Il rialzo delle quotazioni triplicherà gli ingressi dei paesi esportatori nel 2004, ma il cartello corre il serio pericolo di compiere gli stessi errori fatti in passato. L’analisi delle serie storiche sottolinea come le elevate quotazioni del greggio porti pane per brevi periodi di tempo e fame per i periodi successivi

La ricchezza distorce i valori della gente che non lavora per conseguirla, era solito affermare uno dei padri dell’Opec. La frase ben descrive la preoccupazione dei fondatori del cartello petrolifero nell’intendere che il miracolo dell’oro nero rappresentava una bomba ad orologeria. L’Opec è nata il 14 ottobre del 1960 con l’obiettivo di garantire un prezzo di mercato equo per il petrolio. Non vi è alcun dubbio che il tempo ha dimostrato che quanto maggiori sono i benefici macinati dal cartello, tanto più profonda è la mancanza di solidarietà tra gli esportatori. E l’analisi delle serie storiche sottolinea come le elevate quotazioni del greggio porti pane per brevi periodi di tempo e fame per i periodi successivi. In questi mesi, l’Opec è tornata a gustare un deja vu che ha un sapore molto dolce nel presente e che potrebbe rivelare un retrogusto molto amaro tra qualche tempo.
In passato, il prezzo del greggio ha sempre seguito delle traiettorie ripide caratterizzate da prezzi eccessivamente alti, seguiti da quotazioni che sono sprofondate fino a toccare record sempre più negativi. E’ successo dopo la crisi del 1973 in seguito al conflitto arabo- israelita del Yom Kippur, nel 1980 con la caduta dello Sha di Persia e la guerra tra Iraq e Iran, nel 1991 in occasione della prima guerra del Golfo Persico, e nel 1997 a causa della crisi finanziaria di numerose economie asiatiche. La maggior parte dei paesi produttori nasconde una specie di polveriera socio- politica che non può certo trovare una soluzione pacifica se ogni volta che i prezzi del greggio salgono alle stelle si assiste solo ad un incremento esponenziale della spesa pubblica e delle folli spese delle famiglie che occupano le cabine di comando in questi paesi. I flussi di denaro in entrata sono stati solo raramente utilizzati per realizzare gli investimenti necessari a promuovere uno s viluppo economico sganciato dall’oro nero. Ad eccezione dell’Iraq, le casse dei paesi membri del cartello si riempiranno dei benefici ottenuti grazie alle elevate quotazioni raggiunte in questi ultimi mesi. I petrodollari fanno il loro ritorno, anche se in misura decisamente minore rispetto a quanto sperimentato negli anni Ottanta. La OCDE ha calcolato che il prezzo odierno dovrebbe toccare punte di 80-90 dollari al barile per garantire lo stesso livello di entrate visto durante gli anni Ottanta. Il mancato ritorno ai fasti di venticinque anni fa, non ha però evitato che i petrodollari di oggi non siano stati utilizzati nello stesso modo di allora.
La passione per il lusso e l’ostentazione di beni materiali continuano a pervadere l’animo di chi controlla tali ricchezze. Nel frattempo, l’impennata del prezzo ha raggiunto il 40% da inizio anno. Le conseguenze negative di tale trend possono essere facilmente riscontrate sia nel rallentamento della crescita percentuale del Pil dei paesi importatori, sia nello scarso deflusso di ricchezza che arriva nelle tasche della maggior parte della popolazione dei paesi produttori. Un buon esempio di tale fenomeno è dato dall’Arabia Saudita, cioè dal primo esportatore mondiale di petrolio e padrone delle più ampie riserve di oro nero. Nel corso degli ultimi dieci mesi, il Governo di Riad ha provveduto ad attualizzare per ben tre volte i conti statali dall’inizio dell’anno. Lo scorso dicembre, le previsioni dell’Esecutivo saudita mostravano un deficit previsionale di 8.000 milioni di dollari per il 2004. La nuova impennata del greggio verificatasi in agosto ha determinato una totale i nversione delle previsioni formulate. Si è così passati dal deficit previsto ad un superavit di 14.900 milioni di Usd. Qualche settimana fa, l’Esecutivo saudita ha portato a 35.000 milioni la previsione relativa al superavit conseguibile.

