di Stella Pende
23/9/2004

Muro della disperazione. L'elenco dei piccoli spariti all'ingresso della casa della cultura di Beslan.
Un centinaio di ostaggi sono spariti. E molti sono bambini. Rapiti forse per fermare la vendetta o per farne schiavi.

«Avete visto questa bambina?» dice il cartello all'entrata della casa della cultura. «Chi ha incontrato questo figlio?» chiede un appello all'entrata dell'ospedale civico. «Chiunque riconosca questa faccia chiami il numero...». Il silenzio è sceso sulla strage degli angeli, ma restano i muri a urlare nelle strade di Beslan. Se prima si parlava di «dispersi», poi di «scomparsi», oggi dei bimbi introvabili si dice una cosa sola: rapiti. Questa parola rimbalza come un'eco maledetta nelle famiglie che non trovano i figli. E i vivi diventano il nuovo incubo per l'Ossezia del Nord. Sono bambini riusciti a scappare alla sete, alla morte e alla follia dei terroristi; bambini visti da troppi entrare dentro automobili salvatrici; figli nudi e straziati in braccio a soccorritori e infermieri. In ogni caso quei bambini sembrano svaniti. Non sono mai arrivati a casa, nessuno li ha più riabbracciati, confortati.

Zalina Plieva era andata a scuola col vestitino pastello e la calzamaglia di pizzo. Poi, nelle ore della mattanza, Alania tv, la televisione di Vladikavkaz, la inquadra, nuda, le mani sanguinanti che penzolano, gli occhi pieni di terrore. Ma c'è un uomo con lei, ha la barba e gli occhi pieni di lacrime: «Adesso è finito tutto bambina mia. Torniamo a casa io e te...». Si sofferma perfino un attimo davanti ai microfoni dell'emittente. Come in un film dentro il film, il colpo di scena: la mamma Zerassa, in quel momento davanti al video, la riconosce. «Quando l'ho vista con quello lì sono caduta per terra. Non era mio marito. Soslambek aspettava davanti all'altra uscita. Aveva già salvato due o più bambini. Ma cercava disperatamente la nostra, chiamava nel fumo e nel terrore ma non riusciva a trovarla». La signora Zerassa non ha dubbi «Ce l'hanno rapita. L'hanno portata via quegli assassini. In Cecenia o chissà dove. Cosa le staranno facendo? Non posso dormire, non posso pensare. Meglio morire tutti».

Stessa sorte per Angela Kurniev. Il padre l'ha cercata come un pazzo negli ospedali, all'obitorio. «Arrivo a casa e mi butto esausto davanti alla televisione. Immagini atroci, mamme che raccolgono figli a pezzi, gente che urla, bambini che scappano dal loro stesso sangue. D'un tratto vedo Angela tra due uomini alti e neri che se la contendono come un bottino... Aveva gli occhi perduti, sangue che colava dalla testa, ma quelli l'hanno presa di peso e l'hanno messa su un pulmino. Scomparsa. Mai più vista».

Elbrus Zabolov invece era riuscito a saltare dalla finestra. Accanto a lui due compagni di classe correvano verso la salvezza. Due colpi di kalashnikov alle spalle: cadono. Un altro si ferma a soccorrere la sorella. Li hanno trovati sotto il canestro della palestra, mano nella mano. Ma Elbrus arriva ai cancelli della scuola, urla il nome della madre, del padre. Qualcuno gli va incontro. Stanno per organizzare il ricovero. Sparisce in una macchina nera con due uomini e un'infermiera. Il padre Arsen non l'ha più rivisto. E così storie che si sovrappongono come ossessioni infinite. Per Tamara Sibirova, Aslan Zarastov, Marat Zobolov, Timur Tedtov, Agunda Gazalova, Iulia Batagova...

A Beslan la casa della cultura, da sempre il cuore pulsante di una cittadina russa, è diventata oggi il terminal dell'angoscia per le famiglie dei desaparecidos. Sui muri, proprio vicino al cartello con il film horror, le foto dei piccoli scomparsi. Ritratti di bambini nel tempo felice, ma anche foto nuove dove i figli sono ritratti dopo la tragedia: feriti, bendati, sconvolti. Davanti a questi muri padri, madri e fratelli si danno appuntamento per scambiare le ultime notizie. «Abbiamo sporto una denuncia collettiva per sequestro alla procura di Vladikavkaz. Sono 112 le persone che mancano all'appello e molti sono i nostri figli» racconta Alan, membro di questo comitato di disperati. Davanti all'incubo che rincorre l'orrore il sostituto procuratore Aleksander Panovo ha aperto un'inchiesta che parla di sequestro di massa. Rapiti dai terroristi per fermare o per evitare le vendette di massa degli abitanti di Beslan.

