Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Giustizia per il Popolo Palestinese!

    " Eretz Israel
    Articolo di: August/2004


    GIUSTIZIA PER IL POPOLO PALESTINESE!

    di Barbara Mella

    «Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,
    le cose» disse «che ne son lontano;
    cotanto ancor ne splende il sommo duce.

    Quando s'appressano, o son, tutto è vano
    nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
    nulla sapem di vostro stato umano»
    (Divina Commedia
    canto X
    vv. 79-85)

    Ecco, anche noi, come gli eretici di Dante, vediamo le cose come quei c'ha mala luce. Prendiamo per esempio gli ebrei, che ci sono lontani, altroché se ci sono lontani! Di quello che riguarda gli ebrei vediamo tutto molto chiaramente: le scritte sui muri, gli insulti, le aggressioni per strada, i cimiteri devastati, le sinagoghe incendiate - che fanno vibrare di nostalgia le nostre narici un tempo deliziate dagli effluvi che si levavano in quel di Oswiecim. Certo che vediamo bene tutto questo, solo che, trattandosi di ebrei, come dicono a Roma, nuncenepoffregaddemeno.

    I cristiani, invece, eh, i cristiani sono ben vicini: siamo noi i cristiani! E coi cristiani non vediamo più niente: duecentocinquanta milioni di cristiani nel mondo oppressi e perseguitati nei Paesi islamici: niente! Centosessantamila cristiani assassinati ogni anno nei Paesi islamici: niente, non vediamo niente! E veniamo ai palestinesi: i palestinesi sono più che vicini, sono più che noi stessi, i palestinesi sono il sangue che scorre nelle nostre vene, sono le cellule ciliate che si agitano nei nostri polmoni, sono le trombe di Eustachio che si annidano nella profondità delle nostre orecchie, sono i villi che vibrano nel nostro intestino! I palestinesi sono LA CAUSA della nostra vita, lo scopo della nostra esistenza, la sublimazione di ogni nostro desiderio, la quintessenza di ogni nostra aspirazione. E che cosa succede coi palestinesi? Succede che vediamo tutto capovolto! Ed è dunque giunto il momento di raddrizzare le cose e chiedere giustizia per loro. Vogliamo cominciare dal principio? Cominciamo dal 1920, data di inizio del mandato britannico. In seguito all'arrivo dei pionieri ebrei che avevano dissodato paludi e pietraie e zone desertiche rendendole fertili, erano arrivati anche una miriade di arabi, e non sempre tra ebrei e arabi si andava d'accordo, anzi, ogni tanto ci si ammazzava anche un po', ma niente di particolarmente drammatico. Ma con l'arrivo degli inglesi le cose cambiano radicalmente. Gli inglesi, in un momento storico in cui è chiaro a tutti che l'era delle colonie e degli imperi d'oltremare sta per tramontare, devono dimostrare che la loro presenza è necessaria, e così fomentano i dissidi fra ebrei e arabi (armando gli arabi e disarmando il più possibile gli ebrei, detto per inciso) per poter dire: "Vedete? Se non ci siamo noi questi si scannano!" E così gli arabi cominciano a scannare davvero gli ebrei, e gli ebrei, costretti a difendersi, devono necessariamente ammazzare a loro volta un po' di arabi. Poi arriva il 1948, e stavolta sono i fratelli arabi a intervenire per impedire loro di vivere, per la prima volta nella storia, in un loro stato sovrano, invadendo e annettendo le terre destinate a costituire il loro stato. Non solo: non paghi di questo, li inducono a lasciare le loro case e a fuggire*. Li sbattono nei campi profughi - autentici campi di concentramento - e lì ancora li stanno tenendo, da 56 anni, in condizioni disumane, privi di ogni diritto, privi di ogni prospettiva per il futuro, condannati alla miseria e all'odio perenni. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.

    PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!

    Nel 1967 i fratelli arabi decidono che è giunto il momento di sferrare l'attacco finale per ributtare definitivamente a mare i sionisti. Chiedono l'aiuto dell'ONU, che immediatamente obbedisce - come sempre - e ritira dal Sinai i caschi blu messi lì allo scopo di impedire un nuovo attacco contro Israele. Ancora una volta, come sappiamo, va male agli arabi, i quali cominciano a sospettare che forse non sarà facilissimo distruggere Israele e ributtare a mare gli ebrei. Che fare, allora? Idea geniale: inventiamo un nuovo popolo, il popolo palestinese! Il quale non esisteva fino a quel momento, come abbiamo ampiamente dimostrato e documentato in altro articolo pubblicato in questo sito: mai, fino a quel momento, era esistito un gruppo umano che si autodefinisse "popolo palestinese"; è solo in questo momento che gli arabi lo inventano e lo fabbricano a tavolino, per farne carne da cannone contro Israele. E carne da cannone, da quel momento, è effettivamente diventato, e come tale è stato usato: altre guerre sono state scatenate contro Israele dai fratelli arabi, e un feroce terrorismo è stato scatenato contro Israele dall'egiziano Arafat, agli ordini del suo padrone Gamal Abdel Nasser, usando i palestinesi come carne da cannone. Occasioni di arrivare alla pace vengono stracciate una dietro l'altra. Opportunità di far nascere lo stato di Palestina vengono rifiutate una dietro l'altra. Per il popolo palestinese nient'altro che miseria, guerra e morte. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.

    PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!

    E arrivano i cosiddetti accordi di Oslo: "cosiddetti", perché da una parte si credeva che fossero accordi veri, fatti con l'intenzione di arrivare alla pace, ma dall'altra, come già in altra sede abbiamo documentato, erano solo un cavallo di Troia per conseguire la distruzione di Israele. Distruzione da perseguire sulla pelle dei palestinesi, ancora una volta usati come carne da cannone. Dal momento in cui l'Autorità Nazionale Palestinese, primo embrione di quello che sarebbe poi dovuto diventare lo stato di Palestina, si è insediata nei territori di Giudea, Samaria e Gaza,
    Arafat si è messo alacremente al lavoro per conseguire lo scopo: programmi televisivi per i bambini più piccoli, inneggianti al cosiddetto martirio; programmi scolastici in cui l'odio antiisraeliano e antiebraico è materia di studio, e libri scolastici in cui Israele non esiste, in cui si spiega che l'«entità sionista» è solo provvisioria e sarà presto spazzata via, in cui si insegna che l'unico vero scopo della propria vita è quello di diventare martiri ammazzando più ebrei possibile, perché gli ebrei sono figli di scimmie e maiali e Allah vuole la loro morte; campi militari per addestrare i bambini a partire dai sei-sette anni a usare le armi per uccidere gli ebrei; miliardi di dollari donati dal mondo intero per alleviare le condizioni di vita della popolazione palestinese, e usati invece per acquistare centinaia di tonnellate di armi pesanti, per addestrare terroristi apprendisti, per addestrare persone da mandare in giro per il mondo a seminare menzogne, per "comprare" i giornalisti occidentali (e chi non si lascia comprare finisce MOLTO male), per costruire ville hollywoodiane per i dirigenti e per giovani signore bionde (migrate poi in quel di Parigi con 300 milioni di dollari e ivi mantenute a 100.000 dollari al mese), per costituirsi conti in banca di miliardi di dollari mentre il popolo palestinese continua a fare la fame nei campi profughi, ad essere senza lavoro perché non ci sono infrastrutture, a morire ai posti di blocco perché non ci sono ospedali.
    Al popolo palestinese i suoi signori e padroni arabi hanno rubato i soldi, distrutto il presente, annientato il futuro. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.

    PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!

    E arriva Camp David: Israele concede TUTTO ciò che (apparentemente) i palestinesi chiedono: Gaza, Cisgiordania, mezza Gerusalemme (compreso il Monte del Tempio), smantellamento degli insediamenti, 250 miliardi di dollari come risarcimento ai cosiddetti profughi, nascita dello stato di Palestina, pace. E che cosa fa l'egiziano Arafat? Rifiuta tutto, abbandona Camp David e corre in Palestina a preparare la prossima guerra, mandando fuori di prigione, come primo atto, i terroristi che vi si trovavano, perché siano pronti ad organizzarsi e attaccare; facendo pubblicare su tutti i giornali, come secondo atto, la notizia che Israele, a Camp David, aveva offerto per lo stato di Palestina il 10% dei Territori, in modo da spingere i palestinesi alla disperazione e costringerli alla guerra. E inizia così l'ultimo massacro. "Sono pronto a sacrificare un milione di martiri bambini per giungere a Gerusalemme!" aveva fieramente proclamato l'egiziano Arafat. E subito ha cominciato a sacrificarli, un bambino dietro l'altro mandati a fare da scudo umano ai cecchini armati; un giovane dietro l'altro mandati a farsi saltare in aria con una cintura esplosiva legata intorno alla vita. Prima o poi, se continua così, non resterà più un solo palestinese sulla faccia della terra. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.

    PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA!

    E ancora non è tutto. I giornalisti che si permettono di criticare la dirigenza palestinese vengono imprigionati, brutalmente picchiati, quando non peggio, e i giornali chiusi. Chiunque sia sgradito all'autorità viene pretestuosamente accusato di collaborazionismo con Israele (anche quando era in atto il cosiddetto "processo di pace"!) e condannato a morte, o macellato sulla pubblica piazza. I palestinesi cristiani sono perseguitati e costretti a fuggire. La mafia palestinese, costituita per lo più dagli "uomini della sicurezza" di Arafat, taglieggiano così pesantemente i negozianti da costringerli a chiudere bottega e restare senza lavoro, e terrorizzano i civili palestinesi. I terroristi costruiscono le bombe in casa e nascondono gli esplosivi sotto le culle dei propri figli - i quali sono poi i primi a saltare in aria in caso di incidenti.
    I cecchini sparano circondandosi di bambini, in modo che il fuoco di risposta israeliano li possa colpire. Tutto documentato, con foto e filmati. E il mondo? Gira la testa dall'altra parte e tace.

    PER QUESTA GENTE NOI CHIEDIAMO GIUSTIZIA! SALVATE IL POPOLO PALESTINESE DAGLI ASSASSINI ARABI CHE LO STANNO ANNIENTANDO!

    * Il quotidiano del Cairo AKHBAR EL-YOM, il 12 Ottobre 1963 ricordava: “Venne il 15 Maggio 1948… quello stesso giorno il Mùfti (leader religioso Islamico) di Gerusalemme fece appello agli Arabi di Palestina affinché abbandonassero il Paese, in quanto gli eserciti Arabi stavano per entrare al loro posto…” Il 6 Settembre 1948, il “Beirut Telegraph” intervistava Emile Ghoury, segretario del Supremo Comitato Arabo: “Se esistono questi profughi, è conseguenza diretta dell’ azione degli Stati Arabi contro la partizione, e contro lo stato Ebràico”.

    Il 19 Febbrajo 1949, il quotidiano Giordano FALASTIN scriveva. “Gli Stati Arabi che avevano incoraggiato gli Arabi di Palestina a lasciare le proprie case temporaneamente per essere fuori tiro degli eserciti d’ invasione Arabi, non hanno mantenuta la promessa di ajutare questi profughi….”.

    Da un rapporto della Polizia Britannica al Quartier Generale di Gerusalemme il 26 Aprile 1948:

    “Ogni sforzo è compiuto da parte degli Ebrei per convincere a popolazione Araba a rimanere, e a condurre insieme a loro una vita normale…..”

    A Haifa il 27 Aprile 1948 il Comitato Nazionale Arabo rifiutò di firmare una tregua, comunicando ai governi della Lega Araba: “Quando la delegazione entrò nella sala delle riunioni, rifiutò con fierezza di firmare la tregua, e chiese che si facilitassero l’ evacuazione della popolazione Araba, e il suo trasferimento nei Paesi Arabi circosrtanti…. Le augtorità militari e civili e i vari esponenti degli Ebrei espressero il loro profondo rincrescimento. Il Sindaco di Haifa, Shabtai Levi, aggiornò l’ incontro con un appello alla popolazione Araba affinchè riconsiderasse la sua decisione….”

    MANIFESTO IN ARABO E IN EBRAICO AFFISSO IL 28 APRILE 1948 dal Consiglio Ebraico dei Lavoratori di Haifa, rivolto ai cittadini Arabi, ai lavoratori, alle autorità:

    Da tanti anni viviamo insieme nella nostra città, Haifa. In sicurezza, e in fratellanza e comprensione reciproche. Grazie a ciò, la nostra città è fiorita, e si è sviluppata per il bene dei residenti, sia Arabi, sia Ebrei. Così Haifa è stata di esempio per altre città della Palestina. Elementi ostili non sono riusciti a adeguarsi a questa situazione, e hanno dato origine a scontri, minando le relazioni fra voi e noi. Ma la mano della Giustizia è più forte. La nostra città ora è sgombra di questi elementi, che sono fuggiti temendo per la propria vita.Così, una volta di più, l’ordine e la sicurezza hanno il sopravvento nella città. La strada è aperta per la ripresa della cooperazione e della fratellanza fra i lavoratori, Ebrei e Arabi.

    A questo punto riteniamo necessario chiarire nei termini più franchi: siamo persone amanti della Pace!Non c’è ragione per la paura che altri cercano d’instillare in voi. Non c’è odio nei nostri cuori, né astio nel nostro atteggiamento verso cittadini amanti della Pace che, come noi, sono impegnati nel lavoro, e nello sforzo di creare.

    Non temete! Non distruggete le vostre case con le vostre stesse mani! Non troncate le vostre fonti di vita. Non attirate su di voi, con le vostre mani, la tragedia, mediante un’ evacuazione non necessaria, e fardelli da voi stessi creati. Trasferendovi, sarete sopraffatti dalla povertà, e dall’umiliazione. Ma in questa città, vostra e nostra, Haifa, le porte sono aperte alla vita, al lavoro, alla Pace, per voi e per le vostre famiglie.

    CITTADINI GIUSTI E AMANTI DELLA PACE

    Il Consiglo dei Lavoratori di Haifa, e la Confederazione del Lavoro, la Histadrùth, vi consigliano, per il vostro bene, di restare nella città, e di tornare al vostro lavoro normale. Siamo pronti a venire in vostro ajuto, a ristabilire condizioni normali, a assistervi nell’approvvigionamento di cibo, e a aprire possibilità di lavoro.

