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Non se ne può più di questi giudici di destra, facciamo una riforma.
Julio Villarrubia, deputato del Psoe, il partito di José Luís Zapatero, ha arringato il Congresso sulla necessità di rivedere il sistema di elezione dei magistrati del Tribunal supremo e dei presidenti dei Tribunales superiores de justicia che, secondo il partito al governo, sono in mano ai conservatori.
Mutatis mutandis, la Spagna è come l’Italia. La “magnifica proposición” del Psoe – appoggiata anche dagli altri partiti, tranne il Pp, ora all’opposizione – chiede una maggioranza qualificata di due terzi o tre quinti (e non quella semplice attualmente in vigore) per la nomina dei magistrati, in modo da garantire il pluralismo e, soprattutto, non permettere che 11 dei 21 membri del Consejo general del poder judicial siano conservatori.
Il ministro della Giustizia, Juan Fernando López Aguilar, grande amico di Zapatero, ha assistito al dibattito, cosa che non capita quasi mai, ma è stato zitto, forse perché nella testa ha quel permesso di sposarsi concesso agli omosessuali che gli sta
causando più di un grattacapo.
Ha invece reagito, eccome, Ignacio Astarola, deputato del Pp, denunciando “tempi molto tristi per la Spagna” se la richiesta del Psoe troverà un seguito.
Il portavoce del Pp, Eduardo Zapalana, ha parlato di “assalto
antidemocratico” e di “un attacco in tutta regola all’indipendenza
della giustizia” (parole familiari?), contestando al Psoe di voler introdurre una riforma che si fregia di pluralismo, ma che in realtà vuole estendere l’influenza politica al potere giudiziario.
El Pais, che appoggia la richiesta del Psoe e denuncia il monopolio
di destra nell’ambito della giustizia, ha scritto ieri in un suo
editoriale che “un’iniziativa di questo tipo” non si sarebbe imposta, se non ci fosse stato “un grave precendente” nel luglio scorso, quando la risicata maggioranza conservatrice del Consiglio (10 contro 9) “si aggiudicò l’80 per cento” delle nuove nomine. La situazione, secondo il quotidiano spagnolo, non si deve ripetere più, né ora con il Pp, né in futuro quando il Psoe “porterà la sua attuale maggioranza parlamentare in un organo giudiziario”.

Carla Del Ponte, procuratrice capo del Tribunale penale internazionale, spende troppo. E la Svizzera, che attualmente le paga stipendio, benefit e note spese, non ci sta più: Christopher Blocher, il ministro della Giustizia e leader del partito di maggioranza di destra (Udc), ha detto, durante la seduta settimanale del Consiglio federale, che il suo dipartimento non è più disposto ad assumersi le spese di Del Ponte all’Aia: che le pagasse il dipartimento federale degli Affari esteri quei 750 mila franchi annui (circa 600 mila dollari), di cui 140 mila soltanto per l’affitto della casa in Olanda. E che pagasse anche la differenza tra il suo vecchio stipendio di procuratrice generale della Confederazione elvetica e l’attuale compenso, più basso, di magistrato delle Nazioni Unite, che la Del Ponte continua a percepire perché, ufficialmente, è in congedo.
Secondo il Sonntags Zeitung, giornale della domenica di Zurigo, Blocher avrebbe fatto capire che l’incarico della magistrata ticinese non è importante né necessario, visto come stanno andando le cose al processo in corso all’Aia, quello contro Slobodan Milosevic. Del Ponte non è nuova a questo tipo di accuse: quando era a Harusha, in Tanzania, dove aveva sede il tribunale per il genocidio in Ruanda, alcune ong ruandesi avevano fatto pressioni affiché la procuratrice fosse allontanata, visto che spendeva tanti soldi, non otteneva grandi risultati e passava più tempo all’Aia che a cercare i responsabili del genocidio. Il presidente della Confederazione elvetica, Joseph Deiss, a New York per l’Assemblea generale dell’Onu, ha però minimizzato, facendo passare il suo ministro della Giustizia per un gretto – “Sarebbe sbagliato dimostrare grettezza in questo ambito” –e sottolineando invece quanto sia importante per la Svizzera assumere un ruolo trainante nelle organizzazioni internazionali. Anche pagare uno stipendio così va bene, se porta un po’ di pubblicità.

Dodici militari francesi dislocati in Costa d’Avorio sono tornati in Francia con quindici giorni d’anticipo perché, mentre erano di guardia alla Banca centrale degli Stati dell’Africa dell’ovest, hanno rubato 65 milioni di franchi locali, circa 100 mila euro. Il bottino è stato recuperato e ora i dodici saranno sottoposti alla giustizia francese: è evidente, secondo un ufficiale impegnato nell’operazione ad Abidjan, la “tentazione al disordine” cui “i soldati sono permeabili”.
Ma ciò che nessuno riesce a spiegarsi è perché i militari si siano messi nei guai per rubare biglietti di franchi della serie del 1992 che, entro l’anno, saranno convertiti dalle banche in nuove banconote. Per ottenere i nuovi tagli i clienti devono giustificare la provenienza dei loro fondi: un modo per ostacolare la conversione del “denaro sporco” importato dai ribelli e ottenuto con la corruzione. Per controllare le “tentazioni al disordine”, per l’appunto.

da il Foglio del 23 settembre

saluti