DRAMMA RISCHIA DI INNESCARE UNA NUOVA FAIDA NEL CAUCASO
Osseti, gente di montagna
con la vendetta nel sangue
Nel febbraio scorso un imprenditore assassinò a Zurigo
il controllore di volo responsabile di un incidente aereo
in cui morì la sua famiglia
3 settembre 2004
di Anna Zafesova
MOSCA. Vitalij Kaloev aveva osservato un lutto stretto per un anno come vuole la tradizione del suo popolo. Si era fatto crescere una lunga barba, vestiva di nero, andava ogni giorno al cimitero. Aveva trasformato la sua casa a Vladikavkaz in un mausoleo, i gioielli e gli abiti della moglie Svetlana, i quaderni e gli aerei giocattolo del figlioletto Konstantin, le bambole e i pelouche della piccolissima Diana, illuminati da candele su altarini domestici. Erano morti tutti insieme nel cielo della Germania mentre volavano verso una vacanza al mare. Un incidente che fece parlare molto, nel luglio 2002: l'aereo russo si era scontrato ad alta quota con un Boeing della Dhl. Colpa di una distrazione della torre di controllo, nessun sopravvissuto.
La veglia funebre di Vitalij, imprenditore edile di successo, è continuata fino al 24 febbraio scorso, quando non ce l'ha fatta più. Ha preso un aereo, è andato a Zurigo, si è armato di un coltello, ha trovato la casa di Peter Nielsen, controllore di volo in quella maledetta notte del 2 luglio 2002, e gli ha affondato la lama nel petto, sotto gli occhi dei tre figli piccoli della vittima. Poi si è fatto catturare, tranquillo e fiero della sua vendetta. Nonostante lo choc, la compagnia svizzera Skyguide ha pagato anche a Kaloev il risarcimento per l'errore fatale, ma l'uomo ha orgogliosamente rifiutato: era già appagato.
Vitalij Kaloev è un eroe dell'Ossezia, più del famoso direttore d'orchestra Valerij Gherghiev, dei calciatori dello Spartak-Alania e del presidente Alexandr Dzasokhov. La sua atroce vendetta che sembra uscita dai recessi più oscuri di un passato tribale ha sconvolto la Svizzera, ma fatto esultare in patria. Il vicepresidente del Parlamento ha visitato Kaloev in carcere a Zurigo per stringergli la mano. E chi in queste ore sta escogitando una soluzione per il dramma di Beslan deve tenere presente che gli ostaggi, i loro parenti e amici appartengono a un popolo che ha eletto a suo eroe nazionale un giustiziere dal coltello facile.
In un conflitto che da dieci anni vede il Cremlino schierato contro i ceceni, in questo nuovo dramma sono entrati in scena personaggi nuovi: gli osseti. Per il pubblico occidentale solo un nome, un ennesimo tassello nel puzzle etnico della Federazione Russa. Ma gli osseti stanno imprimendo una svolta inattesa al copione ormai tremendamente noto delle prese di ostaggi in Russia. Fin dalle prime ore le autorità della Repubblica hanno fatto capire che non prendevano nemmeno in considerazione l'uso della forza. «La nostra priorità è salvare gli ostaggi», ha dichiarato ieri Dzasokhov, un ex membro del politburò del pcus riciclatosi senza polemiche come leader nazionale. E il capo dell'Fsb locale ha escluso l'ipotesi di un blitz modello Dubrovka, non si sa fino a che punto d'accordo con i suoi superiori a Mosca.
Nel dramma di Beslan l'Ossezia è parte lesa, ma sembra improbabile che il suo popolo si accontenterà di fare la vittima che subisce, sia per mano del Cremlino sia dei ceceni. Anche se Vladikavkaz è la capitale caucasica più leale verso Mosca, tanto che nel territorio osseto hanno base le truppe russe che combattono in Cecenia. Condividendo con altri «popoli della montagna» molti usi e costumi, una struttura sociale di clan e la faida come procedura per risolvere i contenziosi, l'Ossezia è però di fede cristiana. Con i ceceni e i loro cugini ingusci ha in sospeso un conto di sangue e un lembo di territorio conteso. Nel 1992 gli ingusci hanno sconfinato con un pogrom in territori appartenuti a loro prima della deportazione ordinata da Stalin nel 1944. Gli osseti - convinti che il dittatore passato alla storia come georgiano fosse in realtà figlio illegittimo di un loro consanguineo e convinti anche che ci sia anche da andarne fieri - hanno risposto con una pulizia etnica che ha trasformato 40 mila ingusci in profughi.
Un nodo che si stringe ora di nuovo a Beslan. Un blitz delle teste di cuoio russe darebbe il via a una rappresaglia sanguinosa degli osseti contro i ceceni, ma anche contro i russi: un popolo che ha un concetto molto particolare della giustizia non tollererà il sacrificio di 130 suoi figli in nome dell'immagine di duro di Vladimir Putin. A Beslan tutti hanno in ostaggio un figlio, un amico, un collega. La folla inquieta che circonda giorno e notte la scuola assediata è tutta composta di potenziali Vitalij Kaloev. Uno dei poliziotti della cinta d'assedio ha dentro il figlio. Dice che come ufficiale si rende conto che ai terroristi non bisogna darla vinta, poi alza il kalashnikov: «Ma se qualcuno darà ordine di attaccare la scuola lo ucciderò con le mie mani».


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