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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    Visita al carcere di Salerno: dietro i detenuti ci sarebbero persone in cerca di una nuova vita

    Salerno, 22 settembre 2009


    • La testimonianza di Massimo Reboa della visita al carcere di Salerno

    Una breve fuga dalla Scuola Estiva Luca Coscioni. Dove fuggo? In carcere! Ho approfittato al volo dell’occasione di assistere l’On. Rita Bernardini e l’avvocato Gian Domenico Caiazza alla visita ispettiva al carcere di Salerno–Fuorni. Il direttore ci ha presentato immediatamente come la situazione dei detenuti sia drammatica, ma questo lo sapevamo già. Spesso ci si scorda che la carcerazione dovrebbe avere anzitutto una funzione rieducativa e non solo di punizione. Che senso avrebbe infatti rimettere in libertà una persona che, avendo anche scontato la pena ma non essendo ancora pronta a stare in società, è pronta a commettere l’indomani un altro reato? Lo si scorda perché così siamo abituati in Italia: il programma di reinserimento le carceri lo fanno, ma nella malavita.
    Gli spazi sono insufficienti sia per la detenzione che per la socializzazione, per non parlare delle 8000 unità che mancano alla polizia penitenziaria, a cui si aggiungono le richieste di distaccamento e gli incarichi non prettamente legati alla carcerazione. A Salerno, ad esempio, lo spazio ci sarebbe pure, ma mancano 7 agenti per aprire un altro piano, che attualmente è inutilizzato! Il rispetto della dignità del detenuto dovrebbe essere il primo passo per far capire al detenuto stesso quale sia il valore della libertà (che si realizza nella reciprocità) propria, di quella degli altri e della necessità conseguente di rispettare la legge per arrivare ad una civile convivenza all’interno della comunità. Dignità che è esaltata nei servizi igienici, dove abbiamo trovato le pentole al fianco dei water e dove, nel reparto femminile, ci sono bagni a vista!
    Insomma si chiede di cambiare stile di vita a persone chiuse nella noia 20 ore al giorno in una cella di 20 mq (se la cella è piena, 8 persone, si arriva anche a 2,5 mq a persona!). In queste condizioni l’unico obbiettivo può essere uscire dal carcere per riprendere a fare il vecchio lavoro. E’ quello che ha raccontato un carcerato, che ha anche avuto una parte nel film “Gomorra”: “Cosa farai quando uscirai?” “Rubo macchine, io quello so fare.” “Ma non vuoi fare un mestiere, hai fatto anche un film…” “Posso fare l’attore, quello che ruba macchine!” Qualcuno ci ha detto anche di ascoltare Radio Radicale, che trasmette l’unico programma dedicato ai detenuti e alle loro testimonianze, Radio Carcere.
    Il carcere non è certo un bell’ambiente in nessun paese, e spesso viene incarcerato preventivamente anche chi non è stato condannato in via definitiva: da un lato questo è necessario anche a causa delle condizioni del territorio (è più sicuro stare in carcere che fuori), dall’altro chi non fosse effettivamente un criminale frequentando il carcere sicuramente lo diventa. Fatto sta che la metà dei detenuti è dentro in carcerazione preventiva, quindi una parte del problema del sovraffollamento è direttamente collegato alla lentezza del sistema penale.
    Il carcere si occupa anche di situazioni variamente problematiche quali la tossicodipendenza e la sieropositività, per le quali c’è forte impreparazione e mancanza di mezzi: ad esempio a Salerno a curare ben 80 tossicodipendenti avevano solo 2 psicologi per 25 ore al mese, palesemente insufficienti. I programmi di reinserimento, che dovrebbero essere il mezzo per rendere efficace la pena e riabilitare alla vita da cittadino libero, sono praticamente un miraggio. Il direttore ci ha detto che lui organizzerebbe laboratori con 6-7 detenuti e un tappezziere o un impaglia sedie, ma naturalmente non ci sono fondi! Oltretutto, l’efficacia di questi programmi è sempre da mettere in relazione al territorio in cui si opera, ci ricorda il direttore: ci sono zone a Napoli (ad esempio le famigerate “Vele” di Scampia) dove è lo Stato ad essere latitante. Lì il recupero della persona dovrebbe essere preceduto dal recupero del territorio.
    Valutando quanto ho visto in questa mia visita, sarebbe giusto dare una medaglia ai detenuti che non ricadono nel vortice della criminalità, in aggiunta al risarcimento dovuto per la pena ulteriore che subiscono e alla quale non sono condannati. Per questo secondo punto i Radicali si stanno già mobilitando.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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  2. #42
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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    Carceri, Detenuto Ignoto ad Antonio Di Pietro: bene il dibattito in Commissione Giustizia ma non solo su polizia penitenziaria

    Roma, 22 settembre 2009


    • Dichiarazione di Irene Testa, Segretario dell'Associazione Radicale Il Detenuto Ignoto

