività della riforma pacelliana e quindi il permanere dell’Autorità in Pacelli? Se fosse così anche il NOM e il Concilio Vaticano II, potrebbero essere non nocivi; oppure se così è, come scrive “Sodalitium”, Pio XII non è formalmente Papa. Non so cosa dire, taccio esterrefatto e ringrazio, una seconda volta, Dio, per aver cambiato campo. Infatti ora non si invoca più (come sino a qualche anno fa) l’epicheia per non celebrare secondo le rubriche del 1955, ma le si rifiuta de facto e de jure, come cattive in sé. Però se si continua così dove si va a parare? Ognuno diventa il “papa” di se stesso. Quindi in pratica, anche senza dover convocare un conclave e giustificarlo in teoria, ci si comporta come i “Legati (o vicari) diretti di Cristo”. «Pacelli sbaglia», Kyrie, eléison! «“Sodalitium” no», Christe, eléison! Questa è almeno “conclavite” pratica e vissuta, che può essere anche teorizzata, spero non irreversibilmente.

    Per cui, dove sta la Chiesa reale e non quella “virtuale” , se tutti gli atti di Roma sono nulli, se le ordinazioni sacerdotali e le consacrazioni episcopali sono invalide, se i sacramenti, compresa l’eucarestia e il Sacrificio della Messa, sono cessati? La crisi ha annichilato totalmente sia il potere d’ordine, che la giurisdizione e il magistero. Il “Fine-Bene” della Chiesa non esiste più da cinquanta-quaranta anni, quindi anche la Chiesa? Infatti una religione che non ha più sacerdozio, né sacrificio non è più neppure materialmente o in potenza ma è morta totalmente, (come quella dell’Antica Alleanza dopo il 70, la quale era relativa al Nuovo Testamento. Però la Nuova Alleanza è Eterna. Quindi non può cessare totalmente). Essa sarebbe non più a Roma, ma ove si trovano i vescovi e i sacerdoti della linea Thuc? La Chiesa non sarebbe più romana e petrina (il materialiter dopo quaranta anni essendo diventato un nulla, farsa e comparsa), ma thucista (ubi Thuc ibi Ecclesia); essendo diventata Roma (almeno sin dal 2004, con l’elezione di Benedetto XVI) non più una Religione, ma una scena teatrale di pastori-attori muti, sembrerebbe essere nella terza èra di Gioacchino da Fiore, ma essa è condannata dalla fede cattolica. Inoltre il “thucismo”, per chi come me lo ha visto da vicino non è un motivo di credibilità (per usare un eufemismo). Come pretendere di essere i portatori dell’unica verità sul mistero della crisi che è penetrata nella Chiesa di Cristo, quando vi sono tante oscurità, misteri, questioni dibattute e non definite? Il fatto o il “quia” (crisi) è certo, ma il come e il perché o il “propter quid” restano un mistero

    “State contente umane genti al quìa,

    ché se potuto aveste veder tutto,

    non era mestier parturìr Marìa”.

    (Purgatorio, III, 37-39).

    Il mistero di iniquità, il mistero del cuore umano, “Pravum est cor hominis et imperscrutabile, quis cognoscet eum?” (Geremia). Solo Dio che sonda il cuore e le reni. Allora, “cercate di rendere certa la vostra elezione, mediante le vostre opere buone” (s. Pietro), non si può penetrare un mistero, sarebbe come “voler mettere tutta l’acqua dell’oceano in un bicchiere” (s. Agostino). Si può cercare di studiarlo, di avvicinarlo nel chiaro-oscuro della fede, con molta umiltà e trepidazione, senza pretendere di averlo capito e svelato, nell’adorazione di ciò che sorpassa le capacità umane pur senza essere contro la ragione, ma solo oltre essa. Non è normale proporre come assolutamente certo ciò che è molto oscuro, disputato e misterioso e imporlo moralmente e giuridicamente sotto pena di peccato. Come per la Predestinazione, bisognerebbe ammettere il fatto misterioso (Dio onnipotente e uomo libero/crisi ecclesiastica: infallibilità ed errori) e lasciare libertà di interpretarlo come si reputa più conforme alla realtà e alla Rivelazione, sino a decisione della Chiesa gerarchica, senza lanciare anatemi contro chi non segue esattamente il nostro modo di incedere.

    Riassumendo e tirando le somme

    Si può asserire tranquillamente che oggi (2004-2008) la Tesi di Cassicìacum come l’ha concepita p. Guérard des Lauriers non è più assolutamente certa, poiché fondandosi sulla distinzione reale tra materia e forma nel Papa, e per ammissione del p. Guérard stesso, dopo Giovanni Paolo II, non essendoci (quasi) più vescovi consacrati secondo il vecchio Pontificale Romano, il futuro “papa materiale” (nel caso odierno Benedetto XVI) sarebbe solo una pura “comparsa” (Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, Verrua Savoia, CLS, 2005, pp. 33-35 e 37) che non parla neppure, ma recita mutamente la parte del Papa, come farebbe un attore o un manichino in una rappresentazione senza dialoghi. Ciò equivale a dire che Benedetto XVI, essendo stato consacrato vescovo con il nuovo Pontificale e non essendo neppure validamente vescovo (secondo p. Guérard), non può essere il Vescovo di Roma (ossia Papa) neppure in potenza o “materialiter”, sarebbe solo il manichino della vetrina Gammarelli in attesa della elezione di un vero Papa. Ci si trova, perciò, di fronte al sedevacantismo totale, (al “conclavismo” o al “delirio di onnipotenza” = «pensare di essere il Legato diretto e immediato di Cristo», una sorta di “sindrome napoleonico-messianica”) ritenuto non accettabile da p. Guérard. Quindi, da buon realista egli avrebbe rivisto e aggiornato la sua posizione iniziale, essendo arrivato ad una conclusione (secondo lui stesso) erronea. Ma non così, sino ad ora, i “tesisti”. Perciò chiedo loro una risposta a questo riguardo: Benedetto XVI è “papa” materialiter o per nulla? Tertium non datur. Pio XII era Papa formalmente o solo materialmente? Spero solo che la risposta non duri quanto i tempi biblici o “apocalittici”, anche perché per alcuni “tesisti” l’ “Apocalisse secondo Corsini” è già avvenuta, quindi mi si potrebbe dire che mi è già stata data la risposta e io non me ne sono accorto…, anche perché – povero me - conosco solo l’ “Apocalisse secondo Giovanni” e interpretata dai Padri della Chiesa. Anche questa teoria “origenista-corsiniana”, imposta come l’unica vera lettura dell’Apocalisse, ha contribuito a farmi aprire gli occhi e a cambiare campo, Deo gratis, in compagnia di tutti i Padri, Dottori ed esegeti approvati della Chiesa, tranne Origene, Rénan, Loisy e Corsini…che non sono auctores probati. “Dimmi con chi vai ti dirò chi sei”. Pure su questo punto ho atteso una risposta, senza aver voluto far nomi, per ‘non uccidere un uomo morto’ e consentirgli di correggersi, senza perdere la faccia. Ma la risposta non viene, “Thuca locuta est, causa finita est”.

    Queste sono – in breve – le ragioni che mi hanno spinto (Deo gratias, ancora una volta) a lasciare formalmente la “Tesi di Cassicìacum” pur mantenendo una grande stima per p. Guérard des Lauriers, ma non per la maggior parte dei suoi allievi. Non avrei voluto polemizzare con nessuno (tranne il caso di legittima difesa che mi ci ha costretto), non voglio soprattutto turbare i fedeli, spero soltanto che queste pagine li aiutino, come hanno aiutato me nel corso di questi anni di elaborazione e riflessione, a lasciare una strada che in teoria sembrava buona, ma che in pratica si è rivelata falsa, dacché in contraddizione con il pensiero stesso dell’autore di essa. Alla gallica “Tesi di Cassicìacum” che è diventata la sub-gallica “Antitesi di Verrua Savoia”(= “Tesi” in evoluzione), preferisco la nostrana “Ipotesi di Velletri”, senza nessuna pretesa e senza minaccia di scomunica, peccato, dannazione irreversibile per chi non la gradisce. “Se sto nell’errore, che Dio me ne liberi; se sono nella verità che Dio mi ci mantenga”.

    Pace e Bene a tutti!

    Velletri, 6 luglio 2008


    [1] Ne posseggo una ‘seconda edizione’ in una forma più estesa che non avrei voluto rendere, pubblica, tranne che non vi fossi stato costretto da polemiche scorrette. Ora, debbo costatare, che pur senza nominare nessuno (cfr. “Sodalitium”, n° 62, “Un’obiezione alla Tesi di Cassicìacum”, pp. 29-31), si vorrebbe far passare la vera obiezione (che ho sollevato lasciando l’Istituto MBC) per quello che non è.

    Brevemente scrivo ora (per non confondere le idee ai lettori), che per quanto riguarda l’analogia tra Stato e Chiesa (rapporto di somiglianza relativa [entrambi sono società perfette] e dissomiglianza essenziale [una è naturale e l’altra soprannaturale]), mi riserbo di pubblicare in futuro, in maniera approfondita, un articolo a parte.

    Faccio solo notare che pur avendo abbandonato la “Tesi” non ho mai confuso e identificato (univocamente = rapporto di assoluta e sostanziale somiglianza) Stato e Chiesa, come si vorrebbe far dire all’obiettante “x” (o a me, poco importa). Quindi è scorretto e fuori tema rispondere all’obiezione (che sollevai pubblicamente l’8 dicembre del 2006) facendo dire (all’obiettore “x” o a me, poco importa) ciò che non ho mai detto. (Posseggo la registrazione della conferenza – 14 gennaio 2007 - di risposta alla mia obiezione, in cui il relatore volle andare “equivocamente” fuori tema facendomi sostenere l’univocità tra Stato e Chiesa. Gli scrissi, in privato, chiedendo spiegazioni, non ne ho ottenuto risposta ed ora si ritorna con lo stesso “equivoco” per iscritto e pubblicamente, al quale debbo rispondere, per iscritto e pubblicamente). “Sodalitium”, n° 62, pp. 25-31, non risponde alla (mia) obiezione, ma a quella che scorrettamente si mette in bocca (a qualche “Mister x” o a me, poco importa). Ne riparleremo in futuro, dopo che mi si risponderà sui tre punti suscritti, se – cioè - Benedetto XVI è ancora “papa materialiter” o per nulla.

    A proposito di “equivoci”, l’editorialista di “Sodalitium, (n° 62, pp. 2-4) è molto inquieto per la sorte di coloro che, a differenza di lui, (unico “cavalier senza macchia ?”), hanno cambiato campo irreversibilmente ‘specie in Italia’. Ora, a parte il fatto che di irreversibile vi è solo lo stato di dannazione eterna, il quale – per fortuna di tutti coloro che non la pensano esattamente come lui - non è in potere dell’editorialista; mi permetto di fargli ricordare che – in Italia - il fondatore dell’Istituto e della rivista di cui oggi egli è superiore e direttore, ha abbandonato – purtroppo e non solo per colpa sua - “campo”, ed anche sacerdozio ed episcopato, proprio lui che era (o pensava di essere, assieme a me, all’editorialista e ad un altro sacerdote) uno dei pochissimi preti (quattro in tutta Italia) ad “offrire l’oblatio munda” (poveri noi). Tuttavia lui mi fa pena, dacché è uno sconfitto e prego per lui, ma l’editorialista mi preoccupa (non irreversibilmente, “finché c’è vita c’è speranza”), dacché de facto si comporta da “Legato diretto di Cristo” e continua a far danni (pensando di essere uno dei dieci-cinquanta preti in tutto il mondo, cinque o sei in tutta Italia, che celebrano l’oblatio munda), spero non irreversibilmente. Farebbe, dunque, meglio a pensare ai fatti suoi e di casa sua, piuttosto che condannare irreversibilmente tutti quelli che non sono come lui. “Qui reputat se stare, timeat ne cadat”: Quanto a me, ringrazio Dio di aver cambiato (spero, Deo adiuvante, irreversibilmente) campo, che come l’albero si giudica dai frutti.

    La triste realtà, invece mi pare essere questa: “Dio ci ha rinchiusi tutti nell’infedeltà per usare a tutti misericordia, affinché nessuno si glorifichi in se stesso” (s. Paolo). Infatti essendo stato “colpito il Pastore” (è un fatto, contro cui nulla valgono tutti le argomentazioni), “il gregge” (vescovi, sacerdoti e fedeli) “s’è disperso, ognuno per conto suo”. Di fronte ad un terremoto terribile, come è stata la “crisi conciliare”, chi può pretendere di essere stata la “pecora bianca” totalmente immune da ogni difetto, speculativo e pratico? Chi può dire di aver capito tutto, aver risolto tutto, il perché di ogni cosa? Io no! Solo un bugiardo o un megalomane può rispondere di sì. Il primo sarebbe bene che si corregga soprannaturalmente (“perseverare diabolicum”), infatti per ottenere misericordia bisogna riconoscere di essere “miserabile” e sforzarsi di essere misericordioso con gli altri; il secondo che si curi naturalmente (poiché è socialmente e pastoralmente pericoloso).

    [2]) Necessariamente per affrontare questo problema (della ‘sede formalmente vacante’ a partire dal 1965, anzi dal 1955, sino al 2008) occorre affrontare questioni molto difficili di filosofia e teologia. Ora ‘la apostolicità e la visibilità della Chiesa, sono state date da Cristo alla sua Sposa, affinché i fedeli possano facilmente seguire il suo insegnamento, riconoscerla e distinguerla senza difficoltà dalle sette’ (cfr. “D. Th. C”., col. 2143). Quindi pretendere che i fedeli conoscano bene la filosofia e la teologia per capire la “Tesi” che dovrebbe illuminarli sullo stato attuale della vera Chiesa e discernere il vero dal falso, cozza contro la facilità di riconoscere l’unica Chiesa di Cristo. Il difficile non può essere facile, per il principio per sé noto di identità e non contraddizione.

    Per capire la “Tesi” (presentata dai “tesisti” come l’evidente specificazione di un atto di fede) occorre possedere la scienza ardua della filosofia e teologia, mentre per costatare l’evidenza non occorre la laurea. L’impossibile è evidentemente falso. Ora non è così evidentemente falso asserire che Paolo VI (ma già Pio XII, per i “tesisti”) e successori non sono formalmente Papi, ma solo materialmente. Infatti per dimostrarlo occorre pubblicare una “Tesi” di laurea in filosofia e teologia, (detta di “Cassicìacum”) molto disputata anche tra i “sedevacantisti” stessi. Invece l’evidenza la si “mostra” e non la si “dimostra” e si impone a tutti (I + I = II).

    [3]) “Nel tempo della desolazione non si deve mai fare alcun mutamento, ma rimanere fermi e costanti nei propositi e nella determinazione in cui si stava nel tempo precedente a quella desolazione […]. Perché, come nella consolazione ordinariamente ci guida e ci consiglia più lo spirito buono, così nella desolazione è lo spirito cattivo”. Cfr. anche “Es. Spir.”, n.° 320, 321 e 322.

    ►Analogamente, nella crisi attuale, si deve continuare a fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto senza avventurarsi (pubblicamente e pretendendo la certezza assoluta) in “novità” azzardate che potrebbero essere pericolose, come se non fossero calate le tenebre.

    L’ipotesi speculativa e “scolastica” (che non deve essere predicata ai semplici, con imprudenza, faciloneria e arroganza, come successe nel Seicento quanto al dogma della Predestinazione, ma va solo disputata tra teologi), della “sede formalmente vacante” poteva, inizialmente, avere “in linea di principio” un fondamento nella realtà, purtroppo il modo di agire dalla maggior parte dei “sedevacantisti” (che sono il principale avversario della “sede vacante”, facendone una conclusione dogmaticamente certa e vincolante e quindi un obbligo morale e canonico per tutti), li rende mal sopportabili, dacché pretendono di avere la assoluta evidenza e certezza, il che li porta a “disprezzare tutti, tranne se stessi” e ad “imporre ai fedeli pesi insopportabili”. In realtà anch’essi sono vittime (se in buona fede, Dio solo lo sa) della crisi che ha sconvolto l’ambiente cattolico degli anni Sessanta, non sono i responsabile di essa e quindi non debbono essere combattuti quasi fossero il “nemico numero uno”, a condizione che rispettino gli altri e non si trasformino in “carnefici”, altrimenti non possono pretendere di essere rispettati a loro volta. Chi insulta e calunnia deve sapere che può essere confutato vigorosamente e – se necessario - denunciato.

    fonte: http://www.doncurzionitoglia.com/TesIncerta.htm

  3. #3
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    L’ANALOGIA :

    risposta a “Sodalitium” n° 62


    Introduzione

    ■ Il fatto: Una predica e una conferenza

    ● Dopo aver chiesto (6 luglio 2008), pubblicamente e per iscritto, una risposta alla redazione di “Sodalitium”, riguardo al n.° 62 del giugno 2008, ho atteso inutilmente più di due mesi, ma non ho ricevuto nessun riscontro. Quindi ridomando – sinteticamente - se Pio XII non è Papa formalmente ma solo materialmente. Inoltre Benedetto XVI, non essendo neppure papa “materialiter” (secondo p. Guérard) i “tesisti”, per essere coerenti con la “Tesi” dovrebbero o consacrare un Papa, o dimostrare di essere loro stessi i “legati diretti [rappresentanti avente eguale valore del soggetto rappresentato, N. Zingarelli] di Cristo”. Quale delle due opzioni intendono scegliere? Lo devono dire pubblicamente almeno ai loro fedeli. Non possono eludere il problema, scrivendo che la Tesi di Cassiciacum è ancora oggi la sola soluzione al problema della crisi di Autorità nella Chiesa (“Sodalitium”, n.° 62, p. 4).

