Le donne e gli uomini del Ponte
di Terronzio

Mi ricordo, io sì, mi ricordo. La mia personale esperienza in Iraq con un i volontari di Un ponte per.

Qualche anno fa dovetti partire di corsa per l’Iraq. All’epoca gli americani minacciavano (tanto per cambiare) di bombardare il Paese che aveva, preventivamente, chiuso le frontiere.

Sentii parlare di questa organizzazione che ancora stava nella sede di fronte a Montecitorio in uno sgarrupatissimo ufficio. Mi presentai un po’ dubbioso.

Per carattere mi danno fastidio i pasionari e quelli che si atteggiano a salvatori del mondo. Mi ricordo di questo Fabio Alberti, lo sguardo spiritato mentre accendeva una sigaretta dietro l’altra passandosi nervosamente la mano fra i capelli e non è che ispirasse grande affidamento. Dappertutto carte e gente al telefono.

Dopo aver letteralmente “placcato” l’Alberti, mi ritrovai davanti ad un uomo gentile che mi fece un paio di domande sul perché volessi recarmi in Iraq. Senza cercare di fare il furbo gli dissi che ero giornalista.

Non mi venne chiesta la testata. Non mi vennero fatte ramanzine sulla “decrepita e corrotta stampa italiana in mano ai padroni”. Mi venne solo richiesto di sapere che si andava incontro a dei rischi. Ammisi che ne ero cosciente e partii con il tecnico al seguito.

Visto che la minaccia dei bombardamenti si faceva sempre più pressante, due giorni prima della partenza mi ritelefonarono, dicendomi che, se avessi voluto, mi avrebbero restituito i soldi (si, avevamo pagato per viaggiare) e mi dissero che “se anche fossi partito” avrei potuto ritornare in qualsiasi momento. “Non ero lì per fare l’eroe”.

In quella comitiva c’era tutta una galleria di personaggi stravaganti. Un campano corpulento tanto simile a un orco che si scioglieva dinanzi ai bambini: “Io faccio l’impiegato, ma l’ho detto al mio capo: ‘na vota l’anno agghia’ì in Iraq. Se accetta vabbuò, resto da lui. Sinnò se fott’”.

C’era anche la Torretta, ma con lei non ebbi molto a che fare. Ricordo solo che non mi ha mai mandato a quel paese (i colleghi sanno quanto possiamo essere fastidiosi noi giornalai), cercando sempre di darmi una mano quando un altro proprio non poteva. Poi c’era il giovane comunista tutto d’un pezzo. Un ragazzo che lo faceva perché ci credeva. Il prete movimentista e tanti altri che non ricordo.

Quello che però mi colpì di più fu che nessuno cercò di convincermi di niente. Nessuna tirata sull’occidente cattivo.

Ovviamente all’epoca fummo presi in consegna da esponenti del Governo saddamita. Ci fecero fare il giro degli ospedali, le solite tappe per mostrarci cosa avevano fatto gli americani cattivi e nemmeno una parola sui Curdi, sulla mancanza di libertà ed altre amenità.

Quelli del Ponte però, ci facevano sentire sicuri. Ci consigliavano. Il corpulento campano a una mia domanda diretta rispose: “Certo che è una dittatura. Chiaro che non c’è la libertà come la intendiamo noi, ma quando ti vedi ‘sti ragazzini che ti chiedono “non te ne andare, rimani con noi”, o ssi fatto di tufo, o si nno nun ce stà nient’a fa. Tu qua ci vuoi tornare”. Al mio paese questo si chiama pragmatismo.

I volontari del ponte erano i primi a ridere delle ridicole esercitazioni delle donne delle pulizie dell’albergo, costrette ogni giorno a marciare in improbabili esercitazioni per prepararsi all’eventuale “resistenza” all’invasore yankee.

Ovviamente tutti stavamo attenti a parlare, c’erano un paio di fanatici, ma devo dire che dopo aver incontrato una comitiva di comunisti belgi, mi dovetti davvero ricredere. Quelli sì che erano fissati. “La resistenza irachena. La lotta del compagno Saddam contro il capitalismo!”. Cagate del genere.

Noi invece eravamo visti come i “tiepidi”, i soliti italiani né carne né pesce. Queste persone sicuramente non conoscevano quelli del Ponte.

Ovviamente i volontari della ONG italiana avevano contatti con larghe fette della popolazione, ricevevano spesso le visite della polizia segreta, ma non vuol dire che fossero fiancheggiatori. Dovevano mantenere equidistanza.

Erano, sono e, spero, saranno lì per dare davvero una mano. Questo mentre i burocrati di Mezza Luna Rossa, ONU e molte altre ONG più ricche, li ritrovavi regolarmente, ogni sera, nei migliori ristoranti della città. Quelli del Ponte per, invece, andavano a Mosul, nelle cittadine del nord e del sud e cercavano di farci arrivare quanta più roba possibile.

Sapevano bene che dovevano pagare mazzette sostanziose, ma anche quei predoni che in Iraq, in questi anni, si sono arricchiti e devono benedire l’embargo, avevano remore a chiedere loro soldi.

Una “guida” mi disse: “Con voi lavoro gratis (credeva fossi anch’io del ponte), tanto domani arriva da Roma “uno” del TG2. Vuole fare un giro e vedere i Curdi. Pagherà per lui e per voi”. Sorrisi.

Insomma, l’impressione fu positiva. L’unica cosa che mi è stata richiesta in tre settimane è stata: “se vuoi indossare la marsina dell’organizzazione all’arrivo all’aeroporto di Fiumicino. Giusto pochi minuti per una foto di gruppo”. Che mi costava? L’ho fatto.

Da allora io ho sempre avuto una certa fiducia nel Ponte, ripeto, non sono d’accordo con loro per tante cose, ma devo ammettere che, le persone che ci lavorano, pur svolgendo un compito rischioso, non si gettavano allo sbaraglio come altri che poi regolarmente ci hanno lasciato la pelle (ma questo pensiero l’ho già espresso in altro pezzo).

Quando, fra qualche giorno, questa storia sarà dimenticata e noi torneremo al nostro squallido tran-tran politico. Con Diliberto e La Russa caricati a molla a ripetere incessantemente le stesse cose “senza se e senza ma”, quelli del Ponte riprenderanno a fare il loro lavoro. Anzi, ne sono certo, non lo avranno interrotto. Ci ricorderanno insomma qual è la differenza fra “uomini, mezziuomini e quaquaraquà”.

Terronzio

dal barbiere della sera