    Il problema della carenza di personale di polizia penitenziaria merita certamente attenzione da parte delle Istituzioni. Non a caso stamane solo i radicali, con Marco Pannella e Rita Bernardini erano presenti alla manifestazione organizzata dalla Uil penitenziari. E' necessario che le Camere affrontino sì il problema alla radice, ma quello dell'intera comunità penitenziaria, che comprende certo la polizia ma anche la condizione inumana e degradante a cui sono sottoposte oggi le persone recluse. Per questo, ci auguriamo che il dibattito ottenuto dall'Italia dei Valori in Commissione Giustizia alla Camera, non si limiti ad un solo aspetto, ma che invece possano essere affrontati, nel complesso, i molteplici problemi che affliggono il sistema penitenziario e la giustizia Italiani.
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  3. #43
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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    Ecco perchè difendo l'indulto


    • da Il Sole 24 Ore del 23 settembre 2009, pag. 16

    di Luigi Manconi
    Davvero singolare la sorte del provvedimento di indulto approvato nel luglio del 2006. Ispirato da Giovanni Paolo II, che lo richiamò esplicitamente nel suo discorso in parlamento nel novembre del 2002; sollecitato da una manifestazione dei Radicali nel Natale del 2005 cui parteciparono l'ex capo dello Stato Francesco Cossiga e il futuro capo dello Stato Giorgio Napolitano; "imposto" dall'abnorme sovraffollamento carcerario, l'indulto venne approvato da oltre due terzi dei parlamentari, come vuole la Costituzione. E, poi, ripudiato da pressoché tutti coloro che lo votarono.

    Il provvedimento nasceva già limitato dalla mancata approvazione di un'amnistia che, contemporaneamente all'intervento sulla popolazione reclusa avrebbe potuto ridurre il vertiginoso accumulo di fascicoli processuali, destinati in percentuale rilevante alla prescrizione, dopo aver intasato, i canali giudiziari. Sia chiaro: indulto e amnistia sono misure eccezionali, previste dalla Costituzione, per "liberare" carceri e aule giudiziarie da un sovrappiù di uomini e di pratiche, che ostacolano una decente amministrazione della giustizia. Saggezza vuole, e così è sempre stato, che camminassero insieme. Non così nel 2006. Per giunta, l'indulto - in qualche modo inevitabile - venne approvato in un clima sociale dove la questione dell'insicurezza assumeva un ruolo crescente nei meccanismi che determinano le ansie collettive. E mentre, proprio in quel periodo, accadeva che, lo spazio dedicato alle cronache criminali dal complesso dei telegiornali nazionali cresceva fino a più che raddoppiare. Cosicché l'indulto diventò, rapidamente, il capro espiatorio di tutti i guai della giustizia italiana e la presunta causa dell'aumento dei delitti.

    Va detto, innanzitutto, che tale aumento non ci fu affatto: se non per un periodo brevissimo e relativamente ad alcune tipologie di reato. E ciò vale per l'intera fase storica: nel 2008 gli omicidi volontari sono stati 605, mentre erano 1916 nel 1991. Certo, nelle settimane immediatamente successive al ritorno in libertà degli indultati, una parte di essi commise un nuovo reato (recidiva): e questo produsse un autentico corto circuito nell'opinione pubblica. Ma, a distanza di oltre tre anni, un'accurata ricerca condotta da Giovanni Torrente dell'università di Torino dimostra inequivocabilmente che quell'allarme fu comprensibile, ma infondato. Si prenda il dato più significativo, la recidiva: il 28,45% degli indultati ha commesso un nuovo reato. Percentuale elevatissima, tale da segnalare incontrovertibilmente - parrebbe - il fallimento della misura di clemenza, se non vi fosse un piccolo e ineludibile dettaglio: tutte le ricerche nazionali e internazionali concordano nell'indicare come la percentuale di recidiva tra coloro che scontano interamente la pena, senza condoni o misure alternative, è più che doppia.

    Una rilevazione dell'Ufficio statistico del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha mostrato come il 68,45% dei soggetti scarcerati nel 1998 abbia fatto reingresso in carcere una o più volte negli anni successivi. Non solo: la ricerca di Torrente evidenzia che, a partire dal 2006, il tasso mensile medio di recidiva diminuisce progressivamente. Ancora: coloro che scontavano la pena in misure alternative (ai domiciliari, per esempio), sono stati recidivi in percentuale inferiore (21,78%) rispetto a chi proveniva dal carcere (30,31%). Si noti, infine, che l'incremento dei detenuti stranieri (circa il 38% dei reclusi) non è dovuto al comportamento recidivante dei soggetti indultati, ma a un progressivo inasprimento del controllo e, in prospettiva, agli effetti dell'introduzione dell'"aggravante per clandestinità". Tant'è vero che, mentre la recidiva tra gli italiani supera il 30%, quella tra stranieri si ferma al 21,36 per cento. Che non è male come colpo inferto a uno degli stereotipi più robusti del senso comune nazionale.