    LAVORATORI: LA CITTA’ CHE ABBIAMO IN COMUNE, HAIFA, FA APPELLO A VOI AFFINCHE’ VI UNIATE NELLA SUA COSTRUZIONE, NEL SUO PROGRESSO, NEL SUO SVILUPPO; NON TRADITE LA VOSTRA CITTA’, E NON TRADITE VOI STESSI. SEGUITE IL VOSTRO INTERESSE, E SEGUITE LA STRADA GIUSTA !

    La Federazione Ebràica del Lavoro in Palestina

    IL CONSIGLIO DEI LAVORATORI DI HAIFA

    Nota: si osservi che ancora nel 1963 il quotidiano del Cairo parla di "Arabi di Palestina": la parola "palestinesi" non è ancora stata inventata!
    "
    http://www.ebraismoedintorni.it/

    Shalom

  2. #2
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal quotidiano LIBERO di oggi

    " Ai kamikaze condanne in inglese e lodi in arabo
    di SILVIA GUIDI

    L'Autorità nazionale palestinese condanna gli attentati nelle versioni inglesi dei comunicati ufficiali ad uso e consumo degli occidentali ma le approva quando parla in arabo alla sua gente. Un trucco noto da tempo e ampiamente applicato da Arafat nelle sue dichiarazioni; stavolta però la doppia verità stride più del solito, segnalano dal Palestinian Media watch, un ente che monitora tv e giornali dell'area. Il quotidiano ufficiale dell'Anp, Al Hayat al Jadida, conferisce il titolo di ' shahid', martiri dell'Islam, ai due terroristi suicidi che martedì scorso hanno ucciso 16 israeliani a Beersheeba. Questa definizione a chiare lettere in prima pagina contraddice le condanne' in inglese improvvisate in fretta nei comunicati stampa inviati subito dopo l'attentato ai giornali di tutto il mondo. Lo status di 'shahid' è il traguardo più alto indicato dalla teologia islamica, chiosano Itamar Marcus e Barbara Crook del Pmw, che garantisce i massimi onori nell'aldilà e un posto di riguardo in paradiso vicino a Maometto e ai profeti. Amnesie e discrepanze clamorose si trovano anche nei tg mandati in onda dall'emittente tv dell'Autorità palestinese: nei tre servizi in arabo usciti subito dopo la tragedia dei 16 morti israeliani non c'era traccia. Il particolare secondario delle vittime è saltato deliberatamente, e non per motivi di tempo a disposizione, visto che ogni servizio durava dai 20 ai 30 minuti. Altro tono e soprattutto contenuti opposti nei programmi in inglese controllati da Arafat e destinati ai media stranieri. Qui si parlava dell'attacco con i toni corrucciati della condanna ufficiale made in Anp. Interessante, comunque, analizzare nel dettaglio in cosa davvero consistano queste scuse ufficiali. Si afferma di fatto che il doppio attacco suicida di Beersheeba non è un crimine moralmente condannabile, ma un errore di strategia che non aiuta la causa palestinese e a lungo termine può rivelarsi c o n t ro p ro d u c e n t e . Arafat e soci spiegano serenamente che « gli interessi della nazione palestinese non richiedono per il momento l'attacco ai civili, per non dare agli israeliani il pretesto per continuare la loro aggressione militare contro il popolo e i suoi luoghi santi » . Mercoledì mattina la versione araba del tg spiegava esattamente questo ai ' compagni che sbagliano? ( obiettivo, non condotta). Stesso concetto in una lettera aperta datata giugno 2002 di Hannah Ashrawi, Sari Nusseibeh e altre figure di spicco dell'Autorità che chiedono ai compagni di lotta di organizzare con più oculatezza le operazioni ( cioè attentati e mattanze varie) e scegliersi con più furbizia le vittime. L'eccesso di zelo nel massacro dell'avversario può portare a effetti collaterali difficilmente prevedibili: « Queste operazioni non contribuiscono al nostro successo, le azioni militari si giudicano non in base all?esito che hanno ma in base ai risultati politici che permettono di raggiungere... » . Comunque, tutto è lecito, visto che quello palestinese non è terrorismo ma difesa, come ha ribadito ieri il rettore di Al- Azhar, la più prestigiosa università del mondo sunnita.
    "

    Libertà al Popolo palestinese ......dai suoi dirigenti criminali che gli negano ogni speranza di libertà, di pace, di una Patria possibile e libera!


    Saluti liberali

  3. #3
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    " La grandiosa strategia di Arafat
    di Efraim Karsh

    Per Yasir Arafat e la leadership dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (PLO) il processo di pace di Oslo è sempre stato un mezzo strategico, non per la soluzione dei due Stati— Stato d'Israele e Stato di Palestinina nell' West Bank e Gaza— ma per la sostituzione di uno Stato palestinese allo Stato d'Israele.
    Fin dall'agosto del 1968, Arafat definì l'obiettivo strategico del PLO come "il trasferimento di tutte le basi della resistenza" nell' West Bank e nella Striscia di Gaza, occupate da Israele durante la guerra del giugno del 1967, "in modo che la resistenza possa essere gradualmente trasformata in una rivoluzione popolare armata". Questo, egli pensava, avrebbe permesso al PLO di minare il modo di vivere israeliano col "prevenire l'immigrazione e con l'incoraggiare l'emigrazione ... distruggendo e indebolendo l'economia israeliana ... e dirottando la maggior parte [delle risorse] per le esigenze della sicurezza ... e creando e mantenendo un clima di tensione e di ansia che spingerà i sionisti a convincersi che è impossibile per loro vivere in Israele". [1]

    Gli accordi di Oslo resero possibile al PLO di acquisire con un solo crudele baratto ciò che non erano riusciti a raggiungere in anni di violenze e di terrorismo. Qui era Israele a chiedere al PLO, una decina d'anni dopo aver distrutto le infrastrutture militari palestinesi in Libano, quando il PLO era storicamente nel suo più basso momento di declino, di stabilire una vera presenza politica e militare - non in in un Paese arabo delle vicinanze ma proprio sulla porta di casa. Israele era persino preparato ad armare migliaia di terroristi (sperabilmente convertiti) che sarebbero stati incorporati nelle forze di polizia e di sicurezza di recente istituite e incaricate, con l'assenso dell'Autorità Palestinese, per tutti i territori.

    Nel settembre del 2000, Arafat lanciò una guerra terroristica contro Israele precisamente con gli obiettivi che egli aveva stabilito nel 1968 per il Movimento palestinese. Certi analisti ora argomentano che i palestinesi hanno perso quella guerra. Ma la realtà vera è che Arafat potè promuoverla e ingolfare Israele in uno dei suoi più grandi traumi, cosa che rappresenta il trionfo della sua strategia. Certamente i palestinesi hanno sofferto rovesciamenti e perdite. Ma Arafat ha raggiunto il suo scopo: ha portato la guerra palestinese dai confini dello Stato d'Israele al cuore stesso dello Stato attraverso una politica di doppiezza. Egli ha ogni ragione di sperare che il lavoro da lui iniziato venga portato a termine dalla prossima generazione di leader palestinesi. Quel lavoro non è nient'altro che lo smantellamento d'Israele.