    ● Inoltre debbo specificare, più dettagliatamente, che anche per quanto riguarda l’analogia tra Stato e Chiesa “Sodalitium” esce fuori dal seminato. L’8 dicembre 2006, feci una predica a Roma, in cui spiegavo i motivi che mi portavano ad allontanarmi dall’Istituto MBC. Dicendo – tra l’altro – che tra Stato e Chiesa vi è un’analogia e che quindi la questione della mancanza di Autorità nel Papa, doveva essere approfondita (e sfumata) analogicamente, secondo quanto gli scolastici (con s. Tommaso d’Aquino in testa) avevano scritto sul Principe tiranno. Infatti mi preoccupavano le conclusioni giuridico-canoniche che i “tesisti” tiravano dalla “Tesi di Cassiciacum”, annullando essi ‘canonicamente’ tutti gli atti della Chiesa ufficiale e arrivando, così, a delle conclusioni pratiche ma universali, evidentemente prive di buon senso e di “diritto”, i Romani antichi dicevano: “Summum jus, summa injuria” (la legge troppo stretta, produce le più grandi ingiustizie).

    Siccome la “tesi” di p. Guérard seguiva, non la via del Papa eretico, (che era stata affrontata da mons. Antonio De Castro Mayer assieme ad Arnaldo X. Da Silveira), ma una duplice strada: a) In atti magisteriali del Concilio Vaticano II (Dignitatis Humanae), in cui il Papa dovrebbe essere infallibile si trovano degli errori, quindi Paolo VI non è Papa in atto ma solo in potenza; b) l’Autorità ha come fine il bene comune della società. Ora se un’autorità pone atti oggettivamente contrari al bene della società è una tirannia e non è più l’Autorità. Quindi Paolo VI non è formalmente Papa, ma solo materialmente.

    La constatazione che facevo (analogia tra Stato e Chiesa/Principe e Papa) è stata negata da un sacerdote “tesista”, (DR dell’Istituto MBC), in una conferenza registrata, che ha tenuto a Roma il 14 gennaio 2007 presso l’Oratorio s. Gregorio VII, in via Pietro della Valle. Non avrei voluto rispondere pubblicamente e per iscritto, ma siccome il n° 62 di “Sodalitium” (luglio 2008) ha ripreso l’argomento, nella stessa maniera scorretta in cui DR lo presentò, nel gennaio 2007, debbo rettificare pubblicamente.

    ■ Il principio: L’analogia

    1°) Tra un re e un Papa esiste “analogia”

    Un termine (per esempio, essere), si attribuisce a vari soggetti (Dio, angelo, uomo, cane, pino, sasso), secondo un significato essenzialmente diverso (per es., Dio è l’Essere per sé sussistente ed infinito; le creature - dall’angelo sino al sasso - ricevono l’esistenza da un altro e sono finite). Mentre la somiglianza (tra i soggetti dei quali si predica l’essere) è solo relativa (p. es., Dio e le creature sono simili, solo relativamente al fatto di esistere).

    Ma il re e il Papa, hanno qualcosa di relativamente simile, governano per il bene comune che è il fine della società; mentre sono sostanzialmente diversi, in quanto il re governa temporalmente e il Papa spiritualmente ed è infallibilmente assistito da Dio (a certe determinate condizioni) nelle questioni di fede e di morale. Onde, re e Papa sono concetti relativamente simili (quanto al fatto di governare) e essenzialmente diversi (quanto al modo di governo), uno regna nelle cose temporali, l’altro in quelle spirituali.

    Quindi, tra re e Papa vi è analogia (non piena identità, né totale diversità), non essendo della stessa specie (uno è soprannaturale e l’altro è naturale), ma avendo qualcosa in comune, governano entrambi una società perfetta nel suo genere (Stato e Chiesa), anche se di ordine (naturale e soprannaturale) essenzialmente diverso.

    Secondo DR nell’analogia ci si deve fondare solo sulla somiglianza (sic! Non volevo crederci, ho dovuto riascoltare la registrazione tre volte per poterlo ammettere, tanto grave è l’errore, anzi l’orrore filosofico in cui DR è incappato) e non sulla dissomiglianza, altrimenti (secondo lui) la conclusione del ragionamento è errata.

    Inoltre, l’analogia a differenza dell’equivocità, che riguarda solo la dissomiglianza (come tra il ‘riso’ che si mangia e il ‘riso’ dell’uomo), e dell’univocità la quale si fonda solo sulla somiglianza o identicità (Antonio, Marco e Giovanni, sono tutti uomini, allo stesso identico modo); l’analogia, come dicevo, si basa su somiglianza e dissomiglianza. Pretendere di parlare solo di dissomiglianza nell’analogia, significa distruggerla e farne un equivoco. Se tra Dio e il sasso c’è analogia, a maggior ragione c’è tra Stato e Chiesa, tra re e Papa, in quanto la dissomiglianza tra un sasso e Dio è infinitamente maggiore di quella che vi è tra il re e il Papa, lo Stato e la Chiesa, pur tuttavia vi è una certa somiglianza, relativamente o quanto al fatto di esistere (Dio-sasso, esistono) e quanto al fatto di essere società (Chiesa-Stato) o autorità (Papa-re). Questa è la prima ragione che mi consente di attribuire alla “Tesi di Cassiciacum” come è presentata da DR (= “Antitesi di Verrua”) nessun valore. Quanto a quella di p. Guérard, essa ha ben altro spessore. Infatti,

    2°) mons. Guérard des Lauriers, nell’intervista rilasciata nel maggio 1987 a Sodalitium n° 13 e ristampata in Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, CLS, Verrua Savoia, 2005, insegna (contrariamente a DR) che:

    Una delle due vie per dimostrare che Paolo VI non è formalmente papa, è quella che egli non aveva la volontà oggettiva di governare per il bene della Chiesa. “Gesù Cristo, istituendo la sua Chiesa come società umana visibile. (…) Una persona… che in seno ad una società, perseguirebbe abitualmente (…) l’annientamento del bene comune (…), una tale persona dunque non può essere l’autorità (…). Ora, in ogni società, l’esistenza stessa dell’autorità richiede di essere fondata sul proposito di realizzare il bene comune che è il fine della società” (pag. 35).

    Ma, questa non-volontà di fare il bene della società ecclesiastica, lo rende una “persona fisica che ‘occupa’ almeno apparentemente la Sede episcopale di Roma” (p. 33).

    Però, questa è esattamente la definizione di tiranno. Mons. Guérard aggiunge: “occupa la Sede in una maniera illegittima e sacrilega” (p. 34). Qui mons Guérard non parla del re temporale ma del papa-tiranno spirituale, che occupa la (santa) Sede con la ‘esse’ maiuscola, ma in maniera “sacrilega”, poiché la Sede è santa ed è il trono spirituale e, quindi, implicitamente egli fa un’analogia tra Papa e re (anche se sembrerebbe che affermi ogni tiranno – di titolo o di esercizio – è sempre illegittimo de jure et de facto. Mentre tutti gli scolastici fanno le dovute distinzioni.

    Dunque, per mons. Guérard vi è analogia tra re-tiranno e papa-usurpatore.

    Lo stesso si può dire per don Sanborn, che ne Il papato materiale, CLS, Verrua Savoia, 2002 (Sodalitium, nn° 47, 48, 49) giustamente paragona esplicitamente papa e re, infatti scrive: “L’Autorità considerata in concreto, cioè in un Papa o un re” (p. 38). Inoltre scrive: “L’autorità considerata concretamente consta di un elemento formale e di uno materiale. L’elemento formale dell’autorità è (…) il diritto di legiferare. In altre parole è il Papato stesso. L’elemento materiale (…) è l’uomo stesso che riceve questo diritto di legiferare. L’autorità in concreto, cioè il Papa o il re, nasce da questi due elementi” (p. 53).

    3°) Quanto alla obiezione di DR secondo cui:

    Il Papa è infallibile e il re no, perciò tra loro non vi è analogia.

    Rispondo che, innanzitutto, la ragione ci dice che Dio è infinito, il sasso no, ma tra loro c’è analogia, quindi anche tra re e Papa sussiste l’analogia, pur se il Papa non è in-finito ma solo in-fallibile. Inoltre il papa è infallibilmente assistito, se manifesta chiaramente la sua volontà di obbligare a credere come rivelato (sotto pena di peccato) ciò che egli insegna.

    Inoltre mons. Guérard, scrive: “L’occupante della Sede apostolica [il card. Montini, almeno dopo il 7 dicembre 1965] non è papa formaliter.

    Quindi, mons. Guérard fa un’analogia tra papa occupante la santa Sede e re occupante il trono, indipendentemente dall’infallibilità, essendo l’analogia un rapporto tra due soggetti (p. es., Papa/re), in cui la dissomiglianza (infallibilità – soprannaturale - nella fede e morale) supera la somiglianza (governare una società – Chiesa/Stato - per il bene comune). Ecco, perché ritengo che la “Tesi di p. Guérard” sia stata mal presentata e applicata da alcuni “tesisti” tra i quali DR spicca, sino a trasformarla in un’ “Antitesi di Verrua”. Infatti la “Tesi di Cassiciacum” è fondata sull’analogia, ma l’ “Antitesi di Verrua” è presentata in maniera “univoca” da persone assai “equivoche” che non vogliono emendarsi, capita a tutti di sbagliare, ma non si può giustificare, a forza di sofismi, i propri errori. Certamente è difficile ammettere ‘mi son sbagliato’, ma quando se ne ha l’evidenza è necessario.

    4°) Il Papa è “sovrano in senso spirituale, politico e temporale nello Stato del Vaticano. (…) Poiché la Chiesa è una società giuridicamente perfetta, ossia un membro della società internazionale, il suo Capo è sovrano anche in senso internazionale e politico” (F. Roberti – P. Palazzini, Dizionario di Teologia morale, Roma, Studium, 1955, voce “Pontefice”).

    5°) Non ho mai negato l’elemento soprannaturale della Chiesa, ma «come i Docetisti e gli Gnostici negano l’esistenza del corpo fisico e reale di Cristo, così i Protestanti e Pneumatologi negano l’elemento visibile e giuridico-umano della Chiesa» (Hugo. Aemilius Lattanzi, De Ecclesia Societate atque Mysterio, Roma, Pontificia Università Lateranense, 1956 (1969), p. 378). Onde “Sodalitium” deve fare attenzione a non trascurare l’elemento umano della Chiesa, infatti lo stesso mons. Lattanzi spiega che «la Gerarchia è l’organo ordinario della salus animarum. Quindi senza il ministero della Gerarchia l’uomo non entra nella Chiesa» (Ibidem, p. 229). Inoltre «l’Autorità è causa formale della Chiesa, sua essenza o natura» (Ib., p. 234). S. Tommaso d’Aquino insegna che «il Vicario di Cristo non è per nulla accidentale, ma appartiene all’essenza del Corpo Mistico» (C. Gent., IV, c. 76). Onde: “La personalità della Chiesa Corpo Mistico di Cristo, non si può concepire senza un Capo visibile: San Pietro e il Papa attualmente regnante” (H. Clerissac, citato da Lattanzi a p. 390). Durante l’inter-regno che trascorre dopo la morte di un Papa e l’elezione del successivo, la Chiesa è retta collegialmente dai cardinali. Onde vi è una Gerarchia (materiale e formale) che governa la Chiesa “pro tempore”. Mentre nel caso della “Tesi di Cassiciacum” la Chiesa non ha Gerarchia ‘per nulla’, a partire dal 2005 (elezione di Benedetto XVI) e solo ‘materiale’ da (Pio XII/Giovanni XIII?) Paolo VI sino a Giovanni Paolo II. Ora il Papa è essenziale alla Chiesa, quindi la mancanza ‘totale’ di Autorità pontificia è incompatibile con la natura della Chiesa fondata da Cristo su Pietro sino alla fine del mondo e nel caso del “materialiter papa”, avremmo una successione puramente materiale che è come quella degli scismatici, la quale non salvaguarda l’apostolicità della Chiesa, che deve essere formale, è una sua nota e quindi la sua essenza. In entrambi i casi alla Chiesa mancherebbe la natura di Chiesa (sarebbe Chiesa pur non avendo la natura o l’essenza di Chiesa), il che è contraddittorio e assolutamente impossibile: “Una stessa cosa non può essere [Chiesa] e non essere [Chiesa] nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto” (principio di non contraddizione). Cfr. anche D.Composta, La Chiesa visibile, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1985, pp. 151, 440 e 441).

    Uno scritto

    Ora, “Sodalitium”, n° 62, riprende l’enunciato orale di DR e lo aggrava (si fieri potest) per iscritto. Infatti a pag. 26 (citando Pio XII) scrive giustamente: “La Chiesa pur avendo in comune con la società civile degli elementi sociali e giuridici (…), le è superiore per lo spirito soprannaturale”. (Questa è la definizione dell’analogia, si paragona Chiesa e Stato in quello che hanno “in comune” e si afferma la diversità che intercorre tra loro, essendo la Chiesa superiore, dacché sovrannaturale, allo Stato). Poi nella pagina seguente, l’articolista, scrive (de suo) erroneamente che la Chiesa: “Non può essere paragonata alla società civile”. Ecco di nuovo l’equivoco, negare l’analogia, anzi confondere l’analogo (somiglianza relativa o paragone tra Chiesa e Stato, quanto al fatto di essere società perfette) con l’univoco, identità assoluta tra Chiesa e Stato, che non sussiste e di cui mai ho parlato. Quello che stupisce è la facilità con cui ci si contraddice (“Chiesa e Stato hanno qualcosa in comune”, però “non possono essere paragonate”) non solo più oralmente in una conferenza, ma tra una pagina e la successiva, per iscritto, quindi dopo aver “riflettuto” e corretto. Inoltre, a pagina 28, nota n° 7, citando Maquart (Elementa philosophiae), si scrive giustamente che “l’analogo è un predicato che conviene a molti secondo una ragione essenzialmente diversa, tuttavia simile sotto un certo rapporto”. Ora come è possibile non accorgersi di contraddirsi, tre volte, nel corso di tre pagine? Quando si citano degli autori approvati (Maquart o Pio XII) si dice giusto, quando si parla da sé si erra. Bisognerebbe fermarsi un momento e riflettere seriamente, prima di parlare e scrivere, e poi tacere, astenersi e correggersi, infatti “errare è umano, ma perseverare diabolico”. Poi se fosse il caso di ignoranza, non ci si mette a “pontificare errando” soprattutto per iscritto e pubblicamente. Nulla è più disdicevole dell’ignoranza presuntuosa e arrogante.

    L’equivoco continua, a p. 29 un altro valente articolista scrive che l’obiezione [analogia tra Stato e Chiesa] mossa contro “La Tesi” «immagina che la medesima cosa stia accadendo attualmente nella Chiesa». Nossignore, per definizione l’analogo non è identico o medesimo, ma sostanzialmente diverso e solo relativamente simile. L’identico o medesimo è univoco, non analogo. Vi è anche l’aggravante del voler perseverare nell’errore, infatti nel gennaio 2007, mandai in privato al direttore della rivista “Sodalitium” la prima parte di questo scritto, in cui cercavo di spiegare che nella predica dell’8 dicembre 2006 avevo fatto un’analogia e non un’identità (come lui mi aveva fatto dire, nella sua conferenza del 14 gennaio 2007) tra Chiesa e Stato, chiesi una risposta, pronto a correggermi se mi avesse dimostrato che mi ero sbagliato in qualcosa, mai essa è venuta, anzi la si ripresenta per iscritto un anno e mezzo dopo, tale e quale (“perseverare è diabolico”). L’articolista continua asserendo che l’obiezione dell’analogia tra Papa/principe: «Vuol dire attribuire alla Chiesa soprannaturale esattamente quelle cose che appartengono formalmente a una società umana e naturale». Nossignore, non ho mai obiettato l’esatta(mente) identità tra Chiesa e Stato.

    ►Inoltre si notano diverse altre contraddizioni in cui cade la rivista “Sodalitium” tra una pagina e la seguente, per esempio: La nuova preghiera del Venerdì Santo, promulgata da Benedetto XVI, a pag. 57 è presentata (sic et simpliciter) come la negazione dello stato di privazione di verità in cui si trova il giudaismo, mentre a p. 60 si scrive che: «La preghiera di Ratzinger è ancora intitolata “Per la conversione dei Giudei”, come lo era nel Messale del 1962». Ora, se qualche prelato (Kasper) ha cercato di interpretarla in senso escatologico, ciò che conta è la preghiera in sé come è stata promulgata da Benedetto XVI, ove se nel testo si potrebbe ravvisare un accenno alla fine dei tempi (Rom. XI, 26), nel titolo si scrive: “preghiamo [al presente] per la conversione dei Giudei”. Onde l’interpretazione di questa preghiera non può essere univoca: Solo escatologica, (ad esempio, i rabbini l’hanno intesa come significante lo stato attuale di errore in cui si trova ora Israele per il quale si prega adesso affinché si converta da esso. A chi obiettava che la preghiera è solo escatologica rabbi Riccardo Di Segni rispondeva: “adesso oltre ad essere ‘accecati’ noi ebrei saremmo pure ‘deficienti’…), ma deve essere sfumata e soprattutto bisognerebbe “accordare i violini” degli articolisti, altrimenti dal loro “Sodalizio” non ne esce una melodia, ma una cacofonia e diversamente da rabbi Di Segni potrebbero risultare oltre che ciechi anche “mancanti”...