    In conclusione quel provvedimento di clemenza ha avuto più di un effetto positivo: certo, la popolazione detenuta - a distanza di tre anni - ha non solo raggiunto il tetto di allora, ma lo ha superato. Si pensi, tuttavia, a cosa sarebbe accaduto in assenza di quell'effetto deflattivo, pur provvisorio: oggi, prevedibilmente, le carceri ospiterebbero, si fa per dire, circa 80mila detenuti. Si ha un'idea di quali sarebbero state le conseguenze di tale super-affollamento?

    Più in generale si può dire che un provvedimento, anche così contradditorio come l'indulto del 2006, abbia confermato una verità spesso dimenticata: una concezione dinamica e non rigida della pena - non ridotta alla detenzione in una cella chiusa - può avere effetti pratici assai positivi. Può costituire - lo dico sinteticamente - un contributo alla sicurezza collettiva (meno recidiva) e un vero e proprio risparmio, oltre che sul piano della sofferenza individuale, su quello strettamente economico (meno risorse da destinare alla repressione dei reati e a una custodia carceraria eccezionalmente onerosa).
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

  4. #44
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    Carceri e affollamento, Poretti e Perduca: digiuno con Corleone per il mega affollamento di Sollicciano a Firenze

    Roma, 23 settembre 2009


    • Intervento dei senatori Donatella Poretti e Marco Perduca, Radicali - Pd


    Il Garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, ha iniziato un digiuno come forma di protesta contro le gravi condizioni di sovraffollamento del carcere fiorentino di Sollicciano: su una capienza di 483 i detenuti stanno per sfondare il tetto dei 1.000 e ci sono anche 5 bambini. Non solo, ma nonostante le richieste di intervento che sempre Corleone ha fatto verso il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, la risposta e' stata il silenzio assoluto.
    Dopo le proteste dei detenuti durante il mese di agosto e i nostri ripetuti sopralluoghi nell'ambito dell'iniziativa "Ferragosto in carcere" di Radicali Italiani, la situazione, quindi, non solo non e' mutata ma e' addirittura peggiorata.
    La situazione da tragica si va facendo disperata e non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi giorni assisteremo ad azioni e reazioni che non dovrebbero accadere in un Paese civile che civilmente affronta i problemi dei luoghi piu' delicati del proprio sistema di sicurezza.
    Per il momento, riservandoci tutte le azioni parlamentari e no nei prossimi giorni, ci uniamo a Franco Corleone con una giorno di digiuno: domani 24 settembre anche noi non mangeremo per cercare di sensibilizzare chi, avendo poteri di intervento, non ha ancora ritenuto di utilizzarli.
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  5. #45
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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    http://www.fuoriluogo.it/home/mappam..._piano_carceri

    La genialata del “piano carceri”: l’esempio di Rovigo

    Da Innocenti Evasioni, di Patrizio Gonnella - 22 settembre 2009




    Nel piano Ionta si parla del nuovo carcere di Rovigo. Il capo del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) spera di recuperare da Rovigo circa duecento posti. Si legge in una interrogazione parlamentare dei senatori radicali Perduca e Poretti che pare ci vorranno almeno altri due anni per finire i lavori. L’area fu individuata nel lontano 2003. Due anni prima, il 30 gennaio 2001, il ministro della giustizia Piero Fassino con decreto dispose la dismissione di ventuno carceri, tra cui Rovigo, incaricando l’allora direttore del Dap di reperire le aree dove localizzare nuovi istituti penitenziari da costruire in sostituzione di quelli che sarebbero stati dismessi. La prigione vecchia di Rovigo è quindi da dismettere. Furono stanziati 400 milioni di euro nel 2001 per le nuove ventuno carceri. Fu bandito un concorso per idee finalizzate all'elaborazione di un prototipo originale e inedito di istituto penitenziario di media sicurezza a trattamento penitenziario qualificato. Era la primavera del 2001. L'istituto-modello avrebbe dovuto prevedere duecento posti letto con celle a due posti dotate di servizi igienici oppure a quattro posti con spazi per il pernottamento e il soggiorno. Di quel concorso non è rimasta traccia. Dall’individuazione dell’area del carcere di Rovigo sono passati altri sei anni. La Corte dei Conti in un famoso parere del 28 giugno 2005 sull’edilizia penitenziaria affermò: “la costruzione di nuove carceri, la ristrutturazione e l’ampliamento di quelle esistenti assorbono ingenti risorse finanziarie, ma non riescono a migliorare in modo tangibile le condizioni di vita dei detenuti, a causa del continuo aumento del loro numero. Gli stanziamenti del 1986, per complessivi 2.600 miliardi di lire, sono stati diluiti fino al 2000 vale a dire in un arco temporale di ben 13 anni, pari a più di tre volte quello originariamente previsto”. Ad oggi nel carcere “vecchio” di Rovigo vi sono 126 reclusi a fronte di una capienza regolamentare di 50. Seppure nel 2012 il carcere di Rovigo dovesse aprire si recupererebbero non i 200 posti letto del piano carceri ma appena qualche decina, visto che il carcere vecchio, come previsto dal decreto dovrebbero essere chiuso. Nel frattempo i ritmi di crescita della popolazione detenuta reclusa, anche a Rovigo, riducono giorno per giorno i margini di guadagno.
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  6. #46
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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    Appello al Presidente della regione Toscana

