
Originariamente Scritto da
anticlericale
"La Stampa", 04 Novembre 2009, pag. 2
La battaglia solitaria del medico di Padova
Colloquio
Una causa lunga sette anni
ANNA SANDRI
ABANO TERME (PADOVA)
Tra i giudici che hanno preso la decisione anche l’italiano Vladimiro Zagrebelsky
«In tutta questa vicenda è sempre uscito il nome di mia moglie perché all'epoca, con l'avvocato, avevamo deciso così. Ma è stata una battaglia che abbiamo condotto assieme e alla quale sono stato io a dare materialmente inizio. L'abbiamo fatto in nome dei nostri figli che erano bambini; oggi sono maggiorenni, la condividono pienamente e sono felici quanto noi per il traguardo raggiunto».
Alle quattro del pomeriggio, nella sua casa di via Primo Maggio ad Abano Terme - dieci chilometri da Padova - il dottor Massimo Albertin ha perfetta coscienza di quello che si è scatenato dopo la sentenza di Strasburgo. Ha preso al volo mezza giornata di ferie dalla Casa di Cura cittadina dove è responsabile di Medicina del Laboratorio e si è preparato a dirigere con grande cortesia il traffico di telefonate e la processione alla porta.
Il cordless si scarica di continuo, pare lo chiamino da mezza Europa oltre che da tutta Italia; per i giornalisti che sono all'ingresso c'è la richiesta di attendere in fila il proprio turno. Non sono gradite le telecamere: «Ci metto volentieri la firma, la faccia no. I primi inviti in tv sono già piovuti: no, grazie». Tiene al riparo dalla tempesta la moglie, Soile Lautsi, casalinga, nata in Finlandia ma da 25 anni cittadina italiana.
Il dottor Albertin ha 54 anni; i figli oggi hanno 21 e 19 anni e frequentano l'Università. Quando tutto è iniziato erano bimbi, e andavano alla scuola media di Abano. Nell'aula c'era il crocifisso: per la verità, l'avevano davanti anche alle elementari. «Ma allora non erano maturi i tempi - spiega Albertin -. Nel 2002, quando erano entrambi alle medie, io ero nel Consiglio d'Istituto. E c'era stato il pronunciamento della Cassazione a favore di Marcello Montagnana, che aveva rifiutato l'incarico di scrutatore a Cuneo perché non era stato tolto il crocifisso. Si cominciava a parlare in modo chiaro di laicità da garantire. Noi non siamo partiti con le carte bollate. Ho fatto una richiesta in Consiglio: assieme a mia moglie ritenevamo discriminante il crocifisso, che ha significato per alcuni studenti ma non per tutti. Dissero che no, non si poteva togliere. Solo allora si è aperto il contenzioso».
Non che serva avere una moglie finlandese, dunque più laica nel Dna, per essere membri dell'Unione atei e agnostici razionali - come è Albertin - o per condurre una tale battaglia: «Soile e i suoi connazionali hanno la fortuna di nascere in uno Stato veramente laico e abbastanza lontano dal Vaticano. L'Italia non lo sarà mai. Per avere soddisfazione non a caso siamo dovuti arrivare in Europa, e in queste ore mi si riferisce di reazioni politiche davvero eccessive».
Rifarebbe tutto a costo di pagarne di nuovo il prezzo: «Lettere anonime, telefonate, insulti nel primo periodo, quando si era saputo del ricorso». E i figli? «Qualche dispetto, la derisione di alcuni compagni. Crescendo, hanno capito la nostra scelta e l'hanno condivisa tanto che nessuno dei due è battezzato, sono atei. Non hanno giocato in patronato, è vero: ma non mi pare lo considerino un vuoto incolmabile».