    ►Infine vi sono degli equivoci che andrebbero chiariti: A p. 59, si scrive che il Messale Romano del 1962 è “sostanzialmente, anche se molto imperfettamente il Messale tradizionale». Ora se è sostanzialmente tradizionale è sostanzialmente buono e non lo si può rifiutare. Ma a p. 62, l’articolista spiega che il Messale del 1962 lo costrinse ad abbandonare la FSPX nel 1983, dacché lo si voleva obbligare a celebrare con esso e lui non lo poteva accettare. Allora significa che il Messale del 1962 non è neppure “molto imperfettamente” tradizionale, ma modernista e intrinsecamente cattivo? L’autore non si spiega sufficientemente e lascia aperta la porta all’equivoco. La sua frase è suscettibile di due diverse interpretazioni. Dovrebbe specificare. Soprattutto se si guardano col microscopio le ambiguità altrui (addirittura quelle di Pio XII, anche se si cerca – scorrettamente - di attribuirle a Bugnini, come fanno generalmente i modernisti, per evitare la negazione dell’autorità del Papa, la condanna e restare così nella Chiesa), altrimenti si rischia di “vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio”.

    La Chiesa di cui parlano i “tesisti” è quella della pura ragione, rinchiusa nell’enunciato di un ‘sillogismo imperfetto’ e non quella reale e della storia.

    Un ultimo appello

    Rivolgo, quindi, un duplice appello:

    1°) ai sacerdoti: Che siano un po’ più ‘sfumati’, senza condannare tutti quelli che non la pensano esattamente come loro; soltanto allora si potrà discutere con essi[1].

    2°) ai fedeli (che si son lasciati abbagliare da tanto sfoggio di scienza apparente): Qualora i sacerdoti “tesisti” perseverassero in questo spirito di pretesa infallibilità (propria), fuggano poiché “se un cieco guida un altro cieco, entrambi cadono nella fossa”. Fuggite i falsi riformatori degli altri (e non di se stessi). Infatti le contraddizioni, gli equivoci, le falsificazioni scientemente volute, in cui cadono con perseveranza, li rendono evidentemente (ma non irreversibilmente) “guide cieche” e “mancanti”.

    Velletri, 8 settembre 2008



    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] San Pio X, il 29 giugno 1914, nel “Motu Proprio” (Doctoris Angelici), ordinava che la filosofia la quale si insegnava nei seminari e nelle università pontificie, dovesse porgere i principi della dottrina di s. Tommaso d’Aquino e che il testo degli studi ecclesiastici fosse la Somma Teologica. Ma alla domanda: “Quale è la vera dottrina tomista?” San Pio X rispose che essa si trovava condensata nelle XXIV Tesi del Tomismo, composte da p. Guido Mattiussi s. j., nell’inverno del 1914 e approvate dalla s. Sede il 27 luglio 1914. La Sacra Congregazione degli Studi e dei Seminari (febbraio 1916) definì le XXIV Tesi “regole sicure (tutae) di direzione intellettuale. Il papa Benedetto XV approvava (7. III. 1916) la decisione della S. Congregazione degli Studi e ordinò (nel 1922) a p. Edoardo Hugon o. p. di fare un commento in francese alle XXIV Tesi del Mattiussi (che le aveva già commentate in italiano). Papa Giacomo Dalla Chiesa le proponeva come “dottrina preferita dalla Chiesa, ma non le impose obbligatoriamente all’assenso interno”. (Cfr. p. R. Garrigou-Lagrange o. p. , Les 24 thèses th., in “Angelicum”,Roma, 1945 e in La Synthèse Thomiste, Paris, 1950. Padre T. S. Centi o. p. , La Somma Teologica. Introduzione generale, Firenze, 1950). Ora se le XXIV Tesi sono tutae (certe o sicure), la filosofia suareziana o quella scotista sono non certe e non sicure, ma la S. Sede non ha proibito di insegnarle pur mostrando la propria preferenza per la filosofia tomistica. Per quanto riguarda la differenza tra Suarezismo e Tomismo, cfr. p. Cornelio Fabro, Neotomismo e Suarezismo, (1941), EDIVI, Segni, 2005. Il filosofo dimostra comparando le due filosofie che tra esse vi è un’opposizione di contraddizione. Dunque o è vera l’una o l’altra. Ma la Chiesa pur avendo qualificato come certo il Tomismo lascia libertà al Suarezismo.

    Ora non si può accusare s. Pio X, Benedetto XV di essere relativisti, eppure hanno saputo distinguere e sfumare per unire, senza confondere.

    Mi sembra che la stessa attitudine dovrebbe animare, sul problema della mancanza (materiale/formale) o meno di Autorità nella Chiesa, i sacerdoti cattolici legati alla dottrina tradizionale della Chiesa. Senza dover gridare al relativismo o al liberalismo.

    fonte: http://www.doncurzionitoglia.com/ANALOGIA.htm

  4. #4
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    UN’IPOTESI DI VELLETRI

    «In questioni teologiche difficili e non definite, occorre dare il proprio parere con umiltà e pace, conformandosi alla istruzione e capacità degli ascoltatori, insistendo maggiormente sulla pratica della Chiesa, esortando a seguire i buoni costumi; invece di lasciarsi coinvolgere da controversie che non hanno una conclusione certa e che sono quindi pericolose sia per chi le spiega [abuso di potere, orgoglio spirituale e intellettuale] e sia per chi le ascolta [se non ha la capacità e la preparazione per comprenderle e metterle in pratica correttamente]» (s. Ignazio da Loyola, Obras Completas, Madrid, BAC, 1982, pp. 289-290).

    Introduzione

    Dopo aver 1°) sollevato tre obiezioni (6 luglio 2008) che invalidano (certamente a partire dal 2005, data dell’elezione di Benedetto XVI) la “Tesi di Cassiciacum” stando a quello che aveva scritto il suo ideatore stesso (p. Guérard des Lauriers); 2°) risposto a “Sodalitium” n° 62 sull’analogia tra Stato e Chiesa (8 settembre 2008); 3°) eccoci giunti al punto cruciale: come risolvere il problema della crisi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II sino ad oggi? La risposta non è semplice, poiché ci si trova di fronte ad un “mistero d’iniquità” che ha “colpito il Pastore e disperso il gregge”. Il fatto è certo, ma il come e il perché mi sorpassano; posso solo tentare di balbettare qualcosa, un’ipotesi nel chiaroscuro della fede con il soccorso della logica, della sana teologia e della storia ecclesiastica, senza pretesa alcuna di aver capito tutto perfettamente e di poter illuminare e dirigere tutti a colpi di accuse di “sacrilegi, scismi capitali e defezioni irreversibili”. So soltanto, come diceva Romano Amerio, che la Chiesa troverà la via d’uscita da ogni sua “crisi” a partire dal “gran fiume di verità e grazia che ha ricevuto - ininterrottamente sino alla fine del mondo – da Cristo e che essa mantiene nel corso dei secoli, anche nascostamente – quale fiume carsico – in certe epoche buie”. Sulla questione del Papa, che erra là dove avrebbe dovuto essere infallibile, o/e dell’Autorità, che non ha l’intenzione oggettiva di fare il bene della società, potendo darsi solo un’ipotesi o un’opinione probabile e non una tesi certa, non è lecito prendere una posizione determinata, cercando di imporla assolutamente. Ora, “Tesi” significa proprio ‘prendere una posizione determinata, stabile e certa’, mentre “Ipotesi”, vuol dire ‘sotto (hypo)-tesi’, ossia ‘supposizione, congettura per spiegare fatti di cui non si ha perfetta conoscenza o certezza’ (N. Zingarelli). La mia vuole essere appunto una “ipotesi” e non una “Tesi”. [1]

    Il problema: la “crisi nella Chiesa”

    Quello che mi è chiaro è che nella crisi attuale, praticamente, si deve continuare a fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto senza avventurarsi in novità speculative e conclusioni pratiche le quali potrebbero essere pericolose, né pretendere di avere l’evidenza di come stanno realmente tutte le cose, quasi non fossero calate le tenebre, (sed “tenebrae factae sunt”).

    San Vincenzo da Lerino nel Commonitorium (cap. III) insegna che in tempi di crisi, quando l’errore si espande talmente da invadere quasi tutta la Chiesa (la quale resta pur sempre “Chiesa fondata su Pietro” come Cristo l’ha voluta, e ciò è reputato possibile dal santo, senza dover parlare necessariamente di “sede vacante”), occorre restare fermi e rifarsi a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e fatto, evitando ogni cambiamento e novità (sia da “destra” e sia da “sinistra”). Il santo non incita alla proclamazione della vacanza di autorità nella “quasi totalità della Chiesa” e neppure all’aggiornamento; ma semplicemente a “fare quel che si è sempre fatto”, senza pretendere di poter capire tutto. Punto e basta. Questo è certo. Le interpretazioni di tale crisi possono essere molteplici e diverse, a condizione di: a) non essere contrarie alla fede o alla retta ragione; b) non pretendere di essere ‘infallibili’ o ‘assolutamente certe’ e vincolanti sotto pena di peccato grave, quando non si possiede l’autorità necessaria per poterlo fare.

    A partire da Paolo VI sino a Giovanni Paolo II (e purtroppo si continua con Benedetto XVI, anche se “finché c’è vita c’è speranza soprannaturale”, ma non illusione o presunzione e tanto meno disperazione come se il “braccio di Dio si fosse accorciato”) assistiamo al fatto (e “contro i fatti non ci sono argomentazioni che tengano”) di ‘Governanti spirituali’, i quali usano malamente del loro potere. Governano de facto, hanno il Titolo di Autorità (o sono Governanti de jure), ma l’Esercizio di essa lascia perplessi (come ad esempio un ingegnere può progettare ponti de facto, in più avere il titolo o laurea di ingegnere, ma l’esercizio della sua ingegneria lascia insoddisfatti, se alcuni suoi ponti crollano). Questo esercizio deficiente dell’Autorità si già dato nel corso della storia della Chiesa, anche se non nello stesso identico modo, ma solo analogamente e in maniera meno grave. Infatti, oggi ci si trova di fronte a tre Papi (entrati nella storia, dacché il loro pontificato è “definitivamente” terminato con la loro morte e sui quali si può dare un giudizio storico “definitivo”; mentre su Benedetto XVI il giudizio può essere avanzato, ma sempre lasciando aperta le porta ad una “conversione” la quale è impossibile solo ai dannati. Pertanto asserire che la conversione di J. Ratzinger non è possibile, significa negare, praticamente, l’onnipotenza divina) che hanno insegnato (“pastoralmente”, senza aver voluto impegnare l’infallibilità) cose contrarie alla dottrina tradizionale della Chiesa.

    In passato, tanto per fare un esempio, Alessandro VI (prima di essere Papa) comprò (simoniacamente) l’elezione pontificia[2]. Ora il simoniaco, come insegna s. Tommaso:

    “vendendo o comprando cose spirituali, manca di rispetto a Dio e commette un peccato di irreligiosità” (S. Th. II-II, q. 100, a. 1, in corpore). “L’irreligiosità è una protesta di incredulità, ecco perché la simonia viene considerata un’eresia” (ad 1um). Il Savonarola, nella sua polemica con Alessandro VI, sembra aver estremizzato il pensiero dell’Angelico facendogli dire che il simoniaco, dacché compra cose sacre, non crede al sacro in quanto sacro, è ateo e non cristiano. Quindi non potrebbe essere il capo del cristianesimo.

    Invece s. Tommaso, con molto equilibrio e senso delle distinzioni, scrive che: «Il Papa può incorrere nel peccato di simonia, come qualsiasi altro uomo» (ad 7um). Si noti bene che non è una questione di vita morale privata, ma di pubblica ‘mancanza di fede’ o incredulità, ossia volontà pubblica e oggettiva (finis operantis) di non curare il ‘bene–fine’ spirituale della Chiesa, anzi addirittura di eresia (“la simonia viene considerata un’eresia” ["simonia hæretis dicitur"], S. Th., II-II, q. 100, a. 1, ad 1um). Però, nonostante ciò, san Tommaso e la Chiesa considerano il simoniaco Papa in potenza e in atto, non lo dichiarano “occupante abusivo” (oggi si direbbe “squatter”) del Soglio pontificio. I Domenicani italiani commentano così il passaggio della Somma Teologica: “Sarebbe storicamente impossibile difendere certi Sommi Pontefici da una tale accusa [di simonia]” (La Somma Teologica, Firenze, Salani, 1967, vol. XVIII, p. 397, nota 1). Anzi s. Pio X nella Costituzione apostolica “Vacante Sede Apostolica” del 25 dicembre 1904, al n° 79, dispone che ‘la eventuale pattuizione simoniaca la quale venisse fatta intorno all’elezione del Papa non comporta la sua nullità’ (cfr. F Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 4a ed., 1968, 1 vol., p. 361). È possibile, mi domando e dico, che oltre san Tommaso d’Aquino anche san Pio X abbia errato? Forse non era Papa neanche il Sarto? Infatti la “Costituzione apostolica” è una Lettera inviata dal Papa di propria iniziativa, in materia dogmatica o disciplinare; essa, normalmente, se vincola dommaticamente o ha valore giuridico universale (come in questo caso), è assistita dall’infallibilità (cfr. F. Roberti-P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 4a ed., 1968, 1° vol., p. 146). Anche la prestigiosa enciclopedia cattolica (Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 779-780) conferma il valore infallibile di una Costituzione pontificia o apostolica disciplinare di carattere universale, scrivendo che le Costituzioni apostoliche o pontificie:«Sono atti solenni del Romano Pontefice nei quali vengono trattati gravi problemi riguardanti la dottrina e la disciplina (…). Esse sono gli atti legislativi più solenni nella forma e più importanti nel contenuto, che il Sommo Pontefice emana motu prorio e direttamente, con efficacia di leggi generali (…). Normalmente riguardano definizioni e decisioni circa la fede o la disciplina generale della Chiesa (…). Si distinguono nettamente dagli altri atti legislativi pontifici che si riferiscono a provvedimenti di minore importanza e di carattere particolare (Motu proprio, chirografi, ecc.)».

    La Chiesa ha constatato che de facto Alessandro VI dopo l’elezione ha governato (pur se poco dignitosamente quanto all’esercizio, pensando molto agli affari temporali della sua casata e poco al bene spirituale della Chiesa ed anche questo non è un fatto di vita privata, ma indice oggettivo della volontà di negligenza nel procurare il bene soprannaturale delle anime, “suprema lex Ecclesiae”). La Chiesa lo ha riconosciuto come legittimo pastore, anche se ben quattro cardinali e tre re (di Francia, Spagna e Germania) chiesero di riunire un Concilio (imperfetto) che deponesse Alessandro VI in quanto (ante electionem) simoniaco e non cristiano, quindi incapace di essere il capo del cristianesimo e (post electionem) non governante spirituale, ma solo temporale, della Chiesa. Era lecito porsi il problema teorico sulla legittimità del Borgia, ma la loro richiesta fu scartata praticamente da tutti gli altri cardinali e vescovi (e poi teoreticamente da s. Pio X con una legge o Costituzione apostolica universale), poiché uno scisma e vari antipapi avrebbero causato più danni del Borgia. Così potrebbe essere (analogamente) quanto al NOM di Paolo VI, esso è nocivo e da abrogare o correggere sostanzialmente (come hanno spiegato e chiesto i cardinali Ottaviani e Bacci allo stesso Paolo VI nel 1970), ma la Chiesa (Ottaviani e Bacci compresi e persino mons. Lefebvre e De Castro Mayer, i due vescovi con giurisdizione che hanno combattuto sino in ultimo le novità del “Concilio pastorale”) si accontenta di constatare che de facto Paolo VI ha governato, gli spetta il Titolo di Autorità (o è Papa de jure), anche se l’Esercizio pratico di essa è stato catastrofico e cerca di porre rimedio “coprendo le vergogne del padre”. Quando p. Saenz y Arriaga alla fine del Concilio espresse la sua opinione “sedevacantista” e chiese ai cardinali Ottaviani, Bacci, Parente, Siri, Palazzini – riuniti in un congresso di “Chiesa Viva” a Brescia - di dichiarare che Paolo VI non era Papa, essi risposero unanimemente di no, pur disapprovando il comportamento e le idee montiniane. Pensare che quattro preti e un centinaio di fedeli possano riuscire senza produrre sconquassi ove si astennero i succitati cardinali e vescovi (e san Pio X), mi sembra un’illusione. Se – ammesso e non concesso – papa Borgia (/Montini), fosse stato deposto da un Concilio imperfetto o dai cardinali, chi avrebbe potuto provare, con certezza assoluta, davanti alla Chiesa e ai fedeli, che Alessandro (/Paolo) VI era stato realmente deposto, non era più realmente Papa? Quante perplessità, confusioni e scismi, ne sarebbero nati? Quanti “papi” avrebbero preteso di essere il vero unico Papa? Alcuni cardinali e vescovi si sarebbero schierati con Tizio, altri con Caio, altri ancora (e sarebbero stati la maggioranza) sarebbero restati con Alessandro (/Paolo) VI. Sarebbe ricominciato un altro grande scisma (come l’avignonese), peggiore del simoniaco pontificato del Borgia (è quel che è successo poi nel 1969-70, con la nomina ‘sedevacantista’ di un anti-papa a Palmar de Troya in Spagna, in maniera meno grave e più ridicola). L’unica certezza è che la situazione posteriore a papa Borgia (/Montini) sarebbe stata peggiore del pontificato simoniacamente comprato, ma poi realmente esercitato, anche se spiritualmente non bene, di Alessandro VI e quindi secondo l’insegnamento di s. Tommaso, ci si doveva accontentare del (presunto e inizialmente) “tiranno” o cattivo governante (spirituale) piuttosto che deporlo per star peggio ancora. Alessandro VI è annoverato dalla Chiesa gerarchica, storicamente, tra i Papi. Egli, pur avendo (almeno prima dell’elezione) peccato di “irreligiosità” (in quanto realmente e veramente simoniaco) e non avendo voluto agire nel modo migliore (dopo l’elezione) per il bene spirituale della Chiesa come società soprannaturale, tuttavia ha governato de facto, è stato il suo capo visibile de jure (Titolo), anche se maggiormente come principe temporale che come pontefice spirituale (Esercizio). La Chiesa ha tenuto in considerazione (almeno sino al 1904) solo la realtà dei fatti e poi con s. Pio X anche la possibilità teorica dell’elezione pontificia comprata simoniacamente (equiparata all’eresia, da san Tommaso) ed ha legiferato, in una Costituzione apostolica per la Chiesa universale e quindi infallibile, che essa sarebbe valida comunque. Così, nel secolo di ferro (X sec.) o nella Rinascenza, quanti Papi non hanno voluto, principalmente ed oggettivamente a giudicare dagli atti posti (finis operis), il bene spirituale della Chiesa ma hanno desiderato, soprattutto, il proprio profitto temporale e quello della propria fazione o famiglia? Questi Papi, de facto hanno (mal)-governato spiritualmente la Chiesa (è una certezza storica e un fatto dogmatico), ma praticamente hanno esercitato o avuto il governo e il potere pontificio (de facto et de jure), canonicamente riconosciuto con s. Pio X.