    In che modo Arafat ha condotto la sua impresa al successo? Per prima cosa, egli ha articolato una strategia di lungo termine per l'eliminazione dello Stato d'Israele ed è riuscito ad impregnare tutti i palestinesi con i suoi precetti, persino quando stringeva le mani dei governanti israeliani e di un presidente degli Stati Uniti. Secondo, ha indottrinato la sua gente di un odio costante verso Israele e il suo popolo in modo da renderli forti per la guerra. Infine, ha scelto un momento opportuno, dopo aver guadagnato il massimo dei vantaggi dal "processo di pace" per ricorrere alla guerra e al terrorismo. Quest'articolo prende in esame ciascuno dei tre elementi del piano visionario di Arafat per liberare la Palestina e il significato dell'eredità di Arafat per il futuro.

    Un piano strategico

    Quando Arafat iniziò la sua "lotta armata" a metà degli anni '60, prese ispirazione dall'esempio dell'Algeria: una guerra di liberazione nazionale che era riuscita nello spazio di pochi anni a sconfiggere una potenza coloniale. Quando fallì nel replicare il modello, in parte per il basso livello di coscenza nazionale palestinese e per le contromisure adottate dall'esercito israeliano, il PLO adottò la "strategia a fasi". Questa strategia che risale al giugno del 1974, è sempre servita come principio-guida del PLO sin da allora. Essa stabilisce che i palestinesi dovranno impadronirsi di qualunque territorio Israele sia pronto o costretto a cedere, e servirsene come trampolino per ulteriori conquiste territoriali fino al raggiungimento della "completa liberazione della Palestina". [2]

    Fin dal momento iniziale del processo di pace di Oslo, Arafat e i suoi luogoteneti videro gli accordi come un ampliamento della sua strategia, non il suo abbandono. Arafat lo sostenne proprio all'inizio, il 13 settembre 1993, quando si rivolse ai palestinesi con un discorso pre-registrato in arabo dalla TV giordana, persino dopo aver stretto le mani di Yitzhak Rabin alla Casa Bianca. Egli informò i palestinesi che la dichiarazione di principi israelo-palestinese (DOP) rappresentava puramente l'ampliamento della "strategia a fasi" del PLO. "O miei cari, spiegò,

    Non dimenticate la decisione che il nostro Consiglio Nazionale Palestinese ha accettato nel 1974. Essa invocava l'istituzione di un'autorità nazionale su ogni parte della terra palestinese che si sia liberata o provenga dal ritiro israeliano. Questo è il frutto della vostra lotta, dei vostri sacrifici, della vostra jihad … Questo è il momento del ritorno, l'ottenimento di un punto d'appoggio sulla prima terra palestinese liberata... Lunga vita alla Palestina, liberata e araba".[3]

    Questa visione di una "Palestina, liberata e araba" - che è una Palestina dove Israele non esiste - non è stata menzionata in nessuna intervista di Arafat con i media occidentali e israeliani del tempo. Durante i successivi sette anni e fino al lancio della sua guerra terroristica del tardo settembre del 2000, Arafat giocò un intricato gioco politico stile Jekyll-e-Hyde. Ogni volta che si rivolgeva a un pubblico israeliano e occidentale, egli faceva riferimento abituale alla "pace dei coraggiosi" che aveva siglato col "mio amico Yitzhak Rabin." Allo stesso tempo, ai suoi componenti palestinesi dipingeva gli accordi di pace come arrangiamenti provvisori del momento. Faceva costanti allusioni alla "strategia a fasi" e insisteva ripetutamente sul "diritto al ritorno", un eufemismo palestinese standard per indicare la distruzione d'Israele attraverso una sovversione demografica [4]. Arricchiva i suoi discorsi con metafore storiche e religiose, e soprattutto con riferimenti al trattato di Hudaybiya, firmato dal profeta Muhammad col popolo di Mecca nel 628, solo per poi essere disconosciuto dallo stesso Muhammad un paio d'anni più tardi quando la situazione si modificò a suo favore.[5]

    La leadership palestinese abbracciò totalmente questa interpretazione degli accordi di Oslo come un grande inganno strategico che aveva lo scopo di portare alla possibile distruzione di Israele. Sin dal 22 settembre 1993, nove giorni dopo la firma degli accordi DOP, Yasir Abed Rabbo, un vecchi ufficiale del PLO e futuro "ministro dell'informazione" nell'Autorità Palestinese, negò categoricamente che "il documento del mutuo riconoscimento tra Israele e il PLO contenga qualunque impegno palestinese a fermare la violenza". Molti mesi dopo, a luglio del 1994, Abed Rabbo fece un ulteriore passo dichiarando che i palestinesi avrebbero riguadagnato "tutta la Palestina" [6].

    Altri leader palestinesi furono ugualmente espliciti. Nell'agosto del 1994, Faruq Qaddumi, capo del dipartimento politico del PLO, apertamente invitava alla distruzione d'Israele mentre Faisal Husseini gli faceva eco nello stesso senso in una intervista alla TV siriana nel settembre del 1996:

    "Tutti i palestinesi sono d'accordo che i veri confini della Palestina sono il fiume Giordano e il mar Mediterraneo... Realisticamente, qualunque cosa venga ottenuta ora dovrebbe essere accettata [con la speranza che] eventi successivi, forse nei prossimi quindici o vent'anni, ci presenteranno l'opportunità di realizzare i veri confini della Palestina" [7].

    Husseini rimase legato a questa visione fino ai suoi ultimi giorni di vita. Nel marzo del 2001, poco prima della sua morte per un attacco di cuore, disse:

    "Si deve fare una distinzione tra le aspirazioni strategiche del popolo palestinese, che non dovrebbero cedere un solo granello di terra palestinese, e i loro sforzi politici, basati sull'equilibrio dei poteri e sulla natura dell'attuale sistema politico internazionale... I nostri occhi saranno costantemente puntati sull'obiettivo strategico - una Palestina dal fiume Giordano al mar Mediterraneo - e niente di ciò che facciamo oggi può farci dimenticare questa suprema verità" [8].

    Da quel momento, Arafat aveva già lanciato la sua guerra terroristica contro Israele, e Husseini, se avesse voluto, avrebbe potuto riassicurare gli israeliani degli accordi di pace che i suoi scopi si limitavano al raggiungimento di uno Stato palestinese nella West Bank e a Gaza. Invece di scegliere di sottolineare il trasferimento d'Israele come ultimo obiettivo palestinese, egli non lo fece.