I benefici provenienti dal petrolio non hanno mai smesso di arricchire le casse dei paesi produttori fin dal 1998. In pratica, le quotazioni hanno puntato verso l’alto subito dopo la fine della crisi asiatica. Nel caso dell’Arabia Saudita, i benefici sono passati dai 32.569 milioni di Usd del 1998 agli 84.908 milioni del 2003. Nel 2004, l’Arabia Saudita confermerà la sua leadership assorbendo il 34% dei benefici ottenuti dal cartello. I ricavi provenienti dalle vendite di greggio rappresentano il 40% del prodotto interno lordo dell’Arabia Saudita, e l’80% degli ingressi statali. Allo stesso tempo, il livello di disoccupazione dichiarato è del 15%, la mortalità infantile è del 20 per mille e il reddito procapite è il sesto tra quelli del cartello con circa 9.327 dollari nel 2003. L’Arabia Saudita non sarà però l’unico beneficiario della situazione attuale. Stando ai dati diffusi dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, l’insieme dei paesi facenti parte dell’Opec perc epirà quest’anno un beneficio netto di circa 286.000 milioni di dollari Usa. Si tratta di un ammontare che supera del 19% il risultato del 2003 e del 47% gli ingressi ottenuti nel 2002. Gli introiti provengono in parte dalla crescita delle quotazioni del greggio e, per altra parte, dal notevole incremento delle vendite.

Attualmente, il cartello sta producendo circa 30 milioni di barili al giorno per far fronte alla continua crescita della domanda proveniente dalla Cina e dagli Stati Uniti. Immediatamente dietro l’Arabia Saudita nella speciale classifica dei beneficiari, si posizionano l’Iran, la Nigeria, gli Emirati Arabi Uniti, il Venezuela e il Kuwait con benefici che ammontano rispettivamente a 27.500 mln, 27.000 mln, 26.300 mln, 25.800 mln e 22.500 mln. Non vi è però dubbio che il torrente di petrodollari non è nemmeno confrontabile con quello delle epoche passate. In termini assoluti, il record del barile è stato raggiunto lo scorso 20 agosto con una quotazione di 49,40 dollari a New York e 45,15 a Londra. In termini reali, il picco più elevato è stato raggiunto nel 1980 con circa 70 Usd per barile. Anche se il prezzo del barile riuscisse a mantenersi intorno ai 50 dollari per un anno e le esportazioni a 64 milioni di barili al giorno, i produttori intascherebbero nel luglio del 2005 all’inc irca 350.000 milioni di dollari in più rispetto ai benefici ottenuti nel 2004. Si tratta di un’inezia rispetto all’ammontare incassato nei primi anni Ottanta. Allora, la caduta di Mohamed Reza Pahlevi a Teheran in seguito al ritorno dall’esilio dell’ayatollah Komeini, la scarsa coordinazione interna in seno all’Opec e il successivo conflitto bellico tra Iraq e Iran, provocarono un innalzamento delle quotazioni del 160% rispetto ai livelli del 1978.

Solo nel 1980, l’Opec ottenne benefici derivanti dalle vendite del crudo pari a circa 560.000 milioni di Usd. In paesi come l’Arabia Saudita, il reddito procapite si impennò fino a toccare i 22.174 dollari. Si tratta di un livello quasi triplo rispetto a quello odierno. Tornando alla situazione odierna, è possibile evidenziare come la crescita delle quotazioni del greggio abbia trovato un fattore calmierante nella debolezza del biglietto verde. Ovviamente, il trend seguito dal dollaro ha tagliato una parte dei profitti conseguibili dai paesi esportatori. La crescita del prezzo del greggio è stata però molto più intensa della svalutazione subita dal dollaro Usa. Dal canto suo, l’Opec reagisce alla svalutazione del biglietto verde con un incremento graduale delle importazioni denominate in euro. Al di là delle manovre di tipo valutario, il vero problema risiede nella totale assenza di politiche economiche in grado di aiutare i paesi esportatori a uscire dal sottosvilup po attraverso una progressiva riduzione del tasso di povertà e la costruzione di un modello economico stabile.

La caduta del reddito pro-capite non è un fenomeno limitato ai soli paesi arabi. Un esempio calzante è dato dalla crescita della popolazione venezuelana che versa in condizioni di estrema povertà. La maggioranza delle popolazioni dei paesi facenti parte del cartello è povera. I nigeriani vivono con 448 dollari all’anno, gli irakeni con 789, gli indonesiani con 960. Ovviamente, c’è anche l’altra faccia dell’Opec rappresentata dagli abitanti del Qatar con 32.945 Usd, dagli Emirati Arabi Uniti con 24.244 e dal Kuwait con 17.942. Si tratta comunque di valori medi che nascondono differenze abissali tra le diverse fasce della popolazione. Non bisogna però credere che il problema risieda soltanto nella irresponsabilità o incapacità dei governi che guidano i paesi del cartello. Una recente inchiesta curata dal rigoroso settimanale tedesco Die Zeit ha spiegato nei minimi particolari il viaggio compiuto da un litro di petrolio estratto in Kuwait ad un costo inferiore al centes imo di euro e venduto in una stazione di servizio tedesca a più di un euro.