Le finte vendite di Stato
E se si smettesse di chiamare privatizzazioni queste imbrogliate, stentate e parzialissime vendite di azioni pubbliche sul mercato? Oltre a un problema di rispetto dell'intelligenza dei risparmiatori e dei mercati finanziari, c'è pure una questione di correttezza semantica nei confronti della lingua italiana. Dice il Devoto-Oli, tanto per rifarsi a un dizionario fra i più reputati, che privatizzare significa: "Trasferire all'iniziativa privata un'impresa o un settore economico già controllato dallo Stato". Un pizzico d'onestà intellettuale, dunque: salvo il caso della telefonia e di alcune banche, tutte le altre grandi dismissioni realizzate in materia non hanno alcun titolo per essere considerate privatizzazioni.
E non si venga a dire che ci vuole pazienza perché la ritirata dello Stato non può che attuarsi progressivamente nel tempo, concludendosi nel momento in cui la mano pubblica scenderà sotto il 50 per cento del capitale delle imprese, come già fatto con l'Eni e come si accinge a fare con Enel e Alitalia. Per favore, non continuiamo a prenderci in giro: fino a quando il governo, anche attraverso una partecipazione azionaria di minoranza, continuerà a esercitare un potere prevalente nell'assemblea dei soci, non sarà giusto né appropriato parlare di azienda privatizzata.
Sia chiaro: con questa puntualizzazione non si intende mettere in discussione il legittimo diritto dello Stato a mantenere il controllo di una specifica impresa per ragioni che possono anche essere solidamente argomentate. Per esempio, come nel caso dell'Eni, in forza del ruolo strategico fondamentale che questo gruppo esercita per gli approvvigionamenti energetici del paese. Ma questa è un'altra storia. Anche in tal caso, comunque, una simile scelta non va mascherata abusando della parola privatizzazione, ma usando una terminologia adeguata. Che non può nemmeno passare per il recupero della vecchia locuzione 'partecipazioni statali' dai significati quanto mai ambigui, ma che deve far emergere l'oggettiva verità: quella di una società a controllo statale.
Vale la pena di reiterare questo appello a una maggiore trasparenza, anche linguistica, perché ora la manipolazione della realtà sta per raggiungere un picco straordinario con la cosiddetta 'privatizzazione' della Rai diretta da Flavio Cattaneo. Non solo c'è il possibile rischio che ai privati venga rifilato un bidone finanziario, dato il controverso stato dei conti dell'azienda documentato su queste pagine la scorsa settimana. Ma soprattutto è certo che l'operazione nasce come la più falsa delle privatizzazioni perché, in base alla riforma berlusconiana, nessun socio privato potrà detenere più dell'1 per cento del capitale. Limite che garantirà alla mano pubblica la sicurezza del controllo anche con un pacchetto azionario altrimenti trascurabile, facendo strame delle più elementari regole di un'economia di mercato. Ha detto al riguardo il ministro Maurizio Gasparri di sentirsi impegnato a "dimostrare che quella della privatizzazione non è una falsa partenza, ma una cosa seria", ipotizzando perfino la quotazione in Borsa. Meglio correre a rileggere su qualche buon dizionario anche la definizione della parola 'serietà'.




Rispondi Citando