I killer di angeli sapevano che dopo i 40 giorni del lutto gli osseti avrebbero preparato la loro vendetta. L'odio antico per gli ingusci e per i ceceni è oggi una minaccia. In paese si mormora che in ogni casa ci siano armi e intenzioni per difendere l'onore e l'amore dei figli ammazzati. La polizia sorveglia le frontiere. E la gente. «Sarà tutto vano. Sono con loro. Che gli faranno? Se gli altri figli hanno potuto riprendersi dallo shock tra le braccia delle madri, che ne sarà dei piccoli prigionieri dei terroristi?».

Un'altra idea, ipotesi perfetta per la pornografia del sacrificio dei bambini, è che i terroristi faranno schiavi i loro piccoli ostaggi. «Schiavizzare i figli è, nella nostra tradizione, il peggior sgarro che un uomo può ricevere»: Alan piange, non si rade da tre settimane, lo vuole il lutto. Come a dire che un padre non può essere bello dopo un figlio morto. «Non li troveremo. Non li riavremo... e poi sarà troppo tardi». Si copre gli occhi come se avesse davanti la paura e il pianto dei suoi figli in catene. Lo consola una donna, Tatiana, è posseduta dal terrore. Non vuole dare il vero nome di suo figlio: «Si vendicheranno su di lui. Sbagliano i genitori che parlano coi giornalisti. Non capiscono che Shamil Basayev e i suoi complici si nutrono di messaggi attraverso giornali e video. Sanno tutto, usano tutto». Sostiene che i guerriglieri ceceni nella prossima tappa useranno come calamita mediatica anche le vite dei bimbi rapiti. «Guardate il suo proclama: dopo aver assetato a morte i nostri figli parla di uno sciopero spontaneo di sete e di fame. Carogna!».

Il bambino di Tatiana era su una barella. Sua madre l'ha visto al di là dei cancelli. Il caos e la morte travolgevano tutto e tutti, Tatiana ha cercato di spingere la folla, ha urlato, supplicato. «Anche lui urlava: “Mamma, vieni a prendermi”. Non auguro a nessuno di vedere un figlio così e non poterlo stringere almeno per un attimo». Il ragazzino è sparito in un'autoambulanza. Ingoiato nelle urla.

I rapimenti non hanno risparmiato le mamme. Come Alla Khodova, madre di Kristina, 7 anni: scomparse nel mistero insieme. Un vicino di casa giura di aver visto Alla nei primi attimi della grande fuga. La ragazza era arrivata alla finestra della palestra con un bimbo in braccio. Lo ha passato a un uomo delle forze Alfa che lo ha salvato. Alla è tornata indietro a prendere Kristina. Decisione fatale: un uomo in mimetica le stava accanto, da quel momento è svanita con sua figlia.

Del resto anche la bambina Kristina Kokoieva, 12 anni, racconta di malavoglia, dal suo letto di ospedale, di aver visto strani uomini in tuta mimetica aiutare molti bambini a scappare dall'inferno.

Beslan dei fantasmi. Tanto che per aiutare le famiglie dei presunti rapiti il ministero dell'Interno russo ha messo insieme una squadra di investigatori. Scopriranno la strada per riavere i bambini scomparsi? Intanto in questo paesino, prima sconosciuto, oggi il centro nella geografia del male, si è costituito un altro comitato, che soccorre e finanzia le famiglie dei morti e degli scomparsi. Basta contattare un sito: www.beslan.ru. Voci e aiuti sono arrivati anche da paesi sperduti degli Urali. Cifre totali non se ne fanno, ma le donne del comitato lavorano giorno e notte.

Zalina Aulbiegava, bionda maestra di chimica, è anche lei una sopravvissuta al lager della palestra. «Molti sono morti per scappare senza pensare. Ho dovuto tenere la testa di mio figlio ferma per terra. Voleva fuggire sotto la furia dei cecchini. Ha vomitato e straparlato per giorni». Zalina è pallida: «Ci sono state bugie. Non ci sono state donne violentate tra noi. Le ragazze le usavano come accompagnatrici per il bagno. Ma è vero: nella nebbia e nel sangue c'erano strani uomini. Non erano i terroristi della scuola. Ognuno di noi avrà stampata la loro faccia negli occhi per l'eternità. Potevano essere complici». Appostati fuori e confusi coi soccorritori? «Forse. Un'altra ipotesi» dice ancora Zalina «è che i terroristi con le maschere nere le abbiano gettate mettendosi i vestiti degli ostaggi uccisi. E scappando poi con prede bambine». Ma li hanno fotografati e ripresi in tv... Riflette: «Io stessa ho visto correre vicino a me due ragazzini vivi che sono spariti. Ma quando sento parlare di cento persone mi fermo». È psicosi collettiva? «È speranza collettiva. La memoria è una trappola. Quando sei disperato, vedi anche cose che non vuoi vedere. In paese ci sono genitori per i quali il cadavere del figlio sarebbe forse un miracolo». Zalina ha ragione: un figlio morto si piange, un figlio che non si trova si può cercare tutta la vita.