    Alcuni esempi tratti dalla storia della Chiesa

    Il potere civile è intervenuto più volte nell’elezione dei Papi (sino a s. Pio X, con il veto dell’Austria contro il cardinal Mariano Rampolla), non sempre per il fine-bene della Chiesa (o salus animarum), ma spesso per imporre i suoi candidati, i quali nonostante ciò sono considerati - se vi è stata elezione canonica legittima - veri Papi (cfr. Enciclopedia Cattolica, vol. IX, col. 754, voce “Papa”).

    ● L’imperatore Costanzo, ha mandato in esilio papa Liberio (+ 24. IX. 366) ed ha nominato l’antipapa Felice II nel 355, ma quando Liberio tornò dall’esilio a Roma il popolo e il clero romano cacciarono Felice II (365), che, non essendo stato eletto canonicamente, non è annoverato dalla Chiesa nel catalogo ufficiale dei Papi.

    ● L’imperatore Teodorico, nel 526, benché moribondo, designò come Papa Felice iv (12. VII. 526 - 22. IX. 530). Il clero e popolo romano, nonostante l’elezione a-canonica e quindi (probabilmente, per quei tempi) invalida di Felice IV, a causa delle sue virtù (è ascritto tra i Santi) lo riconobbero e l’elezione divenne, solo allora, canonicamente legittima e Felice veramente Papa.

    ● Il generale bizantino Belisario, durante la campagna in Italia contro i Goti, entrato a Roma, depose a nome dell’imperatore Giustiniano, in modo anti-canonico, papa Silverio (1. VII. 526 - 11. XI. 537). Teodora, moglie di Giustiniano, accusò falsamente Silverio di alto tradimento (contro Bisanzio) a favore dei Goti. Belisario convocò papa Silverio e lo degradò delle insegne pontificali, lo depose dal trono e lo esiliò in Licia. Belisario fece eleggere in maniera non canonicamente legittima Vigilio (29. III. 537) che è considerato (per otto mesi, dal marzo al novembre del 537) papa illegittimo, sino a quando divenne vero Papa solo grazie alla rinunzia di Silverio (11. XI. 537) e al riconoscimento, o elezione canonica legittima, da parte del clero e popolo romano.

    ● Infine l’imperatore Ottone I radunò un concilio imperfetto nella basilica di s. Pietro e depose papa Giovanni xii (16. XII. 955 – 14. V. 964), che era stato eletto a soli 18 anni ma in maniera canonicamente legittima e gli sostituì, anti-canonicamente e senza l’accettazione del clero romano, Leone III (4. XII. 963), che è considerato perciò dalla Chiesa antipapa.

    La dottrina e la pratica della Chiesa cattolica è chiara a questo riguardo: solo dopo l’elezione canonica, se l’eletto accetta viene subito investito di tutto il potere pontificio (cfr. Hugo Aemilius Lattanzi, De Ecclesia Societate atque Mysterio, Roma, Pontificia Università Lateranense, (1956) 1969, p. 245: «Per il fatto stesso che è legittimamente eletto ed accetta la sua elezione, in locum Petri succedit». Cfr. anche P. Palazzini [a cura di], Dictionarium morale et canonicum, Roma, Officium Libri Catholici, 1966, I vol. , voce “Conclave” e III vol., voce “Papa seu Romanus Pontifex”).

    L’Autorità è l’essenza della società e quindi della Chiesa. Il Papa non è accidentale ma essenziale per la sussistenza della Chiesa (cfr. san Tommaso d’Aquino, C. Gent., IV, c. 76). Senza un Papa che regni in atto non sussiste il Corpo Mistico. Asserire (come fanno i “tesisti”) che i cardinali “conciliari” eleggono soltanto e realmente, ma non legiferano, dacché far leggi è la natura dell’Autorità, onde i cardinali “conciliari”, pur non avendo autorità formale, possono validamente scegliere un Papa, il quale è eletto validamente ma non legifera ossia non è l’Autorità in atto o formalmente; significa rinviare ma non risolvere il problema, dacché l’Autorità è l’essenza della Chiesa. Onde la Chiesa sarebbe ancora Chiesa ma senza avere l’essenza o natura di Chiesa, il che ripugna assolutamente essendo contraddittorio; come se il legno fosse - nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto - legno e non legno. I cardinali eleggono validamente qualcuno che non è l’Autorità, ma ciò sarebbe anarchia pratica e vissuta. Infatti cosa lo eleggono a fare? Agiscono forse a vuoto? Senza alcun fine? Ora omne agens agit propter finem e natura abhorret a vacuo. Tutto ciò sarebbe peggio persino della democrazia moderna, ove i cittadini sono chiamati a votare qualcuno che poi, una volta eletto, governerà con autorità e non per esercitare l’anarchia pratica. Immaginatevi se si dicesse ai cittadini (i quali certamente non sono all’altezza dei cardinali, con tutti i difetti che possono avere i cardinali conciliari e non) prima dell’elezioni, che i deputati eligendi non avranno alcun potere di governare e legiferare, loro stessi (non avendo studiato, Deo gratias, la “Tesi” ed essendo ancora perciò ancorati alla realtà) capirebbero l’assurdità, la contraddittorietà di tale teoria e l’inutilità del loro poter votare validamente un deputato inabile a governare (contraddictio in terminis), il che equivarrebbe farli agire a vuoto e senza un fine, quod repugnat.

    Se sino al 2005 si poteva rispondere che i cardinali eleggevano un “papa” solo in potenza o materialiter, aspettando che passasse all’atto e diventasse Papa formaliter;[3] dopo l’elezione di Benedetto XVI non è più così, è cessata anche la potenza e si è precipitati nel nulla. Ora ex nihilo nihil fit. Quindi dal 2005 l’Antitesi di Verrua si è auto-“annichilita”, è un “nulla” e perciò omnimodo repugnat.

    Dunque, ammesso che si possano aver dubbi sulla legittimità di un Papa, una volta che è stato canonicamente eletto e che si è costatato aver governato de facto, egli è riconosciuto Papa legittimo anche de jure quanto al Titolo, anche se l’Esercizio dell’autorità può essere deficiente. La Chiesa è una società visibile, di origine divina, ma formata da uomini ‘deficienti’; la visibilità, la certezza del governo e del Pontefice regnante, sono di fondamentale importanza per la sua sopravvivenza e continuità apostolica. Essa ha un elemento divino e uno umano (non è cartesiana); fissare l’attenzione solo su uno di essi porta a conseguenze gravemente erronee. Il Governante è la testa di un corpo (società), è il principio di unità del corpo stesso (come il cervello nel corpo umano). Ora come il corpo muore senza cervello, così la società (umana o ecclesiastica) non può sussistere senza il capo. Anche se l’elettro-encefalo-gramma è debole o addirittura ‘piatto’, sino a che il ‘fondo’ del cervello “pulsa”, il corpo vive materialiter, quando il cervello cessa totalmente di funzionare, assieme al battito cardiaco e alla respirazione, allora e solo allora, il corpo muore realmente e formaliter. Una Chiesa senza Papa, cardinali e vescovi (“sedevacantismo”), è morta totaliter. Il caso di interregno tra un Papa morto ed uno ‘eligendo’ (“sedevacante”) è diverso, dacché i cardinali (collegialmente ‘sotto’ il cardinal decano) governano con autorità la Chiesa, la quale ha un Papa morto e uno ancora non eletto, ed assicurano l’unità, la permanenza in vita di essa e la sua visibilità e non si limitano (come vorrebbero i “tesisti”) ad essere “solo elettori”[4]. Ora oggi, dopo cinquanta anni di privazione di Papa, cardinali e vescovi (almeno formali), dov’è la Chiesa? Sarebbe un cadavere. Ma ciò è impossibile. Né vale l’argomento della sola successione materiale, che non assicura l’apostolicità legittima della Chiesa. Inoltre con Benedetto XVI non c’è più neanche il “materialiter”. Quindi la “Tesi” non regge. Infatti, l’apostolicità si divide in:

    a) “materiale” (o di origine) ed è la successione (quanto al potere d’ordine) ininterrotta dagli Apostoli,

    b) “formale” (o identità di ministero e di regime monarchico, cioè potere d’ordine più mandato apostolico del successore di Pietro).

    Ora, la successione è legittima solo se è anche formale, ossia approvata dal Papa (cfr. Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1948, vol. I, voce “Apostolicità”). Quella puramente materiale è valida quanto all’ordine, ma gravemente illecita e quindi non è vera e reale apostolicità, come quella degli ‘ortodossi’ scismatici.

    Anche il card. G. Siri, scriveva che «la successione apostolica è legittima solo se viene da Pietro e suoi successori» (La Chiesa. Rivelazione trasmessa, Roma, Studium, 1965, p. 193).Onde, se viene dai soli vescovi, non è legittima.

    I limiti del diritto positivo

    La legge umana (anche ecclesiastica) non può impedire tutti i vizi, ma solo i più gravi (ossia soprattutto quelli che minacciano la conservazione, l’ordine e la pace della società; come pure solo quelli che la maggior parte degli uomini riesce ad evitare). Perciò la legge umana può permettere, tollerare o non impedire[5] (senza con ciò volere o approvare) un male minore, per evitare rivolte sociali e mali maggiori. Come la Provvidenza divina permette dei mali per trarne un bene maggiore, così il governante saggio e prudente tollera alcuni mali per il solo fine del supremo ordine o pace sociale[6] (fine di socialità). Ad esempio s. Pio V – che non era né ‘liberale’ né ‘fanatico’ - tollerava a Roma le “case di tolleranza” (secondo la dottrina tomista, De Regimine Principum, IV, 14: “La donna pubblica sta alla società come la cloaca al palazzo. Togli la cloaca e il palazzo sarà appestato…”) per evitare un male maggiore: “adulterii con donne non pubbliche e rovina delle famiglie, omosessualità, scandali sulle pubbliche vie” (cfr. S. Th. II-II, q. 10, a. 11). Onde può occorrere di doversi accontentare del meno buono, dell’imperfetto, in mancanza del meglio, per evitare il peggio, allorché il meglio è nemico del buono. Il prudente legislatore (diversamente dal fanatico, ‘fariseo/calvinista’ a “destra” o ‘liberal/giacobino’ a “sinistra”) non pretende mai di condurre tutti gli uomini immediatamente alla virtù, ma solo gradualmente[7] (natura non facit saltus. Nemo repente fit optimus vel pessimus). Oggi, non si può pretendere che in un giorno vengano risolti tutti i problemi che agitano la cristianità da quarant’anni (NOM e Vaticano II). Quindi bisogna assicurare un minimo indispensabile di ordine, che renda possibile la convivenza umana, evitando il caos anarchico, secondo il principio del minor danno da tollerare (e non da volere e fare positivamente), per favorire la pace (che è la “tranquillità dell’ordine”) della maggior parte della società. La prudenza di chi governa è l’arte del possibile (ad esempio, di ciò che è realmente possibile oggi riguardo al caos liturgico introdotto dal NOM) e non la tesi dell’improbabile, se non addirittura dell’impossibile. Per amore di un ideale attualmente irraggiungibile, ad esempio, la restaurazione, odierna, perfetta e immediata della lex credendi et orandi, (alla quale, però, non bisogna mai rinunciare in linea di principio ed occorre tendervi sempre come ideale da conseguire gradatim), si porta la società alla catastrofe, con rivoluzioni sociali e scismi religiosi (si pensi alla rivolta, in senso stretto, che scoppierebbe - anche tra i fedeli, per non parlare dei sacerdoti e degli episcopati - se fosse imposta da un giorno all’altro la sola Messa tridentina). Compito principale del legislatore è anche quello di stabilire un minimo di unità o “tranquillità dell’ordine”, e non la rivoluzione perpetua, poiché è grazie all’amicizia che si conservano le società, “regnum contra se divisum desolabitur”. “Ens et Unum convertuntur”, quindi se manca un minimo di unità, manca l’essere e la Chiesa non esisterebbe più. Ma ciò è impossibile. L’unità è una nota essenziale della Chiesa ed è (come spiega padre Bernard Schultze s. j., del ‘Pontificio Istituto Orientale’di Roma) essenzialmente concentrata nell’unico Capo visibile della Chiesa, il Pontefice Romano, al quale rimonta il principio della successione apostolica (o apostolicità formale)[8]. L’unità della gerarchia cattolica consiste nell’unione col successore di Pietro (cfr. Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1954, vol. XII, voce “Unità”). Unità significa che la Chiesa è indivisa in sé (se fosse divisa in se stessa sarebbe morta come quando l’anima lascia il corpo e l’uomo si divide, decompone e muore) e distinta da ogni altra “chiesuola”. Ora senza Papa (come senza anima che è principio di vita, essere e unità intrinseca) la Chiesa (e l’uomo, per analogia) sono morti, ma la Chiesa perdurerà sino alla fine del mondo, non un istante prima. Dunque la “Tesi” non regge. San Tommaso d’Aquino riassume mirabilmente: «La fermezza o unità (firmitas) della Chiesa è analoga a quella di una casa che si dice solida se ha un buon fondamento. Ora il fondamento principale della Chiesa è Cristo, mentre il fondamento secondario sono gli Apostoli (con Pietro a capo). Per questo si dice che la Chiesa è apostolica» (Exp. in Symbol., a. 9). Togli il Papa e crolla la Chiesa, ma rimane (apparentemente) in piedi la “Tesi”... Sarebbe un peccato se si continuasse a non voler prendere atto della realtà, come l’aveva descritta in anticipo di quasi venti anni p. Guérad; con l’elezione di Benedetto XVI la “Tesi” ha cessato di esistere (e su questo non ci piove).

