Una bolgia dantesca. Un inferno. Così Verdun - la più lunga, la più sanguinosa, la più inutile battaglia sul fronte occidentale della Grande Guerra - per il milione di soldati francesi e tedeschi che vi presero parte dal febbraio all'ottobre del 1916. All’estremità occidentale del campo di battaglia, guidava la sua compagnia e piangeva i suoi morti ("i migliori ammazzacrucchi vengono spazzati via insieme alle reclute") un giovane ufficiale francese, André Pézard: scampato alle granate, si sarebbe fatto traduttore della Divina Commedia nella lingua di Voltaire, per la prestigiosa collana della Pléiade. Un inferno, Verdun, anche per Laurence Binyon, il poeta inglese che visse la battaglia da volontario della Croce Rossa prima di tradurre a sua volta la Divina Commedia nella lingua di Shakespeare. Il primo merito del libro postumo di Ian Ousby, Verdun (Rizzoli, euro 23,00), consiste nel sottrarre i combattenti e i testimoni dell'immane battaglia all'anonimato in cui la storia li ha relegati facendo di Verdun una questione di numeri: oltre trecentomila morti, quasi uno al minuto, giorno e notte. Costruito sui libri di ricordi che i sopravvissuti francesi vennero pubblicando tra le due guerre, il volume di Ousby restituisce al racconto storico quanto nessuno studio delle carte topografiche e dei bollettini militari potrà mai garantire: il vissuto individuale della battaglia, tra orgoglio e vigliaccheria, rodomontate e delusioni, medaglie al valore e cadaveri putrefatti. Situata là dove le colline di Lorena si addolciscono per cedere il passo alla pianura che porta a Parigi, la piazzaforte di Verdun è stata contesa per un millennio dagli eredi dei Franchi e dei Germani. Nel 1916, il suo controllo ha potuto sembrare cruciale per i destini della guerra sul fronte occidentale: se fosse riuscito a conquistare la cittadella, il comandante della 5ª armata tedesca - il principe ereditario Federico Guglielmo, figlio del Kaiser - avrebbe avuto spianata la strada di Parigi; perciò lo stato maggiore francese ritenne che Verdun andasse difesa a tutti i costi. Ne risultarono nove mesi di furiosi combattimenti senza che il fronte si spostasse se non per una manciata di chilometri. Nella Grande Guerra, la potenza di fuoco dell’artiglieria era ormai tale da rendere obsoleta qualsiasi fortificazione militare. D’altra parte, i bombardamenti restavano troppo imprecisi - non foss’altro, a causa del carattere rudimentale delle comunicazioni - per garantire agli attaccanti un vantaggio decisivo sui difensori. Questi avevano a disposizione mitragliatrici, cemento armato, filo spinato: non abbastanza per sfuggire tutti alla semina mortifera degli obici, ma abbastanza per lasciare a qualche incredulo sopravvissuto la possibilità di fermare l'attacco della fanteria nemica che immancabilmente faceva seguito ai colpi d’artiglieria.


"Avanzare, avanzare all’attacco, raggiungere i tedeschi e infilzarli o costringerli alla fuga": questo era stato, nel 1913, l’obiettivo di Charles De Gaulle, neo-diplomato al corso per ufficiali di Saint-Cyr; dove la parola infilzare rimandava al sogno di uno scontro alla baionetta, secondo gli stereotipi più gloriosi e più ovvi dell'immaginario militare. Tutt’altra la realtà della prima guerra mondiale, almeno sul fronte occidentale: guerra d'usura anziché di movimento , di trincea anziché di corpo a corpo. Da qui - già alla vigilia di Natale del 1914 - la frustrazione del tenente De Gaulle, che scrivendo alla madre poteva domandarsi: "Che cos'è questa guerra se non una guerra di sterminio?". Per quanto statica e prosaica, la battaglia di Verdun non precluse ogni strada ai candidati all’eroismo. De Gaulle stesso fu dato per morto, nel marzo del 1916, dopo che al comando della 10ª compagnia del 33° reggimento di fanteria - agli ordini del suo fatale nemico di trent'anni più tardi, Philippe Pétain - aveva strenuamente difeso il villaggio di Douaumont. Ma il racconto di Ousby è affollato di tante altre avventure individuali, che restituiscono all'indistinta epopea di Verdun il suo carattere più autentico, quello di una battaglia combattuta da piccoli gruppi di uomini in piccole azioni. Fra i personaggi più memorabili, il tenente colonnello Émile Driant (prima della guerra, autore di fortunati romanzetti di argomento militare), indomito difensore del Bois des Caures, e il sottotenente Raymond Jubert, già avvocatino con aspirazioni letterarie, effimero conquistatore di una collina il cui nome era tutto un programma: Le Mort-Homme. Al pari degli altri combattenti di Verdun, Jubert ebbe in sorte di vedere l’inguardabile. E gli capitò di provare - nel suo diario - a esprimere l’indicibile. Come quando un gruppo di soldati era stato colpito vicino a lui: "Un grande cumulo di terra, tondeggiante, a forma di piramide, con un buco scavato tutt'intorno. Da esso, simmetrici, a una quarantina di centimetri di distanza, spuntavano fuori gambe, braccia, mani e teste, simili a ingranaggi insanguinati di un argano mostruoso". Il terreno di Verdun era letteralmente impregnato di cadaveri, ora nascosti, ora scoperti dal lavorio delle stagioni e dal succedersi dei bombardamenti. E i veterani di Verdun si riconoscevano a vista, poiché a differenza dei nuovi arrivati non cambiavano andatura né rotta per evitare di calpestare una gamba o una faccia. Finita la guerra, gli scampati di Verdun avrebbero invece condiviso, con il sollievo del ritorno a casa, il senso di colpa proprio di chi ha subito il male prima ancora di compierlo. Il sottotenente Jubert lo aveva previsto: "Quando torneremo, toccherà a noi raccontare la storia della guerra, e saremo dalla parte del torto". In questo senso, nella storia del Novecento Verdun anticipa Auschwitz, perché condanna i sopravvissuti al mandato di comunicare l’incomunicabile. Così che leggendo certe pagine dei salvati di Verdun, riesce difficile non pensare a Primo Levi: quello stesso Levi che all’inferno di Auschwitz trovò conforto nelle terzine della Divina Commedia