Le nostre sorelle sono a casa!
L'infame sionista si rotola nel fango!
W le Simone!
Baraka Allah fikoum!
@+


Le nostre sorelle sono a casa!
L'infame sionista si rotola nel fango!
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Non siamo ingrate, diciamo grazie a tutti
di Maristella Iervasi per unita.it
Nessuna ingratitudine. «Abbiamo ringraziato fin da subito le comunità musulmane d’Italia e del mondo, il governo, le forze politiche di maggioranza e opposizione, la Croce Rossa italiana e in particolare i bambini e le donne irachene. Abbiamo detto “un grazie a tutti” fin da quando siamo scese dall’aereo a Ciampino, il giorno della nostra liberazione». Simona Pari e Simona Torretta si riabbracciano alla conferenza stampa organizzata da “Un ponte per...” al teatro Ambra Jovinelli di Roma. Impaurite, frastornate e provate dalla lunga prigionia, le due ragazze appaiono quasi costrette a mostrarsi a telecamere e taccuini italiani e stranieri. Bocche cucite, mezze frasi poco spontanee e il silenzio spiegato dalla necessità di mantenere il segreto istruttorio: le due Simone «non risponderanno alle domande dei giornalisti...». La scena è tutta per il Ponte per...
Il sipario si apre: le due volontarie sorridono e si prestano agli scatti dei fotografi, salutano gli amici che rivedono per la prima volta seduti in platea. In tailleur nero (gonna e pantoloni) Simona Pari, maglietta a righe e pantaloni Torretta; entrambe con una lunga sciarpa al collo. Poi il via allo “strano” incontro con la stampa. La prima a parlare è la ragazza di Rimini. Simona Pari si avvicina al microfono e fa l’elenco dei ringraziamenti, spiega che lei e la sua compagna hanno «sempre cercato di riunire due mondi distanti» e sperano che questo dialogo possa continuare. Mentre parla ogni tanto abbassa gli occhi: tra le mani s’intravede un foglietto. Poi resta zitta per tutta la durata della conferenza stampa. Al suo fianco c’è l’altra Simona, ai loro lati i vertici della loro Ong: Lello Rienzi e Fabio Alberti. Che sottolineano l’apprezzamento delle forze politiche “che non hanno permesso la strumentalizzazione del sequestro”, l’«equilibrio” del sottosegretario Gianni Letta e della Cri sulla vicenda.
Nessun chiarimento sui punti oscuri del sequestro, come sulla presunta lista proveniente dagli uffici dell’intelligence Usa. Fabio Alberti: «Lo abbiamo letto sui giornali...». Silenzio assoluto quando una giornalista chiede alle due Simone se hanno qualcosa da dire alle forze politiche americane. La spontaneità di Simona Torretta sembra trovare spazio solo alle sollecitazioni sul perdono dei loro sequestratori. “Dite che una volta capito che non eravate spie, i rapitori vi hanno chiesto scusa: e voi, li avete perdonati? Cosa gli avete risposto?” Una domanda insistente che quasi spiazza Simona Torretta. Un attimo di smarrimento: «è una domanda che non mi sono ancora posta - replica -. Non era certo un rapporto di dialogo il nostro... Prendevamo tutto quello che ci davano e ci inchinavamo».
Poco da dire anche sugli altri punti ancora poco chiari: il riscatto (Alberti: «bisogna chiedere a chi si presume l’abbia pagato»”, le modalità della liberazione: chi erano le persone del filmato e chi ha girato il video che immortala la consegna al commissario straordinario della Cri Maurizio Scelli con le due Simone con i burqa neri. La replica di Un ponte per... è sempre la stessa: «questa è una questione di segreto istruttorio». Solo il “racconto” già noto trova ampio spazio. Simona Torretta ammette che la paura di essere uccise è stata dall’inizio alla fine (”solo quando siamo salite sull’elicottero ci siamo sentite libere”), ribadisce che sono state trattate con «rispetto» e «dignità» che i sequestratori gli hanno dato «biancheria, sapone, cibo e libri sull’Islam». E in merito alla sensazione di pericolo dopo l’uccisione del reporter di Diario Enzo Baldoni, precisa: «Quella morte è stata uno choc ma vivevamo in un contesto di guerra pesante che tende a giustificare ogni cosa. Non è vero che abbiamo incontrato Al Kubaisi, il capo del Consiglio degli Ulema, perchè eravamo impaurite: lo abbiamo incontrato per lavoro».
Difficile per ora fissare una data sul calendario per il ritorno in Iraq dei volontari del Ponte: «è ancora prematuro parlarne - sottolinea il presidente dell’Associazione - vogliamo chiudere una fase e tornare al lavoro di sempre: l’assistenza ai bambini. C’è la convinzione e la riconoscenza che molto hanno fatto gli iracheni» per consentire il ritorno a casa delle Simone, ma dobbiamo ancora decidere con quali modalità operative. Un dialogo è possibile - ha concluso - non si è di fronte ad uno scontro di civiltà o all’inevitabilità della guerra». Per Simona Pari e Simona Torretta la certezza di tornare in Iraq ma la situazione «è sospesa». Torretta: «Siamo confuse, abbiamo perso lucidità e stiamo molto attente a quello che diciamo per via del segreto istruttorio. Vogliamo riposare e riflettere». Pari: «Voglio stare con la mia famiglia, gli amici e leggere tanti libri». E il sipario si chiude.


