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INTERVENTO
L’emergere di nuovi poteri e una diversa cittadinanza mettono a nudo i limiti delle attuali istituzioni politiche: se ne parlerà alla prossima Settimana Sociale

Democrazia, una polis da rifare

Negli ultimi 200 anni l'Occidente ha cercato di «ingabbiare» il potere delle istituzioni con una serie di limiti e controlli. Il rischio è che prevalga il formalismo delle regole


Di Giuseppe Dalla Torre

La storia degli ultimi due secoli dell’Occidente è stata fortemente marcata dalla ricerca e dal consolidamento di valori, regole, istituzioni, dirette a tutelare la persona umana dall’esercizio arbitrario del potere per eccellenza: il potere politico. In effetti le grandi rivoluzioni della fine del Settecento, in particolare la rivoluzione americana del 1776 e la rivoluzione francese del 1789, costituirono l’evento politico nel quale si incarnarono le idee maturate in seno a diverse tradizioni di pensiero, dal giusnaturalismo razionalista all’illuminismo, dirette ad emancipare la persona dall’opprimente soggezione all’assolutismo statale ed a ricondurre i poteri pubblici sotto il diritto.
Costituzione dei valori e Costituzione delle regole hanno incarnato per due secoli lo strumento per disciplinare il potere, per togliergli assolutezza ed arbitrarietà, per piegarlo alla tutela dell’individuo ed al perseguimento del bene comune. La democrazia, come forma di reggimento politico caratterizzata non solo dalla partecipazione sovrana del popolo alla gestione della cosa pubblica, ma da valori da perseguire, si è via via arricchita, in duecento anni di esperienza, di regole ed istituti diretti a fare dello Stato la casa di tutti; a rendere il potere politico assoggettato al controllo dei consociati; a tutelare, pur nell’affermazione del non superabile principio di maggioranza, i giusti diritti delle minoranze; a rendere imparziali i pubblici poteri – è la tormentata questione della "laicità" dello Stato! – di fronte alle diverse posizioni religiose, etiche, politiche, ideologiche sussistenti nel corpo sociale.
Da due secoli a questa parte lo sforzo dell’Occidente è stato quello di "ingabbiare" il potere, cioè il potere politico, in una serie di regole, di bilanciamenti, di limiti, di controlli, per assicurare la sostanza della democrazia: il riconoscimento della dignità della persona umana e della sua centralità, le sue spettanze insopprimibili, l’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale (col conseguente compito dei pubblici poteri di rimuovere gli ostacoli che impedissero il godimento dei diritti riconosciuti formalmente a tutti), la tutela dei più deboli (e quindi anche delle minoranze), la pacifica convivenza, il perseguimento del bene comune.
Lo sforzo di duecento anni, giunto progressivamente a risultati apprezzabili (ancorché mai definitivi né tantomeno perfetti), sembra però essere oggi profondamente insidiato. Al punto tale che si paventa, e non senza ragioni, il rischio che in breve tempo esso possa ridursi ad un insieme di mere formalità, che la democrazia possa ridursi a semplice simulacro.
La crisi della democrazia è divenuto un dato sempre più avvertito ed oggetto di indagini da diversi angoli disciplinari. La crisi della democrazia non attiene solo al nostro Paese. Lo dimostra in maniera inequivocabile l’esperienza delle recentissime elezioni europee, con il grado di disaffezione per un processo di integrazione democratica a livello continentale, drammaticamente segnalato dai deludenti dati sull’afflusso alle urne. Una disaffezione che sorprende soprattutto per molti fra gli Stati di nuovo ingresso nell’Unione: Stati da poco recuperati alla democrazia, dopo decenni di dittatura comunista, e che avevano espresso con forza, una volta riacquisita la loro libertà, l’ansia di democrazia e la volontà di far parte dell’Unione, espressione tangibile di tale ansia. Si tratta di una vicenda che induce il legittimo sospetto che l’adesione all’Ue, in fondo in fondo, sia stata ricercata più per motivi concretamente materiali che per più nobili finalità ideali.
All’interno delle società politiche si assiste a fenomeni di destrutturazione istituzionale, cui spesso corrispondono fenomeni di ristrutturazione istituzionale, che sono sintomo evidente della crisi delle tradizionali forme di organizzazione della società politica. Basti pensare al proliferare, non solo in Italia, delle cosiddette Autorità indipendenti: esp ressione indiscutibile da un lato della necessità di regolamentazione di determinati ambiti materiali, che non possono più essere lasciati non normati, e dall’altro lato della impossibilità (o incapacità) dello Stato di farsene garante.
I processi di globalizzazione, che investono i più disparati ambiti (l’economia, la scienza e la tecnologia, i mass-media, l’ecologia, il fenomeno migratorio, il terrorismo quale nuova forma della guerra ecc.), in quanto trasversali alle realtà geopolitiche ed ordinamentali, in quanto fenomeni transnazionali, pongono inevitabilmente in crisi gli Stati e ne riducono di fatto, progressivamente, la sovranità.
Il politeismo etico – per usare una nota espressione di Max Weber – che segna le nostre società, induce sempre più a ritenere che lo Stato, quanto a valori, non possa fare scelte di campo, che debba essere neutrale, imparziale, laico rispetto a ogni posizione ideale. La conseguenza è che la democrazia si riduce – anzi: si deve ridurre – a mera procedura, a mera regola di rapporti, rinunciando a qualsiasi scelta di valori pena la violazione del principio di laicità. Secondo questo modo di pensare, che appare a prima vista molto suggestivo ed è conseguentemente molto diffuso, nel villaggio del pluralismo tutte le posizioni dovrebbero essere tollerate e la democrazia esaurirebbe la propria funzione nel garantire, attraverso norme meramente procedurali, la loro pacifica convivenza negli spazi pubblici, comuni a tutti. Il principio di maggioranza, che attiene alla democrazia delle regole, da solo non garantisce la tutela della persona ed il bene della società.
Ecco la necessità di restituire alla politica, come arte del governo della società secondo il bene degli individui ed il bene comune, il primato che le spetta. Il declino della forma Stato, nella quale per secoli il potere politico si è incarnato, e l’ascesa dei nuovi poteri, sembrano in molti casi mettere in crisi tale primato. È evidente che il problema non si può risolvere pensando a una estensione delle forme della democrazia politica nei nuovi poteri, anche se la forza espansiva del principio democratico non può non penetrare nelle istituzioni e nelle strutture in cui si incarnano il potere economico, quello scientifico-tecnologico, quello mass-mediale e via dicendo. Perché se la politica è l’arte di coordinare le diverse forze che si esplicitano nello spazio pubblico, collettivo, verso il bene della persona ed il bene comune, è chiaro che tutti gli altri poteri che in quello spazio si esplicitano debbono trovare nella politica il momento di organizzazione, di bilanciamento, di garanzia, ma anche di limite.