Metamorfosi Lega Nord

Il Quirinale, la Chiesa, le fabbriche e le cascine. La seconda vita del partito di Umberto Bossi, ormai pronto a trasformare vent’anni di lotte in vent’anni di governo

di Emanuele Boffi

Nata come forza di rottura è oggi il gruppo parlamentare più vecchio. Spinta dai cosiddetti “voti di protesta” contro la casta è oggi la miglior garanzia per la stabilità della legislatura. Dove va la Lega Nord? La strategia, abbandonati i proclami secessionisti e piegati a miti consigli i bollori separatisti, è quella indicata dal ministro degli Interni Roberto Maroni: «Noi vogliamo affermare il modello che ha avuto successo in Germania. L’alleanza Cdu-Csu, cioè un partito nazionale con il partito bavarese fortemente territorializzato, è lo stesso modello che vogliamo realizzare in Italia, con la Lega partito territoriale nelle regioni del Nord e il Pdl partito nazionale».
La guida di una delle regioni del Nord è per il partito di Umberto Bossi non solo una «legittima aspettativa», per dirla con le parole dei leghisti, ma anche una necessità. La Lega si pone mediaticamente sul panorama politico italiano come una forza pragmatica, fattuale, attenta ai “bisogni reali della gente”, quindi necessita di risultati concreti (e non come le ronde, un flop) se non vuole perdere quel credito che, come alle ultime Europee, le è stato concesso da un italiano su dieci. Un credito che potrebbe avere una scadenza se il partito di Bossi non porterà a casa la riforma delle riforme, quel federalismo tanto agognato che può rivelarsi un boomerang se non ottenuto e poi praticato. Oggi, ad un passo dalla realizzazione del sogno, i leghisti sanno che, dopo la batosta della bocciatura del referendum nel giugno 2006, dovranno dare prova di sapere far funzionare questo benedetto-maledetto federalismo. La guida di una regione diventa quindi indispensabile per poter manovrare dal nord quel che dopo tre lustri si è riusciti a raggiungere nei palazzi di Roma.

Eravamo di lotta. Per i leghisti questa è una legislatura all’insegna del dialogo. Certe prese di posizione agostane sull’inno di Mameli o sui dialetti o, ultimamente, sul film Barbarossa non devono ingannare. Come ha spiegato a questo giornale il ministro Roberto Calderoli: «La Lega è partito pragmatico, ma che sa colpire l’emotività delle persone con dichiarazioni ad effetto. I toni coloriti e scandalosi servono per far passare una notizia». Il resto è dialogo, ricucitura, bambagia. Soprattutto, e di questo è garante lo stesso Calderoli, con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La Padania nei giorni di maggior attrito tra il centrodestra e il Quirinale sul Lodo Alfano se ne è uscita con titoli di questo tenore: “Ottimo Napolitano sulle riforme. Funziona il metodo del Carroccio”. Così il partito antimeridionalista, secessionista, che ha fatto la sua fortuna nell’avversione ai “poteri forti” è quello che oggi difende con più costanza l’inquilino meridionale del Quirinale, uomo nelle istituzioni da mezzo secolo, il garante dell’unità del paese. Il tutto è paradigmatico di che cosa sia disposta a fare la Lega pur di ottenere i risultati agognati. Questo spiega anche l’intervista rilasciata da Roberto Cota al giornale di partito titolata “Gianni Agnelli. Cittadino del mondo con le radici a Torino”, in cui s’arriva a elogiare l’internazionalizzazione della Fiat e a rileggere il cosmopolitismo dell’avvocato in chiave local. Impensabile fino a qualche anno fa. Ma ora Cota punta a correre per la presidenza della Regione piemontese.

Eravamo fuori dal sistema. La Lega è riuscita in quattro lustri, comune per comune, provincia per provincia, a imporre il brand del partito del territorio, vicino alla gente, lontano dal potere, dalle televisioni, dalle poltrone. Il logo ha un suo aspetto di genuinità: basta ritornare di nuovo alla Padania e constatare quanti siano gli appuntamenti di ritrovo, tra circoli e associazioni, per i leghisti. Sembra l’Unità degli anni Cinquanta. Oltre alla mistica sulle suole consumate tra le valli bergamasche e del varesotto di Bossi, esiste oggi il verificabile lavoro di Flavio Tosi («il sindaco più amato d’Italia», secondo un recente sondaggio) e un ministro come Luca Zaia. Cascina per cascina, il titolare del ministero dell’agricoltura è andato a prendersi un mondo – quello degli agricoltori – che non aveva più riferimenti politici dai tempi della Dc e della Coldiretti. E lo stesso lavoro lo sta facendo Rosy Mauro con il suo Sindacato padano nelle fabbriche del nord (nell’ultimo anno la Lega ha aperto quattro sedi a Torino, di cui una a Mirafiori). E anche nella galassia dell’imprenditoria la concorrenza della Lega a Forza Italia sul mondo delle “partite Iva” si fa sempre più agguerrita: difesa a oltranza del «vero» made in Italy, battaglia sull’etichettatura del tessile, apertura di sportelli di consulenza per le Pmi per affrontare la crisi. Tutti temi forti per un bacino elettorale importante di cui la Lega vuole diventare punto di riferimento, grazie a triangolazioni consolidate col mondo economico italiano, a partire da Giulio Tremonti e Massimo Ponzellini (Bpm), per poi proseguire con Aldo Bonomi (Sea), Nicola Piazza (Sviluppo Italia), Marco Fabio Sartori (Inail), Paolo Galassi (Confapi) e con tutta un’altra serie di nomi dell’universo verde che dalla “lotta” sono passati al “governo”: Dario Galli in Finmeccanica, Paolo Marchioni in Eni, Gianfranco Tosi all’Enel, Mauro Michielon alle Poste e recentemente i due sindaci leghisti Massimo Giordano e Attilio Fontana approdati ai vertici dell’Anci.

Eravamo celti. C’è stato un tempo in cui i dirigenti della Lega si sposavano con rito celtico. C’è stato un tempo in cui Bossi se la prendeva con un papa polacco perché troppo “romano”. Tempi lontani. Oggi i rapporti con le gerarchie d’Oltretevere – meno, molto meno, con il clero locale – sono assai cordiali grazie al lavoro di Cota e di Massimo Polledri. Anche qui, il tutto è all’insegna del pragmatismo: quindi non tanto rispetto a certi cavalli di battaglia leghisti (sulla Padania si leggono enciclopediche ricostruzioni della battaglia di Lepanto, sofisticate letture antimassoniche dell’unità d’Italia, sin troppo zelanti apologie dell’Europa cristiana), quanto e molto più prosaicamente, un rapporto basato sulla compattezza dei voti dei leghisti sui temi che stanno a cuore alla Chiesa: no alla Ru486, no alla legge sull’omofobia, no al Corano a scuola. I leghisti in aula e in commissione ci sono sempre. E non sbagliano un voto.

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