Cariddeo, svuota la mail box.
La famosa artista idolo delle folle :" si figuri che uno ha addirittura scritto che avrei dovuto investire i MIEI soldi comprando un bar! Io!!!! La barista!!!!"


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Simona Torretta


Oggi lo sceicco mi ha regalato tre margherite
dal diario di Simona Pari
Ecco un brano da una email inviata da Simona Pari a un’amica in Italia prima di essere rapita
«Stamattina Sistani e Sadr hanno raggiunto un accordo. La guerra a Najaf e Sadr City è finita. Eppure ha provocato tanti morti e tanto dolore... Di prima mattina è venuto lo sceicco per discutere delle scuole. Mi ha raccontato dei suoi fedeli uccisi mentre marciavano pacificamente. ..»
Io gli ho raccontato di Enzo. Abbiamo pianto sui morti comuni, un cordoglio italiano-iracheno. Mi ha detto «la luce trionferà, un giorno rideremo di tutte queste tragedie». Ha citato il Corano: «Il figlio non può essere punito per le colpe dei padri», riferendosi a Enzo e al governo italiano. Ha detto che devo essere forte. Lo so. Eppure in questi giorni rimane poco spazio per sperare, il dolore dappertutto. Io e Simo abbiamo parlato molto oggi. Mi ha detto che sono generosa. Mi è piaciuto molto. Stasera sono arrivati lo sceicco con Hikmat. Ci siamo messe dei veli di fortuna sulle spalle. Ci ha fatto una sorpresa: ci hanno portato due piante, due margherite. Volevano farci sorridere. «Dopo avervi visto così depresse questa mattina non sono riuscito a riposare tutto il giorno». E lo dice uno a cui ieri hanno ammazzato non uno ma tre amici ed è un anno che vede morire gente che conosce. «Ho scelto questo fiore perché è l’unico che riesce a crescere nella terra salata. È come voi: vive e cresce anche in una condizione negativa». Lo sceicco, finalmente, ci ha fatto sorridere. «Allora ora smettetela di essere tristi, siete una delle cose più preziose che ho. E soprattutto voglio riposarmi». A me è toccata la margherita rossa solitaria, con lo stelo lungo. A Simo due margherite rosa e carnose.
Simona Pari per email a un’amica
da corriere.it