  5. #5
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    La resistenza alle leggi ingiuste

    Una legge umana (anche ecclesiastica) positiva (ad esempio, NOM[9], libertà religiosa), che si oppone a quella divina e naturale, non è vincolante, non obbliga in coscienza, anzi è moralmente lecita anche la resistenza (come quella di s. Paolo a s. Pietro, Gal. II, 11-21) a condizione che essa non travalichi i limiti della conservazione del bene comune, il quale prevale su quello individuale. Onde in alcuni casi particolari, quando si tratta di evitare scandali, gravi turbamenti, o di cadere nello spirito costante di ribellione (per principio)[10] e di anarchia, si può capire (senza condividere) l’esitazione sull’opportunità e le modalità della resistenza. (Forse questo potrebbe spiegare l’attitudine di alcuni sacerdoti, vescovi e cardinali, che, pur comprendendo la gravità delle deviazioni dottrinali e liturgiche, hanno preferito non resistere esteriormente, pur senza accettare interiormente, onde evitare il caos in cui, poi, sono realmente caduti alcuni tradizionalisti radicali). Ottaviani e Bacci, dopo aver presentato il “Breve esame critico del NOM” a Paolo VI, hanno taciuto e atteso; monsignor Lefebvre e De Castro Mayer hanno resistito pubblicamente, ma non hanno negato il Governo de facto, il Titolo autoritativo de jure, anche se hanno espresso le loro perplessità sull’Esercizio deficiente di tale Titolo. La legge ingiusta (tirannide in esercizio) va contro l’ordine di Dio e della retta ragione. Quindi, in caso di conflitto tra legge umana ingiusta e legge divina, occorre “ubbidire a Dio, piuttosto che agli uomini”, come risposero gli Apostoli al “Sommo Sacerdote” (e non al Re temporale). Nessun cristiano ha mai argomentato che l’occupante materiale della “Prima Sede Sinagogale” dell’Antica Alleanza (Caifa) non doveva essere preso in considerazione dagli Apostoli, sotto pena di un loro “scisma capitale” da Cristo, poiché, pur condannando il suo operato e non obbedendogli nei suoi ingiusti ordini lo riconoscevano come Sommo Sacerdote. Lo stesso argomento lo si potrebbe applicare a Gesù stesso, che, pur rinfacciando pubblicamente a Caifa il suo mal governo (durante l’interrogatorio del Venerdì Santo), lo riconosceva come Sommo Sacerdote, e così gli Evangelisti, ispirati dallo Spirito Santo con inerranza. Ora, secondo l’argomentare dei “tesisti”, Gesù avrebbe fatto scisma da se stesso e lo Spirito Santo avrebbe errato, ispirando gli Evangelisti a scrivere nel Vangelo che Caifa era il Sommo Sacerdote anche mentre condannava ingiustamente a morte Cristo. Ma tutto ciò è impossibile e quindi falso. Caifa quoad substantiam era l’Autorità de jure, la esercitava de facto, ma malamente quoad modum. Tuttavia tale principio (poter obiettare di fronte ad un ordine ingiusto la volontà di non obbedire) si concilia con l’obbligo di rispettare abitualmente l’ordine costituito, infatti la resistenza attuale alla legge ingiusta non comporta, di per sé, la negazione abituale dell’Esercizio dell’Autorità. La resistenza può essere fatta: 1°) in modo non violento: a) non eseguendo la legge (resistenza passiva, che è sempre lecita); b) tramite resistenza attiva legale, con petizioni, ricorsi ai tribunali… 2°) anche in modo violento (a mano armata, ma solo nei confronti dell’autorità civile, non di quella religiosa alla quale si può resistere ma non cruentamente); in questo caso, la tirannia o le leggi ingiuste devono essere costanti e abituali; non basta una sola legge ingiusta per il sollevamento armato o per l’abituale disobbedienza ai governanti e la caduta del governo tirannico non deve creare una situazione peggiore di quella anteriore, onde la moltitudine soffrirebbe mali più grandi.

    Il saggio realismo del ben governare

    Papa san Zaccaria (+ 752), scrisse nel 751 al maggiordomo di Francia Pipino III il Breve (capostipite dei carolingi): «È meglio che sia re l’uomo il quale detiene realmente il potere, piuttosto che colui il quale è privo in pratica di ogni potere reale». Il capo è chi detiene de facto il potere temporale su una comunità. Ora, l’ultimo re de jure (ma fannullone de facto) merovingio (Childerico III, + 755), legittimo quanto al Titolo (de jure), ma non esercitante il proprio potere (de facto) di reggere la comunità, pur non essendo un tiranno, fu privato anche de jure legittimamente, col consenso di papa san Zaccaria, del trono. Il potere andò non al più santo o virtuoso, ma a chi deteneva il potere effettivo, reale o de facto: Pipino il Breve (incoronato da papa Stefano II nel 754) che diede inizio alla dinastia carolingia, il quale era il più prudente, e da maggiordomo divenne re legittimo anche de jure in virtù del fatto che governava realmente e praticamente (sanctus oret, doctus doceat, prudens gubernet)[11]. Occorre sempre tener conto della realtà dei fatti, anche se essi non corrispondono al nostro ideale. La triste realtà di oggi, dopo quaranta anni di sovversione dommatica, morale e liturgica, è la impossibilità reale e pratica di cambiare tutto (per via ordinaria) con un colpo di bacchetta magica, tranne intervento miracoloso divino, che è l’eccezione la quale non deve fondare il normale comportamento umano, il quale deve tener conto che Dio (normalmente e ordinariamente) rispetta il libero concorso delle cause seconde; non si può fare dell’eccezione una regola di vita, si vivrebbe fuori dalla realtà. Senza, tuttavia, escludere aprioristicamente il possibile intervento miracoloso di Dio nella vita del singolo e dei popoli. Se Dio vuole, può fare il miracolo, ma non dobbiamo essere noi a “scambiare il nostro cervello con la volontà di Dio”, come faceva la donna Prassede dei “Promessi sposi”, e far fare a Dio la nostra volontà. Se “non bisogna disprezzare le profezie” (o rivelazioni private approvate dalla Chiesa), neppure è lecito fondare una Tesi di sede vacante totale su di esse ed attendere la fine del mondo, che sarebbe già iniziata, come fosse l’unica via di uscita dalla crisi attuale. Ci si rinchiude in una via – normalmente – senza uscita, ma grazie a Dio esistono i miracoli.

    Papa eretico o solo materiale?

    La disputa sul “papa eretico”, o su quello solo “materialiter” (= in potenza, ma non in atto) che non ha la volontà oggettiva di fare il bene della Chiesa, porta solo a delle opinioni probabili, mai alla certezza assoluta. Tra i teologi cattolici la questione del “papa eretico” è disputata liberamente, (cfr. A. X. Da Silveira, La Messe de Paul VI. Qu’en penser?, Chiré, 1978, libro scritto assieme a monsignor Antonio De Castro Mayer)[12], mentre quella della volontà di fare il bene della Chiesa (p. Guérard des Lauriers), se “in teoria” e “inizialmente” può essere presa in considerazione, “de facto” e dopo quaranta anni di mancanza di “forma” nel Papato, ci porta ad una “Chiesa” morta e mortifera (come lo stesso p. Guérard aveva predetto, parlando di “comparse di papi” – e non più di “papi in potenza”- se fosse stato eletto come Papa un vescovo consacrato con il nuovo Pontificale, come è avvenuto con Benedetto XVI) quale la Sinagoga dopo il deicidio, e a una sorta di millenarismo tendenzialmente gioachimita (terza era dello Spirito Santo, che spinge i fedeli a vivere in uno stato di animo simile a quello dell’anno Mille. Infatti, alcuni pensano che forse “oggi” [dal 1958, dal 1965 o nel 2008?] siamo giunti alla fine del mondo, perché non può esserci interruzione nella catena dei Papi e poiché Cristo ha sempre protetto la Chiesa, come promesso, mentre permette “oggi” [1958, 1965 o 2008?] al Nemico di occuparla. Ma la fine del mondo è “un lampo”, ora un lampo non dura mezzo secolo. Quindi la “fine” del mondo non è “senza fine”. Inoltre i “segni prossimi” della fine del mondo tra cui la conversione d’Israele a Cristo, non sono ancora sotto i nostri occhi, anzi… Quindi non si può affermare neppure che “forse” la fine del mondo è vicina). Nel 1985, due sacerdoti sedevacantisti totali, mi spiegarono la loro “tesi” e all’obiezione : “Ma dov’è la Chiesa, che deve durare sino alla fine del mondo?” Risposero: “Siamo alla fine del mondo”. Son passati più di venti anni… e il mondo continua. Inoltre occorre ben distinguere gli “ultimi tempi” (che son cominciati a partire dall’Incarnazione del Verbo) dalla “fine del mondo”.

    Ridurre la Chiesa cattolica ad un ente puramente materiale e in fine ad una “comparsa”, per quaranta anni, significa “de facto” ucciderla giuridicamente, storicamente e anche speculativamente. [13]

  6. #6
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    [1] a) Penso sia lecito anche a me avanzare un’opinione ipotetica su una questione così spinosa e pungente, senza voler obbligare nessuno a seguirla; ma senza dover essere forzato a mia volta - da chi non ha alcuna autorità dall’alto - a pensare esattamente come lui, sotto pena di insulti gratuiti che non sono più disposto a tollerare e ai quali quando oltrepassano un certo limite di convenienza e sopportabilità, l’unica risposta è la denuncia penale.

    b) Ricordo, inoltre, che ho lasciato formalmente la “Tesi” solo nell’agosto del 2007, onde per otto mesi, pur stando presso “sì sì no no” (dall’8 gennaio 2007) e non nella FSSPX (che sono due enti realmente distinti) con la quale collaboravo allora e collaboro ancor oggi solo “ab extrinseco”, ero ancora propenso ad assentire alla “Tesi” di p. Guérard (non più a quella di Verrua, dalla quale ho preso pubblicamente le distanze nel novembre-dicembre 2006) come la più verosimile o probabile soluzione del problema dell’autorità nella crisi attuale che attraversa la Chiesa, senza farne più “una specificazione di un atto di fede”, né un cavallo di battaglia. Prima di abbandonarla definitivamente ho voluto ri-studiarla con calma e ponderazione, soprattutto alla luce dell’elezione di Benedetto XVI, che non è considerato dalla Tesi di p. Guérard neppure materialmente “Papa”, senza lasciarmi condizionare dalle polemiche o “pressioni” dei “tesisti”, dalla fretta o precipitazione. A tutte le persone che mi chiedevano quale fosse la mia posizione ho risposto, sino all’agosto del 2007, che ero ancora legato alla “Tesi”, senza mentire. Poi, quando sono giunto alla certezza (rafforzata dalla imbarazzata ed imbarazzante “volutamente non risposta” assordante dei “tesisti”) che tale Tesi non stava più in piedi, dacché il “materialiter”, per ammissione previa di p. Guérard, è finito nel 2005 (con l’elezione di Benedetto XVI), l’ho abbandonata e l’ho detto chiaramente a chi me lo ha chiesto. Solo alcune dicerie riguardo alla mia posizione dottrinale, posteriore all’agosto 2007 e il n° 62 di “Sodalitium”, mi hanno indotto a scrivere e pubblicare questi articoli, i quali inizialmente erano un “unicum” che tenevo per me stesso come uno zibaldone di appunti scritti, affinché mi aiutassero a vederci più chiaramente e a studiare meglio la questione, ma che poi ho diviso in tre parti per pubblicarli e renderli più accessibili ai lettori.

    ● [2]) Anche per Bonifacio viii (+ 1303), due cardinali (Giacomo e Pietro Colonna), che pur avevano partecipato alla sua intronizzazione nel 1294, contesteranno, due anni e mezzo dopo, la legittimità della sua elezione canonica (A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino, Einaudi, 2003, p. 72), assieme agli Spirituali (p. 101). Naturalmente non poteva mancare una Madre-badessa, Margareta del convento di san Pietro Maggiore (p. 197); un monaco di Bologna, Giuseppe Flamenghi, nel 1299, che lo riconosceva solo “Papa de facto ma non de jure” poiché eletto simoniacamente (p. 236); il giurista francese Guglielmo di Nogaret (1308) accusò Bonifacio addirittura di eresia: ‘Non crede alla presenza reale, all’immortalità dell’anima, alla vita eterna, al sacramento della confessione e neppure in Dio’ e voleva, quindi, appellarsi a un concilio per deporlo (pp. 324-26).

    «Alcuni promemoria conservatici dimostrano come le cose fossero preparate accuratamente. Fra l’altro si doveva chiedere al [futuro] Papa la dichiarazione d’invalidità di tutti i provvedimenti presi da Bonifacio VIII contro la Francia (…), esumazione del cadavere di Bonifacio (…), canonizzazione di Celestino V, condanna di Bonifacio VIII e cremazione del suo cadavere» (H. Jedin, Storia della Chiesa. Tra medioevo e rinascimento, XIV-XVI secolo. Milano, Jaca Book, 1987, vol. V/2, p. 10). Il processo iniziò nel 1310 ad Avignone alla presenza di un Papa (l’accusa più pericolosa era quella di eresia); esso si chiuse nel 1311, dopo che il Papa regnante Clemente V aveva «riconosciuto che il re [Filippo il bello] aveva proceduto con buon zelo contro Bonifacio VIII (!) [com’è possibile ciò? Chi ha ragione? Bonifacio o papa Clemente che lo ha implicitamente condannato? nda] e aveva assolto ad cautelam il Nogaret» (Ivi). Nel concilio di Vienne (apertosi verso la fine del 1311) «riaffiorò il Factum Bonifacianum, ma non fu più trattato direttamente» (Ivi). Ci si accontentò di far discreditare Bonifacio e di riabilitare Filippo da un Papa avignonese, manovrato dalla Francia, senza voler andare oltre. «Clemente V annullò (…) le parti più incisive della bolla Unam sanctam, in cui Bonifacio aveva espresso il principio [non una norma pratica] del primato assoluto del Pontefice sui sovrani temporali» (Aa. Vv., I Papi e gli antipapi, Milano, Tea, 1993, p. 90). Siccome tale principio è, almeno, dottrina comune, ciò pone dei problemi quanto a Clemente V, ma nessun si è sognato di considerarlo non-“papa”.

    «L’atteggiamento di Filippo il Bello (…), è anche l’estremizzazione di quella concezione sacrale della monarchia francese che era cominciata con i Carolingi e che la tradizione faceva risalire al miracoloso battesimo di Clodoveo; il Sovrano, consacrato con l’olio Santo portato misteriosamente in volo da una colomba, era l’unico tra tutti i monarchi della terra ad essere stato unto con un crisma santificato da Dio stesso [e non dal Pontefice]: da qui la sua speciale dignità sacrale, superiore a quella di tutti gli altri che venivano unti con olio di fattura umana. Ne deriva una visione grandiosa della missione politica della Francia sulla cristianità intera (…). Non casualmente il Papato, nel suo estremo sforzo di affermazione teocratica, urtò contro la Francia (…). Le ambizioni di dominio universale in temporalibus del Papato si scontravano inesorabilmente con le aspirazioni della Francia all’egemonia sulla cristianità» (Beatrice. Frale, L’ultima battaglia dei Templari, Roma, Viella, 2001, pp. 30-31). L’autrice spiega che il processo contro Bonifacio, per eresia e “idolatria” (in quanto con la bolla Unam sanctam il Papa si presumeva infallibile e rivendicava la plenitudo potestatis anche sui principi temporali) intentato dal re di Francia, era «mirato a distruggere la credibilità della Chiesa di Roma per renderla più vulnerabile ed esautorarla (…). Filippo IV [il Bello] intendeva distruggere l’immagine morale della Chiesa di Roma dimostrando che era devastata dalla corruzione sia nella massa (frati), sia nella gerarchia (vescovi), perfino al vertice (Papa). Destinata alla deriva, la Chiesa sarebbe stata salvata dall’emergere del re cristianissimo, unto con l’olio miracoloso di Clodoveo e generato dalla stirpe di Luigi IX, elevato agli onori degli altari; Filippo il Bello avrebbe assunto il ruolo di tutore (e salvatore) della res publica christiana» (Ibidem, p. 274). Onde «nel marzo 1310 si apriva nel convento dei Domenicani di Avignone il processo contro la memoria di Bonifacio VIII, che d’ora in avanti procederà in maniera pressoché ininterrotta (…). Il papa [Clemente V] aprì addirittura un’inchiesta (…) sullo stesso sovrano francese, volta a dimostrare che Filippo non aveva attaccato Bonifacio mosso da motivazioni indegne, ma per difendere la fede» (Ibidem, pp. 276-277). Infine «Clemente V aveva dichiarato il 1° gennaio 1305 che i dettami della Unam sanctam non si applicavano al re di Francia» (Ibidem, pp. 277-278). Tuttavia Clemente V non volle dichiarare l’illegittimità di Bonifacio «che, se dichiarata, metteva affatto fuori legge tutto l’operato di papa Caetani e dei suoi successori: ivi comprese le bolle, le nomine cardinalizie e vescovili, l’intera storia ecclesiastica a partire dall’abdicazione di Celestino V. Come spiega Jules Michelet, ‘La Chiesa si trovava impigliata in un’illegalità senza fine’» (Ibidem, p. 278). L’Autrice conclude: «È possibile che Filippo IV volesse scalzare l’autorità della Chiesa romana in vista della sua sostituzione con una Chiesa francese» (Ivi). Ora è lecito domandarsi se la teoria della sede vacante, da Paolo VI a Benedetto XVI compreso, non metta oggi la Chiesa (a maggior ragione che al tempo di Bonifacio VIII) in uno stato di “fuori legge” e di “illegalità senza fine”, in cui essa sarebbe scalzata e rimpiazzata da quella “Thucista” o da quella nazionale (gallicana o padana) di cui si parla oggi in certi ambienti ‘tradizionalisti’ sui generis e sedevacantisti. Oppure addirittura dalla “Terza Nuovissima Alleanza”, che è l’èra dello Spirito Santo di Gioacchino da Fiore.

    Inoltre da un punto di vista strettamente giuridico «il processo a Bonifacio VIII non impiegò soltanto i pontificati successivi. È stato detto che i suoi atti non sono ancora chiusi a tutt’oggi» (H. Jedin, Storia della Chiesa. Civitas medievale, XII-XIV secolo, Milano, Jaca Book, 1987, vol. V/1, p. 401). De jure, in base ai manuali di Teologia fondamentale, si potrebbe, forse, proclamare la “sede vacante” dal 1303. Ma cosa ne sarebbe della Chiesa reale de facto? I sedevacantisti debbono tener conto anche di questo elemento, se la domanda sulla possibilità che l’Autorità “distrugga” la Chiesa è de jure lecita, non meno legittima è quella sullo stato della Chiesa in “vacanza permanente” ed oramai non solo materiale ma totale (con semplici “comparse” di papi). Mi sembra che la elezione canonica (di Paolo VI sino a Benedetto XVI) riconosciuta come legittima dalla major et sanjor pars Ecclesiae (compresi i due vescovi residenziali che si sono opposti – sino alla fine - alle novità del Concilio: monsignor Antonio De Castro Mayer e Marcel Lefebvre) risolva de facto il problema.