    • da L'Altro del 25 settembre 2009, pag. 11

    di Sergio D'Elia, Antonella Casu ed altri

    Ammoniva Voltaire: se vuoi conoscere davvero un Paese visitane le prigioni. Noi Radicali non abbiamo mai smesso di farlo: l’ultima volta è stato nei giorni di Ferragosto, quando ci siamo recati in 189 istituti sui 220 che formano il pianeta-carcere italiano. E’ stato un atto di sindacato ispettivo senza precedenti per la contemporaneità della visita e il numero di senatori, deputati e consiglieri regionali di ogni schieramento politico che hanno partecipato. Alcuni entravano in carcere per la prima volta, ma quella visita è stata sicuramente più istruttiva del più documentato e radicale saggio sullo stato di non-Diritto e non-Democrazia che vige nel nostro Paese, di cui le carceri soffio lo specchio fedele e impietoso. Nelle carceri italiane, i detenuti sono ormai stabilmente ventimila di più dei posti regolamentari. Viceversa, gli agenti sono ottomila in meno rispetto alla pianta organica, peraltro concepita in tempi e situazioni di "normalità". Siamo arrivati al punto che in alcune prigioni non bastano più neanche i letti a castello che arrivano a un palmo dal soffitto e i direttori sono costretti a tenere un "registro dei materassi" per stabilire a chi tocca dormire sul pavimento. Ragion per cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo continua a condannare l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani che vieta la tortura e le pene o trattamenti inumani e degradanti. Da gennaio ad agosto, sono morti "suicidi" 48 detenuti, e altri 78 sono morti di "malattia", cioè di malagiustizia e malaprigione italiane. Nell’Italia di oggi vige quindi la tortura e un tipo di pena di morte che non è comminata "di diritto" dai tribunali ma è praticata "di fatto’’ nelle carceri... anche in quelle del Granducato di Toscana, il primo Stato al mondo ad aver abolito, il 30 novembre 1876, tortura e pena di morte. Giustamente, ogni anno, la Regione Toscana ricorda con varie iniziative questo suo antico e felice primato. Ci uniamo al ricordo e ai festeggiamenti, ma ci appelliamo a Lei, Signor Presidente, perché voglia marcare anche con un fatto di estrema attualità, necessità e urgenza l’ormai prossimo 223° anniversario della scelta coraggiosa e visionaria del Granduca Pietro Leopoldo. Sarebbe significativo se, in occasione della decima edizione della Festa della Toscana a questo dedicata, si potesse annunciare che la prestigiosa istituzione da Lei governata ha istituito con una legge ad hoc un vero e proprio Garante Regionale dei Diritti delle persone private della libertà, figura ben diversa da quella con competenze limitate a "la tutela della salute e la qualità della vita" nelle carceri toscane istituita nel 2005 e, peraltro, mai entrata in funzione. Nella nostra impostazione, vorremmo che l’ufficio del garante fosse uno strumento democratico di conoscenza, controllo, garanzia e proposta relativo alla condizione non solo dei detenuti, ma anche degli agenti di polizia, dei direttori e di tutti gli altri componenti la comunità penitenziaria, vittime tutti e ciascuno - della stessa catastrofe umanitaria e della ordinaria illegalità, carceraria e non, che vige nel nostro Paese.
    Primi firmatari: Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino; Antonella Casu, Segretaria di Radicali Italiani; Sergio Stanzani, Presidente del Partito Radicale Nonviolento, transnazionale e transpartito; Giancarlo Scheggi, Segretario dell’Associazione radicale "Andrea Tamburi"; Rita Bernardini, Deputata radicale presentatrice della proposta di legge istitutiva del Garante Nazionale dei Diritti delle persone private della libertà: I Parlamentari Radicali toscani eletti nelle liste del PD Matteo A Mecacci, Marco Perduca e Donatella Poretti.
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  7. #47
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    Il problema carceri sempre più acuto