    Nabil Shaath, un altro presunto moderato, avvocato impegnato negli accordi di Oslo, minacciò anche il ritorno della "lotta armata" qualora avesse trovato Israele non sufficientemente accomodante verso le richieste palestinesi. "Se i negoziati giungono a un punto morto, noi torneremo alla lotta armata e al conflitto come abbiamo fatto per quarant'anni", disse ad un convegno a Nablus nel marzo del 1996:

    "Man mano che Israele va avanti [col processo di pace], non ci sono problemi, cosa che accade perché noi osserviamo gli accordi di pace e la non-violenza. Ma quando Israele dirà, 'Va bene, ma non si parla di Gerusalemme, non vogliamo rifugiati, non smantelleremo gli insediamenti e non ci ritireremo dai confini', allora tutti gli atti di violenza ritorneranno. Eccetto che in questo momento, noi avremo 30,000 soldati palestinesi armati che opereranno in aree nelle quali non ci sono stati precedenti elementi di libertà" [9]

    Persino i presunti moderati della leadership palestinese come Mahmud Abbas (Abu Mazen) e Ahmed Qureia (Abu Ala), hanno espresso la loro speranza (talvolta esplicitamente) di una possibile distruzione dello Stato d'Israele. In una intervista con un giornale israeliano a gennaio del 1996, Abu Mazen cortesemente reiterò la vecchia formula di uno Stato democratico del PLO comprendente l'intera Palestina: egli espresse la speranza che in futuro ebrei e palestinesi "raggiungano uno stato di totale mescolanza" in Palestina.[10] "Non firmeremo un trattato di pace con Israele, ma accordi ad interim che ci sono stati imposti", disse Abu Ala in giugno del 1996:

    "Quando abbiamo accettato gli accordi di Oslo, abbiamo ottenuto territorio, ma non tutto il territorio ppalestinese. Abbiamo ottenuto diritti, ma non tutti i nostri diritti. Non abbandoneremo un solo pollice di questo territorio o dei diritti di ogni palestinese a vivere su di esso con dignità".[11]

    Nemici per sempre

    Arafat e l'Autorità Palestinese rinforzarono la loro strategia con l'indottrinamento dei palestinesi, specialmente dei giovani, contro lo Stato d'Israele, gli ebrei, il giudaismo - tutto il flagrante violazione dei loro obblighi sottoscritti a Oslo.

    I palestinesi hanno raccontato dei più strani complotti israeliani per corromperli e distruggerli, tutti completamente conformi ai miti cristiani medievali (non islamici) circa gli ebrei occulti distruttori e avvelenatori di pozzi. Nello stesso modo Arafat, ha attribuito a Israele l'uccisione di bambini palestinesi per estrarne gli organi [12] mentre il ministro palestinese della sanità, Riad Zaanun, ha accusato i medici israeliani di servirsi di "pazienti palestinesi per sperimentare farmaci" [13]. Il rappresentante palestinese della Commissione per i Diritti Umani di Ginevra ha accusato Israele di aver iniettato ai bambini palestinesi il virus dell' AIDS.[14]. Il direttore del Comitato palestine per la Protezione dei Consumatori ha accusato Israele di aver distribuito nei territori palestinesi cioccolato infettato dal morbo della mucca pazza [15]. Il ministro dell'ecologia, Yusuf Abu Safiyyah, ha accusato Israele di "scaricare liquidi devastanti ... nelle aree palestinesi in West Bank e Gaza"[16]. In un discorso divenuto famoso, Suha Arafat amplificò una di tali accuse alla presenza di Hillary Clinton, quando affermando a Gaza, nel novembre 1999, che "il nostro popolo è stato oggetto del quotidiano ed intensivo uso di gas velenosi da parte delle forze militari israeliane, che ha portato ad un aumento dei casi di cancro tra le donne e i bambini". [17]

    Forse il più riuscito apporto antisemitico nel mondo arabo-islamico è la teoria della cospirazione ebraica per ottenere il dominio mondiale, come viene descritta nei noti Protocolli dei saggi di Sion. L'Autorità Palestinese fa riferimento continuo ai Protocolli, e i suoi media totalmente controllati sono farciti di storie su "complotti" e "cospirazioni" ebraiche. Lo stesso Arafat prese in prestito argomenti dai Protocolli nel suo discorso di benvenuto a Gerico nel luglio del 1994.[18]. Alla fine del 1997, quando sorse una disputa circa gli scopi del riposizionamento militare israeliano nella West Bank, il pù venduto quotidiano palestinese, al-Hayat al-Jadida, derise le mappe presentate dal governo israeliano come l'ultima manifestazione del supposto disegno del Grande Israele, rivelato dai Protocolli, per espandersi dal Nilo all'Eufrate. I successivi articoli erano elaborazioni sui complotti serpeggianti, rivelati nei Protocolli, per manipolare l'opinione pubblica mondiale in favore del sionismo. [19]

    Questa campagna pervasiva di denigrazione degli ebrei è stata accompagnata da una sistematica negazione della legittimità dello Stato ebraico da parte sia dell'Autorità Palestinese che dal PLO. Spesso ci si riferisce ad Israele facendo ricorso ad un'espressione peggiorativa come, "l'entità sionista". Israele è notoriamente assente dalle mappe palestinesi che ne ritraggono il territorio come parte della "Grande Palestina". Nel 1998, allorché il primo ministro Netanyahu fece osservazioni in proposito, la stampa palestinese rispose sprezzantemente:

    "Di quale Israele sta parlando? di quella del 1948, del 1967, del 1982, o di quella che si estende dal Nilo all'Eufrate? Lasciate che ci definisca ciò che è Israele in modo che noi possiamo aggiungerlo alle mappe delle dittature che ci sono state nella storia solo per svanire subito dopo senza lasciare traccia".[20]

    Da quando l'Olocausto viene visto come la più potente giustificazione moderna per l'esistenza dello Stato ebraico, l'Autorità Palestinese e i suoi media si sono dati da fare per minimizzare il genocidio, se non per negarlo del tutto. Allo stesso tempo, i palestinesi vengono dipinti come le vere vittime dell'Olocausto: essi sono stati costretti a pagare per il presunto desiderio dell'Occidente di espiare la colpa dell'Olocauso attraverso l'istituzione di uno Stato ebraico. (I palestinesi non danno spiegazioni del perché, se l'Olocausto non è avvenuto, le nazioni europee dovrebbero avere rimorsi tali al punto di far passare per buono Israele al di sopra dei palestinesi). Persino Abu Mazen, l'architetto di Oslo e uno dei più famosi simboli della presunta riconciliazione palestinese, argomentò in un libro del 1984 che meno di un milione di ebrei erano stati uccisi nell'Olocausto e che il movimento sionista era stato partner nelle uccisioni [21]

    L'Autorità palestinese è anche andata avanti con rapidità nel ripudiare ogni legame degli ebrei con il Monte del Tempio a Gerusalemme o con la stessa Terra d'Israele. Persino al summit di Camp David a luglio del 2000—il più ambizioso e singolare sforzo di porre fine al conflitto israelo-palestinese- molti negoziatori palestinesi negarono l'esistenza del Tempio di Salomone. Lo stesso Arafat raccontò a Clinton che il tempio era stato individuato a Nablus piuttosto che a Gerusalemme [22]. Tre giorni prima l'inizio della guerra terroristica di Arafat, nel settembre del 2000, Abed Rabbo negò in modo adamantino la reale esistenza del tempio:

    "Gli israeliani dicono che al di sotto del nobile santuario (la spianata delle moschee) è situato il loro tempio. … Guardando la cosa da un punto di vista archeologico, sono sicuro che non c'è alcun tempio. Hanno scavato tunnel dopo tunnel senza alcun risultato" .[23]