    Celestino V (cui Bonifacio è subentrato) che pur è stato canonizzato (si dice) in quanto eremita, anche se sotto “spinta” del re di Francia (Filippo il Bello) in funzione anti-Bonifacio VIII, era - in quanto Papa - «digiuno di scienza giuridica e di esperienza politica, s’impigliava ogni giorno di più nelle reti tesegli da prìncipi ambiziosi e da astuti legulei» (Aa. Vv, I Papi e gli antipapi, Milano, Tea, 1993, p. 88). Mentre Bonifacio, nonostante «la fama [immeritata] di corruzione e simonia che si guadagnò» (p. 89), governò la Chiesa «con estrema energia e coerenza, sorrette da una profonda conoscenza del diritto canonico e da una lucida volontà d’azione» (p. 88).



    [3] Ma anche in questo caso, se il Papa si converte mentre i vescovi e i cardinali no, cosa succederebbe? Le diocesi resterebbero senza autorità prossima in atto, la curia romana sarebbe contro il Papa e il Papa senza curia. La Chiesa vivrebbe, de facto, in uno stato irreale di disordine quasi totale e mancanza di unità. Il Papa sarebbe, praticamente, una sorta di “Re travicello, al quale nessuno obbedisce”. Ma tutto ciò è surreale o meglio “cartesiano”.

    [4] «L’elezione è perfetta ed irrevocabile dal momento che il designato, interrogato dal Sacro Collegio, dichiara di accettare (n° 87-88 della Costituzione di s. Pio X del 25dicembre 1904, Vacante Sede Apostolica). Se l’eletto non è prete o vescovo viene immediatamente ordinato o consacrato dallo stesso cardinale decano (n° 90)». (F. Roberti-P.Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 1968, 4a ed., 1° vol. p. 360).

    [5] ) S. Th., I-II, q. 101, a. 3, ad 2; C. Gent., III, c. 123.

    [6] ) S. Th., I-II, q. 96, a. 2; C. Gent., III, c. 129.

    [7] ) S. Th., I-II, q. 97, a. 1.

    [8] ) «Pietro è la ‘pietra’ che conferisce saldezza, [compattezza e unità] alla Chiesa» (A. Lang, Compendio di Apologetica, Torino, Marietti, 1960, p. 310). Ora senza unità non c’è essere (ens et unum convertuntur). Quindi la Chiesa, senza Papa, cesserebbe di esistere (sine Petro, ulla Ecclesia). Quod repugnat. Infatti è di fede cattolica definita che la Chiesa dovrà durare sino alla fine del mondo, onde non è possibile che manchino assieme il Papa ed un collegio cardinalizio capace di supplire il Papa defunto (una sorta di collegio “vicario” del Vicario di Cristo), governando con autorità e mantenendo così l’unità e l’esistenza della Chiesa, in attesa di un’elezione di un nuovo Papa. La differenza tra i periodi di ‘sede vacante’, o interregno tra un Papa e l’altro, e il “sedevacantismo” ossia mancanza (totale o solo attuale) di un Papa, di un corpo di vescovi aventi giurisdizione e con un collegio di cardinali capaci solo di partecipare alle elezioni, ma impossibilitati a governare poiché privi di autorità, è abissale. Infatti, a) nel primo caso i cardinali mantengono in vita la Chiesa poiché fungono da autorità o principio di vita della medesima (sono vicari del Vicario morto); mentre b) nel secondo caso l’autorità è scomparsa (e con essa il principio di unità e di esistenza) nel Papa, nei vescovi e nei cardinali, onde la società spirituale Chiesa gerarchica romana è senza principio formale di vita (= autorità), quindi dovrebbe essere morta. Ma ciò è contro la fede.

    [9] ) L’opposizione tra NOM e Messa romana è evidente: basta assistere all’una e all’altra e la differenza salta agli occhi. Infatti, la reazione (Ottaviani-Bacci, come quella di numerosi sacerdoti e fedeli-laici) addirittura precedette la promulgazione del NOM. Invece quanto al problema dell’autorità, p. Guérard (che era un’aquila della teologia) arrivò alla sua soluzione soltanto nel 1978 e vi cominciò a lavorare nel 1975 pur avendo cominciato a riflettervi nel 1969-1970 (promulgazione NOM). Se il problema fosse stato evidente e chiaro per tutti (e non per i soli teologi, come si evince dalla realtà), p. Guérard avrebbe scritto la sua Tesi subito dopo la chiusura del Concilio (1965) o almeno subito dopo il NOM (1969). Invece non è stato così. Anche p. Noel Barbara solo nel 1975 è arrivato alla conclusione della “sede totalmente vacante”. Ora se due grandi teologi, uno speculativo e l’altro positivo (Guérard e Barbara), hanno impiegato tanto tempo, e in grave disparità di opinioni (materialiter/totaliter), per risolvere il problema dell’autorità, non vedo “con quale autorità” si possa imporla ‘sub gravi’ ai fedeli (che dicono di averla compresa), quando essa – per essere capita realmente (“tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”), richiede nozioni di alta filosofia e teologia – che non tutti possono avere, neppure i sacerdoti. Spesso il termine “Tesi” è usato quale “parola magica” o arma di ricatto (analogamente alla Shoah): «Come la mettiamo con la “Tesi/(Shoah)”?»; «Non vorrai mica mettere in dubbio la “Tesi/(Shoah)”?». Il povero “laico”, storico, fedele, seminarista o prete intimidito, si lascia atterrire e siccome non osa confessare, dacché sarebbe condannato ipso facto e “lapidato” da chi si reputa “maestro in Israele”; tace e “acconsente” in pubblico mentre in privato non può non dissentire o almeno dubitare. L’uomo veramente “libero”, della ‘santa libertà dei figli di Dio’, segue il motto di Dante: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” (Inferno, III, 51); dopo aver posto domande e non aver ottenuto risposte dice tra sé, come il cieco nato guarito da Gesù di sabato: “proprio questo è il problema, che, mentre io che sono un povero disgraziato constato e so di essere stato guarito, voi maestri della legge vi ostinate a negare il fatto”.

    [10]) Aristotele, Politica, II, 8, 1269 a, 20-24.; 1268 b, 27.

    [11]) Il celebre medievista professor Paolo Brezzi scrive: «Clodoveo (…) si convertì al Cristianesimo dopo una battaglia contro gli Alemanni. (…) Il gesto fu determinato certamente, oltre che da motivi personali e dall’azione della moglie, la piissima Clotilde, da opportunità politiche, e permise al re di avere con sé tutta la popolazione romana della Gallia (…). Clodoveo, morto nel 511, era uomo rozzo, primitivo, violento; uccise di sua mano quanti gli davano ombra; ebbe avidità di dominio; anche nel suo sentimento religioso fu impulsivo» (Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1949, vol. 3, coll. 1876-1877).

    La stessa tesi è sostenuta da K. Bihlmeyer-H. Tuechle, (Storia della Chiesa, Brescia, Morcelliana, 1 vol., pp. 280-282): «I motivi della sua decisione furono certamente, oltre che religiosi, anche politici. (…) La conversione del re e del popolo dei Franchi, in principio non era molto più che un mutamento religioso esteriore e non comportava affatto la realizzazione di un ideale di virtù cristiane. (…) Continuavano a regnare largamente costumi rozzi, era molto diffusa la superstizione e rimanevano in piedi usanze pagane (…). La chiesa franca dipendeva tutta dal re, era spiccatamente chiesa di Stato e nazionale, sulla quale l’influenza del papato si riduceva a ben poca cosa».

    A. Fliche e V. Martin (Storia della Chiesa, Cinisello Balsamo, San Paolo, vol. IV, 1972, pp. 490-492) seguono la stessa traccia, non parlano dell’ampolla portata dal cielo, come tutti gli altri storici che ho consultati e inoltre ammettono che «sarebbe poco esatto rappresentarsi Clodoveo come un docile strumento nelle mani dell’episcopato. (…) Egli si rese conto che la principale (…) barriera che separava ancora le due razze , franca e gallo-romana, era la differenza di religione, e che il costituirsi protettore della Chiesa cattolica gli avrebbe attirato non solo la folla (…), ma anche la simpatia fattiva di innumerevoli anime. (…) I Franchi rimanevano pagani nella grande maggioranza; ma (…) l’opera di evangelizzazione, che si prolungherà per tutto il VII secolo, lo [il paganesimo] eliminerà poco a poco».

    Hubert Jedin, (Storia della Chiesa, Milano, Jaca Book, 1978, 3 vol., p126) scrive che «scarsa luce fanno le fonti coeve sulla genesi del regno merovingio e sulla conversione di Clodoveo», non parla assolutamente di ampolla celeste e colomba inviata da Dio, ma rinvia all’opera fondamentale di W. V. Den Stein, Chlodwigs Ubergang zum Christentum, MIOG Erg, vol. 12, 1923-1933, pp. 417-501, nella quale non si trova nessuna traccia di tale avvenimento miracoloso.

    La storia della Francia continuò, grosso modo, seguendo le linee di una chiesa molto nazionale e poco universale o romana, ma non ancora all’estremo (anche con san Luigi IX si dovette assistere alla ‘prammatica sanzione’ il cui articolo VI restringeva ‘moderatamente’ e non sino alle ultime conseguenze il potere del Papa sul re francese: «“il re riceve il suo potere solo da Dio e dalla sua propria spada”. Questa massima, come osservano giustamente gli storici ed i giuristi, fu il primo movimento di ribellione contro la teocrazia papale nel senso che il re non deriva dal Papa, e contro la feudalità nel senso che non deriva dall’imperatore (…) La prammatica sanzione è considerata il fondamento di quello che i francesi chiamano la libertà della chiesa gallicana» (S. Sibilla, Gregorio IX, Milano, Meschina, 1961, pp. 267-268), sino al 1300 epoca in cui l’atteggiamento di Filippo il Bello, rappresenta l’estremizzazione di quella concezione sacrale del presunto diritto divino diretto della monarchia francese, che la leggenda faceva risalire al miracoloso battesimo di Clodoveo; il sovrano, consacrato con l’olio Santo portato misteriosamente in volo da una colomba, era l’unico tra tutti i monarchi della terra ad essere stato unto con un crisma santificato direttamente da Dio stesso [e non dal Pontefice]: da qui la sua speciale dignità sacrale e diretta o prossima, superiore a quella di tutti gli altri re che venivano unti con olio di fattura umana (monarchia di diritto divino indiretto o remoto). Ne deriva una visione grandiosa (la grandeur…) della missione politica della Francia sulla cristianità intera. Dopo la parentesi di S. Giovanna D’Arco, che ha richiamato la Francia alla piena sottomissione a Roma, purtroppo le cose sono andate di male in peggio, con la costituzione gallicana del clero ideata nel 1682 dal Bossuet e poi con la rivoluzione del 1789, che ha spalancato le porte alla separazione totale e alla contrapposizione tra Stato e Chiesa, riesplosa poi nel 1906 sotto s. Pio X.

    Ora buon senso, scienza storica e fede insegnano che, ammesso e non concesso, poiché non provato, che Clodoveo sia stato unto (498-99) con un olio non consacrato da un vescovo ma portato da una colomba (il che non è storicamente accertato), tuttavia è certo che il potere monarchico è passato dai Merovingi (discendenti di Clodoveo) ai Carolingi (751) con Pipino il Breve padre di Carlo Magno, non grazie ad un intervento (non provato, ma immaginato) miracoloso e diretto di Dio, ma alla decisione (storicamente certa) del Papa di prendere atto del passaggio pratico di potere dai Merovingi ai Carolingi. Però, una volta divenuti “fannulloni”, questi stessi furono rimpiazzati a loro volta (987) con Ugo Capeto (neppure lui scelto direttamente da Dio) dai Capetingi, che si estinsero nel 1328 e ai quali subentrarono i Valois (come ramo collaterale) rimpiazzati poi dai Borbone (1589), i quali vantavano un legame di parentela coi Capetingi, che, se (ammesso e non concesso) furono consacrati con l’olio celeste, furono pur sempre unti da un vescovo o dal Papa e accettati dal Sommo Pontefice come re e imperatori come ‘conditio sine qua non’ per esercitare il potere. Onde la teoria gallicana che il re francese non dipende dal Papa neppure indirettamente ‘in temporalibus, ratione peccati’, ma solo direttamente da Dio (per via dell’ampolla portata nel 498-499 via aerea… dal piccione viaggiatore…) cozza contro il buon senso, la scienza storica e la dottrina cattolica, che, quanto ai rapporti tra Stato e Chiesa, come minimo è prossima alla fede. Più che di storia, sarebbe meglio parlare di “storie” o di mitologia fantascientifica gallicana. Infatti, sia i Carolingi che i Capetingi sono stati scelti da uomini, e accettati dal Papa e non direttamente da Dio come succedeva ai re dell’Antico Testamento. Se poi i gallicani insistono sulla loro dottrina ereticale della monarchia francese di diritto direttamente-prossimamente (e non remotamente-indirettamente) divino, ebbene essi ritornano all’Antico Testamento (in cui i re erano scelti direttamente da Dio stesso) ed avverano un’intuizione del card. Angelo Roncalli, Nunzio apostolico a Parigi sotto il Pontificato di Pio XII, secondo cui “i francesi sarebbero in un certo qual modo gli ‘ebrei’ del Nuovo Testamento”, dato il loro spirito esageratamente sciovinista. Tale tendenza ‘a-romana’ e virtualmente gallicana, rimasta sempre latente in Francia, è esplosa in alcuni momenti particolari quali il “Ralliement” di Leone XIII e “L’Action Française” di Charles Maurras sotto Pio XI, essa purtroppo continua ancor oggi ad esercitare un influsso nefasto in ambiente cattolico-tradizionalista, che non distingue tra origine del potere remotamente da Dio, ma prossimamente dal Papa.

    Come si vede De La Marquerie (La missione divina della Francia) non ha ‘inventato’ o scoperto nulla di nuovo, o meglio ha inventato tutto di sana pianta, proprio come Filippo il Bello e i gallicani.

    [12] I Dottori della Chiesa e i teologi più rinomati affermano che il Papa non può cadere in eresia, (tranne uno o due poco conosciuti). Poi si pongono la questione “fittizia” (analoga al “Se Dio esista” di s. Tommaso nella Somma Teologica) se possa essere eretico e rispondono che non lo può, ma, ammesso e non concesso che lo sia per absurdum, α) alcuni dicono che è deposto ipso facto, β) altri che deve esserlo o dai cardinali o dal concilio imperfetto (i vescovi aventi giurisdizione), i quali dopo averlo ammonito, se costatano la sua ostinazione nell’eresia, lo dichiarano un eretico al quale Cristo ha tolto il potere pontificio e solo allora i cardinali potranno eleggere un nuovo Papa. Ma questa è un’ipotesi per nulla certa e nemmeno probabile, si pone il caso come “pura possibilità per absurdum” e si dànno risposte non unanimi. Quindi la tesi di coloro che dichiarano la sede totalmente vacante, a partire da Giovanni XXIII, non solo non è certa, ma neppure probabile.

  7. #7
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    [13]) All’obiezione seria secondo cui, se i “papi conciliari” (avendo errato abitualmente) fossero veri Papi, per aderire alla verità non ci si potrebbe più fondare con sicurezza su Pietro e successori come regola prossima della fede, si può rispondere:

    ●I - Innanzitutto è un mistero, paragonabile alla conciliazione dell’onnipotenza divina (cui nulla può resistere) con la libertà umana (la quale può dire sì oppure no).

    ●II - Inoltre si può balbettare nel chiaroscuro della fede e della teologia che:

    a) La questione della resistenza (privata o pubblica) o del silenzio ossequioso (senza l’assenso) rispetto all’eventuale ed eccezionale errore della somma autorità ecclesiastica è stato trattato da molti autori, ma non vi è sentenza unanimemente certa (vedi s. Tommaso, J. M. Hervé, J. Salaverri, F. Suarez, C. Pesch, F. De Vitoria, R. Bellarmino, C. A Lapide, F. X. Wernz-P. Vidal, C. Mazzella, B.H. Merkelbach, V. Cathrein, A. Tanquerey, S. Cartechini, A. X. Da Silveira). Come si vede non vi è consenso moralmente unanime, quindi non si può pretendere l’assenso fermo alla propria “tesi”, ma la si può presentare solo come opinione probabile. “In certis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”.

    b) Anche la possibilità (remota ed eccezionale) di errori in documenti del magistero è stata dibattuta dai teologi, (Hervé, Pesch, Salaverri, Merkelbach, Cartechini, T. Pègues, Da Silveira, J. B. Franzelin, L. Billot, C. Journet) senza che si sia arrivati ad una sentenza unanime. Onde non si può far passare la “tesi” di una scuola teologica per “specificazione di un atto di fede”.

    c) Come pure il problema dell’autorità dottrinale dei documenti del Concilio Vaticano II. Una delle condizioni dell’infallibilità (sia del magistero straordinario che ordinario) è che il Papa manifesti la sua volontà di proporre alla Chiesa un verità contenuta nella Rivelazione (scritta o orale) come da credersi obbligatoriamente. Ora la Dichiarazione del 6 marzo 1964 della Commissione Dottrinale, ripresa da Paolo VI in un discorso del 12 gennaio 1966, ha detto che «in esso [Concilio Vaticano II] la Chiesa […] non ha voluto pronunciarsi con sentenze dogmatiche straordinarie». Ciò non significa necessariamente che lo abbia voluto con sentenze ordinarie, come dicono alcuni, mentre altri lo negano: “Non cerchiamo di dare un assenso al Vaticano II che esso stesso non ci ha chiesto” (A. X. Da Silveira, Qual è l’autorità dottrinale dei documenti pontifici e conciliari?, in «Cristianità », Piacenza, gennaio-febbraio 1975, p. 7).