    • da La Voce Repubblicana del 25 settembre 2009, pag. 2

    Che fine ha fatto quel piano? La situazione nelle carceri peggiora sempre di più: aumentano i detenuti (64.609 contro 43.262 posti regolamentari) e sempre meno sono gli agenti (l’organico fermo al 2001 prevede 41.268 unità, ma in servizio nei penitenziari ce ne sono 35.325). Tutto questo accade mentre il Governo è in grave ritardo sul piano di edilizia penitenziaria. "La situazione rischia di degenerare, non si può più perdere tempo", è l’allarme lanciato da cinque sigle penitenziarie per bocca di Donato Capece, segretario generale del Sappe, nel corso di un convegno che si è svolto alla Camera mercoledì scorso. Mentre la mattina circa 400 agenti aderenti alla Uil hanno manifestato a piazza Montecitorio. Il capo del Dipartimento dell’ amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, interviene e fa un immediato richiamo alle forze politiche di maggioranza e opposizione affinché con Lino "sforzo comune" trovino una soluzione a un "problema reale" rispetto al quale la "sicurezza di un Paese può essere compromessa". Ma di indulti o di amnistie (su cui i Radicali sono tornati alla carica) quasi nessuno vuole più sentir parlare, Guardasigilli Alfano in testa. La soluzione prospettata da Ienta, per "stabilizzare" un sistema che cresce al ritmo di 700 detenuti in più al mese, è su due fronti: nuovi penitenziari e aumento di agenti (almeno 5 mila). "Si tratta però di due obiettivi che vanno conseguiti congiuntamente altrimenti - osserva lonta - si rischia di arrivare al paradosso che in un mese si costruiscono nuove carceri ma poi non si ha il personale per farle funzionare". In molti, poliziotti penitenziari ed esponenti politici di opposizione presenti in sala (Pierferdinando Casini dell’Udc. Lanfranco Tenaglia del Pd e Luigi Li Goni dell’Idv) si chiedono che fine abbia fatto il piano carceri presentato da lonta e che il ministro Alfano più volte si è impegnato a portare in consiglio dei ministri. Quel piano prevede la creazione di 17.891. nuovi posti entro il dicembre 2012 .attraverso 48 nuovi padiglioni in carceri già esistenti (per un totale di 9.904 posti), la ristrutturazione di due istituti penitenziari e la realizzazione di 24 nuove carceri. Il tutto per un costo di 1,5 miliardi di curo. Ma ad oggi quel piano non è stato reso noto alle Commissioni Giustizia di Senato e Camera (dove è stata fissata una audizione di Ionta per il 30 settembre). Per velocizzare la costruzione di nuovi penitenziari Alfano e lonta - si è appreso hanno avuto un pruno incontro, la settimana scorsa, con il capo della protezione Civile Guido Bertolaso, reduce dal successo della realizzazione delle prime case di Orina dopo il terremoto in Abruzzo. "Ma dove sono i soldi per le carceri? chiede Michele Vietti dell’Udc - Certo, Trernonti non li metterà in Finanziaria. L’unica soluzione a breve termine è realisticamente un ricorso maggiore alle pene alternative al carcere". Ma per il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli, una soluzione può essere depenalizzare i "reati bagatellari che non destano allarme sociale e che invece creano sovraffollamento penitenziario". La situazione delle carceri trova la politica sempre impreparata. Da una parte ci sono i Radicali che chiedono un indulto o un’amnistia, mentre i parlamentari del centrodestra propongono le pene alternative per i reati bagatellari e quelli minori, e il Pd non propone nulla. E il governo non fa nulla. Sarebbe il caso che l’esecutivo facesse tacere queste diverse tendenze dandosi una mossa.
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    Espulsioni. Il limbo dei clandestini per molti è già inferno

