La destra si rimette in marcia. Contro Roma
di Vittorio Emiliani


«Un sentimento di quasi incosciente rivalità regionale si è manifestato in questa discussione, come in molte altre, ed un fondo d’indefinibile gelosia verso questa Roma». Parole attualissime. Pronunciate invece dal deputato radicale e futuro primo ministro Alessandro Fortis nel lontano 1881, in occasione del voto favorevole alla prima legge per Roma Capitale voluta dal governo Crispi. Oggi la situazione appare letteralmente rovesciata: Roma eserciterà le sue funzioni di capitale della Repubblica italiana nei limiti e con le modalità disegnate dallo statuto della Regione Lazio. Altro che «incosciente rivalità regionale». Altro che «gelosia verso questa Roma». Esulta Francesco Storace presidente della Regione Lazio (dalla identità piuttosto labile e comunque recente): quale rivincita su Roma e sulla sua storia! Il suo compagno di partito, Mario Landolfi, aveva presentato un emendamento per il “distretto” federale di Roma capitale, alla maniera di Washington. L’opposto dei voleri storaciani. Tanto per chiarire quanta confusione politica alberghi in An. Mentre Forza Italia fa il pesce in barile, in realtà decisa ad assecondare la Lega Nord in questa battaglia “contro Roma” che Bossi ha sempre ritenuto fondamentale. Livelli desolanti.
Così facciamo ridere il mondo. A cominciare dall’Europa. La federale Germania ha infatti investito somme colossali nella ritrovata capitale Berlino. Nella ormai decentrata Francia il ruolo di Parigi rimane alto e prestigioso. Come quello di Londra. Il borgomastro di Vienna partecipa alle sedute del consiglio dei ministri in cui si trattano i problemi della capitale. E così via.
Del resto, quest’ultima decisione, francamente ridicola oltre che antistorica, è stata preceduta dal sistematico svuotamento da parte del governo Berlusconi della legge per Roma capitale varata una ventina d’anni or sono con la firma di Bettino Craxi presidente del Consiglio e di Oscar Mammì ministro. Ricordo ancora quando essa venne presentata al San Michele. Craxi la illustrò con un discorso che indusse l’allora sindaco Ugo Vetere a dirmi (a parte): «Ha fatto proprio un discorso da milanese». E però la legge partì venendo sempre via via dotata di fondi. Tanto per fare un solo esempio, nel 1995 il governo Dini poté finanziare con essa (era ministro Paolo Baratta e sottosegretario Nicola Scalzini) il nuovo Auditorium di Renzo Piano per ben 254 miliardi di lire, in tre annualità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, un segnale ed uno strumento culturale dei più forti in questa Roma che suscita oggi più di ieri comprensibili “gelosie”.
Del resto, un po’ da tutte le parti (già col deprecabile Titolo V della Costituzione votato alla fine della scorsa legislatura) si è accettato di parlare di “federalismo” confondendo questi pastrocchi istituzionali con una dottrina certamente nobile quale è stata quella di Carlo Cattaneo. All’Italia ormai fortemente integrata in Europa (certo non per merito di Silvio Berlusconi e dei suoi) sarebbe servito un regionalismo snello, chiaro nell’attribuzione delle competenze, senza “zone grige”, una Repubblica delle Autonomie ben disegnata e strutturata nell intesa di fondo fra Stato, Regioni e Autonomie locali. Mentre questo pasticciaccio da una parte toglie autorevolezza allo Stato e dall’altra comprime gli enti locali mettendo in cottura una sorta di inservibile spezzatino che le stesse Regioni respingono. Per non parlare dei veti incrociati che trasformeranno il percorso delle leggi in un autentico e paralizzante “gioco dell’oca”, con continui ritorni alla stazione di partenza.
La scelta di Roma quale capitale della nuova Italia non fu facile. Le resistenze politiche (la Chiesa ovviamente e i clericali), le “invidie” di troppe ex capitali e capitaline, le vischiosità burocratiche furono tante e rilevanti. Decisiva risultò fin dal 1861 la presa di posizione inequivocabile di Camillo Cavour: Roma doveva essere la capitale del Regno anche perché «è la sola città d Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali». Camera e Senato approvarono, praticamente unanimi. Anche se a spingere in quella direzione, oltre a Cavour presto scomparso, furono essenzialmente la corrente del liberalismo capeggiata da Quintino Sella, teorico della Terza Roma, e la sinistra risorgimentale, mazziniana e garibaldina (memori della Repubblica del 1849 e della sua Costituzione).
Rammentare questo percorso storico, questi nomi è insieme amaro ed essenziale. Siamo caduti talmente in basso che, per risalire, dobbiamo richiamare il meglio della nostra storia, anche di quella di Roma moderna dove la dignità del Campidoglio e di un suo dialogo alla pari con Palazzo Chigi è stata essenzialmente una conquista della sinistra, a partire dal ‘76, della giunta Pci-Psi guidata da Giulio Carlo Argan e poi da Luigi Petroselli. Un cammino proseguito da Ugo Vetere e, dagli anni 90, da Francesco Rutelli e da Walter Veltroni. «Per questa discussione/chiaro ciascun discerna/che la question di Roma/è come Roma eterna», annotava spiritosamente un deputato sui banchi di Montecitorio nel lontano 1881. Già, ma allora si lavorava per fortificare Roma col sospetto di un centralismo che poi Mussolini avrebbe enormemente potenziato “usando” la città quale formidabile palcoscenico per le sue parate imperiali e guerresche. Oggi che Roma si è guadagnata, sul campo, il prestigio internazionale di capitale e doppia capitale, il governo del centrodestra lavora a indebolirla, a immeschinirla, come se non venisse in tal modo colpita la stessa identità naziona