Islam alla prova del libero pensiero


Di Giorgio Paolucci

Alcuni vivono in Paesi islamici, altri sono cresciuti intellettualmente in Europa, altri ancora sono stati costretti all'esilio per aver osato sfidare il potere religioso o la mentalità dominante.
Propongono una rilettura del Corano che utilizzi lo strumento della ragion critica, rivendicano la libertà di coscienza dell'individuo, chiedono una democratizzazione delle società musulmane. Sono storici, filosofi, giuristi, specialisti di letteratura araba. Voci che gridano nel deserto o apripista di cambiamenti significativi? Difficile misurare la portata effettiva del loro lavoro, ma certamente essi costituiscono un segnale interessante di ciò che si agita nelle profondità del vulcano islamico. Il che non autorizza a coltivare ingenui ottimismi ma dev'essere conosciuto e valorizzato da chi ha a cuore i destini di un mondo che sta respirando i miasmi del conflitto di civiltà.
Benemerita è perciò l'opera di Rachid Benzine, ricercatore di ermeneutica coranica a Parigi, di origini marocchine, che propone un viaggio tra I nuovi pensatori dell'islam (Pisani, 300 pagine, euro 16): riformatori in pectore, minoritari nei loro Paesi, accomunati dalla convinzione che ragione e libertà sono i due ingredienti necessari per un approccio alle fonti religiose e alle sfide proposte dalla modernità che non rimanga succube del meccanicismo e di una tradizione priva di vitalità.
«Abbiamo bisogno di fare liberamente delle ricerche nella nostra eredità religiosa. È la condizione prima del rinnovamento. Noi dobbiamo togliere l'embargo dal libero pensiero. Il terreno di rinascita dovrà essere illimitato. Non c'è posto per i "rifugi dottrinali sicuri" inaccessibili alla critica». Parola di Nasr Hamid Abu Zayd, un egiziano che a 8 anni conosceva a memoria il Corano, che all'università si cimenta in una tesi di laurea sull'interpretazione razionale del libro sacro dei musulmani e che nel 1992, con la pubblicazione del libro Critica del discorso religioso< /B>, diventa un autentico caso nazionale. Propone di esaminare il Corano non solo con la devozione che ogni musulmano gli deve, ma anche come un'opera letteraria, un testo in lingua araba che non può essere confinato a raccolta di prescrizioni e divieti e la cui comprensione deve tenere in debita considerazione il contesto storico in cui esso è nato, per evitare le manipolazioni ideologiche e le applicazioni meccanicistiche che nei secoli ne hanno inquinato la valenza religiosa.
Accusato dai fondamentalisti di tradire l'ortodossia, nel 1995 Abu Zayd viene giudicato apostata davanti alla corte d'appello del Cairo e i magistrati ordinano che si separi dalla moglie, non potendo una musulmana essere la sposa di qualcuno che viene dichiarato non musulmano. Un gruppo di professori ne chiede l'esecuzione capitale e una formazione terroristica invoca la sua morte: anche se pensatori, studenti e una parte dell'opinione pubblica lo sostengono, capisce che è meglio cambiare aria, e un mese dopo la condanna accetta l'invito dell'università olandese di Leida che gli offre un incarico come professore associato.
Anche l'iraniano Abdul Karim Soroush, nato a Teheran nel 1945 e al quale Khomeini nel 1979 aveva affidato una cattedra al dipartimento di cultura islamica, dopo essere entrato nel mirino dei radicali ha scelto la via dell'esilio: oggi vive e lavora ad Harvard. La strumentalizzazione ideologica dell'esperienza religiosa - sostiene - è il guaio delle società islamiche, che devono sviluppare un approccio compatibile con la democrazia e che accetti come primari valori quali la razionalità, la giustizia, la libertà, i diritti dell'uomo.
La razionalità è la risorsa a cui s'appella anche Mohammed Arkoun, nato nel 1928 in un villaggio della Cabilia e che oggi insegna pensiero islamico alla Sorbona di Parigi. Per superare le incrostazioni che nei secoli hanno schiacciato l'islam su un'osservanza meccanicistica della tradizione, chiede di sottoporre costantemente la religione a lla «ragione interrogativa». «Il Corano - scrive - è manifestato in un linguaggio umano che è storico e che gli uomini devono comprendere e interpretare».
Dalla Tunisia si leva la voce di Abdelmagid Charfi, che critica i tradizionalisti responsabili di avere «serrato col catenaccio» il testo coranico e di impedire un confronto aperto con la modernità. Denuncia l'egemonia del legalismo che ha comportato la degenerazione di un messaggio spirituale in un corpus di prescrizioni giuridicamente ingabbiate; tradendo così lo spirito del Corano, in cui su 6200 versetti soltanto 250 hanno una valenza legislativa o giuridica. Per affermare una lettura riformatrice del testo coranico, Charfi propone di non fermarsi al suo significato letterale ma di comprendere la finalità del messaggio in esso contenuto. Solo così diventa possibile considerare la sigillatura della profezia - che secondo i musulmani si è realizzata con la rivelazione del Corano a Maometto - come qualcosa di non fossilizzato, ma come la porta di un'abitazione che può essere continuamente aperta da chi ci vive. E mai come oggi i musulmani hanno bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di tenere aperta la porta della loro casa.

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