La destra contro Simona e Simona,
più scomode da libere che da rapite
di Maria Zegarelli per unita.it
Per i tanti sorrisi regalati a telecamere e flash e per le lacrime non versate. I più cauti le hanno rimproverate di non aver ringraziato il governo, l’opposizione e la Croce Rossa per il loro impegno. Di aver ringraziato, invece, il popolo iracheno, la resistenza irachena e il mondo musulmano. Sono state criticate per non aver detto una parola su Enzo Baldoni, l’ostaggio mai tornato né da vivo né da morto. E per non aver ricordato gli ostaggi decapitati («Ma non lo sapevamo fino a due ore fa», hanno inutilmente spiegato le due ragazze), non aver condannato senza se e senza ma i terroristi di ogni specie, compresi i loro rapitori.
La colpa più grande. Ma la colpa più grande di cui si sono macchiate è l’aver detto che bisogna ritirare le truppe dall’Iraq. Hanno detto, una volta tornate qui, dove la guerra non c’è, che lì si muore ogni giorno, anche sotto le bombe americane. Questo non avrebbero dovuto farlo. Non avrebbero dovuto offuscare in questo momento tutto il lavoro fatto dal governo (e dall’opposizione) per farle tornare a casa, rinvigorire in questo modo il movimento pacifista che con il loro sequestro aveva subito un colpo durissimo e rischiava di starsene buono e in disparte almeno per un po'.
Agliana non docet. Tutta un’altra musica rispetto a quella suonata quando sono tornati Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Salvatore Stefio. Altri personaggi, quelli, e altre storie le loro. Erano body-guard partiti per svolgere un lavoro rischioso: tornarono da eroi, con il tricolore elevato a simbolo di tutta la vicenda. Libero di venerdì 11 giugno, titolava a pagina 7 «Da sinistra fango sugli ostaggi», «l’informazione ulivista adombra sordide attività dei nostri connazionali sequestrati». Marco Ferrazzoli scriveva: «Dopo due giorni di convenevoli, di felicitazioni piuttosto formali, la sinistra cambia registro: sono tre mercenari». Lo stesso giorno, Antonio Socci, in un editoriale pubblicato dal Giornale rifletteva: «In galera? Ai ferri? Riconsegnati agli iracheni? Messi a pane e acqua? E perché no? Agliana, Stefio e Cupertino hanno fatto l’errore di farsi liberare dal Berlusconi e per di più alla vigilia delle elezioni... Sono troppo popolari questi ragazzi e troppo italiani. Altro che abbracci e baci. Stanno già diventando bersagli polemici dell’Italia progressista e intellettuale...».
Danza macabra. Chi sono Simona Pari e Simona Torretta per quegli stessi giornali? Le due ragazze italiane rapite, volontarie dell’associazione non governativa «Un ponte per», impegnate in Iraq per la realizzazione di progetti di ricostruzione ce le raccontano come danzatrici che ballano «La danza macabra delle Simone sulle vittime della “resistenza”» (pagina 2 di Libero di ieri). Sono due «vispe Terese che tornano in Iraq», «che beatificano i terroristi, non ringraziano Berlusconi e dicono: il nostro posto è a Baghdad. Tanto se le ribeccano paghiamo noi» . O, ancora, sono le ragazze «che esibiscono i doni dei rapitori» «ed esaltano l’Islam dei fanatici che uccidono i civili», (Libero del 30 settembre). Mattia Feltri scrive: «Ne hanno nostalgia. Hanno detto: “Ci mancano i nostri bambini”. Forse fra i 34 bambini morti mentre andavano a prendere l’acqua e raccogliere le caramelle ce n’era qualcuno dei loro... Ecco, Simona & Simona e con loro “Un ponte per...” appartengono alla zona grigia. Popolano quel mondo fortemente ostile agli Stati Uniti e incapace di condannare senza titubanze il terrorismo, come Eugenio Scalfari, per il quale fra l’eccidio di Beslan e i bombardamenti americani non c’è differenza morale... Non è preciso dire che le due Simone e “Un ponte per” sono la zona grigia. Loro sono la zona grigia tendente al nero». Giulio Ferrari sulla Padania di ieri, a pagina 7 racconta così Simona Pari: «La laurea in Filosofia all’università di Bologna, la collaborazione alla locale redazione dell’Unità dove spiccano edificanti servizi giornalistici sui transessuali e, dulcis in fundo, una significativa esperienza nell’ufficio stampa dell’allora sottosegretario diessino alla Difesa, Domenico Minniti, detto Marco. Il politico, cioè, che fu tra i responsabili della pianificazione dell’intervento militare contro la Serbia, ai tempi del governo di Massimo D’Alema». Sulla prima pagina del Giornale del 30 settembre campeggiava questo titolo: «Salvate. Ma adesso salvateci dai pacifisti».
Anche Francesco Merlo, sulle pagine di Repubblica, non le risparmia: «A nessuno, neppure a due ragazze coraggiose, è consentito di proporre il proprio mestiere come visione del mondo, sia esso un mestiere militare o sia invece un mestiere di ricerca storica o paramedico o parapsicologico etnologico o sia esso “un ponte per”...». Tante anche le lettere dei lettori, indignati per il mancato ringraziamento al governo (avvenuto pubblicamente “soltanto” giovedì pomeriggio).
Ingrate! C’è anche chi dalle pagine de Il Foglio suggerisce alle due volontarie di fare una colletta per risarcire lo Stato del riscatto pagato per la loro liberazione. Anche la politica è scesa in campo, come sempre, per gonfiare le vele della polemica. Il leghista Alessandro Cé è tormentato da un dubbio: «Non si è capito ancora se stavano bene in cattività o erano realmente contente di essere liberate».
La rossa, di capelli, Tiziana Maiolo, Fi, è umiliata: «È proprio vero che spesso l’ingratitudine è l’unica risposta a chi fa del bene. Speriamo che sia solo la giovane età a dettare cattivi consigli. Ma noi donne occidentali ci sentiamo oggi umiliate, pur nel ritorno a casa di nostre sorelle, una volta di più da chi vuole a tutti i costi metterci il burqa così come, da chi sequestrata o libera che sia se lo mette da sola. Dentro la testa, prima che sopra».
Il vicepresidente della Regione Veneto, Fabio Gava, osserva: «Molti giornali di giovedì riportano servizi sull’orrendo attentato di Baghdad, rivendicato da un fanatico come Al Zarkawi, e le dichiarazioni di Simona Torretta che dicono tra l’altro: io distinguo terrorismo e resistenza. La guerriglia è legittima, ma sono contraria a sequestri di civili». Gava aggiunge: «Mi vengono i brividi e mi assale un dubbio: qual è il confine tra legittimità ed orrore per Simona Torretta?»
La corrente di antipatia. Ha ragione Corrado Augias, quando scrive: «Che Simona e Simona abbiano potuto fare qualche dichiarazione precipitosa o dimenticare, in un primo momento qualche ringraziamento doveroso mi pare perfettamente comprensibile e, se colpa è, è colpa lieve. Una piccola corrente di antipatia si è levata contro di loro perché hanno osato ricordare le sofferenze del popolo iracheno, l’opportunità, a loro modo di vedere, di ritirare le nostre truppe sui cui effettivi compiti operativi, peraltro, sappiamo ormai poco o nulla»