DA IL FOGLIO DI OGGI 01/10/2004 A PAG. 3
• Bossi ufficialmente approva,ma alla base (e al direttore della Padania) non piace la linea “trattativista” sulla devolution
Il Financial Times loda Calderoli, il popolo padano un po’ meno
Roma. A pagina tre del Financial Times
di ieri, a complemento di un articolo sdilinquito,
c’è una sua foto a colori con sorriso
rubizzo, il nodo della cravatta verdepadano
calato, nella didascalia il riferimento all’approccio
pragmatico attraverso il quale
lui, “Mr Roberto Calderoli”, ha condotto in
porto il programma federalista della Lega.
Nel testo si parla del ministro italiano delle
Riforme come d’una “nascente stella” leghista,
l’uomo della concretezza senza il
quale il Carroccio non avrebbe guadagnato
l’atteso sì alla devolution. Non manca il riferimento
alle resistenze di An e Udc, né il
quotidiano economico omette di riportare
le critiche che alcuni dirigenti hanno rivolto
a Calderoli. Come ha fatto Marco Reguzzoni
– se n’è parlato anche in Italia – il presidente
della Provincia di Varese che per
primo ha polemizzato contro una riforma
annacquata dagli emendamenti (“annegata
nuazione sostanziosa della legge sugli immigrati
che non è piaciuta ai puri del Carroccio.
Forse se n’è reso conto il ministro
della Giustizia Roberto Castelli, la settimana
scorsa, durante una festa leghista a Cascina
Monlué (Milano) quando ha provato a
minimizzare la correzione sulle norme d’attuazione
relative al rimpatrio degli extracomunitari,
guadagnandone in cambio parecchi
fischi. E non è un caso isolato.
Il panorama leghista presenta un Roberto
Maroni defilato e un Calderoli in ascesa,
che secondo gli smaliziati ambisce alla successione
di Bossi. Si favoleggia di non troppo
inverosimili sue minacce di commissiariamento
contro federazioni gestite da “secessionisti”.
Si sa pure che la direzione pro
tempore della Padania è fonte di altri problemi.
Il titolare Giuseppe Leoni lamenta
“manovre massoniche” per scalzarlo dal
suo posto, non ama il titolare delle Riforme
nel buon senso”, sorridono i centristi) e lontana
dai sogni regionalisti dei padani. Per il
Financial Times, che segue la versione ufficiale
della Padania, più d’ogni congettura
conta l’approvazione assicurata da Umberto
Bossi al suo ministro attraverso l’Ansa (su
richiesta lancinante del forzista Aldo Brancher):
per ora va bene quanto abbiamo ottenuto,
per il resto vedremo di migliorare.
Meno irenica, tuttavia, è l’impressione che
si ricava intercettando i segnali lanciati da
militanti comuni o dai seguaci della corrente
(ormai esiste anche se mai ufficializzata)
che fa capo a Giancarlo Giorgetti, il deputato-
delfino di Bossi, intransigente quanto
poco carismatico. Obiettivo dei mugugni,
oltre al federalismo “ibrido” approvato alla
Camera (“era meglio la vecchia Costituzione,
lo Stato aveva meno sovranità sulle Regioni”,
lamentano in molti), c’è anche il cosiddetto
tagliando alla Bossi-Fini. Un’atte-
e minaccia in privato di sconfessarne la linea
trattativista. Per ora si limita a eludere
la tentazione di pubblicare sulla Padania
un editoriale che sia uno, e reclamizza ecumenicamente
le attività dei tre ministri
(sempre loro: Calderoli, Maroni e Castelli).
Il dissenso ostruito trova intanto visibilità,
ma intermittente, su Radio e Telepadania.
In particolare sul TgNord diretto da
Max Ferrari (privo di cariche politiche però
sempre più amato dal popolo che rumoreggia).
E’ qui che, tra insoliti black out video e
telefonici, va in onda il cahier de doléances
contro i “ministeriali” che pensano solo a
conservare privilegi a Roma. E’ scritto da
quelli che “ormai siamo una retrovia forzista,
senza un capo e un progetto di media
durata”. E quelli che “se Bossi fosse mio
zio, direi che la sua ripresa è incoraggiante.
Ma quando tornerà leader a tempo pieno
qui rischia di non trovare più nulla di vivo”.




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