    • da Oggi del 30 settembre 2009, pag. 52/54

    di Elisabetta Zamparutti


    Il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria è una via di mezzo tra un carcere di tipo americano e un giardino zoologico. Alti cancelli di ferro fanno accedere a dei bracci lungo i quali si affacciano delle «gabbie» allineate ai lati di un ampio e lungo cortile. Ogni «gabbia» è formata da un cortile di asfalto, spesso attraversato da fili su cui sono appesi dei panni ad asciugare. Si entra in un’anticamera che ha lungo il lato destro panche di ferro colorate di giallo, un tavolo e, in alto, un televisore attaccato al muro; sull’altro lato ci sono i bagni con lavello in acciaio, gabinetto alla turca e doccia. Lo spazio per dormire è di circa sei metri per sette, in tutto otto letti, anche questi di ferro dipinto di giallo con i soliti materassi in gommapiuma. Sulla porta del camerone dove si dorme c’è un condizionatore d’aria dal quale spuntano bottiglie di plastica piene d’acqua. «Lo usano come frigorifero», ci spiega il diretto- re, un medico umanamente attento a quanto accade all’interno della struttura che ospita 128 donne e 144 maschi assistiti dalla Croce Rossa e sorvegliati dalle forze dell’ordine. Quello che colpisce a Ponte Galeria non è il sovraffollamento, ma la promiscuità di situazioni. Ci sono pregiudicati e incensurati: quelli che provengono dal carcere, quelli che hanno chiesto asilo politico e dovrebbero stare da un’altra parte, quelli che sono stati fermati e trovati con il permesso di soggiorno scaduto, quelli che il permesso non lo hanno mai avuto, quelli in regola divenuti da un giorno all’altro fuorilegge per via della nuova legge e quelli assolutamente in regola. Come Ben Hassoun Abdessamad, un ragazzo di origine marocchina che è giunto in Italia nel 2001, ha trovato subito lavoro e si è sposato nell’aprile scorso. Aveva un regolare permesso di soggiorno, ma gli è stato ritirato dopo una querela ricevuta dalla suocera italiana. Così, improvvisamente, è diventato un «clandestino». Vado a visitare il Centro insieme a Massimiliano Jervolino, delegato della Provincia di Roma per i diritti umani, perché è in corso una protesta. Una cinquantina di reclusi ha ammucchiato i materassi contro le gabbie per impedire ai crocerossini di sistemare un nuovo arrivato di origini rumene con la gamba in cancrena. Inoltre, è appena entrato in vigore il nuovo pacchetto sicurezza che innalza da 60 a 180 giorni i limiti di permanenza. La notizia è arrivata nel Centro come una mazzata e la disperazione giunge fino all’autolesionismo.
    GLI ULTIMI CASI
    Un uomo e una donna si sono feriti a una coscia e a un piede davanti alle telecamere di sorveglianza. Un altro uomo si è inferto lesioni in diverse parti del corpo prima di essere bloccato dal personale di polizia. Un tunisino si è bevuto due bottiglie di shampoo e ha ingoiato una lametta da rasoio dopo aver ricevuto la notifica di una proroga di altri 60 giorni del trattenimento per l’identificazione e l’espulsione. Al centro di Ponte Galeria ha già passato due mesi, proveniente da Venezia, dove ha scontato una pena di sei mesi di carcere per non aver ottemperato all’ordine di allontanamento dal territorio italiano.
    DIGNITÀ DEGRADATA
    Dopo aver superato gli uffici del personale, si entra nella zona della reclusione. Le «gabbie» sono aperte dalle 8 alle 24 e appena entriamo i trattenuti si avvicinano e ci chiedono chi siamo. Poi, corrono nelle stanze a prendere le carte che li riguardano e le storie sì affollano. Said Marouen è un marocchino che dice di essere venuto in Italia per sposarsi con una ragazza con la quale non riesce neppure a fare i colloqui. Un altro marocchino, Said El Harrama, ha lavorato come stagionale per nove mesi ma poi gli è scaduto il permesso ed è stato portato a Ponte Galeria. Eugeni Siromenco, un russo con precedenti penali, non riesce a vedere i bambini che vivono in Italia. Cador Haivsemu è arrivato a giugno dalla Siria per chiedere asilo e, quindi, non dovrebbe stare in un Cie, come pure Davide Maharashvili, in fuga dall’Ossezia, che non si capacita del fatto che la sua domanda è bloccata perché non trovano più la documentazione. Toujani Mayhem ha venticinque anni, è arrivato in Italia dalla Libia nove mesi fa ed è al terzo tentativo di «identificazione ed espulsione» qui a Ponte Galeria, dopo quelli di Lampedusa e di Crotone. Zoppica e quelli intorno gli alzano la maglietta per farmi vedere i lividi sui fianchi. La versione ufficiale è che stava tentando un’evasione. I suoi compagni dicono che è vero che è uno che si arrampica, ma questa volta secondo loro è stato pestato dalle guardie. Salha Ben Mahmud racconta di aver lavorato per tre mesi come giardiniere nel carcere di Verona e di non aver ancora ricevuto il compenso dovuto. Djamel Bansaada ha una certa età e non vede l’ora di tornare in Algeria, il suo Paese natale che, però, tarda a riconoscerlo come suo cittadino. Casi come questo non sono pochi. Così, se il prolungamento dei tempi di reclusione contribuisce a degradare la dignità umana dei trattenuti, non sembra aver per nulla risolto il problema della identificazione, precondizione all’espulsione, che dipende dalla collaborazione delle rappresentanze dei Paesi di provenienza. Con il risultato che, trascorsi i sei mesi in questi centri che stanno diventando delle vere e proprie carceri ma senza le garanzie e le possibilità positive che pure esistono per i detenuti, la persona trattenuta viene rimessa in libertà, se così si può definire quella sorta di limbo che è la condizione di clandestino a vita, di apolide senza diritti e senza tutele.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    Anni 19, impiccato in carcere. Nessuno lo sa. Il piano edilizio, caro premier, non risolve