    E Arafat non si è neppure astenuto dal riproporre come un ritornello l'immenso potenziale esaltato dell'Islam, che ha rappresentato l'esca dell'ordine sociale e politico del Medio Oriente per più di un millennio, come armamentario principale per gettare discredito sui suoi partner israeliani della pace, se non sulla pace stessa. Settimana dopo settimana, i religiosi si sono serviti dei loro pulpiti per screditare il processo di pace e per instillare l'odio contro Israele e gli ebrei. Ai credenti si è insegnato che gli ebrei sono i "discendenti delle scimmie e dei maiali" e li si è ammoniti sulle macchinazioni dei sionisti per dividere il popolo palestinese e creare conflitti intestini. Nel dicembre del 1994, quando la polizia palestinese sparò e uccise quattordici militanti Hamas durante il primo vero scontro a sangue tra l'Autorità Palestinese e i suoi oppositori, il muftì di Gerusalemme incaricato dalla AP, Ikrama Sabri, biasimò Israele per il massacro in un sermone.[24]. (Nel fare la sua accusa, Sabri prendeva lo spunto dalle parole di Arafat, che non si era mai stancato di ripetere le sue accuse contro gli estremisti nell'esercito israeliano e nei servizi di sicurezza che percorrevano i territori con le armi per far precipitare i palestinesi nella guerra civile). Arafat giunse ad asserire che gli estremisti israeliani progettavano attacchi terroristici contro i civili israeliani. [25])

    Ci sono correlazioni tra le vicissitudini nella polizia dell'Autorità Palestinese e il tono e l'orientamento dei sermoni del venerdì.
    Nell'estate del 2000, quando Arafat scelse di servirsi della questione di Gerusalemme come di un pretesto per portare al collasso il summit di Camp David, Sabri rapidamente montò una campagna invasata negando ogni attaccamento ebraico alla città. Dopo che Arafat lanciò la sua guerra terrorista nel settembre del 2000, i religiosi del venerdì si imbarcarono in un orgia senza limiti di invettive antiebraiche . "Pensano di poter spaventare il nostro popolo", disse Sabri nel suo sermone del 25 maggio 2001, una settimana prima che un terrorista suicida assassinasse venti teenagers nella discoteca di Tel Aviv:

    "Noi diciamo loro: per quanto voi amate la vita—i musulmani amano la morte e il martirio. C'è una grande differenza tra chi ama l'eternità e chi ama l'oggi. Il musulmano ama la morte e [gareggia] per il martirio. Egli non teme l'oppressione del prepotente o le armi delle lettere di sangue. Il suolo benedetto e santo della Palestina ha vomitato tutti gli invasori e i colonialisti attraverso la storia e vomiterà subito, con l'aiuto di Dio, gli attuali occupanti".[26]

    La scelta della guerra

    Arafat non si è limitato a denigrare gli accordi di Oslo e i suoi partner per la pace. Dal momento del suo arrivo a Gaza nel luglio del 1994, si è dato da fare per costruire un'estesa infrastruttura terroristica in flagrante violazione degli accordi, e trascurando totalmente le ragioni che lo avevano portato là dalla Tunisia, e segnatamente la preparazione delle basi del futuro Stato palestinese.

    Arafat si rifiutò di disarmare i gruppi terroristici Hamas e la Jihad islamica come era stato richiesto dagli accordi di Oslo e approvò tacitamente l'assassinio di centinaia di israeliani da parte di questi gruppi. Creò un'esercito palestinese (le cosidette forze di polizia) molto più ampio di quanto permesso dagli accordi. Ristrutturò il vecchio apparato terroristico del PLO, principalemente sotto la protezione dei Tanzim, che sono il braccio militare di Fatah (il più vasto componente del PLO e anima originaria di Arafat). Acquistò freneticamente armi proibite dagli accordi con le immense somme di denaro donate dalla comunità internazionale a beneficio della popolazione civile palestinese. [27]

    Ciò che permise ad Arafat di portare avanti impunentemente i preparativi della guerra fu una combinazione di simpatia internazionale per la sua causa e di delusione di Israele verso se stessa. Israele, consumata da decenni di combattimenti e con l'ardente desiderio di una normalità che avrebbe finalmente potuto permetterle di godere di un nuovo benessere, distolse gli occhi dal pericolo che si insediava sulla porta di casa. Persino Binyamin Netanyahu, noto per il suo amaro scetticismo su Oslo, si mostrò incapace di ottenere da Arafat la [prevista] reciprocità e si mosse sulle orme dei suoi predecessori, Yitzhak Rabin e Shimon Peres, nel cedere territori all'Autorità Palestinese senza alcun tangibile ritorno.

    Questi preparativi diedero ad Arafat i mezzi con cui lanciare la sua guerra. Si è spesso dichiarato che la violenza scaturita il 29 settembre del 2000 fosse il risultato della "provocante" visita di Ariel Sharon al Temple Mount il giorno prima. Infatti, la reazione iniziale palestinese a questo fatto, fu sorprendentemente debole. La manifestazione per la passeggiata di quel giorno al Monte del Tempio fu più modesta di quanto ci sia aspettasse nonostante i violenti incitamenti da parte dei mass media ufficiali palestinesi e gli immediati inviti da parte di molte organizzazioni palestinesi a fare dimostrazioni contro la cosidetta "profanazione di al-Haram ash-Sharif." Durante la visita, vi furono scontri di poco conto tra poliziotti israeliani e giovani lanciatori di pietre palestinesi, ma erano limitati nello scopo e nell'intensità; trenta poliziotti israeliani e quattro palestinesi furono feriti in modo leggero. Nessun palestinese venne ucciso [28]. Solo il giorno dopo la vera violenza si manifestò - in modo tutt'altro che spontaneo. Come ammise candidamente un certo numero di eminenti palestinesi, la leadership si impossessò rapidamente dell'iniziativa.[29]

    La maggior parte dei palestinesi comuni non diedero il benvenuto alla guerra; essi godevano di una ricca economia in espansione dopo diversi anni di recessione. E neppure la gente soffriva sotto una pesante occupazione. All'inizio del 1996, Israele aveva ritirato l'esercito dalle zone popolate dell' West Bank (il ritiro da Gaza - città e territori- era stato completato nel 1994) e aveva smantellato le proprie strutture amministrative civili e militari. Tutto ciò venne seguito dal ridispiegamento da Hebron nel gennaio 1997. Come risultato, il 99 per cento della popolazione palestinese dell' West Bank e di Gaza Strip non viveva più sotto l'occupazione militare israeliana. Tutti i residenti di Gaza e appena il 60% degli abitanti della West Bank vivevano interamente sotto la giurisdizione palestinese. Un altro 40% degli abitanti della West Bank abitavano in città, villaggi, e residenze dove l'Autorità palestinese esercitava l'autorità civile ma dove, in linea con gli accordi di Oslo, Israele manteneva la propria "responsabilità nella supervisione della sicurezza".

    A settembre del 2000, solo circa il due per cento della popolazione dell'West Bank viveva in aree dove Israele aveva il controllo totale. Con nessun immaginabile abuso linguistico la violenza potrebbe esser descritta come una rivolta popolare contro l'occupazione straniera. Questo "sollevamento popolare" venne lanciato sotto la coreografia della ledership e -soprattutto- di Yasir Arafat.