    Il professor Bernard Bartmann (Manuale di Teologia Dogmatica, Alba, Edizioni Paoline, 1949, vol. II, p. 417) scrive che il Papa per godere dell’infallibilità «deve avere la volontà di dare una decisione dogmatica e non un semplice avvertimento o solo un’istruzione generale».

    Padre G. B. Mondin, La Chiesa. Trattato di ecclesiologia, Bologna, ESD, 1993, a p. 304 scrive che «il Romano Pontefice, quando parla dalla Cattedra di Pietro (ex cathedra) ossia quando adempie all’ufficio di pastore e di maestro di tutti i cristiani […] e definisce che una dottrina, riguardo alla fede o ai costumi, deve essere tenuta da tutta la Chiesa (…) vincolando la fede dei credenti» solo allora è infallibile. La definizione o il magistero dommatico vincolante può essere sia ‘straordinario’ che ‘ordinario’, ma deve rispettare queste condizioni per godere dell’assistenza infallibile da parte dello Spirito Santo.

    Resta il fatto che da Giovanni XXIII l’insegnamento pontificio è abitualmente inficiato da ambiguità ed errori. Ora, se si ammette che i “papi conciliari” sono veri Papi, si rischia di togliere al Papato la solidità di essere il criterio prossimo della verità rivelata, senza bisogno di sottoporre l’insegnamento pontificio al vaglio della interpretazione personale. Questa è una valida ragione per ammettere in teoria la possibilità della ‘sede vacante’, senza, però, volerla imporre ai fedeli che non possono arrivare a certe conseguenze con facilità, né trarne conclusioni giuridiche che portano a uno stato di spirito di esaltazione religiosa molto pericolosa per i fedeli e vantaggiosa (formaliter/materialiter) per i “capi carismatici” (simili a “nubi prive di acqua e trasportate dal vento”). Certamente è lecita la domanda speculativa: Come può un vero vicario di Cristo promulgare il NOM, il Concilio Vaticano II, baciare il Corano… ? La risposta è ardua e bisogna lasciare ai fedeli ampia possibilità di opinione (come rispetto al dogma della predestinazione) e aspettare il giudizio dommatico o l’indicazione definitiva e prudenziale della Chiesa gerarchica (elezione canonica = sanatio in radice; l’aver governato de facto e quanto al Titolo di Autorità anche di diritto, anche se l’Esercizio di tale Governo lascia delle perplessità e delle ombre).

    Altri fedeli si domandano altrettanto lecitamente: Ma come si fa a dire che Paolo VI (/Benedetto XVI) non è Papa, quando tutti – fedeli, storici, cardinali, vescovi, ambasciatori e capi di Stato - (tranne “quattro preti e cento fedeli”) lo riconoscono come tale?

    ►Personalmente mi sembra che la strada percorribile sia quella del magistero “pastorale”, che non vuole essere assistito infallibilmente e quindi può contenere degli errori, senza distruggere con questo la solidità della “Roccia” su cui Cristo ha fondato la Chiesa: Pietro e successori. Secondo il cardinal G. Siri, La Chiesa. La Rivelazione trasmessa, Roma, Studium, 1965, «il Papa è infallibile quando propone una verità da ritenersi con assenso assoluto» (p. 97). E se è vero che il Papa può essere infallibile anche nel magistero ordinario (e non solo in quello straordinario) occorre specificare a quali condizioni ben precise lo è; cosa che i “tesisti” generalmente non fanno.

    La “crisi” conciliare e postconciliare è un periodo di eclissi di fede e di autorità non esercitata o male esercitata, la quale passerà, come tutte le crisi che la Chiesa ha conosciuto, nel modo che Dio riterrà più opportuno. Si può paragonare la Chiesa del Concilio Vaticano II a un uomo in “coma profondo”, il cui cervello non emette onde riscontrabili (superficialmente) con l’elettro-encefalo-gramma, ma il cui cuore batte e non cessa di respirare. Ebbene, questo uomo non è morto, anche se la sua vita è assai ridotta, sin quasi a livello vegetativo. Così l’Esercizio del Potere della Gerarchia a partire dal Concilio “economico” Vaticano II è quasi ‘vegetativo’, ma non è morto, così come la divinità di Cristo era nascosta durante la sua Passione, ma non scomparsa.

    ■ In alcuni casi, molto rari, anche dopo il Concilio Vaticano II il Papa ha voluto, e lo ha detto, impegnare l’infallibilità, tramite magistero non solo “pastorale” ma dommatico e vincolante, come ad esempio nel caso della inammissibilità del sacerdozio femminile, in cui Giovanni Paolo II ha specificato che la bocciatura di esso era sentenza infallibile et ex sese irreformabile. Cfr. Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis (22. V. 1994): «Pertanto, al fine di togliere ogni dubbio su una questione di grande importanza, che attiene con la divina costituzione della Chiesa, in virtù del Nostro ministero di confermare i fratelli (Lc, XXIII, 32), dichiariamo che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa stessa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa». Inoltre la s. Congregazione per la dottrina della fede ha dato un Responsum (firmato in forma specifica da Giovanni Paolo II) al dubbio Utrum doctrina (28. X. 1995) in cui specifica che «La dottrina (…) della Lettera Apostolica Ordinatio sacerdotalis come da tenersi definitivamente, appartiene al Deposito della fede. Questa dottrina esige un assenso definitivo, poiché fondata sulla Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa sin dall’inizio, è stata infallibilmente proposta dal magistero ordinario e universale. Pertanto il Romano Pontefice, nell’esercizio del suo ministero di confermare i fratelli (Lc, XXII, 32), ha proposto la medesima dottrina con una dichiarazione formale, affermando esplicitamente ciò che si deve tener sempre, ovunque e da tutti, in quanto appartenente al Deposito della fede» (DS, 304-3041). La teoria del “non-magistero” dei Papi del concilio è contraddetta dai fatti (dichiarazioni di Giovanni XXIII e di Paolo VI sul valore del Vaticano II come ‘magistero solamente pastorale’) e presta il fianco alla tesi sedevacantista, dacché se vi è “non-magistero” da cinquanta anni, non vi è neppure autorità (la quale ha il triplice munus di magistero, sacerdozio e imperio; non esiste un’autorità che abbia il munus del “non-magistero”, non sarebbe autorità per definizione) la quale pur ha parlato e insegnato (ora e soprattutto pastoralmente, ora e raramente dommaticamente).

    ►È un fatto che vi sono teologi altamente qualificati, che non fanno parte della resistenza strettamente tradizionalista, i quali in riviste specialistiche e molto lette continuano a insegnare la verità e pongono il problema della discordanza tra la dottrina tradizionale della Chiesa e gli ultimi insegnamenti “pastorali”. Ad esempio mons. Brunero Gherardini in “Divinitas” (fondata dall’ex rettore della Lateranense [preconciliare], mons. Antonio Piolanti), Città del Vaticano, n° 2/2008, di cui egli è oggi il Direttore, ha scritto un bellissimo articolo (“La vexata quaestio del deicidio”, pp. 215-223), in cui sostiene e prova che per i cattolici, i quali credono nella divinità di Cristo, la sua uccisione fu (per l’Unione Ipostatica, delle due nature, divina e umana, in una sola Persona divina del Verbo) un vero “deicidio”. Inoltre nella rivista “Fides Catholica”, Frigento, n° 1/2008 ha scritto un magnifico articolo (“Sugli Ebrei: così, serenamente”, pp. 245-278). In esso mons. Gherardini distingue il giudaismo veterotestamentario da quello talmudico, parla di responsabilità collettiva del popolo ebraico, e non dei soli Capi, nella morte di Gesù; critica Nostra Aetate per aver omesso la parola “deicidio”, la quale è l’unica che possa definire esattamente l’uccisione di Gesù; asserisce che il giudaismo di oggi, continuando nel rifiuto di Cristo e non avendo rotto con quello il quale condannò a morte Gesù, forma una stessa entità con esso; riafferma che il giudaismo talmudico discende da Abramo solo secondo la carne e non per la fede; critica pacatamente, ma fermamente la teoria dell’Antica Alleanza mai revocata, poiché la Nuova ha rimpiazzato la Vecchia che era caduca ed ora è definitivamente sorpassata; afferma inoltre, che Israele, avendo rifiutato Cristo, è stato abbandonato da Dio e da tale abbandono è seguita la “maledizione” oggettiva di esso, mentre “il piccolo resto d’Israele”, che ha creduto al Messia è entrato coi pagani nella Nuova ed Eterna Alleanza, infine che i doni di Dio sono irrevocabili da parte di Dio se gli uomini cooperano con Lui, ma, se lo abbandonano, sono da Lui abbandonati e quindi, conclude qualificando l’insegnamento “pastorale”, dal Concilio Vaticano II al post-Concilio, come “teologicamente assurdo, ma politicamente corretto”. Mons. Gheradini ha scritto anche vari articoli sulla “collegialità”, mettendone a nudo la contraddizione intrinseca.

    Come si vede, non tutto è finito. Vi sono degli ordini religiosi, che son fermissimi nella dottrina tomistica (ristampano le opere di p. C. Fabro), si fondano sulla spiritualità ignaziana (i “Trenta giorni” obbligatori ogni cinque anni), predicano missioni popolari sullo stile di s. Alfonso de’ Liguori (Apparecchio alla morte) alla luce degli Esercizi di s. Ignazio. Altri sviscerano la questione della Massoneria in maniera approfondita, scientifica e nello spirito di Leone XIII e p. Kolbe. Molti ritornano alla Messa tridentina. Ordini monastici ed eremitici fanno un bene enorme, anche grazie al “Motu proprio” del 7 luglio 2007 (visto dal basso), al quale aggiungono l’ortodossia (deficiente nell’alto) dottrinale senza la quale sarebbe vanificato; si veda l’ottimo libro Meditazioni sugli Atti degli Apostoli di don Divo Barsotti, ristampato dalla San Paolo di Cinisello Balsamo nel 2008 e il sempre attuale “Getsemani” del card. Giuseppe Siri, diffuso da uno di questi Istituti religiosi, che hanno subito e sofferto la tempesta “conciliare”.

    Inoltre vi sono Istituti specializzati in liturgia e canto gregoriano, che fanno conoscere ai fedeli la bellezza della Messa “ante-70”.

    Al di fuori dalla “Tesi” e dell’Istituto MBC (come pure di ogni altro istituto religioso che non sia la Chiesa romana, alla quale soltanto è stata promessa da Dio l’assistenza e l’indefettibilità sino alla fine del mondo) c’è verità, bontà e salvezza anche se in gradi diversi. È un fatto e “contro i fatti, non valgono gli argomenti”. La Chiesa non è finita, essa si rigenera da sé, poiché divinamente assistita. Non ha bisogno dei «mas-“sacri”» thucisti per sopravvivere.

    Conclusione

    Si può dubitare inizialmente e in teoria se i Papi “conciliari” siano legittimi, ma in pratica l’elezione canonica e l’accettazione de facto li confermano come Papi che governano la Chiesa anche de jure quanto al Titolo di Autorità, benché l’Esercizio di essa lasci più che perplessi, anzi terrorizzati.

    Onde si può riconoscere Benedetto XVI, senza seguirlo negli eventuali atti direttamente contrari alla vera Religione, ove l’esercizio pratico della sua Autorità de facto et de jure lascia almeno dubbiosi e disorientati. Certamente resta il mistero come possa un Papa porre degli atti contrari alla Religione. Purtroppo è il mistero tremendo che ci tocca di vivere e sopportare oggi. Non pretendo di averlo chiarito (cfr. ipotesi del “magistero pastorale e non divinamente assistito”, quindi suscettibile di errori, senza ledere – perciò – l’infallibilità e l’indefettibilità della Chiesa e del Papa), ma non penso neppure che l’unica soluzione risieda esclusivamente nella “Tesi di Cassicìacum” (extra quam non ‘esset’ salus). Benedetto XVI governa de facto, ha il Titolo di Papa de jure, tuttavia l’Esercizio di tale titolo è deficiente. Oltre questo non riesco ad andare, né voglio imporre a chicchessia la mia opinione, tuttavia consiglio ai poveri fedeli di certi “capi carismatici” di lasciarli perdere, poiché, come dice il proverbio romano: “Chi è troppo amico del prete e del medico / vive ammalato e muore eretico”. Quando dei sacerdoti favoriscono la tendenza dei semplici fedeli a discutere di questioni di alta teologia senza la dovuta preparazione, e li spingono a delle conclusioni irreali, li rovinano spiritualmente; oggettivamente non perseguono il “Fine-Bene” della Chiesa e del loro ministero sacerdotale, che è la “salus animarum”, per ottenere la quale occorrono la fede e carità soprannaturali e non l’alta scienza teologica (“Tesi di Cassiciacum” / “Antitesi di Verrua”), la quale non è richiesta al fedele e che neppure tutti i sacerdoti possiedono necessariamente, ma solo i “teologi di professione” e approvati dalla Chiesa.

    S. Ignazio di Loyola (Obras Completas, Madrid, BAC, 1982, pp. 289-290) scriveva nel 1546 in una “Lettera ai padri della Compagnia di Gesù” che «in questioni teologiche difficili e non definite, occorre dare il proprio parere con umiltà e pace, conformandosi alla istruzione e capacità degli ascoltatori, insistendo maggiormente sulla pratica della Chiesa, esortando a seguire i buoni costumi; invece di lasciarsi coinvolgere da controversie che non hanno una conclusione certa e che sono quindi pericolose sia per chi le spiega e sia per chi le ascolta».

    È per questo che dopo aver espresso la mia ipotesi (11), mi applico a cercare di salvarmi l’anima con l’aiuto di Dio, restando legato al certo e lasciando da parte l’incerto; volendo “fare il bene ed evitare il male, poiché questo è tutto l’uomo”, senza prestare orecchio alle dicerie che non hanno fondamento, ma sempre pronto a rispondere a chi porta argomenti validi e non insulti gratuiti. “Se sono nell’errore che Dio me ne liberi, se sono nel giusto che Dio mi ci mantenga” dico parafrasando s. Giovanna d’Arco.



    11) Quoad substantiam Benedetto XVI è Papa de jure (o ha il Titolo di Autorità papale) e Governa de facto; ma quoad modum l’Esercizio di tale autorità è pastoralmente deficiente. Come sia possibile (propter quid) non lo so spiegare perfettamente, mi basta sapere (quia) che per la Legge universale della Chiesa (s. Pio X, 25 dicembre 1904, Costituzione apostolica Vacante Sede Apostolica n° 79), ‘un Papa che ha comprato simoniacamente l’elezione pontificia è comunque Papa’. Ora san Tommaso d’Aquino – il Dottore Comune della Chiesa – scrive che “la simonia viene considerata un’eresia”, ["simonia hæretis dicitur"], (S. Th., II-II, q. 100, a. 1, ad 1um) e san Pio X ha canonizzato tale tesi dell’Angelico in una “Costituzione apostolica”, che è una delle Lettere inviate dal Papa di propria iniziativa, in materia dogmatica o disciplinare; esse, normalmente, se sono vincolanti dommaticamente o universali giuridicamente, sono assistite dall’infallibilità (cfr. F. Roberti-P. Palazzini, op. cit., 1° vol., p. 146). Anche la prestigiosa enciclopedia cattolica (Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 779-780) conferma il valore infallibile di una Costituzione pontificia o apostolica disciplinare di carattere universale, scrivendo che le Costituzioni apostoliche o pontificie «Sono atti solenni del Romano Pontefice nei quali vengono trattati gravi problemi riguardanti la dottrina e la disciplina (…). Esse sono gli atti legislativi più solenni nella forma e più importanti nel contenuto, che il Sommo Pontefice emana motu prorio e direttamente, con efficacia di leggi generali (…). Normalmente riguardano definizioni e decisioni circa la fede o la disciplina generale della Chiesa (…). Si distinguono nettamente dagli altri atti legislativi pontifici che si riferiscono a provvedimenti di minore importanza e di carattere particolare (Motu proprio, chirografi, ecc.)». Punto e basta. Se qualcuno volesse contestare anche l’autorità teologica del Dottore Comune della Chiesa san Tommaso d’Aquino, e l’autorità pontificia di una “Costituzione apostolica” universale di san Pio X si accomodi pure, io non ho più tempo da perdere.

    Velletri, 15 novembre 2008



    fonte: http://www.doncurzionitoglia.com/IpotesiVelletri.htm

  8. #8
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    CONCLUSIONE

    Il “sedevacantismo mitigato” accessibile a tutti


    1) Sedevacantismo mitigato

    1°) Secondo p. Guérard des Lauriers, siccome il nuovo rito delle consacrazioni episcopali è dubbio, qualora fosse stato eletto Papa un soggetto consacrato con il nuovo rito, non sarebbe stato validamente vescovo e quindi non potrebbe essere neppure Papa (ossia vescovo di Roma) neanche materialmente. Padre Guérard parlava, in tale evenienza, di “pure comparse di papi” (Il problema dell’Autorità e dell’episcopato nella Chiesa, Verrua Savoia, CLS, 2005, p. 37).