    • da L'Altro del 1 ottobre 2009, pag. 1

    di Rita Bernardini

    Un cileno e un calabrese, negli ultimi venti giorni, si sono impiccati nello stesso carcere, quello di Castrovillari in provincia di Cosenza. Il primo aveva 19 anni, il secondo 39. I giornali non ne hanno parlato, nonostante che la notizia sia passata ieri sulle agenzie di stampa attraverso un mio comunicalo in cui chiedevo al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, di intervenire urgentemente per arginare l’emorragia di vite umane che si manifesta, con l’incredibile numero di suicidi o con la morte civile e senza speranza di chi è costretto a vivere in modo indegno di un paese civile.
    Il fatto che il primo suicidio non sia trapelato per ben tre settimane la dice lunga sull’omertà del Dap (Dipartimento amministrazione peniteziaria) rispetto alle tragedie che si consumano dietro le sbarre. Le loro statistiche sono sempre al ribasso, risparmiano sulla conoscenza e sulla verità dei fatti e, se possono barare, barano. Come quando escludono dal novero dei suicidi in carcere coloro che, con il cappio al collo, hanno l’avvedutezza di morire nel tragitto tra il carcere e l’ospedale. Il fatto che il secondo suicidio sia emerso solo quando ieri ho posto la domanda esplicita al direttore, non là che confermare la reticenza del Dipartimento a far conoscere gli effetti della sua "amministrazione" dei penitenziari.
    C’è da dire che il Dap, amministrato dal dottor Franco Ionta, gode anche della complicità di quasi tutti mezzi di informazione che considerano l’impiccagione di due carcerati, una non notizia.
    Chissà se il Presidente del Consiglio sia venuto a saperlo in qualche modo, magari prima delle dichiarazioni di ieri quando ha rilanciato il "suo" piano carceri che prevede la costruzione di nuove strutture penitenziarie per 20.000 nuovi posti? In questo momento non voglio entrare nel merito di come Silvio Berlusconi intenda perseguire questa politica, cioè di come reperirà le risorse: se attraverso i modernissimi supermarket "Poggioreale" e "Sollicciano" oppure gli esclusivi Grand Hotel Regina Coeli e San Vittore. In questo momento non mi interessa sapere se la costruzione dei nuovi istituti sarà appaltata o meno a quelle mammolette che faranno rientrare a prezzo di una piccola indulgenza capitali immacolati precedentemente esportati in Svizzera o in altri paradisi fiscali. Ora mi interesserebbe sapere dal Presidente del Consiglio in quanto tempo pensa di compiere questa impresa: uno, due, tre, dieci anni? In secondo luogo vorrei sapere con quale personale - agenti, educatori, psicologi, direttori, assistenti sociali, medici ed infermieri - pensa di amministrare queste nuove strutture e, infine, se abbia intenzione di riformare l’articolo 27 della Costituzione che impone allo Stato di non infliggere pene contrarie al senso di umanità, pene che devono tendere alla rieducazione del condannato.
    Se Berlusconi mi consente, vorrei fare anche due conti facili facili. In questo momento nelle carceri italiane ci sono 65.000 detenuti, cioè 22.000 in più della capienza regolamentare. Il ritmo di crescita della popolazione detenuta è di mille unità al mese. Prevedibilmente, dunque, entro la fine dell’anno saremo a 68.000, cioè a 25.000 detenuti in più. Convertendo a supermarket o hotel le vecchie carceri - considerando solo le più grandi e storiche - si verrebbero a perdere circa 5.000 posti, per cui diverrebbero 30.000 i posti mancanti.
    Perciò, anche se Berlusconi facesse “‘o miracolo" di costruire i ventimila nuovi posti entro il 2010, non avrebbe, comunque, minimamente scalfito l’illegale sovraffollamento. I conti sono presto fatti: 68.000 più 12.000 (l’incremento del prossimo anno) = 80.000 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 58.000 (43.000 - 5.000 più 20.000). Cioè nelle patrie galere mancherebbero sempre 22.000 posti.
    Non proseguo con i conti che verrebbero fuori se, come prevedibile, la costruzione di nuovi istituti richiedesse più di un anno e se considerassimo il ritmo di crescita della popolazione penitenziaria sopra ricordato, dovuto anche all’introduzione del reato di immigrazione clandestina.
    Sul personale necessario in termini di sicurezza e di rieducazione ad un popolo di reclusi che viaggia verso le centomila unità nei prossimi tre anni, c’è poco da dire se nella situazione attuale - e solo per quel che riguarda gli agenti di polizia penitenziaria - già mancano all’appello più di 5.000 unità.
    Concludendo - consapevole di aver trascurato le assennate misure che, da subito, potrebbero ridimensionare il grave sovraffollamento delle patrie galere e che come Radicali, insieme ad altre associazioni che si occupano di carcere, abbiamo proposto sotto forma di disegni di legge - penso che il Presidente del Consiglio sia in buona fede quando afferma che "l’obiettivo fondamentale resta quello di ridare dignità a chi viene condannato dalla giustizia"; il problema è che nella situazione attuale la "giustizia" italiana (quella che lui non vuole riformare) produce gironi infernali di sofferenza e umiliazione e l’ultimo girone è proprio quello del carcere, dove l’anestetico per sopportarne le forme di tortura che alimenta, è, ogni giorno di più, un cappio al collo che si stringe sempre.
    Liberalismo e socialismo, considerati nella loro sostanza migliore, non sono ideali contrastanti né concetti disparati

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    Predefinito Rif: Radio Carcere

    Alternative al carcere, iniziamo dai tossicodipendenti

    Da Il Manifesto, di Stefano Anastasia - 30 settembre 2009

    Stefano Anastasia per la rubrica di fl sul Manifesto del 30 settembre scrive dell’appello “Le carceri scoppiano: potenziamo le misure alternative, liberiamo i tossicodipendenti!”.