    Conclusioni

    E' la tragedia dei palestinesi che i due leader che hanno determinato il loro sviluppo nazionale durante il ventesimo secolo siano stati Haj Amin Husseini, mufti di Gerusalemme, che li guidò dall'inizio del 1920 fino alla fine degli anni '40, e Yasir Arafat, che ha dominato la politica palestinese sin dalla metà degli anni '60 - due estremisti megalomani ossessionati dalla violenza e acciecati dall'odio antiebraico. Se il mufti avesse guidato il suo popolo alla pace e alla riconciliazione con i vicini ebrei, come aveva promesso agli ufficiali britannici che gli avevano assegnato quell'alto incarico, i palestinesi avrebbero avuto il loro Stato indipendente in una sostanziale parte della Palestina Mandataria sin dal 1948. In tal modo sarebbero stati loro risparmiati la dispersione e l'esilio. Se Arafat avesse avuto un genuino interesse per la pace, uno Stato palestinese sarebbe stato istituito come corollario del trattato di pace israelo-egiziano del 1979 o del maggio 1999, come parte degli accordi di Oslo.

    Ma allora, per tutta quella retorica sull'indipendenza palestinese, Arafat non si sarebbe mai interessato al raggiungimento dell'istituzione dello Stato così come nella violenta applicazione del suo conseguimento. Sin dal 1978, egli diceva al suo amico e collaboratore, il dittatore rumeno Nicolae Ceausescu, che i palestinesi mancavano di tradizione, di unità e di disciplina per diventare formalmente uno Stato, e che lo Stato palestinese sarebbe stato un fallimento fin dal primo giorno [30]. Il decennio appena trascorso ha visto la sua nera prognosi trasformarsi in profezia che si compie da se stessa guidando israeliani e palestinesi verso il loro più sanguinoso e distruttivo confronto in mezzo secolo.

    Efraim Karsh è direttore del Mediterranean Studies Programme al King's College, University of London, e direttore della rivista quadrimestrale Israel Affairs. E' anche autore di: Arafat's War: The Man and His Battle for Israeli Conquest (Grove Press).



    Shalom

  4. #4
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Evacuare gli insediamenti, salvaguardando l'unità nazionale

    A pagina 1 di La Stampa del 2004-09-23, Abraham B. Yehoshua firma un articolo dal titolo «Israele e il pericolo fratricida»

    Nelle ultime settimane un nuovo termine sta prendendo piede nella politica israeliana: guerra fratricida, o civile. Le due definizioni non esprimono esattamente lo stesso concetto e vorrei chiarire non solo le loro differenze ma anche il significato e il rilievo che esse possiedono per il popolo ebreo.
    La vertenza riguarda naturalmente il piano di ritiro unilaterale del governo israeliano da una parte dei territori palestinesi, comprendente l'evacuazione di 17 insediamenti dalla striscia di Gaza e dalla Samaria settentrionale, in cui vivono all'incirca settemila persone.
    Entrambi gli schieramenti, di destra e di sinistra, usano i termini «guerra fratricida» o «guerra civile» a loro discrezione. Circoli governativi, esponenti del centro e della sinistra esprimono il timore che l'estrema destra e i coloni si preparino a una resistenza tanto violenta da trasformarsi in una guerra civile. La destra e i coloni, da parte loro, nonostante promettano a mezza voce che non faranno uso di armi contro i soldati israeliani incaricati di portare a termine lo sgombero, parlano di resistenza passiva ma decisa, di manifestazioni oceaniche che impediranno l'evacuazione e affermano che sfonderanno le barriere dell'esercito ed esorteranno i soldati a rifiutare di obbedire agli ordini. Quindi, per quanto contro la loro volontà, l'evacuazione potrebbe trasformarsi in una guerra fratricida impossibile da evitare, ed è dunque meglio rinunciarvi già da ora.
    Innanzi tutto sento il bisogno di chiarire il significato di «guerra fratricida» per il popolo ebreo, legato alla caduta del Tempio e alla perdita di ciò che rimaneva dell'indipendenza giudaica duemila anni fa.
    Com'è noto, la grande rivolta dei giudei contro i romani, avvenuta nel 70 dopo Cristo, suscitò profonde controversie tra gli ebrei stessi. Molti di loro vi si opponevano, non credendo, a ragione, che la rivolta avesse possibilità di riuscita. Ma gli zeloti, gruppi di nazionalisti religiosi radicali (kanaim in ebraico, un termine in uso ancora oggi), imposero la rivolta a tutto il popolo e perseguitarono chi vi si opponeva. E così, parallelamente alla lotta contro i romani e all'assedio di Gerusalemme, in città scoppiarono duri scontri tra fazioni diverse, dapprima tra zeloti e moderati e in seguito tra varie correnti degli stessi zeloti.
    La perdita dell'indipendenza ebraica è rimasta dunque impressa nella memoria nazionale non tanto come conseguenza diretta del fallimento della rivolta contro Roma ma di una guerra fratricida. «Gerusalemme cadde per un odio superfluo». In altre parole, se i giudei avessero fatto fronte comune forse (anche se è estremamente dubbio) la loro rivolta avrebbe avuto successo e il Tempio e l'indipendenza ebraica si sarebbero preservati.
    Da qui il grande timore di una guerra fratricida, in particolar modo quando un nemico straniero è alle porte. E gli ebrei hanno sempre dei nemici, come dimostra la loro storia.
    Nei lunghi anni della diaspora non vi furono guerre fratricide. Gli israeliti non godevano di alcun potere né possedevano armi. Erano alla mercé dei gentili, sottomessi al loro governo ma, d'altro canto, anche liberi dal dominio di altri ebrei, contro i quali ovviamente non potevano ribellarsi. Così, proprio per la sua natura, la diaspora impedì scontri violenti tra ebrei e le controversie rimasero su un piano verbale. Ma quando all'incirca 120 anni fa gli ebrei cominciarono a stabilire forme di governo indipendente nella terra d'Israele, la minaccia di una guerra fratricida riprese ad aleggiare.
    A merito della storia sionista va detto che nonostante le differenze e gli abissi ideologici, mentali, culturali e religiosi esistenti tra ebrei radunatisi nell'antica Sion da ogni parte del mondo, nessun contrasto politico o ideologico ha mai raggiunto i livelli di violenza di una guerra fratricida. Neppure all'epoca del colonialismo turco e inglese, allorché le istituzioni del movimento sionista non godevano di un'autorità riconosciuta, è mai successo che una particolare fazione si sia rivoltata contro un'altra. E negli ultimi 120 anni, in occasione di feroci controversie in campo politico o economico, solo una ventina di ebrei sono rimasti uccisi per mano di loro connazionali (nei 56 anni di esistenza dello Stato ebraico solo tre ebrei sono stati uccisi da altri ebrei, fra loro il defunto primo ministro Yitzhak Rabin) mentre in nazioni come la Russia, la Grecia, la Spagna, la Finlandia, la Cambogia e altre ancora vi sono state centinaia di migliaia, se non milioni di vittime a seguito di guerre civili.
    È vero che all'autocontrollo degli ebrei di Israele ha contribuito anche la minaccia degli arabi, il nemico comune. Ma la storia ci ha già insegnato che non sempre un nemico esterno può impedire lo scoppio di guerre civili. Da ciò si deduce che il freno e l'autocontrollo sviluppatisi nelle generazioni dal trauma della distruzione del Tempio e della perdita dell'indipendenza siano stati un efficace deterrente.
    Ora però ci si pone la domanda: cosa avverrà tra qualche mese, quando il governo Sharon darà il via allo smantellamento degli insediamenti ebraici nella striscia di Gaza e nel Nord della Samaria? Il tabù della guerra fratricida sarà violato o resisterà? L'attuale violenza verbale slitterà in scontri con morti e feriti? Non bisogna infatti dimenticare che i coloni israeliani (in gran parte armati) non assomigliano ai loro colleghi francesi in Algeria alla fine degli Anni Cinquanta e agli inizi degli Anni Sessanta. L'esercito e la polizia israeliana si troveranno di fronte a uno schieramento omogeneo da un punto di vista ideologico e religioso. Sharon, pur uomo di destra, non possiede l'autorità politica e morale di De Gaulle. Tanto più che in questo caso il ritiro sarà unilaterale, senza alcun accordo con i palestinesi analogo a quello siglato dalla Francia con il movimento di liberazione algerino (che da parte sua non ha mai avuto rivendicazioni nei confronti della Francia e di Parigi, a differenza di molte organizzazioni palestinesi che aspirano ad annettere lo Stato israeliano a quello palestinese).
    Qual è dunque la mia previsione in merito alla possibilità di una guerra civile in Israele? Ammetto che questa è puramente intuitiva, non basata su dati chiari, giacché anche le opinioni dei vari «esperti» sono contrastanti. Personalmente ho la sensazione, e qui spero di non sbagliarmi, che nonostante gli scontri verbali e le manifestazioni imponenti, una guerra vera e propria, con morti e feriti, non avverrà. Gli argini della memoria storica resisteranno.
    Non bisogna infatti dimenticare che la sofferenza e lo sterminio del popolo ebreo avvenuto nel secolo scorso hanno raggiunto livelli senza precedenti nella storia umana, ed è difficile immaginare che un colono possa puntare un'arma contro un soldato o un poliziotto con l'intento di ucciderlo o di ferirlo sapendo che quello stesso soldato, o poliziotto, può essere il nipote o il pronipote di una vittima della Shoah, oppure il fratello, il figlio o il parente di un israeliano rimasto ucciso in guerra o in un attentato terroristico.
    È vero, la lotta contro l'evacuazione degli insediamenti è una lotta per i confini e per l'identità dello Stato d'Israele. Ma, per quanto possa essere importante, è solo agli inizi e la strada è ancora lunga da percorrere per entrambe le parti.
    Non pochi sostenitori della sinistra disprezzano a tal punto i coloni da non essere disposti a definirli «fratelli». Con molta rabbia dicono: non ci avete domandato nulla quando avete deciso di stabilirvi nei territori occupati, quindi non stupitevi se non vi consideriamo nostri fratelli nel giorno dell'evacuazione.
    Io sono però convinto che la solidarietà nazionale deve essere preservata a ogni costo. I coloni sono nostri fratelli e la loro sofferenza per l'evacuazione non solo dalle loro case ma anche da ciò che per loro rappresenta l'espressione di una profonda convinzione ideologica deve toccare anche chi, come me, si è sempre opposto al loro modo di vedere. Se vogliamo evitare scontri tra cittadini-fratelli, che in casi come questi seguono una dinamica propria, dobbiamo fare appello alle nostre migliori forze creative: incoraggiare il dialogo tra le parti e mostrare comprensione per il dolore degli evacuati. E questo affinché lo sgombero attuale non venga ricordato come un trauma nazionale tanto pesante da compromettere la futura evacuazione di altre colonie, quando arriverà la pace.
    "