    2°) Con l’elezione al Soglio Pontificio di Benedetto XVI (2005), ci siamo venuti a trovare esattamente in questa situazione: J. Ratzinger infatti è stato consacrato vescovo con il nuovo pontificale e quindi – per p. Guérard – non sarebbe stato vescovo né tanto meno Papa, neanche materialmente. Dunque a partire dal 2005 la Chiesa si troverebbe, stando a ciò che p. Guérard aveva scritto nel 1978-1987, in uno stato di vacanza totale (materiale e formale) di Autorità.

    3°) Ma ciò ripugna, stando a quanto aveva scritto lui stesso: «Chi dichiara attualmente che mons. Wojtyla non è per nulla Papa [neanche materialmente], deve o convocare il conclave, o mostrare le credenziali che lo costituiscono direttamente e immediatamente legato di N.S.G.C.» (Il problema dell’Autorità…, p. 37).

    4°) La Tesi di Cassiciacum (“papa solo materialiter”) è finita, storicamente parlando, con l’elezione di Benedetto XVI che, secondo la “Tesi”, non sarebbe vescovo e neppure Papa (neanche materialmente). Ora l’ipotesi di Benedetto XVI non realmente Papa, neppure in potenza, sarebbe inammissibile per p. Guérard, che ha fondato tutta la sua “Tesi” sulla distinzione tra Papa in atto e “papa” solo in potenza, negando decisamente la vacanza totale (ossia anche materiale) della Sede Apostolica.

    5°) Coloro che seguono la tesi della Sede totalmente (in potenza e in atto) vacante, si basano sul fatto che un eretico non può essere capo della Chiesa, in quanto non è membro di essa. Ma questa è solo un’opinione poco probabile, non ritenuta solida neppure dai teologi che hanno studiato il problema del Papa eventualmente eretico; essi - infatti - unanimemente asseriscono (come sentenza più probabile o addirittura certa) che il Papa non può cadere in eresia. Tuttavia, ribattono i sedevacantisti totali, un soggetto può essere eretico prima di essere eletto Papa e allora, la sua elezione sarebbe invalida, rifacendosi alla Bolla di Paolo IV Cum ex Apostolatu.

    6°) Mi sembra che si possa rispondere in tre maniere a tale istanza:

    a) secondo san Tommaso d’Aquino “la simonia viene considerata eresia (simonia haeresis dicitur)” (S. Th., II-II, q. 100, a. 1, ad 1um), ma nello stesso tempo l’Angelico insegna che “il Papa può incorrere nel peccato di simonia” (ad 7um) e non dice che non è Papa in atto o neppure in potenza. Ad esempio, è storicamente certo che Alessandro VI prima di divenire Papa comprò simoniacamente il Papato, ma de facto è annoverato universalmente nel catalogo ufficiale dei Papi.

    b) Inoltre san Pio X in una ‘Costituzione pontificia’ per la Chiesa universale (e quindi infallibilmente assistita) “Sede Apostolica Vacante” del 25 dicembre 1904, insegna che anche se l’eletto ha comprato il papato simoniacamente è comunque validamente Papa. Tale questione è quindi non solo regolata de facto, ma anche de jure e per di più infallibilmente.

    c) È dottrina comune della Chiesa che ove ci sia elezione canonica e l’eletto l’abbia accettata, immediatamente diviene Papa con giurisdizione universale in atto su tutta la Chiesa. Ora “i Papi del concilio” sono stati eletti canonicamente ed hanno accettato l’elezione la cui canonicità non è stata messa in dubbio da nessuno avente autorità.

    7°) L’Autorità è l’essenza della società e quindi della Chiesa, che è una società perfetta d’ordine spirituale; onde il Papa non è accidentale ma essenziale e necessario alla sussistenza di essa. Senza un Papa che regni in atto non sussiste il Corpo mistico, che sarebbe simile ad un corpo senza forma o anima, ossia morto.

    8°) Il caso di “sede vacante” o interregno tra un Papa morto e uno che deve ancora essere eletto è essenzialmente diverso da quello di “vacanza totale o solo attuale di Autorità nella Chiesa” (Papa, vescovi e cardinali). Infatti, quando un Papa muore i cardinali, collegialmente sotto il cardinal decano, suppliscono il Papa defunto, governano la Chiesa con autorità e assicurano la sua unità e permanenza nell’esistenza, l’Autorità essendo il principio di unità e di essere della società, che non sarebbe più una né esisterebbe senza Autorità. Mentre nella sede vacante totale o formale di Autorità nel Papa, vescovi e cardinali, manca proprio il principio (Autorità) di unità e di vita della Chiesa, che verrebbe quindi a morire, ma ciò è contro la fede cattolica. Tanto per fare un esempio, ciò è paragonabile all’anestesia che mantiene in vita, pur con una “morte chimicamente indotta” e una vita potenziale, il paziente che deve essere operato, ma una volta terminata l’operazione, il paziente è riportato, in atto, in piena vita dall’anestesista. Mentre se l’anima lascia il corpo non c’è più nulla da fare, è cessata ogni potenzialità di vivere: la morte non è chimicamente indotta, ma reale e irreversibile. Ora con Benedetto XVI, l’anima o principio vitale di unità ed esistenza della Chiesa (Autorità), avrebbe lasciato (secondo la “Tesi”) anche materialmente o potenzialmente il corpo della Chiesa. Quindi Essa non sarebbe più neppure in potenza, ma sarebbe finita totalmente in atto e in potenza, cioè morta realmente (cervello, cuore e respirazione piatti).

    9°) La conclusione mi pare essere la seguente: Benedetto XVI de facto governa praticamente, inoltre è Papa de jure o gli spetta il Titolo di Papa; ma l’esercizio di tale Autorità è difettoso (applicazione del Vaticano II e delle riforme da esso scaturite).

    Altrimenti si dovrebbe asserire che la Chiesa, non avendo più Autorità sia nel Papa che nei vescovi e cardinali (in atto e in potenza) è morta da cinquanta anni. Dopo il Vaticano II e il NOM (eventi apocalittici e tragici che non hanno pari nella storia della Chiesa), la “Tesi” del “materialiter” di p. Guérard poteva conciliare la crisi di Autorità con l’indefettibilità della Chiesa e salvare la sua sussistenza (come una sorta di anestesia), ma essa ha cessato di esistere nel 2005 con l’elezione al Soglio Pontificio di un soggetto che non essendo neppure vescovo (stando a quanto aveva scritto p. Guérard stesso) non può a fortori essere Papa o vescovo di Roma, nemmeno in potenza (analogamente al caso di morte reale e totale). Alcuni pretendono correggere p. Guérard nella spiegazione della “Tesi” del Guérard stesso, e quindi saperne più di lui sulla sua “Tesi”. “Buttiamola sul ridere”. Io non ho tempo da perdere con costoro, per me è un “caso chiuso”. Se vogliono riaprirlo scrivano alla Merlìn.

    2°) “Papa dubbio, Papa nullo”?

    ●Risposta: S. Roberto Bellarmino ne ha trattato nel De conciliis , libro II, capitolo 19, ad 3um. Il caso è il seguente: si tratta di un Papa la cui elezione è discutibile, ossia non è certo (o vi è un dubbio) se sia stato eletto canonicamente. In tal caso bisogna rifare l’elezione canonica per sapere con certezza se sia stato eletto o meno. Una volta che l’elezione canonica è certa o non contestata dai cardinali elettori, se l’eletto accetta diventa Papa. Ora nessun cardinale (neppure mons. Lefebvre e de Castro Mayer) ha messo in dubbio l’elezione canonica (per scrutinio) dei “Papi conciliari”. Quindi è certo che essi sono Papi, anche se esercitano la loro funzione in maniera deficiente.

    2°) Un Papa che erra nell’esercizio del potere (sino all’eresia) è vero Papa?

    ●Risposta: quella del Papa eretico è solo un’ipotesi, un’opinione probabile e non una certezza. I Dottori della Chiesa, soprattutto nella controriforma, ne hanno discusso senza arrivare ad un accordo unanime e mai ad una certezza, ognuno ha espresso la sua ipotesi probabile, non una tesi certa.

    a) La prima ipotesi (s. Roberto Bellarmino, De Romano pontifice, libro II, capitolo 30; Francisco Suarez, De fide, disputa X, sezione VI, n° 11, p. 319; cardinal Louis Billot, De Ecclesia Christi, tomo I, pp. 609-610) sostiene che un Papa non può cadere in eresia dopo la sua elezione. Ma analizza anche l’altra ipotesi (ritenuta meno probabile) di un Papa che può cadere in eresia. Come vede questa prima ipotesi non è ritenuta certa dal Bellarmino né dal Billot, ma solo più probabile delle altre. Anzi il Billot (ibidem, pp. 610-612) insegna che la Chiesa docente ha lasciato la libertà di ritenere possibile che il Papa cada in eresia, anche se a lui sembra meno probabile. Anche il Bellarmino ammette che tale ipotesi, pur essendo meno probabile, è possibile (ibidem, libro II, capitolo 30, p. 418).

    b) La seconda ipotesi (che il Bellarmino qualifica come possibile ma molto improbabile, ivi) sostiene che il Papa può cadere in eresia anche notoria e mantenere il pontificato; essa è sostenuta solo da un canonista francese D. Bouix (+ 1870) nel Tractatus de Papa, tomo II, pp. 670-671, su 130 autori (“una rondine non fa primavera”).

    c) La terza ipotesi sostiene che il Papa può cadere in eresia e perde il pontificato solo dopo che i cardinali o i vescovi abbiano dichiarato la sua eresia (Cajetanus, De auctoritate Papae et concilii, capitolo XX-XXI). Il Papa eretico non è deposto ipso facto ma deve essere deposto (deponendus) da Cristo dopo che i cardinali hanno dichiarato la sua eresia ostinata e manifesta.

    d) La quarta ipotesi sostiene che il Papa può cader in eresia manifesta e perde ipso facto il pontificato (depositus). Essa è sostenuta dal Bellarmino (ut supra, p. 420) e dal Billot (idem, pp. 608-609) come meno probabile della prima, ma più probabile della terza.

    Come vede si tratta solo di ipotesi più o meno probabili, mai di certezze teologiche, men che mai “specificazioni di un atto di fede”.

    3°) Un vero Papa dovrebbe esercitare la sua autorità solo rettamente, senza alcun errore?

    ● Risposta:

    a) Alcuni teologi parlano di “rispettoso silenzio esterno”, ossia interiormente si dissente ma esteriormente non si contesta l’errore (Diekamp, Pesch, Merkelbach, Hurter, Cartechini).

    b) Altri, invece ammettono anche la resistenza pubblica, come san Paolo resistette a s. Pietro pubblicamente, nel caso di occasione di pericolo imminente per la fede (san Tommaso d’Aquino) o di aggressione contro le anime che hanno diritto alla legittima difesa (san Roberto Bellarmino) o di scandalo pubblico (Cornelius a Lapide) nel dominio dottrinale. (Oltre i tre citati, cfr. Vitoria, Suarez, Wernz-Vidal, Peinador, Camillo Mazzella, Orazio Mazzella, Prummer, Iragui, Tanquerey, Palmieri). Questa ipotesi mi sembra la più probabile. Ma la Chiesa non si è pronunciata, onde non la si può imporre come obbligante.

    c) Occorre evitare lo scoglio di coloro che pretendono rendere certa o di fede un’opinione teologica di una scuola ([1]), che è del tutto minoritaria: è possibile che documenti del magistero siano erronei, ma non si deve sospendere l’assenso interno (Choupin, Pègues, Salaverri).

    Infatti le due scuole più comuni ammettono tale possibilità. Quella più severa nega la liceità della resistenza pubblica, ma ammette la liceità della dissidenza interna; mentre quella meno comune, ammette la possibilità di errori, ma non la sospensione dell’assenso (il che mi sembra un contro[buon]senso).

    d) L’impossibilità di errore, quando il Papa o il concilio non voglia obbligare o essere infallibile, è sostenuto da alcuni teologi approvati (Franzelin, Billot) come pura opinione teologica ed è minoritaria. Vi sono, poi, dei gruppuscoli estremisti che ne fanno un dogma o una “specificazione di un atto di fede”, il quale è solo il loro e non della Chiesa; non è neppure teologicamente certo anzi è solo l’opinione - meno probabile e meno comune - di un gran teologo (Guèrard des Lauriers). Caso analogo al canonista succitato D. Bouix (“una rondine non fa primavera”).

    Onde i documenti del magistero pontificio o anche conciliare, se non sono vincolanti, possono contenere degli errori. Ora il Vaticano II non ha voluto vincolare. Quindi può contenere errori. In tal caso si può e si deve rifiutare l’assenso a questi documenti erronei.

    Cosa fare?

    Non possiamo rendere certo ciò che è solo probabile. Siamo liberi di aderire all’opinione che più ci aggrada, ma non possiamo farne un dogma, non avendone l’autorità. Capisco che di fronte allo scandalo pubblico dato dai Papi conciliari ci si senta scossi, indignati e anche smarriti, ma non bisognerebbe sorpassare il limite consentito dalla sana teologiae dal buon senso. In certis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas ([2]). Tuttavia, data la situazione estremamente grave e confusa in cui ci troviamo (“hanno colpito il pastore e il gregge si è disperso”), occorre avere anche molta comprensione verso coloro che – in buona fede – per difendere la fede cattolica dall’aggressione modernista, “peccano” per eccesso o per difetto. Non si può pretendere di vedere chiaro a mezzanotte. Lo stesso Gesù predisse ai suoi Apostoli di camminare sino a che c’era ancora Lui e quindi la Luce, poiché sarebbero venute le Tenebre (Crocifissione) e quando si cammina al buio si inciampa facilmente. Gli stessi Apostoli inciamparono; a fortori possiamo inciampare noi, onde non ci si deve scandalizzare davanti alle incertezze e divergenze di opinioni, ma occorrerebbe far fronte comune (ognuno restando fedele a se stesso e alla sua identità, ma senza reputarsi infallibile ed impeccabile) contro il nemico reale della Chiesa, il neomodernismo. La situazione odierna, in campo spirituale, è analoga a quella vissuta, in campo politico, nell’8 settembre 1943: il re è fuggito i generali si sono dileguati e i poveri soldati lasciati in balìa di se stessi sono stati inviati al macello. Non mi sembra che sarebbe stato opportuno sparare sui soldati e i civili che, allora, furono vittime del loro re; non spariamoci addosso oggi: il fuoco amico è il più pericoloso.



    Velletri 26 febbraio 2009

    don Curzio Nitoglia



    --------------------------------------------------------------------------------

    [1] Etienne Gilson diceva che “la vera teologia non pretende di essere portatrice di una verità assoluta, che tutti dovrebbero accettare per Fede. Un’opinione teologica e una scuola teologica non possono pretendere di imporsi come verità di Fede, ‘scomunicando’ le altre opinioni e le altre scuole teologiche”.

    [2] Papa Vittore I, santo (189-199) in un primo momento volle imporre la sua a autorità sulla questione della data della Pasqua. Infatti Roma e la Chiesa latina la festeggiavano la domenica che seguiva il 14° giorno del mese di Nissàn. Invece la chiesa dell’Asia minore la celebrava il 14 di Nissàn, anche se non era domenica. Vittore chiese di uniformarsi a Roma, ma la Comunità asiatica si irrigidì, il Papa allora decise di scomunicare tutta la suddetta Comunità e il suo vescovo Policrate. Tuttavia molti vescovi latini manifestarono al Papa le loro perplessità sul suo provvedimento, che avrebbe provocato uno scisma; decisivo fu l’intervento di sant’Ireneo vescovo di Lione (130-202) che convinse il Papa a scendere a più miti consigli, onde Vittore non dette corso al suo proposito di scomunica.

    Come si vede, in una questione molto importante (la Chiesa d’Oriente e quella di Occidente, celebrano tuttora la Pasqua in due date diverse) un Papa (per di più santo) lasciò ai cattolici orientali la possibilità di celebrare la Pasqua anche non di domenica, senza condannarli, scomunicarli. Purtroppo qualcuno, che si prende per il “Padreterno” scomunica e condanna “a destra e a manca” chi non ha le sue stesse opinioni teologiche. Varrebbe la pena di prendere esempio da san Vittore.



    fonte: http://www.doncurzionitoglia.com/Sed...moMitigato.htm

  9. #9
    Piccolo insipiente
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Località
    Vivo a Perugia (Augusta Perusia Colonia Vibia) con la mia famiglia
    Messaggi
    9,978
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    Don Curzio Nitoglia è tornato alla FSSPX? O fa parte per sè stesso?
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

  10. #10
    Mistica Fascista
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    117,908
    Mentioned
    537 Post(s)
    Tagged
    24 Thread(s)

    Predefinito Riferimento: Don Curzio Nitoglia sul Sedevacantismo

    Da quanto ne so io, don Curzio s'è riavvicinato alle istanze della Fraternità

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. ISLÀM E GIUDAISMO di don Curzio Nitoglia
    Di Iafet nel forum Destra Radicale
    Risposte: 30
    Ultimo Messaggio: 31-07-08, 05:47
  2. Don Curzio Nitoglia sconfessa il sedevacantismo
    Di giacomina nel forum Cattolici
    Risposte: 61
    Ultimo Messaggio: 22-07-08, 16:12
  3. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 15-07-08, 12:30
  4. Risposta a murelli...don curzio nitoglia
    Di ulfenor nel forum Destra Radicale
    Risposte: 15
    Ultimo Messaggio: 22-04-07, 13:42
  5. Curzio Nitoglia
    Di daca. nel forum Destra Radicale
    Risposte: 11
    Ultimo Messaggio: 27-12-03, 02:21

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226