    Leggete e aderite on line su Il blog di fuoriluogo.it.



    Quasi 65mila detenuti, a vele spiegate verso quello che il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, considera la “soglia fisiologica” della detenzione in Italia: 70-80mila detenuti, circa 140 ogni 100mila abitanti. Non male per un Paese che ha vissuto i suoi primi quarant'anni repubblicani con un tasso di detenzione di quasi la metà di quello attuale, un terzo di quello preconizzato dal dott. Ionta.
    Per carità di patria non stiamo a discutere le sue previsioni. In realtà, potremmo essere anche più foschi: e chi l'ha detto che la rincorsa all'incarcerazione debba fermarsi a 70-80 mila abitanti? Potrebbe andare ben oltre, come insegna il caso statunitense, dove un ordinario tasso di detenzione di circa 100 detenuti per 100mila abitanti – opportunamente stimolato da ogni genere di “lotta alla criminalità” - è arrivato in trent'anni di crescita a ben 760 detenuti ogni 100mila abitanti. Del resto il leghista on. Cota, capogruppo del partito che detiene la golden share delle politiche criminali nella maggioranza che governa l'Italia, non ha avuto esitazioni – qualche tempo fa – a paragonarci proprio agli Stati Uniti, per concludere che, per raggiungerli nel rapporto detenuti/popolazione, dovremmo incarcerarne otto volte tanti.
    Per non precipitare nell'incubo dei minacciosi paragoni di Cota, stiamo a Ionta e alle sue più miti previsioni:70-80mila detenuti. Intanto, però, le carceri possono ospitarne legalmente solo 43mila: che si fa? Inebriato dal successo dei prefabbricati trentini, Berlusconi nel one man show allestitogli da Vespa ha lanciato il proclama: faremo come all'Aquila! Le villette? Con le tendine? Edilizia, edilizia, edilizia: è l'unica cosa che sa dire il Governo (quando non si lancia nelle fumisterie delle prison boats, da far galleggiare di fronte alle città marinare). Lasciamo perdere.
    Bisognerebbe piuttosto liberarsi dalla ingenuità (o dalla malafede) di chi pensa che le incarcerazioni e il tasso di detenzione siano il frutto di congiunzioni astrali alle quali non possiamo sottrarci: e chi lo ha deciso che uno straniero per lavorare in Italia deve passare per la clandestinità, un centro di identificazione e il carcere? L'incrocio di Saturno con Venere? E chi lo ha deciso che il possesso di sostanze stupefacenti è causa di procedimento penale e incarcerazione? E chi lo ha deciso che il carcere dovesse tornare a essere l'unica forma di pena per migliaia di detenuti che – guarda un po! - hanno precedenti condanne che impediscono loro di accedere alle alternative? In realtà, la “fisiologia” degli 80.000 detenuti nasconde scelte di valore: contro gli immigrati, contro i consumatori di droghe, contro i “recidivi”.
    Si susseguono, dunque, tra le persone di buona volontà, le ipotesi per affrontare la catastrofe umanitaria in cui sono ridotte le nostre prigioni, dove la gran parte dei detenuti vive in condizioni giudicate inumane e degradanti dalla Corte europea dei diritti umani. Tra queste, quella immediata e lapalissiana avanzata da Forum droghe, Antigone, Arci e un ampio cartello di associazioni del volontariato in un appello che sarà illustrato domani in una Conferenza stampa alla Camera dei deputati. La legge Fini-Giovanardi (non una legge fricchettona!) aveva previsto, insieme con il consueto bastone dell’aumento delle pene per tossici e piccoli spacciatori, la carota di termini più larghi per l'affidamento in prova ai tossicodipendenti: accessibile sin da sei anni dal fine pena. Fatto sta, però, che la norma, come ogni altra alternativa alla detenzione, risulta incredibilmente sottoutilizzata: prima dell'indulto, a fronte di 60mila detenuti c'erano 50mila persone in esecuzione penale esterna, oggi solo 10mila. Intanto, almeno altrettanti sono i detenuti che sono nei termini per usufruire dell'affidamento in prova per tossicodipendenti. Un giorno vedremo, forse, le nuove carceri prefabbricate di Berlusconi o, al contrario, una riforma delle leggi sulla droga, l'immigrazione, la recidiva. Intanto, perchè Governo e Regioni non si siedono intorno a un tavolo e non definiscono un programma credibile, fatto di risorse, mezzi e strumenti, per la scarcerazione immediata di quei 10mila tossicodipendenti che potrebbero già oggi usufruire di misure alternative alla detenzione?
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