    Shalom

  5. #5
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    " 30-09-2004
    Powell ai palestinesi: “Fermate l’intifada”



    In un’intervista trasmesso dalla televisione Al-Jazeera in tutto il mondo arabo, il segretario di stato Usa Colin Powell ha sollecitato mercoledì la fine della cosiddetta seconda intifada, i quattro anni di violenze palestinesi contro Israele.
    Cosa ha portato l’intifada al popolo palestinese? – ha chiesto Powell – Ha forse prodotto qualche progresso verso uno stato palestinese? Ha forse sconfitto Israele sul campo di battaglia? Dunque è ora di porre fine a questo andamento, è tempo di porre fine all’intifada ”.
    Nello stesso tempo Powell ha detto che il presidente George W. Bush desidera ardentemente contribuire alla nascita di uno stato per il popolo palestinese, che viva in pace a fianco di Israele. “ Ciò avverrà solo quando il terrorismo avrà fine – ha detto Powell – Mentre l’intifada in tutti questi anni ha generato terrorismo senza ottenere nulla ”. E intanto, ha aggiunto il segretario di stato americano, l’economia del popolo palestinese si è deteriorata, così come le sue condizioni di vita in generale, e Israele ha costruito una barriera per tenere fuori gli aggressori.
    L’intifada ci ha impedito di fare progressi con i vari piani di pace proposti”, ha detto Powell.
    Powell ha nuovamente criticato il presidente dell'Autorità Palestinese Yasser Arafat per non voler cedere poteri al primo ministro Ahmed Qureia (Abu Ala) affinché questi possa davvero utilizzare le forze di sicurezza palestinesi per fermare il terrorismo.
    Powell ha criticato anche Israele, dicendo che Bush è preoccupato per le attività negli insediamenti e per la mancata demolizione di tutti gli avamposti illegali in Cisgiordania.
    Ma quando l’intervistatore ha insinuato che stesse incolpando i palestinesi e difendendo “l’occupante”, Powell è sbottato: “Chi sono le vittime? Le vittime sono quelli che vengono fatti saltare in aria con le bombe”. Israele non può far altro che difendersi dando la caccia a coloro che ritiene responsabili degli attentati terroristici , ha concluso Powell, “per cui vi sono vittime su entrambi i versanti di questa faccenda” .

    (Da: Jerusalem Post, 29.09.04)

    Nella foto in alto: il luogo, nella città israeliana di Sderot, dove mercoledì sera sono stati uccisi da un missile Qassam palestinese due bambini israeliani di 2 e 4 anni.
    "

    www.israele.net

    Shalom

 

 

Discussioni Simili

  1. Solidarieta’ Al Popolo Palestinese.
    Di TyrMask (POL) nel forum Destra Radicale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 08-03-08, 12:26
  2. Giustizia per il Popolo Palestinese!
    Di Pieffebi nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 19-06-07, 21:14
  3. Un aiuto per il popolo palestinese
    Di Melkitzedeq nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 01-05-06, 21:51
  4. Un aiuto per il popolo palestinese
    Di Melkitzedeq nel forum Destra Radicale
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 28-04-06, 19:44
  5. Il popolo palestinese.....
    Di agaragar nel forum Politica Estera
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 26-01-06, 22:35

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito